Fine vita, 7 italiani su 10 favorevoli all’eutanasia: boom tra i giovani
(da Sanitainformazione.it) Gli italiani sembrano sempre più favorevoli alla possibilità di scegliere sul proprio fine vita. Negli ultimi anni il consenso verso eutanasia, testamento biologico e suicidio assistito è cresciuto in modo significativo, segnando un cambiamento culturale che coinvolge soprattutto le generazioni più giovani. A fotografare questa evoluzione è il Rapporto Italia 2026 di Eurispes, che ha analizzato le opinioni degli italiani sui principali temi etici e bioetici. I dati mostrano che il 70,2% degli italiani si dichiara favorevole all’eutanasia, mentre oltre l’80% approva il testamento biologico. In aumento anche il consenso verso il suicidio assistito, passato dal 39,4% del 2019 al 54,3% del 2026. Le percentuali più alte si registrano tra under 45 e giovani adulti, mentre il sostegno cala nelle fasce più anziane della popolazione.
Eutanasia, il consenso cresce soprattutto tra giovani e adulti
Il tema dell’eutanasia continua a dividere il dibattito pubblico e politico, ma il consenso degli italiani appare ormai consolidato. Secondo i dati raccolti nel rapporto, oltre sette italiani su dieci ritengono giusto consentire l’eutanasia in determinate condizioni cliniche e personali. A sostenere maggiormente questa possibilità sono soprattutto i cittadini tra i 35 e i 44 anni, con percentuali vicine all’80%, seguiti dai 25-34enni e dai più giovani tra 18 e 24 anni. Il consenso diminuisce invece progressivamente tra gli over 64, pur restando maggioritario. Il dato conferma una trasformazione culturale già osservata negli ultimi anni: sempre più persone chiedono il diritto di decidere autonomamente sulle cure e sul fine vita, soprattutto nei casi di sofferenza irreversibile o perdita totale dell’autonomia.
Testamento biologico, oltre l’80% degli italiani è favorevole
Ancora più alto il consenso verso il testamento biologico, cioè la possibilità di lasciare disposizioni anticipate sui trattamenti sanitari da ricevere o rifiutare in futuro. Entrata nell’ordinamento italiano nel 2018, questa pratica appare oggi ampiamente accettata dalla popolazione. Oltre l’80% degli italiani si dichiara favorevole alla possibilità di aderire alle Dat, le disposizioni anticipate di trattamento. Anche in questo caso il sostegno più forte arriva dalle fasce più giovani e istruite della popolazione, mentre il consenso si riduce con l’aumentare dell’età. Per molti cittadini il testamento biologico rappresenta uno strumento di autodeterminazione e tutela della dignità personale nei momenti più delicati della malattia.
Suicidio assistito, consenso in forte crescita dal 2019
Più complesso resta il tema del suicidio assistito, cioè la possibilità di ricevere assistenza medica per porre fine alla propria vita. Nonostante le resistenze ancora presenti nel dibattito pubblico, il consenso è cresciuto in modo netto negli ultimi anni. Nel 2019 meno del 40% degli italiani si dichiarava favorevole. Oggi la quota supera il 54%, segnale di una società che appare sempre più aperta alla discussione sul diritto alla scelta individuale anche nelle fasi terminali della vita. Il sostegno più elevato si registra ancora una volta tra i giovani, dove quasi sette ragazzi su dieci si dichiarano favorevoli, mentre tra gli over 64 prevalgono ancora posizioni più prudenti o contrarie.
Demenza e disposizioni anticipate: italiani favorevoli alla scelta personale
Un altro tema affrontato riguarda la possibilità di ricorrere all’eutanasia nei casi di demenza senile avanzata, quando questa volontà sia stata espressa in precedenza attraverso le disposizioni anticipate. Anche su questo fronte il consenso resta alto e supera il 67%, con percentuali particolarmente elevate tra i più giovani. Il dato evidenzia quanto il principio dell’autodeterminazione sanitaria stia diventando centrale nella percezione degli italiani, soprattutto quando si parla di qualità della vita, perdita di coscienza e malattie neurodegenerative.
Fine vita, un tema sempre più centrale nel dibattito italiano
I numeri mostrano come il fine vita non sia più considerato un tema marginale o esclusivamente etico-religioso, ma una questione sociale, sanitaria e culturale sempre più presente nel dibattito pubblico. L’aumento del consenso verso eutanasia, suicidio assistito e testamento biologico riflette una maggiore attenzione verso il diritto alla scelta individuale, la dignità del paziente e il controllo sulle decisioni sanitarie nelle fasi più delicate dell’esistenza. Allo stesso tempo, il tema continua a sollevare interrogativi giuridici, politici e morali che restano al centro del confronto in Italia e in molti altri Paesi europei.
AI in medicina, il 61% di specialisti e Mmg la usa già. Ma pochi sanno riconoscere gli errori
(da Doctor33) L’intelligenza artificiale generativa è già entrata nella pratica quotidiana di medici e pazienti. Secondo l’ultima ricerca dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, presentata al Festival dell’Economia di Trento, il 61% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale dichiara di avere già utilizzato strumenti di AI generativa. Tra gli infermieri la quota è del 37%. L’utilizzo avviene prevalentemente attraverso piattaforme generaliste non progettate specificamente per l’ambito sanitario. Parallelamente, il 36% dei cittadini riferisce di utilizzare chatbot basati su AI per cercare informazioni su salute, farmaci e terapie. Secondo Chiara Sgarbossa, direttrice dell’Osservatorio, questi strumenti stanno entrando “rapidamente nella quotidianità di professionisti e cittadini” e richiedono “un approccio guidato da responsabilità e da un giusto senso di urgenza”. L’indagine evidenzia però anche un problema di competenze. Un terzo dei medici specialisti dichiara di conoscere il rischio di “allucinazioni” dell’AI generativa, ma solo il 17% afferma di saperle riconoscere.
Nel report vengono indicati diversi possibili ambiti applicativi dell’intelligenza artificiale in sanità:
- supporto alla pre-interpretazione degli esami diagnostici;
- gestione delle liste d’attesa;
- telemedicina;
- presa in carico dei pazienti cronici;
- supporto alla relazione medico-paziente tramite strumenti conversazionali.
Andrea Laghi, direttore del Dipartimento di Diagnostica per Immagini dell’Irccs Istituto Clinico Humanitas, ha sottolineato che “il valore di un algoritmo di intelligenza artificiale non è nel vedere o meno una frattura ma, ad esempio, nel migliorare il percorso del paziente da quando arriva in Pronto soccorso a quando ne esce”. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio:
- il 69% dei medici specialisti utilizza la Cartella clinica elettronica;
- il 48% degli specialisti e il 30% degli infermieri accede al Fascicolo sanitario elettronico;
- il 29% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale ha effettuato televisite;
- due cittadini su tre hanno utilizzato il Fascicolo sanitario elettronico nell’ultimo anno.
L’Osservatorio segnala inoltre che un terzo delle strutture pubbliche teme un ridimensionamento dei progetti digitali nella fase successiva al PNRR. Tra le priorità strategiche per il 2026 vengono indicate:
- cybersecurity;
- servizi digitali al cittadino;
- Cartella clinica elettronica;
- telemedicina;
- intelligenza artificiale.
Nel corso dell’incontro è stato inoltre ricordato che Agenas sta sviluppando la piattaforma nazionale “Mia”, basata sull’intelligenza artificiale, per supportare i medici di medicina generale nella presa in carico dei pazienti cronici.
Inquinamento, effetti su polmoni e cervello già dopo poche ore
(da Sanitainformazione.it) Una nuova ricerca britannica indica che anche una breve esposizione ai comuni inquinanti atmosferici può modificare, in modo distinto, la funzione polmonare e l’attività cerebrale. Lo studio, pubblicato su ‘npj Clean Air’ e condotto da un gruppo di scienziati britannici, mostra che sostanze presenti nell’aria interna ed esterna possono produrre effetti misurabili entro appena quattro ore dall’esposizione. Il lavoro offre nuovi elementi per comprendere il rapporto tra inquinamento atmosferico, salute del cervello e possibile rischio di demenza. L’inquinamento può infatti agire direttamente, quando particelle nocive penetrano nel cervello, oppure indirettamente, attraverso l’infiammazione polmonare che influenza a sua volta l’attività cerebrale. Finora la qualità dell’aria è stata spesso valutata soprattutto in base alla quantità totale di particolato. Questo studio suggerisce invece che la fonte dell’inquinamento conta quanto la concentrazione.
Con l’aumento delle malattie neurologiche, l’invecchiamento della popolazione e l’urbanizzazione crescente, capire queste differenze diventa un tema urgente di salute pubblica. I risultati indicano inoltre che esposizioni brevi, considerate spesso trascurabili, possono lasciare tracce biologiche rapide e differenziate negli stessi individui osservati, aprendo nuove domande cliniche e regolatorie molto importanti per la prevenzione.
Dentro lo studio clinico sull’esposizione
I partecipanti allo studio sono stati esposti, in condizioni controllate, ad aria pulita, aerosol organico secondario di limonene, gas di scarico diesel, fumo di legna ed emissioni di cottura. Il limonene è una fragranza agrumata comunemente usata nei prodotti per la pulizia e rappresenta quindi una fonte di inquinamento domestico tutt’altro che rara. Dopo 60 minuti di esposizione e una pausa di quattro ore, i ricercatori hanno valutato la funzione respiratoria e diverse prestazioni cognitive, tra cui memoria di lavoro, attenzione selettiva, elaborazione socio-emotiva, velocità psicomotoria e controllo motorio. Le risposte respiratorie hanno mostrato che il limonene ha avuto l’impatto maggiore sulla funzione polmonare, seguito dal fumo di legna, dai gas di scarico diesel e infine dalle emissioni di cottura. Il dato è rilevante perché le miscele erano state regolate per contenere livelli simili di particolato, secondo il criterio oggi più usato per misurare l’inquinamento atmosferico nei controlli.
L’autore principale, Thomas Faherty dell’Università di Birmingham, ha affermato: “Questo studio clinico unico ha evidenziato l’importanza dell’asse polmone-cervello nelle risposte cerebrali all’inquinamento atmosferico. Esporre in sicurezza gli stessi individui a diverse miscele di inquinanti reali ci ha permesso di rilevare differenze tra gli inquinanti, dimostrando il valore di questo approccio per ulteriori ricerche sul legame tra inquinamento e demenza”.
Effetti cognitivi non uniformi
La ricerca ha rilevato anche effetti cognitivi non uniformi. I gas di scarico diesel e il fumo di legna hanno migliorato la velocità di elaborazione, mentre l’aerosol organico secondario derivato dal limonene ha migliorato la memoria di lavoro rispetto alle emissioni prodotte dalla cottura. Allo stesso tempo, i gas di scarico diesel hanno mostrato segnali di compromissione delle funzioni esecutive. Il quadro, dunque, non è lineare: alcuni indicatori sembrano migliorare, altri peggiorare. Secondo il team, una possibile spiegazione riguarda la presenza di ossidi di azoto, noti come vasodilatatori, che potrebbero alterare il flusso sanguigno al cervello e contribuire a questi effetti contrastanti. Proprio questa variabilità rende lo studio utile per superare letture troppo semplici della qualità dell’aria quotidiana urbana domestica.
Perché conta la fonte dell’inquinamento
“Sebbene le miscele di inquinanti siano state regolate in modo da contenere livelli simili di particolato, che è il metodo attualmente utilizzato per misurare l’inquinamento atmosferico, non abbiamo osservato una risposta unica e uniforme. Al contrario, ogni fonte di inquinamento ha prodotto un proprio schema di cambiamenti a breve termine nei polmoni e nel cervello. Questo ci indica che il corpo non reagisce a tutti gli inquinanti atmosferici allo stesso modo: la fonte e la composizione dell’inquinamento sono davvero importanti”, afferma Gordon McFiggans. È questo il punto centrale dello studio: non basta sapere quanto particolato è presente nell’aria, bisogna capire da dove proviene e quali sostanze lo compongono. Riconoscere queste differenze può aiutare a definire politiche pubbliche più precise, migliorare le diagnosi cliniche e sviluppare strategie di protezione più mirate. La questione riguarda sia gli ambienti esterni, segnati dal traffico e dalla combustione della legna, sia gli spazi chiusi, dove prodotti per la pulizia e cottura dei cibi possono contribuire all’esposizione quotidiana. Poiché effetti misurabili sono stati rilevati dopo appena 60 minuti di esposizione, i risultati suggeriscono che esposizioni più lunghe o ripetute potrebbero avere conseguenze importanti sulla salute del cervello nel lungo periodo.
Nuovo spettacolo teatrale dei nostri colleghi attori
La compagnia di medici attori “Dica 33”, è una compagnia teatrale nata nel 2017 da un’idea della pediatra Alessandra Foschi, formata interamente da medici e professionisti sanitari della provincia di Forlì-Cesena che uniscono la passione per la medicina a quella per il teatro
Questa volta va in scena la commedia brillante “Il Servitore di due Padroni”, scritta nel 1745 da Carlo Goldoni, un testo che pur avendo circa tre secoli è ancora, per l’argomento trattato, più che mai attuale.
Il debutto dei nostri colleghi è stato in Gennaio scorso a Savignano sul Rubicone, la prossima rappresentazione è in programma Giovedì 9 Luglio 2026 all’Arena Plautina di Sarsina, alle ore 21.
Come nelle altra occasioni, l’incasso sarà interamente devoluto in beneficienza
Per prenotare i biglietti si può telefonare al 3384081149

Errori medici legati all’intelligenza artificiale: chi ne risponde?
(da Univadis – Adrien Renaud) Se l’intelligenza artificiale (IA) provoca un errore medico, chi deve esserne ritenuto responsabile: il medico o lo sviluppatore? Medscape Francia ha intervistato un chirurgo, un avvocato e un medico legale su questa questione, che rischia di diventare sempre più pressante nei mesi e negli anni a venire.
L’intelligenza artificiale: una rivoluzione in medicina – L’intelligenza artificiale (IA) sta rivoluzionando la medicina sotto molti aspetti: diagnostica, terapia, rapporto con il paziente, amministrazione… e responsabilità medica. Sebbene finora non sia stata stabilita alcuna giurisprudenza in materia, una cosa è certa: i chatbot e gli altri strumenti di supporto alle decisioni prima o poi porteranno a eventi avversi, e si tratterà quindi di stabilire se sia stata commessa una colpa e da parte di chi. Una questione che può rivelarsi piuttosto impressionante. Ma prima di parlare di errore, occorre ricordare una cosa: l’IA rappresenta, almeno potenzialmente, un’opportunità straordinaria, anche in termini di responsabilità medica. “Uno strumento come quello sviluppato da Gleamer [azienda specializzata nell’intelligenza artificiale applicata all’imaging medico, N.d.R.], che rilegge le radiografie ed è utilizzato in tutti i Pronto soccorso dell’Assistance Publique Hôpitaux de Paris (AP-HP), ha un impatto medico concreto, ma anche un impatto giuridico, poiché ci sono meno reclami contro l’istituzione”, afferma Thomas Grégory, ortopedico, primario dell’ospedale Avicenne di Bobigny (Seine-Saint-Denis) e responsabile del progetto “Salute e digitale” presso la Maison des sciences numériques, laboratorio di ricerca dell’Università Sorbonne-Paris-Nord.
Domande aperte – Resta il fatto che, sebbene l’IA possa garantire la sicurezza dell’attività medica ed evitare contenziosi, solleva comunque numerose questioni nei casi in cui si verifichi un errore a causa sua. E in questi casi, la risposta dei giuristi è chiara. “Finché l’IA sarà considerata uno strumento, ovvero un oggetto, sarà sempre il medico a essere responsabile”, afferma Xavier Labbée, avvocato e professore emerito all’Università di Lille. “Il medico rimane responsabile del prompt all’IA, ovvero della richiesta fatta”, conferma Cécile Manaouil, medico legale e capo dell’unità medico-legale del CHU di Amiens. “Si appropria del risultato di quella richiesta, prende una decisione, ma è l’autore giuridico del suo ragionamento: se ha utilizzato l’IA, deve poterlo giustificare”. Da qui l’importanza, per evitare azioni legali, di utilizzare l’IA in conformità con le buone pratiche: verificare i risultati quando possibile, utilizzare solo strumenti validati. “Quando sviluppiamo uno strumento di chirurgia assistita dall’IA, passiamo attraverso una fase di apprendimento supervisionato, durante la quale prestiamo molta attenzione alla qualità dei dati”, spiega Grégory, secondo cui anche questo è un modo per limitare il rischio legale. Poi il nostro strumento deve superare l’esame del marchio CE: è fuori discussione che non sia convalidato da studi clinici che ne verifichino la pertinenza”. Ma l’ortopedico insiste: proprio come nel caso di un biologo che utilizza sistemi per automatizzare le proprie procedure, “la responsabilità finale ricade sul medico”.
Tra teoria e pratica – Questo per quanto riguarda la teoria. Ma nella pratica, questa responsabilità finale attribuita al medico solleva questioni molto concrete. Infatti, al di là delle ovvie precauzioni (informare il paziente dell’utilizzo di uno strumento di IA, non fornire dati personali alla macchina, ecc.), alcune delle raccomandazioni classiche relative all’uso dell’IA non sono sempre applicabili, o non lo sono integralmente. È il caso della verifica finale dei risultati forniti dagli agenti conversazionali. “L’IA rimane uno strumento di cui si devono poter verificare i risultati, ma se le si chiede, ad esempio, di studiare la bibliografia su una determinata questione e poi si devono verificare tutti gli articoli, il risparmio di tempo si perde”, osserva Manaouil. L’altra questione che si pone riguarda i sistemi totalmente autonomi, in grado di agire senza la presenza di un medico. “Per ora c’è sempre un pilota nell’aereo, ma nel prossimo futuro, se si abbinerà la chirurgia guidata dall’IA alla chirurgia robotica, come già avviene in alcuni laboratori di ricerca, entreremo in un altro mondo”, avverte Grégory. E aggiunge: “Si tratta di sistemi realizzabili, che arriveranno sul mercato”. Sarà quindi necessario trovare il modo di distinguere la responsabilità del medico da quella dell’industria, come avviene per altri processi medici già automatizzati, ritiene il chirurgo.
Cosa succederebbe allora in caso di contenzioso legale? “Un medico chiamato in causa potrebbe rivalersi sul produttore del sistema, attribuendogli la responsabilità”, ipotizza Labbée. “La responsabilità per un prodotto difettoso esiste, ma occorre proprio dimostrare che il prodotto è difettoso, cosa tutt’altro che scontata in tribunale”. Inoltre, la legislazione è soggetta a evoluzione, e ciò che è giuridicamente valido oggi non lo sarà necessariamente domani. “La questione che si pone è quella della persona da citare in giudizio”, continua il giurista. “Per il momento, i progetti volti ad attribuire personalità giuridica all’IA sono stati fortunatamente abbandonati, ma nessuno sa come sarà la situazione tra dieci o vent’anni”. C’è un’unica certezza: i medici dovranno dare prova di notevole flessibilità per adattarsi alle nuove realtà. “Oggi ci si interroga sulla responsabilità del medico che utilizza l’IA”, prevede Manaouil “ma domani potrebbe essere chiamata in causa quella del medico che non l’ha utilizzata”.