Esiste la dipendenza da energy drink? “Possono fare male alla salute”
(da fimmgnotizie.org) Esiste la dipendenza da enery drink? Le bevande energetiche sono tra le più vendute e consumate, nonostante numerose ricerche dimostrino effetti negativi che il loro consumo regolare può causare alla salute. Una conferma, in questo senso, arriva dal dottor Aniello Maiese, medico dell'Università La Sapienza di Roma che, interpellato dal Daily Mail, ha confermato come possano "aumentare la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca e influenzare l'eccitabilità cardiaca".
Oltre a motivi prettamente di salute, le bevande energetiche possono creare una vera e propria dipendenza. Il media inglese riporta l'esperienza di un uomo che, quando arrivano le 16, deve per forza cercare "la prima lattina di energy drink zuccherata e piena di caffeina che trovo". Non tutte le bevande energetiche però, secondo Maiese, sono pericolose in questo senso. Il rischio dipende piuttosto dalla quantità consumata, dalla concentrazione di caffeina e dalla presenza di altri stimolanti.
Molte delle bevande energetiche dichiarano di contenere "caffeina naturale", ma, secondo il dottor Maiese, si tratta di un termine da usare con una certa cautela: "La caffeina di per sé non diventa più sicura solo perché proviene da una fonte naturale", ha affermato, sostenendo che, dal punto di vista farmacologico, la caffeina è la stessa molecola indipendentemente dal fatto che provenga dal caffè o dal tè verde. "Ciò che conta molto di più è la quantità totale di caffeina, gli altri ingredienti presenti e la quantità di prodotto effettivamente consumata", ha spiegato.
Inoltre, la "caffeina naturale" non garantisce necessariamente energia senza il successivo calo della stessa. Sebbene il dottor Maiese affermi che probabilmente non sia molto preciso definire "salutare" qualsiasi bevanda energetica, ammette che alcune possono essere "più o meno favorevoli dal punto di vista nutrizionale e cardiovascolare".
Novità INPS sulla retroattività del certificato medico per visite ambulatoriali
(da Fimmg.org) Con la Circolare INPS n. 92/2026, pubblicata in data 4 settembre 2026, l'Istituto ha introdotto una modifica significativa nella gestione della retroattività dei certificati medici di malattia. Fino ad oggi, la retroattività al giorno precedente la data di rilascio del certificato era riconosciuta solo per le visite domiciliari, a condizione che il medico indicasse esplicitamente nel campo «Dichiara di essere ammalato dal...» la data antecedente. Da ora in poi, questa possibilità è estesa anche alle visite ambulatoriali, grazie a un'interpretazione evolutiva del regolamento del 1963.
Circolare numero 92 del 04-09-2026
Fimmg Roma: Che fine hanno fatto le semplificazioni sanitarie?
(da Fimmg.org) "Presentate a dicembre come una piccola rivoluzione per milioni di cittadini e per i medici di famiglia: certificati di malattia rilasciabili anche a distanza attraverso la televisita e ricette per i farmaci destinati ai pazienti cronici valide fino a dodici mesi sono scomparse nel nulla. La legge sulle semplificazioni è entrata in vigore il 18 dicembre 2025, ma oggi, dopo oltre otto mesi, la domanda è inevitabile: che fine hanno fatto quelle novità? Sul certificato di malattia a distanza, la norma ha previsto la possibilità della tele certificazione, ma ha rimandato a un successivo accordo in Conferenza Stato-Regioni la definizione dei casi e delle modalità operative. Fino a quel momento, dunque, restano in vigore le regole precedenti". È la riflessione che si legge in un editoriale sul sito della Fimmg Roma.
"Non va meglio sul fronte delle ricette per i malati cronici: l'articolo 62 della legge prevede la possibilità di prescrizioni ripetibili fino a un anno, ma l'attuazione è subordinata a un decreto del ministero della Salute, di concerto con quello dell'Economia. Decreto che avrebbe dovuto essere adottato entro 90 giorni dall'entrata in vigore della legge. Il risultato è che una misura nata per ridurre la burocrazia e alleggerire il lavoro degli studi medici rischia di rimanere impantanata proprio nella burocrazia", prosegue Fimmg Roma.
"Per i pazienti cronici significa continuare, almeno per ora, a fare i conti con le consuete procedure per ottenere le prescrizioni; per i medici di famiglia, invece, resta irrisolta una parte di quel carico amministrativo che la nuova legge avrebbe dovuto contribuire a ridurre. Nessuno mette in discussione la necessità di definire regole precise per tutelare pazienti, medici e sistema sanitario. Ma se una legge stabilisce tempi e strumenti per rendere più semplici i servizi, è lecito chiedersi perché, dopo mesi, quelle semplificazioni non siano ancora pienamente operative. La domanda resta sul tavolo: quando potranno finalmente diventare realtà? Perché una semplificazione annunciata non basta. Per essere davvero tale deve arrivare fino al cittadino", conclude l'editoriale.
Diabete nei giovani, il rischio aumenta dopo l’avvio degli antipsicotici
(da Doctor33) L’impiego di farmaci antipsicotici in età pediatrica e adolescenziale è in costante aumento a livello globale, alimentando preoccupazioni riguardo alla comparsa di diabete mellito di tipo 2 (T2D) indotto dal trattamento. Le evidenze disponibili hanno segnalato un incremento del rischio, ma si sono basate prevalentemente su confronti tra individui diversi, esposti a inevitabili fattori confondenti non misurati, e non hanno descritto in modo accurato l’andamento temporale del rischio attorno all’inizio della terapia.
In questo contesto si inserisce uno studio di coorte condotto nei Paesi Bassi, con l’obiettivo di definire la prevalenza annuale di T2D trattato farmacologicamente nei cinque anni precedenti e successivi all’inizio di una terapia antipsicotica in giovani di età compresa tra 0 e 19 anni. L’analisi ha utilizzato registri sanitari nazionali dal 1° gennaio 2006 al 31 dicembre 2022, con elaborazione dei dati avviata nel febbraio 2025. Grazie a un disegno di event study basato su modelli a effetti fissi, lo studio ha controllato tutti i fattori confondenti stabili e specifici della persona, superando i limiti dei tradizionali confronti tra soggetti diversi. L’esposizione considerata era l’inizio della terapia antipsicotica, definito come la prima dispensazione registrata. L’esito primario era la prevalenza annuale di T2D trattato farmacologicamente, identificato tramite almeno una dispensazione di un farmaco ipoglicemizzante non insulinico nell’anno di riferimento. Le differenze di rischio annuali (RD) e le variazioni relative del rischio sono state calcolate utilizzando come riferimento l’anno precedente l’inizio della terapia.
Il campione comprendeva 89.991 giovani che avevano ricevuto almeno una prescrizione antipsicotica nel periodo considerato, con un’età mediana di 13,6 anni (IQR 9,8-16,7) e una prevalenza maschile del 62%. Prima dell’inizio del trattamento, la prevalenza di T2D trattato risultava stabile; dopo l’avvio della terapia, invece, si osservava un incremento significativo e progressivo. La differenza di rischio passava da 2,47 casi per 10.000 utenti (IC 95% 1,09-3,86) nell’anno di inizio a 9,02 per 10.000 (IC 95% 5,99-12,06) al quinto anno.
Il rischio risultava più elevato nelle femmine, che a cinque anni dall’inizio della terapia mostravano un eccesso assoluto di 16,48 casi per 10.000 utenti (IC 95% 8,95-24,00), rispetto ai 5,50 per 10.000 (IC 95% 2,57-8,43) osservati nei maschi. Anche l’età influiva sul rischio: gli adolescenti tra 13 e 19 anni presentavano un incremento più marcato rispetto ai bambini tra 7 e 12 anni (RD a cinque anni 14,09 vs 5,47 per 10.000 utenti). I giovani con uso ricorrente di antipsicotici mostravano un rischio progressivamente crescente (RD 10,17 per 10.000 utenti; IC 95% 6,47-13,87), ma un aumento del rischio persisteva anche tra coloro che avevano assunto antipsicotici solo nell’anno di inizio.
Nel complesso, lo studio evidenzia che l’avvio di una terapia antipsicotica in età evolutiva è associato a un incremento rapido e sostenuto del rischio di T2D trattato farmacologicamente, indipendente da fattori individuali invarianti nel tempo. I risultati suggeriscono che anche un’esposizione breve può determinare una vulnerabilità metabolica persistente, sottolineando l’importanza di un monitoraggio metabolico sistematico e di strategie preventive sin dall’inizio del trattamento antipsicotico.
(JAMA Netw Open. 2026 Jul 1;9(7):e2625377. doi: 10.1001/jamanetworkopen.2026.25377.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42507442/)
CdC, Agenas definisce il lavoro delle équipe
(da M.D.Digital) Le Case della Comunità entrano in una nuova fase. Dopo la realizzazione delle strutture previste dal Pnrr, l'attenzione si sposta sempre più sull'organizzazione dei servizi e sulla capacità di far lavorare insieme i diversi professionisti della sanità territoriale.
A indicare una possibile direzione sono le nuove Linee di indirizzo tecniche "Le équipe multiprofessionali e multidisciplinari nelle Case della Comunità", pubblicate il 28 luglio da Agenas. Il documento traduce in indicazioni operative uno dei requisiti cardine del Dm 77/2022: il lavoro integrato tra professionisti come modalità per garantire una presa in carico più efficace delle persone.
Il presupposto è il cambiamento dei bisogni assistenziali. L'invecchiamento della popolazione, la crescita delle patologie croniche e la maggiore complessità dei percorsi di cura rendono sempre meno efficace un'organizzazione basata su interventi separati. Il cittadino, soprattutto quando è anziano o presenta più patologie, ha bisogno di una rete nella quale le diverse componenti dell'assistenza siano collegate.
È proprio questa frammentazione che le équipe multiprofessionali dovrebbero contribuire a superare. Medici, infermieri, specialisti e professionisti dell'area sociale sono chiamati a condividere informazioni, obiettivi e responsabilità, costruendo percorsi assistenziali maggiormente integrati.
Per la Medicina generale il passaggio è particolarmente rilevante. Il Mmg rappresenta infatti il punto di riferimento del paziente lungo il percorso di cura e conosce la sua storia clinica, familiare e sociale. L'integrazione nelle équipe delle Case della Comunità dovrà quindi valorizzare questa funzione, evitando che la nuova organizzazione produca una sovrapposizione tra servizi territoriali e attività dei medici di famiglia.
Il documento di Agenas insiste sulla necessità di definire ruoli, responsabilità e modalità di collaborazione. L'obiettivo non è semplicemente riunire professionisti nello stesso luogo, ma costruire un modello nel quale competenze diverse concorrano alla presa in carico della persona.
È un passaggio importante perché il rischio, nella fase di attuazione della riforma, è che la Casa della Comunità venga identificata soprattutto con la struttura fisica. Il vero banco di prova sarà invece la capacità di trasformarla in un nodo della rete territoriale, collegato agli studi dei Mmg, all'assistenza domiciliare, alla specialistica e ai servizi sociali.
Le Linee di indirizzo arrivano dopo una consultazione pubblica avviata da Agenas tra aprile e maggio 2026 sul documento dedicato alle équipe multidisciplinari e multiprofessionali. Il percorso ha consentito di raccogliere contributi da professionisti, enti, associazioni e cittadini prima della definizione della versione finale.
Ora la responsabilità passa alle Regioni e alle aziende sanitarie, chiamate a tradurre le indicazioni in modelli organizzativi concreti. Ed è proprio nell'attuazione che emergeranno le differenze tra territori.
Per i Mmg, dunque, la questione non riguarda soltanto la presenza fisica nelle Case della Comunità. Il punto centrale sarà capire come verranno organizzati i rapporti tra i diversi professionisti, quali saranno le responsabilità di ciascuno e come verrà garantita la continuità tra assistenza nello studio, attività nelle strutture territoriali e presa in carico domiciliare.
La riforma dell'assistenza territoriale entra così nella fase più complessa: quella in cui le strutture devono diventare servizi e i servizi devono trasformarsi in una rete. Le Case della Comunità potranno funzionare soltanto se il lavoro multiprofessionale non resterà un principio organizzativo sulla carta, ma diventerà una modalità ordinaria di presa in carico.
Per la Medicina generale sarà una delle partite più importanti dei prossimi mesi.
Mutui e prestito d’onore, domande entro il 10 settembre
(da enpam.it) Finite le ferie estive, scatta l’ultima chiamata per richiedere all’Enpam un mutuo o un prestito d’onore. Le domande vanno fatte entro il 10 settembre direttamente dall’area riservata del sito Enpam.it.
MUTUI PER CASA E STUDIO
I mutui messi a disposizione da Enpam sono destinati all’acquisto della prima casa o dello studio professionale, ma anche a ristrutturazioni, ampliamenti e sostituzioni di mutui già in essere. Per agevolare i giovani professionisti, Enpam include tra i beneficiari anche chi, all’inizio della carriera, fatica a ottenere credito dalle banche: under 40, specializzandi, medici di medicina generale in formazione, titolari di partita Iva forfettaria o con contratti a termine. Il mutuo prevede un tasso fisso per tutta la durata, costruito sul riferimento della Banca centrale europea (attualmente al 2,4 per cento) a cui si aggiunge una maggiorazione dell’1,5 per cento. Possono accedere ai finanziamenti gli iscritti da almeno un anno, in regola con i contributi e senza altri mutui attivi con la Fondazione. Un aspetto rilevante è il riconoscimento dell’anzianità maturata già durante gli studi, che apre la porta anche agli studenti degli ultimi anni di Medicina e Odontoiatria.
Per informazioni operative, documentazione e accesso alla procedura è possibile consultare la pagina dedicata.
PRESTITO D’ONORE
Resta aperto fino al 10 settembre anche il bando per la concessione di prestiti d’onore fino a 120mila euro a interessi zero. Gli studenti iscritti al quinto anno dei corsi di laurea in Medicina e Odontoiatria possono richiedere fino a 10mila euro per completare il percorso universitario, mentre per gli iscritti al sesto anno è previsto un finanziamento fino a 5mila euro. Per i medici e dentisti under 35 sono disponibili invece due ulteriori opportunità: fino a 30mila euro per frequentare un master post-laurea e fino a 120mila euro per sostenere le spese di impianto del primo studio professionale.
Per maggiori informazioni è possibile consultare la pagina dedicata sul sito Enpam.it.
Possibilità di testare gratuitamente il sito web ‘Quidottore’ per i nostri iscritti
brochure (002)
Spett.le Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri
Egregio Presidente,
con la presente desideriamo presentarLe QuiDottore, una nuova piattaforma digitale italiana nata con l'obiettivo di semplificare l'incontro tra medico e paziente, valorizzando il ruolo del professionista sanitario e offrendo strumenti innovativi per la gestione dell'attività medica.
QuiDottore è stata progettata mettendo al centro il medico, con l'intento di fornire un servizio semplice, sicuro e intuitivo, capace di migliorare l'organizzazione degli appuntamenti, la comunicazione con i pazienti e la gestione di numerose attività quotidiane.
La piattaforma consente, tra le principali funzionalità:
- ricerca del medico per specializzazione, località e distanza;
- gestione completa dell'agenda professionale;
- prenotazione online delle visite;
- gestione di più studi medici e sedi operative;
- inserimento delle prestazioni professionali;
- gestione della documentazione clinica;
- pubblicazione di informazioni professionali sempre aggiornate;
- accesso tramite piattaforma web e applicazione mobile.
Mantenere lo stesso medico di famiglia riduce la mortalità dei pazienti
(da Univadis) Il legame, la relazione terapeutica o la reciprocità sono l’essenza di un rapporto medico-paziente stabile. Si tratta di aspetti difficili da misurare, ma importanti, anche se nel settore sanitario viene dato rilievo soprattutto ai risultati misurabili e valutabili. Ed è proprio questo che gli esperti di medicina di famiglia cercano di mettere in evidenza per ricordare l’efficacia del loro lavoro e come si traduca concretamente in risultati significativi. Rosa M.ª Añel Rodríguez, del Gruppo di lavoro sulla sicurezza del paziente della semFYC, spiega per esempio a El Médico Interactivo quanto siano risultati sorprendenti nel 2022 i dati dello studio “Continuity in general practice as predictor of mortality, acute hospitalisation, and use of out-of-hours care: a registry-based observational study in Norway’, pubblicato sul 'British Journal of General Practice', secondo cui mantenere lo stesso medico di famiglia per 15 anni ha comportato una riduzione del 30% nel ricorso ai servizi di pronto soccorso, una diminuzione del 28% dei ricoveri ospedalieri e una riduzione del 25% della mortalità. "L’argomento più convincente dello studio è che esso rileva come il beneficio della continuità sia dose-dipendente. Il rapporto dose-risposta tra la durata del rapporto stabile medico-paziente e gli esiti sanitari è ciò che permette di affermare che l’associazione è causale, non meramente statistica. Non è che i pazienti più sani abbiano medici più stabili; il beneficio cresce con ogni ulteriore intervallo di anni di durata del rapporto, in modo sistematico e per tutte e tre le variabili", riassume l’esperta.
Misurare l'efficienza della longitudinalità
La chiave di questi risultati è proprio il concetto di longitudinalità. L’esperta di semFYC cita infatti un editoriale pubblicato nel 2022 su 'Revista Clinica de Medicina de Familia, in cui sono riportati diversi studi che forniscono dati sui molteplici benefici della longitudinalità. Nell’assistenza primaria, la longitudinalità è un "fattore protettivo per la salute. Ai benefici già menzionati, va aggiunto l’impatto sulla sicurezza clinica, grazie alla prevenzione della sovradiagnosi, della medicalizzazione e degli eventi avversi derivanti dall’eccessiva esposizione a esami e trattamenti non necessari". Tornando allo studio citato, l’esperta di medicina di famiglia sottolinea che lo stesso gruppo norvegese ha pubblicato nel 2024 uno studio complementare sulle interruzioni nella continuità assistenziale e sulla loro associazione con una maggiore mortalità nei pazienti cronici, rafforzando l’idea dal punto di vista negativo: non solo accumulare anni con lo stesso medico offre protezione, ma le interruzioni nella continuità assistenziale sono associate a esiti peggiori. Inoltre, studi recenti condotti su pazienti affetti da ipertensione e diabete evidenziano miglioramenti significativi nel controllo dell'HbA1c e della pressione arteriosa sistolica in presenza di una continuità assistenziale.
Il potere del legame con il paziente
Come osserva Rosa M.ª Añel Rodríguez, la continuità favorisce il legame, quell’unione invisibile che unisce il professionista al paziente, alla famiglia e alla comunità in cui opera, e viceversa. "Il legame non è un elemento emotivo aggiuntivo alla relazione clinica: ne costituisce il fondamento. Senza di esso, molte delle cose che rendono possibile la medicina di famiglia non sarebbero realizzabili: la comunicazione spontanea di informazioni riservate, la tolleranza reciproca nei confronti dell’incertezza, la fiducia che permette di non ricorrere al pronto soccorso per ogni minimo sintomo, ecc.". Per questo motivo sottolinea che "il legame deve essere reciproco: il paziente riconosce il proprio medico di base come fonte principale e abituale di assistenza sanitaria, e il medico si assume la gestione di tutte le esigenze assistenziali dei pazienti del proprio bacino di utenza".
Investire nell'assistenza primaria per ridurre la spesa ospedaliera
Partendo da questo presupposto, gli esperti ribadiscono continuamente che gli investimenti nell’assistenza primaria sono particolarmente convenienti in termini di costi, anche per ridurre le spese relative all’assistenza ospedaliera stessa. L’esperta sottolinea che le prove a sostegno di questa ipotesi sono sempre più numerose. A tal fine, cita diversi studi, tutti in linea con questa tesi. Le analisi basate sui dati di Medicare, pubblicate su 'JAMA Network Open' nel 2023, concludono che recarsi regolarmente dallo stesso medico di base è strettamente correlato a un risparmio nella spesa di Medicare, correlazione che si rafforza con l’aumentare della frequenza delle visite nei pazienti con patologie più complesse. D'altra parte, uno studio condotto in Cina ha stimato che, se si raggiungesse la continuità ottimale, si potrebbero risparmiare tra il 7% e il 27% dei costi ambulatoriali e tra il 55% e il 73% dei costi di degenza. "Esiste un solido corpus di prove che dimostra come un'assistenza primaria solida sia alla base di un sistema sanitario altamente efficiente, associato a una migliore salute della popolazione, a una maggiore equità e a costi complessivi inferiori", sottolinea l'esperta. Infine, osserva che, nonostante si disponga di questi dati, occorre comprendere che non si tratta di spendere di più nell’assistenza primaria per spendere meno in ospedale, come se fosse un’equazione immediata. "L’obiettivo è disporre di un sistema sanitario con un’assistenza primaria solida, continuativa e accessibile, al fine di garantire una migliore salute della popolazione, un minor numero di eventi avversi evitabili e, nel medio e lungo termine, un uso più razionale di tutte le risorse del sistema". Ciononostante, è bene tenere a mente questo dato fondamentale: se avere lo stesso medico di famiglia per più di 15 anni riduce il rischio di mortalità del 25-30% rispetto a chi ha lo stesso medico da meno di un anno, la promozione della stabilità dei medici di famiglia dovrebbe essere una priorità per le autorità sanitarie.
(https://bjgp.org/content/72/715/e84)
(https://revclinmedfam.com/article/longitudinalidad-en-atencion-primaria-un-factor-protector-de-la-salud)
(https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2808555)
Una camminata intensa a settimana può ridurre il grasso addominale quanto tre allenamenti
(da Sanitainformazione.it) Una sola seduta settimanale di camminata a intervalli ad alta intensità potrebbe essere sufficiente per ridurre il grasso corporeo e migliorare la forma cardiorespiratoria negli adulti con obesità addominale. È quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori della Scuola di Sanità Pubblica della Facoltà di Medicina LKS dell’Università di Hong Kong (HKUMed) e pubblicato su 'Nature Communications'. I risultati indicano che concentrare in un’unica sessione i 75 minuti settimanali di allenamento intervallato produce effetti simili a quelli ottenuti distribuendo lo stesso volume di esercizio in tre allenamenti, come raccomandato dalle linee guida tradizionali. Lo studio, randomizzato e controllato, ha coinvolto 315 adulti di età pari o superiore a 18 anni, tutti in sovrappeso e con obesità addominale. I partecipanti sono stati seguiti tra settembre 2021 e settembre 2024 e suddivisi in tre gruppi: allenamento una volta a settimana, allenamento tre volte a settimana oppure sola educazione sanitaria come gruppo di controllo.
Come è stato condotto lo studio e perché è importante
L’obesità rappresenta una delle principali sfide di salute pubblica a livello globale, soprattutto quando il grasso si accumula nella regione addominale. Il grasso viscerale, infatti, è strettamente associato a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, disturbi metabolici e mortalità precoce. L’attività fisica è uno degli strumenti più efficaci per contrastare questa condizione, ma molte persone incontrano difficoltà nel rispettare programmi di allenamento frequenti a causa di impegni lavorativi, familiari o della mancanza di tempo. Da qui l’interesse dei ricercatori per verificare se un approccio “weekend warrior”, già associato in precedenza a benefici per la salute, potesse risultare efficace anche nel caso dell’allenamento intervallato ad alta intensità. Durante lo studio entrambi i gruppi di esercizio hanno svolto complessivamente 75 minuti settimanali di allenamento, differenziandosi esclusivamente nella distribuzione delle sedute. Il gruppo di controllo, invece, ha partecipato ogni due settimane a incontri di educazione sanitaria della durata di due ore e mezza per quattro mesi. Per valutare con precisione i cambiamenti nella composizione corporea, gli studiosi hanno utilizzato l’assorbimetria a raggi X a doppia energia (DXA), effettuando le misurazioni prima dell’intervento, al termine delle 16 settimane di programma e dopo ulteriori quattro mesi di follow-up.
Riduzione del grasso corporeo e migliore capacità cardiorespiratoria
Al termine delle 16 settimane entrambi i gruppi sottoposti ad allenamento hanno ottenuto risultati pressoché sovrapponibili. Sia chi si allenava una sola volta sia chi distribuiva l’attività in tre sedute ha registrato una riduzione della massa grassa totale, della percentuale di grasso corporeo e della circonferenza della vita. Parallelamente è stato osservato un miglioramento della forma cardiorespiratoria rispetto ai partecipanti del gruppo di controllo. Questi dati suggeriscono che, a parità di volume complessivo di esercizio, concentrare l’allenamento in un’unica sessione non compromette l’efficacia del programma nel breve periodo.
Un’alternativa concreta per chi ha poco tempo
Secondo il professor Park Siu Ming-fai, responsabile della Divisione di Chinesiologia della Scuola di Sanità Pubblica di HKUMed e autore senior dello studio, i risultati aprono la strada a un approccio più realistico nella gestione dell’obesità addominale. Sebbene i programmi con tre allenamenti settimanali continuino a rappresentare la strategia più comunemente consigliata, una singola sessione di allenamento intervallato potrebbe costituire un’opzione terapeutica valida per chi fatica a trovare spazio nella propria agenda. Per molti adulti, infatti, gli impegni di lavoro, studio e famiglia rappresentano il principale ostacolo a una pratica costante dell’esercizio fisico. Offrire un programma meno impegnativo dal punto di vista organizzativo potrebbe quindi favorire una maggiore adesione nel lungo periodo, elemento fondamentale per ottenere benefici duraturi. I ricercatori sottolineano comunque che i risultati riguardano adulti con obesità addominale e un preciso protocollo di allenamento, per cui saranno necessari ulteriori studi per verificare se gli stessi effetti possano essere osservati in popolazioni differenti o con programmi di esercizio diversi.
Cure senza evidenze scientifiche, Cassazione: senza informazioni puntuali ai pazienti possono essere truffa
(da DottNet) Proporre a pagamento una cura priva di evidenze scientifiche a pazienti affetti da gravi patologie, rassicurandoli sulla possibilità di guarire o ottenere miglioramenti non dimostrati, può integrare il reato di truffa. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 19597 del 28 maggio 2026, intervenendo su un caso che riguardava un protocollo farmacologico somministrato a persone con sclerosi multipla. La Suprema Corte ha annullato, limitatamente agli effetti civili, la sentenza con cui la Corte d’Appello di Perugia aveva assolto gli imputati, rinviando il caso al giudice civile per una nuova valutazione dei danni. Al centro della decisione c’è un principio di particolare interesse per i professionisti sanitari: la libertà del paziente di scegliere una terapia alternativa non giustifica chi ne promuove l’efficacia attraverso promesse e rassicurazioni prive di fondamento scientifico.
Il caso: un protocollo contro la sclerosi multipla senza validazione scientifica
La vicenda riguarda un protocollo farmacologico proposto a pazienti affetti da sclerosi multipla. Secondo la ricostruzione richiamata dalla Cassazione, il trattamento non era supportato da evidenze scientifiche, non aveva ricevuto l’approvazione dell’Aifa e veniva presentato come capace di determinare la guarigione, la regressione della malattia, l’arresto della sua progressione o comunque miglioramenti significativi e duraturi. La Corte d’Appello aveva assolto gli imputati, sostenendo tra l’altro che i pazienti fossero liberi di interrompere le terapie riconosciute e scegliere trattamenti alternativi più vicini alle proprie aspettative. Una lettura che la Cassazione ha contestato.
La libertà di cura non giustifica le false promesse
Per la Suprema Corte, il problema non è la semplice proposta di una terapia alternativa. Ciò che può assumere rilevanza penale è indurre pazienti in condizioni di particolare fragilità a pagare per un trattamento suscitando speranze di guarigione o miglioramento non sostenute da evidenze scientifiche. La Cassazione richiama così un principio già affermato in precedenti decisioni: la convinzione personale nell’efficacia di una cura non basta a escludere la truffa quando il paziente viene rassicurato sui risultati del trattamento senza disporre di prove scientifiche che li dimostrino. Nel caso esaminato, secondo la Corte, i giudici d’appello non avevano adeguatamente considerato né l’assenza di validazione scientifica del protocollo né le testimonianze dei pazienti sulle promesse ricevute.
Per i medici il confine è nell’informazione data al paziente
La sentenza indica un confine importante anche per la pratica professionale. Non è la terapia non convenzionale in quanto tale a determinare automaticamente una responsabilità penale. A fare la differenza sono le modalità con cui viene proposta al paziente, le informazioni fornite sulla sua efficacia e l’esistenza o meno di evidenze capaci di sostenere le aspettative create. La libertà di scelta terapeutica presuppone infatti un’informazione corretta. Quando un professionista sfrutta la vulnerabilità di una persona malata per prospettare, dietro pagamento, risultati clinici privi di fondamento scientifico, quella condotta può superare il confine della pratica professionale e assumere rilevanza penale.
Un fascio di luce per curare la parodontite
(da Univadis) Un gruppo di ricerca giapponese ha sviluppato una terapia sperimentale in grado di eliminare selettivamente Porphyromonas gingivalis – il batterio considerato il principale responsabile della parodontite – preservando al contempo la flora batterica commensale del cavo orale, un risultato che gli antimicrobici convenzionali non riescono a garantire. I dettagli della ricerca sono descritti in un articolo recentemente pubblicato sul 'Journal of Translational Medicine'. Lo studio, il cui primo autore è Hiroshi Maruyama del Dipartimento di Chirurgia Orale e Maxillo-facciale dell'Ospedale Universitario di Nagoya (Giappone), descrive la tecnica denominata NIR-PAT² (near-infrared photo-antibacterial targeting therapy), basata sull’unione di un anticorpo (IgY, immunoglobulina Y estratta dal tuorlo d'uovo di galline immunizzate contro il batterio) con un fotosensibilizzante (IR700, un colorante silicio-ftalocianina).
Un meccanismo diverso dagli antimicrobici tradizionali
Lo studio, di tipo sperimentale in vitro e in vivo su modello murino, ha confrontato la nuova terapia con la terapia fotodinamica antimicrobica convenzionale (aPDT, antimicrobial photodynamic therapy) e con l'amoxicillina. In vitro, l'anticorpo coniugato (PG-IgY-IR700) si è legato specificamente a P. gingivalis senza interagire con fibroblasti del legamento parodontale umano (HPLF, human periodontal ligament fibroblasts) e il trattamento ha eliminato il batterio riducendo le colonie formate rispetto al controllo con un’efficacia dose-dipendente. A differenza dell'aPDT, che disintegra la parete batterica tramite specie reattive dell'ossigeno, la microscopia elettronica ha mostrato che NIR-PAT² induce perforazioni della membrana mantenendo la forma complessiva del batterio, un meccanismo che gli autori associano a un minor rilascio di lipopolisaccaride, la molecola endotossica responsabile di gran parte dell'infiammazione parodontale (3,82 EU/mL contro 29,64 EU/mL con aPDT).
Nel modello murino di parodontite indotta con legatura in seta e infezione da P. gingivalis, il trattamento con NIR-PAT² ha significativamente contenuto il riassorbimento dell'osso alveolare rispetto al gruppo con parodontite non trattata. L'analisi del microbiota orale mediante sequenziamento del gene 16S rRNA ha inoltre mostrato che il trattamento non si è limitato a disinfettare l'ambiente, ma ha favorito uno spostamento della comunità batterica verso un profilo associato alla salute, con un parziale recupero del genere commensale Streptococcus e soppressione selettiva di Porphyromonas, un risultato non raggiunto né dagli antibiotici né dall'aPDT, che invece hanno impoverito drasticamente la flora commensale. Gli autori segnalano tra i limiti dello studio il campione ridotto per le analisi del microbiota (n=3 per gruppo), la natura polimicrobica della parodontite che potrebbe non essere completamente affrontata colpendo un solo patogeno, l'incertezza sull'efficacia della terapia in aree non direttamente irradiate e la necessità di sviluppare dispositivi luminosi adatti alla profondità delle tasche parodontali. Il periodo di osservazione relativamente breve non ha permesso di valutare gli esiti ossei a lungo termine. Lo studio è stato finanziato da diverse agenzie di ricerca giapponesi (JSPS KAKENHI, Japan Science and Technology Agency, AMED, tra le altre); gli autori dichiarano di non avere conflitti di interesse.
Una prospettiva preclinica interessante
Questi risultati sono al momento circoscritti a un modello murino e non hanno ancora attraversato le fasi di sperimentazione clinica sull'uomo; tuttavia, il tema è di interesse per gli odontoiatri e i parodontologi, considerando che l'antibiotico-resistenza tra i patogeni sottogengivali è un problema riportato anche nella pratica clinica corrente e che le terapie fotodinamiche esistenti non hanno finora dimostrato un successo clinico significativo come terapia adiuvante nella parodontite. Gli autori stessi sottolineano che la tecnologia IgY, essendo economica da produrre su larga scala, potrebbe facilitarne una futura traduzione clinica, ma restano da affrontare questioni logistiche e regolatorie non banali, come la standardizzazione dei protocolli di irradiazione e lo sviluppo di dispositivi luminosi intra-orali dedicati.
(https://link.springer.com/article/10.1186/s12967-026-08336-2)
Obesità infantile: il danno cardiovascolare inizia presto, ma gli strumenti per individuarlo sono ancora sottoutilizzati
(da DottNet) Le malattie cardiovascolari si sviluppano nell'arco di decenni, ma le loro radici affondano spesso nell'infanzia. Una revisione della letteratura pubblicata tra il 2010 e il 2025 mette in luce una lacuna critica nella gestione clinica dell'obesità pediatrica: le attuali linee guida per la stratificazione del rischio cardiovascolare non includono strumenti per identificare l'aterosclerosi nelle sue fasi subcliniche precoci, proprio quando il processo è ancora potenzialmente reversibile.
L'obesità infantile sta raggiungendo proporzioni allarmanti a livello globale, con conseguenze che si estendono ben oltre l'età pediatrica. Il 56% dei bambini con obesità e l'80% di quelli con obesità grave diventano adulti obesi, accumulando nel tempo un carico metabolico e cardiovascolare progressivo. I dati dell'International Childhood Cardiovascular Cohort Consortium, condotto su quasi 39.000 partecipanti con un follow-up di 35 anni, hanno documentato una forte associazione tra fattori di rischio rilevati in età infantile e successivi eventi cardiovascolari maggiori. I bambini nel quartile più alto dell'indice di massa corporea presentano un tasso di mortalità prematura più che doppio rispetto ai coetanei con BMI inferiore.
L'aterosclerosi è una malattia infiammatoria cronica che, nel momento in cui diventa clinicamente manifesta, è già consolidata e non più reversibile. La finestra di intervento più efficace si colloca pertanto nelle fasi subcliniche, identificabili attraverso strumenti non invasivi di valutazione vascolare. Tra questi, lo spessore intima-media carotideo e la velocità dell'onda di polso carotideo-femorale mostrano associazioni documentate con obesità e rischio cardiometabolico in età pediatrica. La velocità dell'onda di polso si distingue come indicatore promettente della disfunzione endoteliale precoce, sebbene la mancanza di consenso sui valori di riferimento in età evolutiva ne limiti ancora l'applicazione clinica sistematica.
Il problema centrale evidenziato dalla revisione è che i criteri classici per avviare lo screening aterosclerotico sono calibrati sulla popolazione adulta e sulla frequenza degli eventi clinici in età avanzata, escludendo di fatto la grande maggioranza dei bambini e dei giovani adulti ad alto rischio. Questo genera una popolazione vulnerabile che sfugge alla sorveglianza clinica proprio nella fase in cui l'intervento sarebbe più efficace.
Le attuali linee guida non tengono conto del carico vascolare cumulativo indotto dall'obesità pediatrica, né prevedono percorsi strutturati per la diagnosi precoce dell'aterosclerosi subclinica. Gli autori della revisione sottolineano la necessità di ricerche mirate all'identificazione di strumenti validati per la popolazione pediatrica, integrabili nei protocolli clinici di routine. In parallelo, viene evidenziato il potenziale dei dispositivi digitali mobili come strumenti di promozione della salute cardiovascolare nei giovani, in grado di sostenere interventi sullo stile di vita su larga scala. Colmare questa lacuna diagnostica richiede un cambiamento di paradigma: riconoscere che la prevenzione cardiovascolare efficace non può attendere l'età adulta, ma deve iniziare lì dove il rischio inizia a prendere forma.
Il Ssn recupera personale: +1,6% nel 2024. Più assunzioni che pensionamenti, ma il personale resta anziano
(da Quotidiano Sanità) Il Rapporto 2024 del Ministero della Salute fotografa un Servizio sanitario nazionale in crescita: aumentano gli organici e le assunzioni superano le cessazioni. Resta però elevata l’età media del personale, mentre prosegue il ricambio generazionale soprattutto tra i medici. Leggi L'articolo completo al LINK
https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/il-ssn-recupera-personale-16-nel-2024-piu-assunzioni-che-pensionamenti-ma-il-personale-resta-anziano/
Adolescenti, limitare i social migliora sonno, concentrazione e benessere
(da Doctor33) Limitare l'uso dei social media negli adolescenti può associarsi a miglioramenti del sonno, della concentrazione e del benessere psicologico. È quanto emerge da uno studio commissionato dal governo britannico e riportato da Reuters, che ha coinvolto 309 famiglie con ragazzi di età compresa tra 13 e 17 anni. I partecipanti sono stati assegnati per un mese a uno di tre diversi interventi: un limite di 15 minuti al giorno per ciascuna applicazione di social media, un coprifuoco digitale con divieto di accesso ai social tra le 21 e le 7 oppure la rimozione completa delle applicazioni dai dispositivi.
Secondo i risultati, tutti e tre gli approcci sono stati associati a miglioramenti riferiti dai partecipanti in termini di qualità del sonno, umore, capacità di concentrazione, tempo dedicato allo studio e interazione con la famiglia. Il divieto totale di utilizzo dei social media ha prodotto i maggiori benefici percepiti sulla capacità di concentrazione, ma è stato anche quello che ha determinato il maggiore impatto sulla vita sociale degli adolescenti. Il coprifuoco notturno è invece risultato la misura più facilmente mantenuta dalle famiglie e quella che ha garantito i benefici più costanti sul sonno.
Lo studio evidenzia anche alcune criticità nell'applicazione delle restrizioni. Molti ragazzi hanno infatti aggirato i limiti utilizzando tablet, computer portatili o vecchi telefoni. Alcuni hanno inoltre osservato che eventuali controlli più estesi potrebbero essere elusi tramite reti virtuali private (VPN) o dichiarazioni non veritiere sull'età. Il limite di 15 minuti per applicazione è stato il modello con la minore aderenza. Molti partecipanti lo hanno definito poco pratico perché interrompeva le conversazioni e rendeva difficile mantenere i contatti con i coetanei, soprattutto attraverso piattaforme come Snapchat, spesso utilizzata come principale strumento di comunicazione.
Gli adolescenti coinvolti hanno inoltre sottolineato che eventuali limitazioni dovrebbero tenere conto dell'età e del livello di maturità, prevedendo una maggiore autonomia per i ragazzi più grandi. Lo studio è stato commissionato dal governo britannico prima dell'annuncio dell'esecutivo guidato da Keir Starmer sull'intenzione di vietare l'accesso ai social media ai minori di 16 anni.
Neonatalità, domande per i sussidi fino a 10 settembre
(da enpam.it) C’è tempo fino al 10 settembre per richiedere i sussidi Enpam a sostegno della neonatalità, per accompagnare medici e odontoiatri nei primi mesi di vita o di ingresso in famiglia di un figlio. Il bando 2026 ha messo a disposizione degli iscritti all’Ente risorse per 13 milioni di euro.
LE PRESTAZIONI PREVISTE - Il bando prevede diverse forme di sostegno. Per gli iscritti alla gestione Quota A è riconosciuto un sussidio una tantum di 2.000 euro per permettere ai neogenitori di coprire i costi di baby-sitting e dei servizi per l’infanzia nei primi dodici mesi di vita del bambino o dall’ingresso del minore in famiglia. Possono accedere al beneficio anche i genitori adottivi o affidatari. È inoltre previsto un ulteriore sostegno economico destinato agli studenti di medicina e di odontoiatria, dal quinto anno di corso fino all’iscrizione all’albo, sotto forma di indennità in caso di maternità, adozione, affidamento o interruzione di gravidanza. Gli iscritti che possiedono anche i requisiti della gestione dei medici e odontoiatri liberi professionisti (Quota B) possono ottenere un sussidio aggiuntivo di 3.000 euro, cumulabile con quello di Quota A. I contributi sono riconosciuti una sola volta per ciascun figlio e possono essere richiesti da entrambi i genitori se entrambi iscritti all’Enpam. Ad esempio, una coppia di iscritti Enpam liberi professionisti può ricevere fino a 10mila euro per bebè.
REQUISITI - Possono partecipare al bando tutti gli iscritti in regola con iscrizione e contribuzione. In fase di domanda verrà richiesto di dichiarare il reddito familiare in ciascuno degli ultimi tre anni e di specificare la composizione del nucleo. Il limite di reddito medio viene calcolato dal sistema partendo da un minimo di 62.753,60 euro per un iscritto single negli anni in cui non era ancora genitore, e prevede aumenti per la presenza di ulteriori componenti del nucleo familiare, con maggiorazioni in presenza di invalidità pari o superiore all’80 per cento. Per il sussidio legato alla Quota B è, inoltre, necessario aver maturato almeno tre anni di contribuzione negli ultimi dieci anni, di cui uno nel triennio 2022-2024. I benefici riguardano nascite, adozioni o ingressi in famiglia avvenuti nel corso del 2025 e fino alla scadenza del bando.
SOSTEGNO AI GIOVANI - “Questa misura conferma il nostro impegno a sostegno della conciliazione vita-lavoro dei medici e degli odontoiatri, compresi i futuri laureati – dice il presidente dell’Enpam Alberto Oliveti –. Vogliamo favorire una genitorialità serena, per fare in modo che madri e padri possano proseguire nel loro percorso professionale con meno problemi possibili. Un obiettivo ancora più importante in quest’epoca in cui la neonatalità è una sfida per l’intera società”.
QUANDO - Le domande potranno essere presentate esclusivamente online, tramite l’area riservata del sito Enpam fino alle ore 12 del 10 settembre 2026. L’esito sarà comunicato via mail entro 60 giorni dalla presentazione della domanda completa. Per maggiori informazioni è possibile consultare la pagina dedicata sul sito Enpam.it
Confini professionali: perché il dibattito è destinato a continuare
(da DottNet) Il confronto sui confini delle professioni sanitarie difficilmente si esaurirà nel breve periodo. L'invecchiamento della popolazione, la crescente prevalenza delle patologie croniche, la riorganizzazione dell'assistenza territoriale e l'evoluzione delle competenze professionali continueranno a porre nuove domande sull'organizzazione dei percorsi di cura. Più che individuare vincitori o vinti, il dibattito non potrà fare altro che riguardare il modo in cui professionisti diversi possano contribuire alla presa in carico del paziente cercando di mantenere chiari ruoli, responsabilità e modalità di collaborazione.
Dalla ridefinizione delle competenze alle nuove esigenze del sistema
Negli ultimi anni il legislatore ha accompagnato un progressivo ampliamento dell'autonomia riconosciuta a diverse professioni sanitarie. Parallelamente, il Servizio sanitario nazionale è chiamato a rispondere a bisogni sempre più complessi, che richiedono un maggiore coinvolgimento del territorio e una gestione multidisciplinare dei pazienti. In questo scenario - su cui grava anche la carenza di medici e di risorse da destinare alla sanità nel suo complesso - il dibattito non riguarda soltanto le attribuzioni delle singole professioni, ma anche la capacità del sistema di costruire percorsi assistenziali nei quali ciascun operatore possa esercitare le proprie competenze in modo coordinato con gli altri professionisti coinvolti.
Le risposte non possono essere uguali per tutti
Le questioni affrontate nel dossier dimostrano come non esista un'unica soluzione applicabile a tutti gli ambiti. Il confronto sul ruolo della farmacia dei servizi presenta caratteristiche diverse rispetto a quello sull'Infermiere di famiglia e di comunità. Analogamente, i rapporti tra medico e fisioterapista, tra medico e biologo nutrizionista o tra ostetrica e ginecologo rispondono a esigenze organizzative e professionali differenti. Pur nelle loro specificità, questi esempi mostrano un elemento comune: ogni evoluzione richiede una definizione chiara delle competenze, dei momenti di collaborazione e delle responsabilità connesse alle decisioni che incidono sul percorso del paziente.
Il confronto riguarda soprattutto l'organizzazione delle cure
Ridurre il dibattito a una redistribuzione di attività tra categorie professionali rischia di semplificare un tema molto più articolato. La crescita dell'autonomia delle professioni sanitarie impone infatti di ripensare anche gli strumenti di comunicazione tra operatori, la condivisione delle informazioni cliniche e le modalità con cui viene garantita la continuità della presa in carico. La qualità dell'assistenza dipende sempre più dalla capacità di integrare competenze diverse all'interno di percorsi organizzativi coerenti, evitando sia sovrapposizioni sia vuoti decisionali.
Un confronto destinato ad accompagnare l'evoluzione del SSN
Il dibattito sui confini professionali è destinato a evolversi insieme al Servizio sanitario nazionale. Le trasformazioni demografiche, epidemiologiche e organizzative renderanno sempre più frequente il coinvolgimento di professionisti diversi nella gestione dello stesso paziente. In questo contesto, il tema centrale non sarà tanto stabilire quali competenze possano essere ampliate, quanto individuare modelli di collaborazione che garantiscano appropriatezza, continuità assistenziale e responsabilità chiaramente definite. È su questo terreno che il confronto tra le professioni sanitarie è destinato a proseguire nei prossimi anni.