Statine, maxi-analisi di Lancet riabilita gli eventi avversi

(da M.D.Digital)  Le statine sono tra i farmaci più prescritti al mondo per la prevenzione cardiovascolare. Eppure, nonostante prove solide sui benefici in termini di riduzione di infarti, ictus e mortalità vascolare, continuano a essere al centro di timori legati ai possibili effetti collaterali. Ora una vasta metanalisi pubblicata su The Lancet dal gruppo Cholesterol treatment trialists’ collaboration ridimensiona in modo sostanziale molte delle reazioni avverse riportate nei foglietti illustrativi.  Lo studio ha analizzato i dati individuali di 154.664 partecipanti arruolati in 23 grandi trial randomizzati e in doppio cieco: 19 confrontavano statina contro placebo (123.940 soggetti, follow-up mediano 4,5 anni), mentre quattro mettevano a confronto regimi più intensivi versus altri meno intensivi. L’obiettivo era verificare in modo rigoroso se gli effetti indesiderati elencati nei riassunti delle caratteristiche del prodotto (Rcp) fossero effettivamente attribuibili alla terapia.

I ricercatori hanno identificato 66 possibili eventi avversi, esclusi quelli muscolari e il diabete, già oggetto di precedenti analisi, e li hanno valutati utilizzando i dati grezzi dei singoli pazienti, con una metodologia statistica che controllava il rischio di falsi positivi.  Solo quattro eventi, oltre ai già noti effetti su muscolo e glicemia, sono risultati significativamente associati alla terapia con statine. Si tratta di alterazioni delle transaminasi epatiche, altre anomalie dei test di funzionalità epatica, modifiche della composizione urinaria ed edema. Tuttavia, l’aumento assoluto del rischio è risultato molto contenuto: per le alterazioni epatiche, l’eccesso annuale combinato è stato pari a circa lo 0,13%; per gli altri eventi, inferiore allo 0,1% l’anno.

Nei trial che confrontavano dosaggi più elevati con dosaggi più bassi di statine, l’incremento delle alterazioni epatiche è apparso dose-dipendente, rafforzando la plausibilità biologica dell’associazione. Non è emersa invece una relazione chiara con l’intensità della terapia per le modifiche urinarie e l’edema, la cui rilevanza clinica resta incerta.  Nessuna associazione significativa è stata osservata per le altre 62 condizioni riportate nei fogli illustrativi, tra cui disturbi cognitivi, depressione, disturbi del sonno, neuropatia periferica, disfunzione sessuale, insufficienza renale acuta, malattia polmonare interstiziale o pancreatite.

Si tratta di un punto cruciale, sottolineano gli autori. Molte delle segnalazioni presenti nei foglietti illustrativi derivano, infatti, da studi osservazionali o da case report post-marketing, metodologie utili per individuare eventi rari ma suscettibili a bias, soprattutto quando gli esiti sono comuni nella popolazione generale. I trial randomizzati in doppio cieco, al contrario, rappresentano lo standard più affidabile per stabilire nessi causali, in particolare per effetti di entità moderata.  Le implicazioni sono rilevanti sul piano clinico e comunicativo. Secondo stime consolidate, un regime efficace di statine assunto per cinque anni in 10 mila pazienti con malattia cardiovascolare pregressa può prevenire circa 1.000 eventi vascolari maggiori; nei soggetti ad alto rischio ma senza eventi precedenti, gli eventi prevenuti sono circa 500. A fronte di benefici di questa entità, la percezione amplificata dei rischi può indurre a non iniziare la terapia o a sospenderla precocemente, con conseguenze potenzialmente gravi.

Restano confermati gli effetti avversi noti: la miopatia, evento raro (circa 1 caso su 10.000 persone-anno), le forme più severe come la rabdomiolisi (2–3 casi su 100.000 persone-anno), un lieve aumento dei sintomi muscolari meno gravi, soprattutto nel primo anno e un incremento moderato e dose-dipendente delle nuove diagnosi di diabete, prevalentemente in soggetti già prossimi alla soglia diagnostica.   Alla luce di questi nuovi dati, concludono gli autori, le sezioni sugli effetti indesiderati nei documenti ufficiali potrebbero sovrastimare i rischi e andrebbero aggiornate per riflettere meglio le evidenze disponibili. Un’informazione più accurata – sottolineano – è essenziale per consentire a medici e pazienti decisioni realmente informate, basate su un bilancio trasparente tra benefici comprovati e rischi effettivi.