Le persone si fidano più dei medici che dell’IA

(da Sanitainformazione.it)  La maggior parte delle persone mantiene una maggiore fiducia nei medici umani rispetto all’intelligenza artificiale (IA) per le diagnosi, pur riconoscendo un grande potenziale in questa tecnologia quando viene presentata in un contesto specifico e reale, come la diagnosi del cancro. Lo rivela uno studio guidato da Michael Sobolev, dell’Università della California del Sud, e da Patrycja Sleboda, del Baruch College della City University di New York, presentato al convegno annuale della Society for Risk Analysis, che si è tenuto a Washington.

Solo 1 persona su 6 si fida dell’IA per diagnosticare problemi di salute  – La ricerca, basata su due sondaggi rappresentativi a livello nazionale, si è concentrata sulla fiducia, la comprensione, il potenziale, l’entusiasmo e la paura dell’IA in medicina. Secondo lo studio, solo circa 1 persona su 6, il 17%, si fida dell’IA quanto di un esperto umano per diagnosticare problemi di salute. Nonostante la diffidenza generale, quando è stato presentato uno scenario reale, un’IA che analizza le immagini della cervice per rilevare alterazioni precancerose, la maggior parte dei partecipanti ha valutato il potenziale come il fattore più alto. Le persone che hanno avuto un’esposizione personale a strumenti di IA, come ChatGPT, hanno mostrato un atteggiamento più positivo nei confronti della sua applicazione medica.

L’istruzione influisce sulla valutazione dell’IA  – Coloro che l’hanno utilizzata hanno espresso una migliore comprensione, maggiore entusiasmo e maggiore fiducia. Nella valutazione dello strumento diagnostico per il cancro, gli elementi di accettazione sono stati classificati come segue, dal più alto al più basso: potenziale, entusiasmo, fiducia, comprensione, paura. La paura è risultata essere il fattore più basso. Essere uomo e possedere una laurea erano associati a maggiore fiducia, entusiasmo e potenziale nell’uso dell’IA in sanità, oltre che a una minore paura generale. In sintesi, lo studio evidenzia un divario tra lo scetticismo generale verso l’IA e l’accettazione che si sviluppa quando il pubblico viene informato su esempi specifici e concreti di come l’IA può aiutare la medicina, in particolare nella diagnosi precoce.

Come andare in pensione con l’Enpam nel 2026

(da enpam.it)    Anno nuovo, requisiti vecchi. Sono quelli di età e di anzianità contributiva che servono a medici e odontoiatri per andare in pensione con l’Enpam nel 2026.  Come detto, quest’anno i requisiti sono rimasti gli stessi del 2025. Ma per chi sta progettando di ritirarsi dall’attività professionale nei prossimi 12 mesi, può essere utili ribadirli.  Innanzitutto, è bene ricordare che la pensione Enpam è composta da una base, di Quota A, che si matura con la contribuzione che versano tutti i medici e dentisti e che spetta quindi a tutti gli iscritti all’Ordine.  A questa, si aggiunge un’ulteriore quota eventuale calcolata sui contributi versati alla gestione di appartenenza, determinata dall’attività professionale specifica svolta: medicina generale, specialistica ambulatoriale, specialistica esterna o libera professione.

PER TUTTI – QUOTA A  –  È bene premettere che per fare domanda per il trattamento legato alla Quota A è necessario essere in regola con il versamento dei contributi e aver maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia o per quella anticipata. La pensione di vecchiaia ha come requisito il raggiungimento dei 68 anni di età e condizione necessaria è avere almeno 5 anni di anzianità contributiva.  I requisiti per la pensione anticipata si maturano, invece, a 65 anni, per chi sceglie il metodo di calcolo interamente contributivo, entro il mese del sessantacinquesimo compleanno. Occorre comunque essere ancora iscritti alla gestione e avere almeno 20 anni di contribuzione.

PER I CONVENZIONATI  –  Oltre che alla Quota A, i medici convenzionati sono contribuenti del Fondo Enpam della medicina convenzionata e accreditata.  Una volta cessata l’attività in convenzione, medici di famiglia, pediatri di libera scelta, specialisti ambulatoriali o esterni, medici della medicina dei servizi, guardie mediche, medici fiscali o medici convenzionati esterni Inps, hanno a disposizione tre modalità.  La prima prevede di andare in pensione di vecchiaia68 anni.  La seconda, prevede di andare in pensione anticipata a partire dai 62 anni.  Per questa opzione è necessario avere maturato almeno 35 anni di contribuzione effettiva, riscattata o ricongiunta e 30 anni di anzianità laurea.  Infine, come terza opzione, è possibile andare in quiescenza indipendentemente dall’età, con 42 anni di contribuzione effettiva, riscattata e ricongiunta, e 30 anni di anzianità laurea.  Per i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta e gli specialisti ambulatoriali c’è una quarta opzione che prevede di andare in pensione con il sistema dell’App, l’Anticipo della prestazione previdenziale dell’Enpam.

PER I LIBERI PROFESSIONISTI   – I medici e i dentisti che nella loro carriera hanno svolto libera professione hanno versato i contributi derivanti dalla loro attività alla Quota B, hanno anche loro tre modalità per andare in pensione.  La prima prevede di andare in pensione di vecchiaia68 anni, purché si abbiano almeno 5 anni di anzianità contributiva sulla Quota A.  La seconda prevede, a 62 anni, di andare in pensione anticipata di Quota B.  Anche in questo caso sono necessari almeno 35 anni di contribuzione effettiva, riscattata o ricongiunta, e 30 anni di anzianità laurea. Infine, come terza opzione, è possibile andare in quiescenza indipendentemente dall’età, con 42 anni di contribuzione effettiva, riscattata e ricongiunta, e 30 anni di anzianità laurea

 

La nicotina come tossina cardiovascolare: consenso di esperti e implicazioni regolatorie

(da DottNet)  Un gruppo di esperti ha recentemente pubblicato un position paper sull’European Heart Journal, in cui sono presentati dodici messaggi chiave basati sull’evidenza, i quali documentano inequivocabilmente la tossicità cardiovascolare della nicotina, indipendentemente dal sistema di somministrazione.  I dodici messaggi chiave affrontano diversi aspetti cruciali della tossicità cardiovascolare della nicotina, esaminando in particolare gli effetti vascolari e metabolici, i rischi associati all’esposizione passiva, e i principali meccanismi fisiopatologici che contribuiscono alla morbilità e mortalità cardiovascolare legata alla nicotina.

Tra i principali effetti avversi, vengono descritti l’aumento della pressione sanguigna, la danno endoteliale, la disfunzione delle arterie e l’incremento del rischio di infarto e ictus. Inoltre, vengono esaminati gli impatti economici derivanti dalle malattie cardiovascolari correlate alla nicotina, che si traducono in un grave peso per i sistemi sanitari e le economie globali.

Un aspetto particolarmente rilevante è il fatto che per la prima volta la nicotina viene separata dai processi di combustione (come quelli legati al fumo di sigaretta tradizionale), riconoscendo che la sostanza stessa, e non solo le tossine generate dalla combustione, è intrinsecamente pericolosa per la salute cardiovascolare. Questo cambiamento di prospettiva è fondamentale, perché contribuisce a sfatare uno dei miti più persistenti legati ai prodotti a base di nicotina, ossia che le alternative come le sigarette elettroniche o il tabacco riscaldato siano “più sicure” rispetto al fumo tradizionale.

Il documento sottolinea la crescente crisi della dipendenza da nicotina tra i giovani, aggravata dalla diffusione di prodotti aromatizzati e da marketing aggressivo. Questo ha portato a un aumento significativo dei consumatori di nicotina in età pediatrica, creando una nuova generazione a rischio di dipendenza. Un altro tema importante riguarda la disinformazione sulla “nicotina più sicura” promossa da alcuni produttori di sigarette elettroniche, che minimizzano i rischi legati a questi prodotti, nonostante la nicotina, anche senza combustione, resti pericolosa.

Il lavoro si inserisce in un contesto particolarmente delicato per quanto riguarda la regolamentazione europea, in concomitanza con la revisione della Direttiva sulla tassazione dei prodotti del tabacco prevista dalla Commissione Europea per luglio 2025. Questa revisione introduce per la prima volta accise minime su e-liquidi, tabacco riscaldato e pouch di nicotina, cercando di mettere un freno alla diffusione di questi prodotti. Tra le misure proposte figurano divieti di pubblicità per evitare che i giovani vengano ulteriormente sedotti dal marketing dei prodotti a base di nicotina, restrizioni sugli aromi (che sono utilizzati per rendere i prodotti più attraenti, soprattutto per i più giovani), e limitazioni all’uso di nicotina in ambienti chiusi, al fine di ridurre l’esposizione passiva.

L’adozione di queste misure potrebbe non solo migliorare la salute cardiovascolare globale, ma anche ridurre i costi economici e sociali legati alle malattie provocate dalla nicotina. Il futuro della regolamentazione del tabacco e della nicotina dipenderà da quanto efficacemente queste evidenze scientifiche verranno integrate nelle politiche sanitarie a livello globale.

Diabete di tipo 2, il luogo in cui viviamo può aumentarne il rischio

(da Sanitainformazione.it)   Il luogo in cui viviamo influenza più aspetti della nostra salute di quanto siamo abituati a pensare. Non si tratta solo della qualità dell’aria o della disponibilità dei servizi: le condizioni climatiche, lo stato delle abitazioni, l’accesso alle cure e la stabilità economica creano un ecosistema di esposizioni che, nel tempo, può orientare il rischio di malattie croniche. Lo conferma uno studio pubblicato su JAMA Network Open, che indaga il legame tra vulnerabilità climatica e incidenza del diabete di tipo 2.

Cos’è il Climate Vulnerability Index e perché è cruciale  – Il Climate Vulnerability Index (CVI) è un indicatore composito che misura quanto un quartiere sia vulnerabile agli impatti del cambiamento climatico e alle fragilità strutturali che lo accompagnano. Il CVI combina variabili ambientali come calore estremo, inquinamento e intensità delle tempeste, con fattori socioeconomici come povertà, qualità delle abitazioni, presenza di infrastrutture adeguate e accesso ai servizi sanitari. In sintesi, rappresenta una fotografia integrata della fragilità di una comunità e del potenziale impatto sulla salute dei suoi residenti.

Lo studio: oltre un milione di adulti seguiti per sette anni  – Il gruppo di ricerca guidato da Jad Ardakani e Sadeer Al-Kindi, del Houston Methodist Research Institute, ha analizzato i dati del registro Houston Methodist Learning Health System. Sono stati inclusi 1.003.526 adulti senza una diagnosi pregressa di diabete, tutti con almeno una visita ambulatoriale tra il 2016 e il 2023. Ogni partecipante è stato associato al CVI del quartiere di residenza e seguito fino a sette anni per osservare l’eventuale insorgenza di diabete di tipo 2, identificato tramite diagnosi cliniche, prescrizioni farmacologiche o valori di glicemia elevati.

I risultati: vivere in aree vulnerabili aumenta il rischio del 23%  – L’esito è inequivocabile: chi vive nei quartieri con il più alto CVI ha un rischio del 23% più elevato di sviluppare diabete di tipo 2 rispetto alle persone che abitano nelle zone meno vulnerabili. Al termine dei sette anni di follow-up, l’incidenza cumulativa era del 14,1% nelle aree ad alta vulnerabilità contro l’8,6% dei quartieri più protetti. Il dato sorprendente è che l’associazione tra vulnerabilità climatica e diabete rimane solida anche dopo aver aggiustato per età, sesso, razza ed etnia, BMI, ipertensione, colesterolo, reddito, assicurazione sanitaria e valori basali di glicemia. È come se la vulnerabilità climatica aggiungesse un nuovo livello di rischio, indipendente dai fattori clinici tradizionali.

Perché la vulnerabilità climatica incide sul rischio metabolico  – Gli effetti della vulnerabilità climatica sul metabolismo non derivano da un unico elemento, ma da un insieme di pressioni che si sommano. Il calore prolungato può alterare la sensibilità insulinica, l’inquinamento favorisce infiammazione sistemica, la disponibilità limitata di alimenti sani aumenta il rischio di sovrappeso, condizioni socioeconomiche difficili amplificano lo stress cronico e infrastrutture insufficienti limitano la possibilità di praticare attività fisica o accedere a cure tempestive. È un mosaico di esposizioni che, nel tempo, contribuisce ad aumentare in modo tangibile la probabilità di sviluppare diabete.

Verso una prevenzione più equa: il ruolo del CVI nella pratica clinica  – Secondo gli autori, integrare il CVI nei sistemi di valutazione del rischio potrebbe migliorare la capacità dei clinici di individuare i pazienti più vulnerabili e indirizzare interventi preventivi più mirati. Lo strumento può aiutare a identificare territori che richiedono investimenti sanitari, programmi di educazione e screening più intensivi, contribuendo a ridurre le disuguaglianze che il cambiamento climatico rischia di amplificare. Come osserva Khurram Nasir, co-autore senior dello studio, “comprendere come clima e condizioni comunitarie influenzino la malattia ci permette di costruire sistemi sanitari più intelligenti ed equi”.

 

Fascicolo sanitario elettronico, che cosa cambia dal 30 marzo per i medici

(da Doctor33)   Dal 30 marzo il Fascicolo sanitario elettronico (Fse) entra a regime su scala nazionale, secondo il cronoprogramma del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). La piattaforma digitale raccoglie la storia clinica dei cittadini e rende disponibili fino a ventuno tipologie di documenti, tra cui referti di laboratorio e radiologia, lettere di dimissione, verbali di pronto soccorso, prescrizioni, esenzioni e dati vaccinali.

L’operatività del sistema è però condizionata dall’adesione dei cittadini. Secondo gli ultimi monitoraggi riportati da Il Sole 24 Ore, solo circa un italiano su quattro (27%) ha effettuato almeno un accesso recente al proprio fascicolo e meno della metà (44%) ha espresso il consenso alla consultazione da parte dei sanitari. In assenza di consenso, i documenti restano visibili solo al cittadino e al medico che li ha prodotti, ma non possono essere utilizzati da altri professionisti per finalità di diagnosi, cura e prevenzione.

Cosa è consultabile nel Fse    Il fascicolo integra progressivamente le principali informazioni cliniche generate dal Servizio sanitario: esami, referti, dimissioni ospedaliere, accessi in pronto soccorso, prescrizioni farmaceutiche e specialistiche. È presente anche il profilo sintetico del paziente (patient summary), che riassume condizioni cliniche rilevanti, terapie in corso e allergie.

Il nodo del consenso   La normativa prevede che il cittadino debba autorizzare esplicitamente la consultazione dei propri dati. Senza questa autorizzazione, il fascicolo non è utilizzabile dal personale sanitario, pur restando attivi i diritti di accesso alle prestazioni. La gestione del consenso avviene online tramite identità digitale (Spid, Cie o Cns) sui portali regionali o nazionali, con possibilità di modifica o revoca in qualsiasi momento.

Accesso in emergenza    Il decreto ministeriale del 7 settembre 2023 disciplina l’accesso in situazioni di emergenza. In pronto soccorso è consultabile almeno il patient summary, anche in presenza di limiti al consenso. La compilazione e l’aggiornamento di questo profilo sono in capo al medico di medicina generale, con scadenza fissata al 30 marzo.

Cosa cambia nella pratica clinica    Per i medici l’entrata a regime del Fse implica:

  • integrazione dei flussi informativi nella gestione ambulatoriale e ospedaliera;
  • verifica della disponibilità effettiva dei documenti, che può variare tra Regioni;
  • maggiore attenzione all’informazione dei pazienti sul tema del consenso;
  • aggiornamento sistematico del patient summary per garantire la fruibilità in emergenza.

Persistono differenze territoriali nell’utilizzo e nell’attivazione del consenso, con adesioni più elevate in alcune Regioni del Centro-Nord e valori più bassi in parte del Mezzogiorno.

Evoluzione dei dati sanitari   Entro giugno è previsto l’avvio dell’ecosistema dei dati sanitari, che consentirà l’utilizzo in forma anonima delle informazioni per programmazione, prevenzione e ricerca, come riportato dalle fonti normative e di stampa.

1 2 3 4 258