Dieci minuti di corsa lenta

(da Internazionale.it)  Per avere effetti positivi, soprattutto sul benessere mentale, lo sport non deve essere necessariamente faticoso. Secondo un nuovo studio condotto in Giappone e riportato dal ‘Washington Post’, dieci minuti di corsa molto lenta, a un ritmo che supera di poco la velocità di una camminata, possono migliorare quasi immediatamente l’umore e alcune capacità cognitive. Ma anche a un’andatura così blanda è importante correre: per i ricercatori, la biomeccanica di questa attività influenza il corpo e il cervello in modo particolare, forse grazie al movimento verticale ritmico tipico della corsa.

(https://www.washingtonpost.com/wellness/2026/08/26/10-minutes-super-slow-running-can-benefit-your-brain-mood/)

Novità INPS sulla retroattività del certificato medico per visite ambulatoriali

(da Fimmg.org)   Con la Circolare INPS n. 92/2026, pubblicata in data 4 settembre 2026, l’Istituto ha introdotto una modifica significativa nella gestione della retroattività dei certificati medici di malattia.  Fino ad oggi, la retroattività al giorno precedente la data di rilascio del certificato era riconosciuta solo per le visite domiciliari, a condizione che il medico indicasse esplicitamente nel campo «Dichiara di essere ammalato dal…» la data antecedente.  Da ora in poi, questa possibilità è estesa anche alle visite ambulatoriali, grazie a un’interpretazione evolutiva del regolamento del 1963.

Circolare numero 92 del 04-09-2026

Mantenere lo stesso medico di famiglia riduce la mortalità dei pazienti

(da Univadis)    Il legame, la relazione terapeutica o la reciprocità sono l’essenza di un rapporto medico-paziente stabile. Si tratta di aspetti difficili da misurare, ma importanti, anche se nel settore sanitario viene dato rilievo soprattutto ai risultati misurabili e valutabili. Ed è proprio questo che gli esperti di medicina di famiglia cercano di mettere in evidenza per ricordare l’efficacia del loro lavoro e come si traduca concretamente in risultati significativi.  Rosa M.ª Añel Rodríguez, del Gruppo di lavoro sulla sicurezza del paziente della semFYC, spiega per esempio a El Médico Interactivo quanto siano risultati sorprendenti nel 2022 i dati dello studio “Continuity in general practice as predictor of mortality, acute hospitalisation, and use of out-of-hours care: a registry-based observational study in Norway’, pubblicato sul ‘British Journal of General Practice’, secondo cui mantenere lo stesso medico di famiglia per 15 anni ha comportato una riduzione del 30% nel ricorso ai servizi di pronto soccorso, una diminuzione del 28% dei ricoveri ospedalieri e una riduzione del 25% della mortalità.   “L’argomento più convincente dello studio è che esso rileva come il beneficio della continuità sia dose-dipendente. Il rapporto dose-risposta tra la durata del rapporto stabile medico-paziente e gli esiti sanitari è ciò che permette di affermare che l’associazione è causale, non meramente statistica. Non è che i pazienti più sani abbiano medici più stabili; il beneficio cresce con ogni ulteriore intervallo di anni di durata del rapporto, in modo sistematico e per tutte e tre le variabili”, riassume l’esperta.

Misurare l’efficienza della longitudinalità

La chiave di questi risultati è proprio il concetto di longitudinalità. L’esperta di semFYC cita infatti un editoriale pubblicato nel 2022 su ‘Revista Clinica de Medicina de Familia, in cui sono riportati diversi studi che forniscono dati sui molteplici benefici della longitudinalità. Nell’assistenza primaria, la longitudinalità è un “fattore protettivo per la salute. Ai benefici già menzionati, va aggiunto l’impatto sulla sicurezza clinica, grazie alla prevenzione della sovradiagnosi, della medicalizzazione e degli eventi avversi derivanti dall’eccessiva esposizione a esami e trattamenti non necessari”.   Tornando allo studio citato, l’esperta di medicina di famiglia sottolinea che lo stesso gruppo norvegese ha pubblicato nel 2024 uno studio complementare sulle interruzioni nella continuità assistenziale e sulla loro associazione con una maggiore mortalità nei pazienti cronici, rafforzando l’idea dal punto di vista negativo: non solo accumulare anni con lo stesso medico offre protezione, ma le interruzioni nella continuità assistenziale sono associate a esiti peggiori.  Inoltre, studi recenti condotti su pazienti affetti da ipertensione e diabete evidenziano miglioramenti significativi nel controllo dell’HbA1c e della pressione arteriosa sistolica in presenza di una continuità assistenziale.

Il potere del legame con il paziente

Come osserva Rosa M.ª Añel Rodríguez, la continuità favorisce il legame, quell’unione invisibile che unisce il professionista al paziente, alla famiglia e alla comunità in cui opera, e viceversa. “Il legame non è un elemento emotivo aggiuntivo alla relazione clinica: ne costituisce il fondamento. Senza di esso, molte delle cose che rendono possibile la medicina di famiglia non sarebbero realizzabili: la comunicazione spontanea di informazioni riservate, la tolleranza reciproca nei confronti dell’incertezza, la fiducia che permette di non ricorrere al pronto soccorso per ogni minimo sintomo, ecc.”.   Per questo motivo sottolinea che “il legame deve essere reciproco: il paziente riconosce il proprio medico di base come fonte principale e abituale di assistenza sanitaria, e il medico si assume la gestione di tutte le esigenze assistenziali dei pazienti del proprio bacino di utenza”.

Investire nell’assistenza primaria per ridurre la spesa ospedaliera

Partendo da questo presupposto, gli esperti ribadiscono continuamente che gli investimenti nell’assistenza primaria sono particolarmente convenienti in termini di costi, anche per ridurre le spese relative all’assistenza ospedaliera stessa. L’esperta sottolinea che le prove a sostegno di questa ipotesi sono sempre più numerose.  A tal fine, cita diversi studi, tutti in linea con questa tesi. Le analisi basate sui dati di Medicare, pubblicate su ‘JAMA Network Open’ nel 2023, concludono che recarsi regolarmente dallo stesso medico di base è strettamente correlato a un risparmio nella spesa di Medicare, correlazione che si rafforza con l’aumentare della frequenza delle visite nei pazienti con patologie più complesse.  D’altra parte, uno studio condotto in Cina ha stimato che, se si raggiungesse la continuità ottimale, si potrebbero risparmiare tra il 7% e il 27% dei costi ambulatoriali e tra il 55% e il 73% dei costi di degenza.   “Esiste un solido corpus di prove che dimostra come un’assistenza primaria solida sia alla base di un sistema sanitario altamente efficiente, associato a una migliore salute della popolazione, a una maggiore equità e a costi complessivi inferiori”, sottolinea l’esperta.  Infine, osserva che, nonostante si disponga di questi dati, occorre comprendere che non si tratta di spendere di più nell’assistenza primaria per spendere meno in ospedale, come se fosse un’equazione immediata. “L’obiettivo è disporre di un sistema sanitario con un’assistenza primaria solida, continuativa e accessibile, al fine di garantire una migliore salute della popolazione, un minor numero di eventi avversi evitabili e, nel medio e lungo termine, un uso più razionale di tutte le risorse del sistema”.  Ciononostante, è bene tenere a mente questo dato fondamentale: se avere lo stesso medico di famiglia per più di 15 anni riduce il rischio di mortalità del 25-30% rispetto a chi ha lo stesso medico da meno di un anno, la promozione della stabilità dei medici di famiglia dovrebbe essere una priorità per le autorità sanitarie.

(https://bjgp.org/content/72/715/e84)

(https://revclinmedfam.com/article/longitudinalidad-en-atencion-primaria-un-factor-protector-de-la-salud)

(https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2808555)

Un fascio di luce per curare la parodontite

(da Univadis)    Un gruppo di ricerca giapponese ha sviluppato una terapia sperimentale in grado di eliminare selettivamente Porphyromonas gingivalis – il batterio considerato il principale responsabile della parodontite – preservando al contempo la flora batterica commensale del cavo orale, un risultato che gli antimicrobici convenzionali non riescono a garantire. I dettagli della ricerca sono descritti in un articolo recentemente pubblicato sul ‘Journal of Translational Medicine’. Lo studio, il cui primo autore è Hiroshi Maruyama del Dipartimento di Chirurgia Orale e Maxillo-facciale dell’Ospedale Universitario di Nagoya (Giappone), descrive la tecnica denominata NIR-PAT² (near-infrared photo-antibacterial targeting therapy), basata sull’unione di un anticorpo (IgY, immunoglobulina Y estratta dal tuorlo d’uovo di galline immunizzate contro il batterio) con un fotosensibilizzante (IR700, un colorante silicio-ftalocianina).

Un meccanismo diverso dagli antimicrobici tradizionali

Lo studio, di tipo sperimentale in vitro e in vivo su modello murino, ha confrontato la nuova terapia con la terapia fotodinamica antimicrobica convenzionale (aPDT, antimicrobial photodynamic therapy) e con l’amoxicillina. In vitro, l’anticorpo coniugato (PG-IgY-IR700) si è legato specificamente a P. gingivalis senza interagire con fibroblasti del legamento parodontale umano (HPLF, human periodontal ligament fibroblasts) e il trattamento ha eliminato il batterio riducendo le colonie formate rispetto al controllo con un’efficacia dose-dipendente.  A differenza dell’aPDT, che disintegra la parete batterica tramite specie reattive dell’ossigeno, la microscopia elettronica ha mostrato che NIR-PAT² induce perforazioni della membrana mantenendo la forma complessiva del batterio, un meccanismo che gli autori associano a un minor rilascio di lipopolisaccaride, la molecola endotossica responsabile di gran parte dell’infiammazione parodontale (3,82 EU/mL contro 29,64 EU/mL con aPDT).

Nel modello murino di parodontite indotta con legatura in seta e infezione da P. gingivalis, il trattamento con NIR-PAT² ha significativamente contenuto il riassorbimento dell’osso alveolare rispetto al gruppo con parodontite non trattata. L’analisi del microbiota orale mediante sequenziamento del gene 16S rRNA ha inoltre mostrato che il trattamento non si è limitato a disinfettare l’ambiente, ma ha favorito uno spostamento della comunità batterica verso un profilo associato alla salute, con un parziale recupero del genere commensale Streptococcus e soppressione selettiva di Porphyromonas, un risultato non raggiunto né dagli antibiotici né dall’aPDT, che invece hanno impoverito drasticamente la flora commensale.   Gli autori segnalano tra i limiti dello studio il campione ridotto per le analisi del microbiota (n=3 per gruppo), la natura polimicrobica della parodontite che potrebbe non essere completamente affrontata colpendo un solo patogeno, l’incertezza sull’efficacia della terapia in aree non direttamente irradiate e la necessità di sviluppare dispositivi luminosi adatti alla profondità delle tasche parodontali. Il periodo di osservazione relativamente breve non ha permesso di valutare gli esiti ossei a lungo termine. Lo studio è stato finanziato da diverse agenzie di ricerca giapponesi (JSPS KAKENHI, Japan Science and Technology Agency, AMED, tra le altre); gli autori dichiarano di non avere conflitti di interesse.

Una prospettiva preclinica interessante

Questi risultati sono al momento circoscritti a un modello murino e non hanno ancora attraversato le fasi di sperimentazione clinica sull’uomo; tuttavia, il tema è di interesse per gli odontoiatri e i parodontologi, considerando che l’antibiotico-resistenza tra i patogeni sottogengivali è un problema riportato anche nella pratica clinica corrente e che le terapie fotodinamiche esistenti non hanno finora dimostrato un successo clinico significativo come terapia adiuvante nella parodontite. Gli autori stessi sottolineano che la tecnologia IgY, essendo economica da produrre su larga scala, potrebbe facilitarne una futura traduzione clinica, ma restano da affrontare questioni logistiche e regolatorie non banali, come la standardizzazione dei protocolli di irradiazione e lo sviluppo di dispositivi luminosi intra-orali dedicati.

 (https://link.springer.com/article/10.1186/s12967-026-08336-2)

Obesità infantile: il danno cardiovascolare inizia presto, ma gli strumenti per individuarlo sono ancora sottoutilizzati

(da DottNet)    Le malattie cardiovascolari si sviluppano nell’arco di decenni, ma le loro radici affondano spesso nell’infanzia. Una revisione della letteratura pubblicata tra il 2010 e il 2025 mette in luce una lacuna critica nella gestione clinica dell’obesità pediatrica: le attuali linee guida per la stratificazione del rischio cardiovascolare non includono strumenti per identificare l’aterosclerosi nelle sue fasi subcliniche precoci, proprio quando il processo è ancora potenzialmente reversibile.

L’obesità infantile sta raggiungendo proporzioni allarmanti a livello globale, con conseguenze che si estendono ben oltre l’età pediatrica. Il 56% dei bambini con obesità e l’80% di quelli con obesità grave diventano adulti obesi, accumulando nel tempo un carico metabolico e cardiovascolare progressivo. I dati dell‘International Childhood Cardiovascular Cohort Consortium, condotto su quasi 39.000 partecipanti con un follow-up di 35 anni, hanno documentato una forte associazione tra fattori di rischio rilevati in età infantile e successivi eventi cardiovascolari maggiori. I bambini nel quartile più alto dell’indice di massa corporea presentano un tasso di mortalità prematura più che doppio rispetto ai coetanei con BMI inferiore.

L’aterosclerosi è una malattia infiammatoria cronica che, nel momento in cui diventa clinicamente manifesta, è già consolidata e non più reversibile. La finestra di intervento più efficace si colloca pertanto nelle fasi subcliniche, identificabili attraverso strumenti non invasivi di valutazione vascolare. Tra questi, lo spessore intima-media carotideo e la velocità dell’onda di polso carotideo-femorale mostrano associazioni documentate con obesità e rischio cardiometabolico in età pediatrica. La velocità dell’onda di polso si distingue come indicatore promettente della disfunzione endoteliale precoce, sebbene la mancanza di consenso sui valori di riferimento in età evolutiva ne limiti ancora l’applicazione clinica sistematica.

Il problema centrale evidenziato dalla revisione è che i criteri classici per avviare lo screening aterosclerotico sono calibrati sulla popolazione adulta e sulla frequenza degli eventi clinici in età avanzata, escludendo di fatto la grande maggioranza dei bambini e dei giovani adulti ad alto rischio. Questo genera una popolazione vulnerabile che sfugge alla sorveglianza clinica proprio nella fase in cui l’intervento sarebbe più efficace.

Le attuali linee guida non tengono conto del carico vascolare cumulativo indotto dall’obesità pediatrica, né prevedono percorsi strutturati per la diagnosi precoce dell’aterosclerosi subclinica. Gli autori della revisione sottolineano la necessità di ricerche mirate all’identificazione di strumenti validati per la popolazione pediatrica, integrabili nei protocolli clinici di routine. In parallelo, viene evidenziato il potenziale dei dispositivi digitali mobili come strumenti di promozione della salute cardiovascolare nei giovani, in grado di sostenere interventi sullo stile di vita su larga scala.  Colmare questa lacuna diagnostica richiede un cambiamento di paradigma: riconoscere che la prevenzione cardiovascolare efficace non può attendere l’età adulta, ma deve iniziare lì dove il rischio inizia a prendere forma.

 

AI Act, nuovi obblighi per i sanitari: formazione IA nell’ECM

(da Doctor33)   La formazione sull’intelligenza artificiale sarà inserita obbligatoriamente nel programma di Educazione continua in medicina. Lo prevede uno dei due decreti legislativi approvati in esame definitivo dal Consiglio dei ministri del 4 agosto 2026 per adeguare la normativa italiana all’AI Act europeo.   Il provvedimento disciplina l’impiego dell’intelligenza artificiale nella sanità, nelle professioni, nel lavoro, nella formazione e nella Pubblica amministrazione. Il comunicato del Governo non precisa ancora tempi, numero di crediti, modalità di accreditamento dei corsi o categorie professionali interessate dalle singole attività formative.

I decreti attuano il regolamento (UE) 2024/1689, entrato in vigore il 1° agosto 2024 e applicabile, per la maggior parte delle disposizioni, dal 2 agosto 2026. Dalla stessa data sono diventati operativi anche gli obblighi europei di trasparenza previsti per determinati sistemi di intelligenza artificiale. Questi comprendono l’informazione alle persone che interagiscono direttamente con un sistema di IA e la riconoscibilità, nei casi previsti, di contenuti generati o manipolati artificialmente.  Il decreto italiano definisce inoltre la governance nazionale. L’Agenzia per l’Italia digitale assume il ruolo di autorità di notifica, mentre l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale svolge le funzioni di autorità di vigilanza del mercato. Sono previste competenze specifiche anche per il Garante per la protezione dei dati personali e, nei rispettivi settori, per Banca d’Italia, Consob e Ivass.

Il quadro sanzionatorio sarà graduato e proporzionato. Il decreto prevede limiti massimi inferiori a quelli stabiliti dal regolamento europeo e ammette misure non pecuniarie per le violazioni considerate meno offensive. L’entrata in vigore delle sanzioni resta collegata all’effettiva applicazione dei corrispondenti obblighi e divieti europei.  Il Consiglio dei ministri ha approvato anche un secondo decreto dedicato all’impiego dell’IA nelle attività di polizia e alla responsabilità civile e penale. Il testo conferma il principio della sorveglianza umana: le decisioni restano affidate all’operatore e non possono produrre effetti giuridici negativi sulla sola base di un’elaborazione automatizzata.

Per i sistemi ad alto rischio, il decreto introduce inoltre una specifica responsabilità per l’utilizzatore professionale che ometta intenzionalmente le misure di sorveglianza umana. È previsto anche l’accesso alla documentazione tecnica del sistema da parte della persona danneggiata.   Le disposizioni approvate definiscono il quadro nazionale, ma per conoscere l’applicazione concreta dell’obbligo formativo nell’ECM saranno necessari il testo definitivo pubblicato in Gazzetta Ufficiale e gli eventuali provvedimenti attuativi.

 

La pace del minimalismo

(da Internazionale.it)  Il minimalismo può favorire il benessere mentale, sostiene ‘Psycology Today’, anche perché semplifica la vita quotidiana: possedere meno oggetti significa dedicare meno energie a gestirli.   I minimalisti dicono di avere una maggiore sensazione di controllo e anche una mente più lucida. Per adottare questo stile di vita bisognerebbe fare periodicamente spazio in casa, eliminando il superfluo e donando ciò che non si usa più. Anche tenere le superfici il più libere possibile può contribuire a creare una sensazione di ordine.

(https://www.psychologytoday.com/us/blog/play-your-way-sane/202512/the-psychology-of-minimalism)

 

1 2 3 16