Diagnosi e cure, per i medici arriva l’IA basata su fonti certificate

(da DottNet)   Un'Intelligenza artificiale pensata per affiancare i medici nella diagnosi e nelle decisioni terapeutiche, utilizzando soltanto fonti scientifiche selezionate e validate. È la strada su cui si stanno sviluppando i nuovi sistemi di IA per la medicina.  L'obiettivo è ridurre uno dei principali limiti dei sistemi di IA generativa utilizzati senza controllo in ambito sanitario: la possibilità di produrre informazioni inesatte o risposte apparentemente plausibili, ma prive di un fondamento scientifico affidabile.  "La prima cosa da dire è che l'infallibilità in medicina non esiste e ci sarà sempre il rischio di un margine di imprecisione, qualunque tecnologia si utilizzi", avverte il presidente dell'Associazione italiana di oncologia medica, Massimo Di Maio. L'IA, sottolinea, può però offrire "enormi potenziali benefici". Dalle informazioni del web alle fonti scientifiche validate Il problema riguarda soprattutto il modo in cui vengono costruiti e alimentati i sistemi. Le piattaforme generaliste possono elaborare quantità enormi di informazioni provenienti da fonti molto diverse per qualità e attendibilità. In medicina la direzione è invece quella di restringere la base di conoscenza a studi scientifici, linee guida e documentazione clinica validata.  "Per questo si sta lavorando a piattaforme alimentate da sole informazioni scientifiche validate, come studi pubblicati e linee guida", spiega Di Maio. Si tratta di mettere a disposizione del professionista quantità di informazioni scientificamente verificate che un essere umano non sarebbe in grado di elaborare da solo.  L'IA è del resto già utilizzata in diversi settori della diagnostica. In radiologia può assistere nell'interpretazione delle immagini e nell'identificazione di quelle sospette per la presenza di tumori. Negli screening mammografici può contribuire a velocizzare la lettura degli esami e a ridurre il margine di errore. In oncologia si lavora a piattaforme più affidabili Una parte importante della ricerca riguarda proprio l'oncologia. Team di ricercatori stanno sviluppando piattaforme addestrate su letteratura scientifica e linee guida validate, mentre l'Unione europea sostiene attraverso Horizon Europe e Mission Cancer progetti che utilizzano Intelligenza artificiale e strumenti digitali nella ricerca, nella diagnosi e nel trattamento dei tumori.  La prospettiva è arrivare a strumenti progettati specificamente per l'impiego sanitario e sottoposti ai requisiti europei di sicurezza e affidabilità, anziché affidare informazioni cliniche e decisioni delicate a sistemi generalisti.  Per Di Maio l'obiettivo è disporre di piattaforme mediche e oncologiche sempre più affidabili, capaci di elaborare una quantità di conoscenze scientifiche non gestibile individualmente dal singolo professionista. In Italia è già partita la sperimentazione di MIA In Italia un primo banco di prova è MIA, Medicina & Intelligenza Artificiale, la piattaforma sviluppata da Agenas come strumento di supporto ai professionisti sanitari. Il progetto è rivolto in particolare ai medici di medicina generale e agli specialisti.   MIA utilizza una base di conoscenza delimitata. Secondo quanto comunicato sul progetto, comprende linee guida ufficiali, protocolli ministeriali, normativa del Servizio sanitario nazionale e letteratura scientifica validata. Le informazioni esterne non verificate vengono escluse dalla base utilizzata dal sistema.  È proprio questa selezione delle fonti a distinguere il modello dall'utilizzo di un sistema generalista per cercare indicazioni su diagnosi e terapie. L'obiettivo non è quello di affidare la decisione alla macchina, ma fornire al professionista uno strumento capace di recuperare ed elaborare rapidamente conoscenze scientifiche controllate. "Il medico non sarà sostituito" Il confine invalicabile resta quello della responsabilità clinica. "L'IA rimane e rimarrà anche in futuro uno strumento in aiuto e non in sostituzione del medico", sottolinea Di Maio, "l'unico in grado poi di applicare e 'disegnare' la cura sulla base delle esigenze e caratteristiche del singolo paziente".  La tecnologia può selezionare ed elaborare enormi quantità di informazioni scientifiche. La decisione clinica resta invece affidata al medico, che deve interpretarle alla luce delle condizioni, della storia e delle caratteristiche del paziente.  La differenza, quindi, sarà sempre più tra sistemi generalisti, che possono attingere a informazioni di qualità disomogenea, e strumenti costruiti specificamente per la medicina, alimentati da fonti scientifiche controllate e destinati ad affiancare il professionista nelle sue decisioni.

Pubblicazione Graduatorie Regionali PROVVISORIE Medicina Generale, Pediatria di libera scelta e Specialistica Ambulatoriale Interna valevoli per l’anno 2027

Si comunica che le graduatorie regionali provvisorie per la Medicina Generale, la Pediatria di Libera Scelta, per gli Specialisti Ambulatoriali Interni, Veterinari ed altre professionalità sanitarie (Biologi, Chimici, Psicologi), valevoli per l'anno 2027 sono pubblicate nel BUR - parte terza - n.250 del 29 settembre 2026, al seguente link: https://bur.regione.emilia-romagna.it/dettaglio-bollettino?b=41298f505b484142ac8981e7e747e389 Si evidenzia che, così come previsto all’art.19, comma 5 dell’ACN per la Medicina Generale 15.01.2026 e all’art.19, comma 6 dell’ACN per la Pediatria di Libera Scelta 18.03.2026, nonché all’art. 19, comma 9 dell’ACN per la Specialistica Ambulatoriale Interna 05.02.2026, i medici che vorranno presentare istanza motivata di riesame della loro posizione in graduatoria avranno a disposizione 15 giorni. Pertanto, la scadenza per la presentazione di tali istanze è fissata nel 14 ottobre p.v.

Allarme medici, nel mondo 1 su 4 vicino alla pensione

(da fimmgnotizie.org)   Da qui a 10 anni 1 medico su 4 nel mondo potrebbe andare in pensione, contribuendo a una carenza di operatori sanitari che già nel 2030 sarà di circa 11,1 milioni di unità. È l'allarme lanciato da un rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Nell'ultimo ventennio il numero di professionisti della salute è salito del 52% su scala globale, passando da 44,8 per 10 mila abitanti nel 2006 a 67,9 nel 2025. Al momento si contano più di 70 milioni di operatori sanitari, in particolare 14,8 milioni di medici e  32,7 milioni di infermieri. Il miglioramento, precisa l'Oms, maschera però profonde disuguaglianze tra le diverse aree del Pianeta. Nella regione europea dell'Oms, per esempio, la densità di medici è 13 volte superiore rispetto alla regione africana; quella di infermieri e ostetriche è invece 6 volte più alta.  "Nonostante i miglioramenti persistono carenze gravi e disomogenee di operatori sanitari e socio-sanitari e la densità del personale sanitario rimane fortemente correlata al reddito nazionale", ha spiegato in una nota Khassoum Diallo, a capo dell'unità per le politiche e i dati sulla forza lavoro sanitaria dell'Oms. Il trend positivo registrato negli ultimi anni, inoltre, rischia di non durare nel tempo e la mancanza di personale sanitario potrebbe tornare ad acuirsi a causa dell'aumento dell'aspettativa di vita della popolazione mondiale, che aumenterà il bisogno di assistenza sanitaria, e dell'invecchiamento degli stessi sanitari. Quest'ultimo fenomeno è particolarmente marcato per i medici. Quasi 1 dottore su 4 ha più di 55 anni e andrà in pensione nel prossimo decennio. Nei paesi ad alto reddito, la quota aumenta a quasi 1 su 3. "L'invecchiamento è la crisi nascosta della forza lavoro sanitaria e richiede un'attenzione urgente", ha aggiunto Diallo, che invita a investire subito nella forza lavoro. Tra i paesi ad alto reddito che soffrono una situazione di particolare vulnerabilità per l'alta età media dei professionisti, l'Italia si piazza ai primissimi posti. Secondo l'ultima rilevazione Ocse, il 44% dei medici italiani ha più di 55 anni; quote più alte si registrano soltanto in Bulgaria, Lettonia ed Estonia. Nel nostro Paese si registra inoltre il record di medici con più di 65 anni: nel nel 2023 hanno superato il 20%.

FondoSanità diventa FondoPro e si apre a tutti i professionisti

(da enpam.it)     Dal 1° ottobre FondoSanità cambia nome e diventa FondoPro, Fondo pensione complementare a capitalizzazione per i Professionisti. Non sarà soltanto un cambio di denominazione, logo e immagine, ma l’avvio di una nuova fase per una realtà che amplia il proprio perimetro di riferimento, aprendo l’adesione a tutti i professionisti e non più soltanto a quelli dell’area medico-sanitaria.  La trasformazione punta così ad allargare sensibilmente la platea dei potenziali aderenti e, di conseguenza, a rafforzare ulteriormente un Fondo che ha già costruito nel tempo risultati molto soddisfacenti. L’ingresso di nuovi professionisti potrà quindi sostenere la crescita dimensionale del Fondo, consolidandone il ruolo nella previdenza complementare dedicata al mondo delle libere professioni. Il passaggio a FondoPro rappresenta un’evoluzione nel segno della continuità. Per gli attuali iscritti non cambieranno la posizione previdenziale, la sede del Fondo né l’Iban utilizzato per i versamenti. Dal 1° ottobre cambieranno invece il nome, il logo, i colori, il sito internet (www.fondopro.it) e i canali social.  “Il Fondo ha sempre creduto nell’importanza di una previdenza complementare capace di affiancare quella obbligatoria e, proprio per questo, nella necessità di renderla accessibile a una platea sempre più ampia di professionisti – sottolinea Stefano Mirenghi, presidente di FondoSanità e ora di FondoPro – . L’apertura a tutte le libere professioni è una scelta coerente con la nostra missione e con l’obiettivo di far crescere il numero degli aderenti. Siamo orgogliosi di questo nuovo passaggio, che rappresenta un’evoluzione naturale della nostra storia. Guardiamo al futuro con l’ambizione di costruire un Fondo sempre più ampio, inclusivo e vicino alle esigenze dei professionisti”. Il nuovo nome sintetizza dunque l’ambizione di una realtà che vuole superare i confini originari per rivolgersi all’intero universo delle professioni. Una crescita della comunità degli aderenti che, oltre ad ampliare l’accesso alla previdenza complementare, potrà contribuire a rafforzare ulteriormente la dimensione e la solidità del Fondo.

Chi tira i fili? Da burattino a essere umano: uso ragionato dell’IA in sanità

«Chi tira i fili?» nasce dall’idea di creare un workshop utilizzando una fiaba come chiave per comprendere l’intelligenza artificiale in medicina.  L’edizione 2026 sceglie Le avventure di Pinocchio: la storia di una trasformazione, dal burattino mosso dai fili al bambino vero. È l’immagine perfetta del nostro rapporto con l’IA — possiamo lasciarci muovere come marionette, oppure imparare a tenerne i fili. Come Pinocchio, non diventiamo «più umani» grazie a un upgrade improvviso, ma lungo un percorso fatto di studio, errori e cura: è il percorso, non il risultato, il vero fine. Da qui il principio guida del corso: l’IA deve amplificare l’intelligenza del medico, non sostituirla. Non vogliamo «medici di legno». La giornata si alterna tra i temi più caldi dell’IA in sanità e momenti più pratici per imparare a usare — con metodo e spirito critico — le principali piattaforme di IA generativa, oltre a un panorama delle applicazioni cliniche per specialità. I temi affrontati spazieranno dai fondamenti dell’IA generativa al suo sviluppo ed utilizzo etica passando per i bias algoritmici ma anche cognitivi dell’essere umano come dipendenza e deskilling. Continua

Sette bambini obesi su dieci rischiano di restarlo da adulti: l’allarme degli esperti

(da DottNet)  L'idea che un bambino con obesità possa "allungarsi" crescendo e lasciarsi alle spalle i chili in eccesso è ancora molto diffusa. Ma la realtà raccontata dagli esperti è molto diversa. Nella maggior parte dei casi l’obesità non scompare con il passare degli anni e può trasformarsi in una condizione che accompagna la persona per tutta la vita, aumentando il rischio di sviluppare malattie croniche già in giovane età. Il monito arriva dall’Istituto superiore di sanità (Iss), che insieme all'Associazione medici endocrinologi (Ame Ets) ha dedicato un convegno al tema dell'obesità infantile e delle sue conseguenze a lungo termine. Il problema I numeri spiegano bene la portata del fenomeno. Secondo gli studi citati dagli specialisti, circa il 55% dei bambini con obesità continua a esserlo durante l'adolescenza e oltre il 70% degli adolescenti con obesità mantiene la stessa condizione anche da adulto. «Diversi studi hanno evidenziato che circa il 55% dei bambini obesi rimane obeso durante l'adolescenza e che oltre il 70% degli adolescenti con obesità continua a esserlo in età adulta», afferma Rocco Bellantone, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità. Gli esperti definiscono questo fenomeno tracking dell'obesità: una sorta di traccia che tende a mantenersi nel tempo, rendendo sempre più difficile invertire la rotta se non si interviene precocemente. I rischi per la salute L’obesità infantile non è soltanto una questione estetica. Restare esposti per anni a un eccesso di tessuto adiposo può infatti favorire l'insorgenza di numerose patologie. Tra le conseguenze più rilevanti figurano il diabete di tipo 2, le malattie cardiovascolari, alcune forme di tumore e diversi disturbi psicologici. Un carico di problemi che può accumularsi progressivamente già dai primi anni di vita. «L'esposizione prolungata all'eccesso di tessuto adiposo determina un accumulo progressivo di danni metabolici e vascolari», spiega Marco Silano dell'Istituto superiore di sanità. Secondo gli esperti, questo processo può favorire la comparsa precoce di ipertensione, alterazioni dei grassi nel sangue e aterosclerosi, aumentando il rischio di eventi cardiovascolari nel corso della vita. L'adolescenza, momento chiave Aspettare che il problema si risolva da solo non è la strategia giusta, avvertono gli specialisti. Proprio l'adolescenza rappresenta infatti una fase decisiva in cui è possibile modificare il decorso della malattia. «L'obesità non va considerata una fase transitoria, dalla quale si possa semplicemente attendere di uscire con la crescita – sottolinea Roberto Vettor, endocrinologo dell'Irccs Istituto Clinico Humanitas Research Hospital di Rozzano – L'adolescenza rappresenta una finestra decisiva: intervenire precocemente modifica la traiettoria della malattia prima che questa si consolidi nell'età adulta». Per questo, aggiunge l'esperto, è necessario garantire un percorso di cura continuo, capace di accompagnare il paziente nelle diverse fasi della vita e non limitato ai soli interventi effettuati durante l'infanzia. In Italia quasi un bambino su cinque è in sovrappeso Nel nostro Paese il fenomeno continua a interessare una quota importante della popolazione più giovane. Tra i bambini di 8-9 anni, il 19% è in sovrappeso, il 10% vive con obesità e un ulteriore 2,6% presenta una forma grave della malattia. Le differenze territoriali restano marcate: le regioni meridionali e i contesti socioeconomici più fragili mostrano livelli più elevati di eccesso ponderale, confermando il ruolo che ambiente, reddito e opportunità educative possono avere sulla salute. Una nuova linea guida per i casi più difficili Per affrontare il problema, il Sistema nazionale linee guida dell'Iss ha pubblicato a luglio 2026 una nuova raccomandazione dedicata alla terapia del sovrappeso e dell'obesità resistenti al trattamento comportamentale negli adolescenti tra i 12 e i 18 anni. L'obiettivo è offrire ai professionisti strumenti aggiornati per gestire i casi in cui modificare alimentazione e stile di vita non basta. Un passo che riflette un cambiamento culturale importante: l'obesità non è una semplice mancanza di volontà, ma una malattia cronica che richiede diagnosi, cure e continuità assistenziale. Intervenire presto significa aumentare le possibilità di cambiare il futuro di un ragazzo, evitando che un problema nato nell'infanzia si trasformi in un peso per tutta la vita.

24 settembre 2026. DI CORSA VERSO LA VITA I 5 PASSI PER TORNARE ALLA VITA. Il libro dedicato al progetto delle Pink Ambassador di Fondazione Umberto Veronesi

? Giovedì 24 settembre, ore 18.00 ? Biblioteca Malatestiana di Cesena – Aula Magna Un incontro per portare la testimonianza concreta di come ricerca, prevenzione e attività fisica possano tradursi in percorsi di forza, consapevolezza e rinascita.   Interverranno: Federica Alberti, Direttrice Wellness Foundation Monica Ramaioli, Direttore Generale di Fondazione Umberto Veronesi ETS Elena Dogliotti, Biologa Nutrizionista e Supervisore Scientifico per Fondazione Umberto Veronesi ETS Giulia Cirelli, Pink Ambassador di Fondazione Umberto Veronesi Modera Federica Mosconi, giornalista televisiva e conduttrice presso Teleromagna   L’appuntamento fa parte della Wellness Week ed è promosso da Fondazione Umberto Veronesi ETS in collaborazione con la Wellness Foundation. Quando finiscono le terapie oncologiche inizia una fase nuova, tanto desiderata quanto complessa. Alla voglia di tornare alla vita si affianca spesso la paura che la malattia possa tornare. È a questo momento cruciale che è dedicato “Di corsa verso il futuro”, il libro di Fondazione Umberto Veronesi ETS, che racconta il progetto nazionale delle Pink Ambassador. Il volume è pensato per sostenere le donne nel percorso di recupero fisico ed emotivo dopo il cancro, incoraggiandole ad affrontare quel “dopo” con maggiore consapevolezza e fiducia. Un percorso che unisce scienza e umanità, rigore medico e vissuti personali.   Vi aspettiamo giovedì 24 settembre, alle ore 18.00, presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena. Accoglienza ospiti a partire dalle ore 17.45. Nel corso dell’evento saranno effettuate riprese fotografiche e audio-video. Accedendo all’area dell’evento, si intende acquisito il consenso al trattamento delle immagini e dei dati personali effettuato attraverso tali modalità. Sarà possibile recedere dal consenso in qualsiasi momento, rivolgendosi agli organizzatori. Wellness Foundation Team

Nell’era dell’IA la decisione clinica resta responsabilità del medico

(da M.D.Digital)   La trasformazione digitale della sanità impone di ripensare anche i confini dell'atto medico. È da questa premessa che nasce il lavoro dell'Omceo Roma, che ha presentato a Roma il volume "Etica e atto medico. Riflessioni e proposte", curato da Francesca Gambetti, e il Documento programmatico elaborato dalla Commissione interna "Etica e atto medico". Due strumenti che affrontano l'evoluzione della professione alla luce dell'intelligenza artificiale, della telemedicina, dei social media e della crescente complessità organizzativa dei sistemi sanitari. Al centro della proposta c'è una distinzione ritenuta fondamentale: quella tra prestazione sanitaria e deliberazione clinica. Procedure e attività assistenziali possono essere svolte nell'ambito di un'équipe multiprofessionale e, nei casi previsti, condivise o delegate. Diverso è il giudizio clinico, che comprende l'interpretazione delle evidenze scientifiche, la valutazione della situazione individuale, i valori del paziente e le responsabilità che ne derivano. Secondo l'Omceo Roma, questa dimensione decisionale rimane una prerogativa autonoma e non delegabile del medico. Una posizione che assume particolare rilievo con la diffusione dell'intelligenza artificiale nei processi diagnostici, decisionali e organizzativi: gli algoritmi possono offrire informazioni e supportare il professionista, ma non sostituire il processo attraverso il quale il medico assume una decisione clinica e ne risponde. La relazione di cura oltre la tecnologia Il volume "Etica e atto medico. Riflessioni e proposte", con la presentazione del presidente dell'Omceo Roma Antonio Magi, affronta il tema attraverso contributi di clinici, filosofi, giuristi ed esperti di organizzazione sanitaria. L'obiettivo è confrontarsi con una medicina nella quale il medico non è più il detentore esclusivo del sapere, ma opera all'interno di sistemi multiprofessionali e tecnologicamente avanzati.  È proprio in questo scenario che viene posto il tema della relazione di cura. Algoritmi, protocolli e linee guida possono contribuire a rendere più appropriati e sicuri i percorsi assistenziali, ma il rischio, secondo gli autori, è quello di ridurre la cura a una successione di procedure standardizzate. La tecnologia diventa quindi uno strumento da governare, mantenendo centrale l'ascolto e la valutazione della persona. La riflessione riguarda anche i nuovi luoghi nei quali si esercita la medicina. All'ambulatorio, all'ospedale e al domicilio si sono aggiunti gli spazi virtuali e digitali della telemedicina e della comunicazione sui social media. Cambiano gli strumenti e i contesti della relazione con il paziente, ma non viene meno la responsabilità del medico nella decisione clinica. Tre dimensioni dell'atto medico Il Documento programmatico della Commissione "Etica e atto medico" individua tre dimensioni dell'agire professionale.    - La prima è la deliberazione clinica, intesa come processo intellettuale e responsabile che orienta diagnosi, prescrizione e scelte terapeutiche, comprese quelle relative al fine vita.  - La seconda è la prestazione sanitaria, cioè l'insieme degli atti clinici, chirurgici e diagnostici attraverso i quali viene concretamente realizzato l'intervento assistenziale. In questo ambito viene richiamata anche la centralità del consenso informato, considerato parte integrante dell'atto medico.   - La terza comprende ricerca, formazione e organizzazione, considerate componenti della professione necessarie a garantire qualità delle cure e sostenibilità del sistema sanitario. La proposta dell'Omceo Roma non viene presentata come una definizione definitiva, ma come una base di discussione per una professione destinata a confrontarsi con un'evoluzione tecnologica sempre più rapida. Il punto fermo indicato dal documento è però chiaro: l'innovazione può modificare strumenti e modalità dell'assistenza, ma non dovrebbe trasferire a sistemi automatizzati la responsabilità della decisione clinica.  Per la Medicina generale, dove strumenti digitali, telemedicina e sistemi di supporto alle decisioni sono destinati ad avere un peso crescente, la distinzione assume una particolare rilevanza: la tecnologia può affiancare il medico, ma la valutazione complessiva del paziente e la responsabilità della scelta terapeutica restano affidate al professionista.

SURVEY RELAZIONE ONSEPS 2026

La legge 14 agosto 2020, n. 113, ha previsto l’istituzione presso il Ministero della Salute, dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie (ONSEPS), con il compito, tra l’altro, di acquisire dati relativi all’entità del fenomeno della violenza nei confronti dei professionisti sanitari, tra cui medici e odontoiatri, frequentemente vittime di aggressioni da parte dei cittadini. Nell’ambito della collaborazione con gli Ordini professionali e al fine di acquisire i dati necessari alla predisposizione della Relazione 2026, l’ONSEPS ha predisposto un apposito questionario che ciascun Ordine territoriale dovrà somministrare ai propri iscritti dal 1° al 31 ottobre 2026. SURVEY RELAZIONE ONSEPS 2026

Concorso per l’ammissione al corso di formazione specifica in medicina generale 2026/2029. Svolgimento della prova di esame

La prova d’esame del concorso per l’ammissione al corso triennale di formazione specifica in medicina generale 2026/2029 indetto con Delibera di Giunta regionale n. 763 del 18/05/2026, pubblicata sul Bollettino Telematico della Regione Emilia-Romagna, parte terza, n. 130 del 27/05/2026, si svolgerà mercoledì 21 ottobre 2026. Per l’Emilia-Romagna la sede della prova concorsuale è: UNIPOL ARENA Via Gino Cervi n. 2, Casalecchio di Reno (BO). I candidati sono convocati alle ore 08:15 e dovranno essere muniti di documento di riconoscimento in corso di validità. Si invita a consultare il portale regionale https://salute.regione.emilia-romagna.it/ssr/carrierae-formazione/medicina-convenzionata/corso per essere aggiornati su ogni eventuale, ulteriore e futura informazione relativamente al concorso precisando che avrà valore di notifica per tutti gli ammessi al concorso.

Farmaci personalizzati in farmacia, cambia la gestione delle terapie

(da DottNet)   Non è ancora il "farmacista prescrittore". Ma è un altro passo verso una farmacia che non si limita più a dispensare medicinali e servizi, entrando direttamente nella gestione della terapia del paziente. Le nuove linee nazionali del ministero della Salute regolano il servizio di accesso personalizzato ai farmaci, consentendo alle farmacie di sconfezionare i medicinali e predisporre confezioni con le singole dosi organizzate secondo lo schema terapeutico del paziente.  Il cosiddetto deblistering è soprattutto uno strumento per favorire l'aderenza terapeutica dei pazienti cronici e fragili. Ma il decreto firmato dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato attribuisce al servizio una dimensione più ampia. Le linee lo collocano esplicitamente nella "presa in carico territoriale" e nel rapporto diretto tra farmacista, medico prescrittore e paziente.  È un ulteriore tassello di una trasformazione della farmacia che negli ultimi anni ha progressivamente esteso le proprie attività oltre la dispensazione del farmaco. Una trasformazione che proprio in questi giorni viene rilanciata dal confronto sul "farmacista clinico", figura chiamata a collaborare con il medico nella gestione di alcuni percorsi terapeutici. Il farmacista entra nella gestione della terapia Il nuovo servizio può essere attivato su richiesta del paziente. Il farmacista prepara confezionamenti personalizzati utilizzando medicinali già dispensati dalla stessa farmacia, organizzandoli secondo posologia, modalità e tempi di somministrazione stabiliti nello schema terapeutico.  Non si tratta però soltanto di un'operazione materiale. Prima dell'allestimento il farmacista deve acquisire la documentazione del paziente e verificare lo schema terapeutico. Può effettuare una ricognizione dei medicinali per ridurre il rischio di sovrapposizioni o incongruenze e segnalare eventuali criticità al medico prescrittore. Deve inoltre valutare se i medicinali possano essere sconfezionati e riconfezionati in sicurezza sulla base delle caratteristiche del prodotto e delle evidenze scientifiche disponibili.  Le linee attribuiscono al farmacista una responsabilità professionale propria. Il direttore della farmacia risponde dell'organizzazione del servizio, mentre chi esegue materialmente l'allestimento è responsabile della sua corretta realizzazione. La farmacia deve anche informare il medico sulla regolarità dell'assunzione dei farmaci quando necessario e può segnalare la necessità di rinnovare una prescrizione per garantire la continuità della terapia. La prescrizione resta al medico Proprio mentre amplia il ruolo del farmacista, il decreto stabilisce però con chiarezza dove debba fermarsi. Lo schema terapeutico deriva dal piano di cura indicato dal medico e il farmacista è tenuto a rispettare la valutazione clinica sulla quale si fondano prescrizione e posologia. Può chiedere chiarimenti al curante, ma non modificare autonomamente la terapia.  Un confine ribadito nella parte delle linee dedicata ai rapporti con il prescrittore. Il servizio deve rispettare farmaci e posologie prescritti. L'interazione con il medico è prevista in presenza di dubbi sulla terapia, criticità tecniche o necessità di chiarimenti. La distinzione è significativa anche alla luce del dibattito che sta accompagnando l'evoluzione della professione farmaceutica. Nel 2025 l'Officina di Galeno aveva portato nel confronto nazionale il tema del "farmacista prescrittore", una figura già presente, con competenze differenti, in alcuni sistemi sanitari europei. Quest'anno il confronto si è spostato sul "farmacista clinico", inserito in équipe multidisciplinari e maggiormente coinvolto nei percorsi assistenziali.   Il decreto sul deblistering non introduce né l'una né l'altra figura. Mostra però concretamente la direzione del cambiamento. Al farmacista vengono affidate attività che richiedono conoscenza dell'intera terapia, valutazione della sua corretta traduzione nel confezionamento, controllo di possibili incongruenze e comunicazione con il medico. Una farmacia sempre più dentro la presa in carico Le nuove regole stabiliscono anche condizioni piuttosto rigorose. Ogni confezionamento deve essere tracciabile fino al singolo farmaco, al lotto e alla scadenza. Le operazioni devono essere documentate e controllate. Il farmacista deve valutarne la fattibilità e alcuni medicinali sono esclusi dal riconfezionamento, tra cui gli antineoplastici quando non possono essere mantenuti nel confezionamento primario.  Il servizio avrà inoltre una componente regionale. Le linee ministeriali costituiscono lo standard minimo nazionale, mentre saranno gli accordi integrativi regionali a definirne gli aspetti organizzativi, operativi ed economici.  Per il medico, dunque, non cambia la titolarità della prescrizione e della decisione clinica. Cambia però ciò che accade intorno a quella decisione. Una parte crescente della gestione successiva della terapia entra nella farmacia, che acquisisce responsabilità proprie nella presa in carico e nell'aderenza del paziente.  È una distinzione destinata a diventare sempre più importante. Perché mentre il dibattito continua a interrogarsi sul farmacista clinico e persino sul farmacista prescrittore, il trasferimento di nuove funzioni alla farmacia sta già avvenendo attraverso atti molto più concreti. Il decreto sul confezionamento personalizzato dei farmaci è uno di questi.

In arrivo l’aumento sulle pensioni e dieci mesi di arretrati. Adeguata la inabilità temporanea.

(da enpam.it)    Con l’assegno di novembre, i pensionati Enpam riceveranno una pensione di importo più alto, parametrato all’indice dell’inflazione, insieme agli arretrati dei primi dieci mesi del 2026.  L’adeguamento riguarda le pensioni del Fondo di previdenza generale e del Fondo della medicina convenzionata e accreditata ed è quello previsto dalle decisioni che il Consiglio di amministrazione dell’Enpam aveva deliberato sin dal 29 gennaio 2026, ma che i ministeri vigilanti hanno approvato solo il 17 settembre.  Le deliberazioni fissano per il 2026 gli incrementi e gli importi collegati alla variazione dell’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, che per il 2025 è risultata pari all’1,4 per cento. COME FUNZIONA L’ADEGUAMENTO L’adeguamento all’inflazione delle pensioni Enpam avviene ogni anno sulla base di una formula prevista dai regolamenti dei Fondi.  Per il 2026, a fronte di un’inflazione dell’1,4 per cento, la rivalutazione viene applicata nella misura del 75 per cento dell’indice fino al limite di quattro volte il trattamento minimo a carico del Fondo pensioni per i lavoratori dipendenti (31.816,20 euro per il 2026) e del 50 per cento oltre tale limite.  In concreto, quindi, l’incremento delle pensioni per il 2026 è pari all’1,05 per cento sulla quota entro il limite previsto e allo 0,70 per cento sulla parte eccedente.  Poiché l’aumento decorre dal 1° gennaio 2026, con l’assegno di novembre saranno riconosciuti anche gli arretrati relativi ai dieci mesi precedenti, da gennaio a ottobre.  L’importo degli arretrati dipenderà naturalmente dall’ammontare della pensione individuale e dall’eventuale applicazione delle due diverse aliquote di rivalutazione. INABILITÀ ASSOLUTA E PERMANENTE L’adeguamento riguarda anche l’importo minimo del trattamento pensionistico per inabilità assoluta e permanente. In questo caso la rivalutazione viene applicata al 100 per cento dell’indice Istat. L’importo minimo, che nel 2025 era pari a 18.149,59 euro annui, passa nel 2026 a 18.403,68 euro annui, dopo l’applicazione dell’incremento dell’1,4 per cento. INABILITÀ TEMPORANEA Via libera anche alla rivalutazione delle prestazioni per inabilità temporanea.  Per gli iscritti alla Quota B del Fondo di previdenza generale, il limite massimo dell’indennità giornaliera viene portato nel 2026 a 199,30 euro, rispetto ai 196,55 euro del 2025.  Per gli iscritti al Fondo della medicina convenzionata e accreditata, invece, l’importo minimo giornaliero dell’indennità per inabilità temporanea e assoluta passa da 33,77 euro nel 2025 a 34,24 euro nel 2026.

Ruolo della vitamina D nella prevenzione del diabete

(da Nutrienti e Supplementi)     Esistono molti studi osservazionali trasversali che hanno esaminato l’associazione tra vitamina D e diabete di tipo 2, la maggior parte dei quali ha riportato correlazione inversa tra concentrazione di 25OHD e malattia. Uno dei più grandi studi di questo tipo è il National health and nutrition examination survey negli Stati Uniti, che ha riportato un’associazione inversa tra la concentrazione di 25OHD e prevalenza di diabete negli individui bianchi non ispanici e messicano-americani, ma non negli afro-americani.  Recentemente sono state riportate due metanalisi di studi osservazionali longitudinali con risultati quasi identici: un rischio inferiore del 38% di sviluppare diabete di tipo 2 nel terzile più alto di 25OHD rispetto a quello più basso. Negli ultimi decenni, studi epidemiologici e funzionali hanno iniziato a rivelare un ruolo chiave della vitamina D nella patogenesi del diabete di tipo 1 e 2. Agendo attraverso il suo recettore, la vitamina D regola la secrezione di insulina nelle isole pancreatiche e la sensibilità all’insulina in più organi metabolici periferici.  Studi in vitro e modelli animali hanno dimostrato che la vitamina D può migliorare l’omeostasi del glucosio favorendo la secrezione di insulina, riducendo l’infiammazione e l’autoimmunità, preservando la massa delle cellule beta e sensibilizzando l’azione dell’insulina. Al contrario, la carenza di vitamina D si è dimostrata rilevante nell’aumento dell’incidenza di patologia. Mentre gli studi clinici che hanno testato l’ipotesi che la vitamina D migliori la glicemia nel diabete di tipo 2 hanno mostrato risultati contrastanti, i sottogruppi e le metanalisi supportano l’idea che l’aumento dei livelli sierici possa ridurre la progressione dal prediabete alla malattia conclamata.  In un’analisi post-hoc di sottogruppi condotta utilizzando i dati di uno studio progettato per le fratture, l’integrazione combinata di vitamina D3 (700 UI/giorno) e carbonato di calcio (500 mg/giorno) ha prevenuto l’aumento della resistenza all’insulina (Homa-Ir) e glicemia a digiuno nelle persone con glicemia a digiuno bassa, ma non negli individui con glicemia a digiuno normale al basale, suggerendo che la vitamina D sia in grado di apportare benefici solo agli individui ad alto rischio di diabete. Tre studi randomizzati che hanno testato dosaggi diversi e frequenze di assunzione differenti, hanno dato risultati coerenti: tra i partecipanti assegnati al gruppo vitamina D che hanno mantenuto un livello sierico medio di almeno 125 nmol/L (≥50 ng/mL) rispetto a 50-74 nmol/L (20-29 ng/mL) durante al follow-up, il colecalciferolo ha ridotto il rischio di diabete del 76%, con una riduzione del rischio assoluto a 3 anni del 18,1%. In un lavoro pubblicato lo scorso anno, un totale di 2.423 partecipanti che soddisfacevano almeno due dei tre criteri glicemici per il prediabete (livello di glucosio plasmatico a digiuno, da 100 a 125 mg per decilitro; livello di glucosio plasmatico 2 ore dopo un carico di glucosio orale di 75 g, da 140 a 199 mg per decilitro; livello di emoglobina glicata, dal 5,7 al 6,4%) sono stati sottoposti a randomizzazione per ricevere 4.000 UI al giorno di vitamina D3 o placebo, indipendentemente dal livello sierico basale di 25-idrossivitamina D. Dopo 24 mesi il livello sierico medio di 25-idrossivitamina D nel gruppo vitamina D era di 54,3 ng/ml, rispetto a 28,8 ng/ml nel gruppo placebo. Dopo un follow-up mediano di 2,5 anni, l'esito primario del diabete si è verificato in 293 partecipanti nel gruppo vitamina D e in 323 nel gruppo placebo, riduzione, comunque, non statisticamente significativa.

Dieci minuti di corsa lenta

(da Internazionale.it)  Per avere effetti positivi, soprattutto sul benessere mentale, lo sport non deve essere necessariamente faticoso. Secondo un nuovo studio condotto in Giappone e riportato dal 'Washington Post', dieci minuti di corsa molto lenta, a un ritmo che supera di poco la velocità di una camminata, possono migliorare quasi immediatamente l'umore e alcune capacità cognitive. Ma anche a un'andatura così blanda è importante correre: per i ricercatori, la biomeccanica di questa attività influenza il corpo e il cervello in modo particolare, forse grazie al movimento verticale ritmico tipico della corsa. (https://www.washingtonpost.com/wellness/2026/08/26/10-minutes-super-slow-running-can-benefit-your-brain-mood/)

Da Dr Google a Dr AI: come cambia il paziente che entra oggi in ambulatorio

(da DottNet)  Per oltre vent'anni il rapporto tra medicina e web è stato caratterizzato da una figura ormai familiare: il paziente che arriva alla visita dopo aver effettuato alcune ricerche online. Un fenomeno che ha accompagnato l'evoluzione di internet e che ha costretto i professionisti sanitari a confrontarsi con cittadini via via sempre più informati, ma non sempre adeguatamente preparati a interpretare le informazioni raccolte.  Oggi, però, l'arrivo dell'intelligenza artificiale generativa sembra destinato a modificare profondamente questo scenario. La differenza non riguarda soltanto la qualità o la quantità delle informazioni disponibili, ma il modo stesso in cui vengono cercate e assimilate. Da motore di ricerca a interlocutore I motori di ricerca tradizionali richiedevano un ruolo attivo da parte dell'utente. Per ottenere una risposta era necessario formulare una domanda, analizzare una serie di risultati, consultare siti diversi e confrontare informazioni provenienti da fonti differenti.  Si trattava, in sostanza, di una versione digitale della ricerca documentale tradizionale. Il cittadino doveva comunque compiere un percorso di selezione e interpretazione dei contenuti.  L'intelligenza artificiale introduce una logica diversa. Non si limita a indicare dove trovare le informazioni, ma costruisce direttamente una risposta. Soprattutto, è in grado di sostenere una conversazione, approfondire dubbi specifici, riformulare concetti complessi e adattare il linguaggio al livello di competenza dell’interlocutore. Il risultato è che l'attività di ricerca tende a diventare meno esplorativa e più dialogica. Più informazioni o più convinzioni? Questo cambiamento produce conseguenze importanti sul piano cognitivo. Quando un paziente consultava più siti web era costretto a confrontarsi con punti di vista differenti, informazioni talvolta discordanti e livelli diversi di autorevolezza delle fonti. Oggi può invece ricevere una risposta sintetica, coerente e apparentemente completa all'interno di una singola conversazione.  La maggiore fluidità dell'interazione può favorire la comprensione di concetti complessi, ma può anche generare una sensazione di padronanza che non sempre corrisponde a una reale comprensione del problema clinico. Il rischio non è tanto l'accesso alle informazioni, quanto la possibile sovrapposizione tra informazione e competenza. La nuova sfida per il medico Nella pratica professionale il cambiamento è sensibile. Sempre più spesso i pazienti arrivano alla visita con ipotesi diagnostiche, richieste di esami specifici o interpretazioni dei sintomi elaborate attraverso strumenti di intelligenza artificiale. Per il medico questo comporta un’evoluzione inevitabile del proprio ruolo. Se in passato la principale asimmetria riguardava l'accesso alle informazioni, oggi la differenza si sposta sempre più sulla capacità di contestualizzarle e di tradurle per l’utenza.  La disponibilità di informazioni sanitarie deve essere governata dalla competenza clinica. Per il medico diventa ancora più importante avere capacità di spiegare ciò che è rilevante da ciò che non lo è, valutare le caratteristiche individuali del paziente e integrare i dati all'interno di un percorso diagnostico e terapeutico coerente. E comprensibile anche per l’utenza. Una relazione destinata a cambiare L'intelligenza artificiale non sembra destinata a sostituire il rapporto tra medico e paziente. Ma sta contribuendo a ridefinirlo. Il paziente del prossimo futuro sarà sempre più informato, autonomo nella ricerca delle informazioni e abituato a interagire con sistemi digitali capaci di fornire spiegazioni immediate. Di conseguenza, il valore aggiunto del professionista sanitario sarà sempre meno legato alla semplice disponibilità delle informazioni ma sempre più alla capacità di attribuire e spiegare il loro significato clinico.  In questo scenario la relazione di cura potrebbe diventare meno centrata sul trasferimento di conoscenze e più orientata alla loro interpretazione personalizzata. Una trasformazione che rappresenta al tempo stesso una sfida e un'opportunità per la medicina contemporanea.
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