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Inquinamento atmosferico, nuove prove di rapporto tra particolato e diabete

(da Doctor33) Che l’esposizione all’inquinamento atmosferico sia dannoso in molti modi per la salute umana è un fatto assodato. Un recente studio, apparso online su “Diabetes”, si è però soffermato in modo specifico sull’associazione a lungo termine tra particolato e diabete (in particolare i biomarcatori di insulinoresistenza). Abbiamo chiesto a Ennio Cadum, responsabile SC Epidemiologia e salute ambientale Arpa Piemonte un inquadramento della problematica.
Quali sono gli obiettivi principali del monitoraggio dell’inquinamento ambientale e, in particolare, atmosferico? Dopo gli episodi drammatici di picchi abnormi di inquinamento avvenuti nella Valle della Mosa nel dicembre 1934, di Donora (USA) nel 1948 e soprattutto di Londra nel dicembre 1950 i Paesi occidentali si sono dotati di una rete di monitoraggio della qualità dell’aria con lo scopo di monitorare i livelli e poter intervenire con provvedimenti urgenti in caso di valori anomali. Tali reti sono utili anche come strumento per misurare l’efficacia delle politiche di riduzione delle emissioni e negli studi epidemiologici, grazie ai quali si è dimostrata una relazione lineare dose-effetto tra inquinamento e molte patologie, per lo più cardiorespiratorie all’inizio, poi tumorali e metaboliche negli ultimi anni.
Quali sono le contromisure più efficaci da mettere in atto per difendere la salute dell’ambiente e della popolazione? In generale le contromisure più efficaci sono interventi strutturali pluriennali a lungo termine (riduzioni delle emissioni autoveicolari con introduzione di norme sempre più restrittive, modifiche ai combustibili da riscaldamento – con abbandono del gasolio e uso del metano – maggiore diffusione del teleriscaldamento, norme sempre più severe per le emissioni industriali, ampliamento delle zone pedonali, piantumazione delle aree urbane). In generale ognuno dovrebbe evitare comportamenti inquinanti (come l’uso di stufe economiche a legna o pellet).
Sono stati effettuati in precedenza studi sul rapporto tra particolato e diabete? L’aumento del diabete in aree con alto inquinamento atmosferico era stato osservato da tempo. Nel 2008 è uscito un primo lavoro di Brookseguito da altri studi sull’uomo, sia di correlazione sia di coorte. Questi ultimi (5 studi principali a oggi) sono maggiormente informativi perché possono dimostrare l’esistenza di un nesso causale. La misura migliore che si ha da tali studi è di un aumento dell’1% della prevalenza di diabete nella popolazione per ogni incremento di 10 mcg/m3 di PM2.5. Studi tossicologici su animali hanno aiutato a chiarire i meccanismi fisiologici coinvolti: innesco di reazioni infiammatorie cellulari, stress ossidativo cellulare, rilascio di insulina fino alla comparsa di insulino-resistenza e di diabete tipo II. Gli effetti sono maggiori negli individui obesi e coinvolgono anche la fascia di età pediatrica.
In questa nuova ricerca, quali sono gli elementi di maggiore rilievo e quali ricadute possono avere sulla salute pubblica? Lo studio ha indicato soprattutto che sono i pre-diabetici a essere a maggior rischio di sviluppare insulino-resistenza (dato correlabile con le evidenze per gli obesi, categoria spesso corrispondente ai pre-diabetici), mentre non diabetici e diabetici non hanno mostrato modifiche ai loro parametri, e suggerito ipotesi su alcuni meccanismi probabilmente coinvolti, peraltro da confermare, collegati all’infiammazione degli adipociti e risposta insulinica correlata. Le ricadute derivano dal fatto che anche se gli incrementi di rischio sono piccoli, si applicano a tutta la popolazione e pertanto il numero di persone potenzialmente affette è molto elevato e quindi implicano azioni su ampia scala in sanità pubblica (di prevenzione) piuttosto che in area clinica (di cura).
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