Qualità del sonno e rischio di malattie: uno studio ne evidenzia la portata

(da M.D.Digital)   Mantenere una durata del sonno compresa tra le 6 e le 8 ore è associato a un’architettura del sonno  più favorevole e a un minor rischio di malattia. È la conclusione degli autori di uno studio di coorte pubblicato su ‘Plos Medicine’ che ha analizzato i dati, provenienti da un accelerometro (un actigrafo) da polso, di 95.559 partecipanti alla Biobank, ricavandone parametri chiave relativi ai ritmi del sonno in condizioni di vita reale.  I partecipanti sono stati seguiti dalla data di utilizzo dell’accelerometro fino alla prima insorgenza di malattia, al decesso o al 1° aprile 2024, con una durata mediana del follow-up di 8,9 anni.

Architettura del sonno e rischio di patologie

Ciò che è e emerso è che le variazioni nei pattern di sonno erano associate all’incidenza di 156 malattie. Nello specifico, quantità maggiori di sonno Rem sono risultate associate a un minor rischio per 83 malattie, tra cui demenza, scompenso cardiaco e Parkinson, mentre una maggiore quantità di sonno profondo si associava a un rischio più basso di condizioni come il diabete di tipo 2 e la depressione maggiore.  Per contro, una maggiore irregolarità del sonno e un aumento del tempo di veglia dopo l’addormentamento (Waso) sono risultati collegati a un rischio più elevato, rispettivamente, per 3 e 6 malattie. Nell’analisi specifica per categoria, gli individui con una durata del sonno estremamente ridotta (<5 ore) hanno mostrato le vulnerabilità cliniche più diffuse.  Le ricerche precedenti che avevano collegato il sonno breve a malattie e mortalità si basavano spesso su quanto dichiarato dai partecipanti, un dato poco affidabile, perché si tende a ricordare male e non ci si accorge con precisione di quando ci si addormenta o ci si sveglia; inoltre, le autodichiarazioni non dicono nulla sulle diverse fasi del sonno. In questo caso invece è stato rilevato il dato oggettivo strumentale.   “Il dato più sorprendente riguarda la fase Rem” sottolinea il Prof. Andrea Romigi, Direttore del Centro di Medicina del Sonno Irccs Neuromed, Docente presso Unicamillus Roma e Membro del Board Scientifico del Mohre “Per ogni incremento di circa 48 minuti di sonno Rem, il rischio di scompenso cardiaco risultava inferiore (hazard ratio 0,74), così come quello di demenza (Hr 0,54) e di morbo di Parkinson (Hr 0,20). Il sonno profondo, invece, si associava a un minor rischio di diabete di tipo 2, disturbo depressivo maggiore, apnee notturne e Parkinson”.

Durata del sonno ottimale

Anche la durata complessiva conta: 69 patologie vedono diminuire il rischio in chi dorme tra 6 e 8 ore per notte. Chi dorme meno di cinque ore, presenta invece un rischio più elevato per 37 malattie. I risultati rafforzano l’idea che dormire tra le 6 e le 8 ore rappresenti una forma di tutela della salute per gli adulti di mezza età e gli anziani, e una strategia di prevenzione a basso costo. Sonno più irregolare e risvegli prolungati erano legati a un rischio maggiore di diverse condizioni, tra cui ansia e disturbi da uso di sostanze. Il sonno leggero invece ha mostrato un quadro più sfumato: associato a un rischio più alto per alcune patologie, come la depressione maggiore, ma più basso per altre, come lo scompenso cardiaco.  «Questo studio ci ricorda che la salute si costruisce giorno dopo giorno, anche di notte», commenta Johann Rossi Mason, Direttrice dell’Osservatorio Mohre. «Dormire bene, muoversi con regolarità e curare l’alimentazione sono scelte quotidiane che, sommate nel tempo, formano un vero e proprio tesoretto di salute da cui attingere negli anni. Ecco perché il sonno deve essere considerato un pilastro della salute e un fattore di prevenzione a lungo termine, eppure al momento, e di l’insonnia cronica non è attualmente riconosciuta come patologia autonoma nei Lea. In Italia solo il 40% dei pazienti riceve una diagnosi e il 21% viene trattato, mentre 4-5 milioni di persone in Italia non hanno ricevuto un trattamento adeguato. Per un costo stimato di circa 14 miliardi di euro annui, pari allo 0,74% del Pil”.   Ovviamente trattandosi di uno studio osservazionale, non è possibile dimostrare che la carenza o il disturbo del sonno causi le malattie, ma solo che i due fenomeni sono collegati; serviranno ulteriori ricerche per capire il perché.

(https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.1005213#:~:text=In%20this%20cohort%20study%2C%20we%20analyzed%20wrist-worn%20accelerometer,wakefulness%20after%20sleep%20onset%20using%20the%20SleepNet%20algorithm)

 

Allarme medici, nel mondo 1 su 4 vicino alla pensione

(da fimmgnotizie.org)   Da qui a 10 anni 1 medico su 4 nel mondo potrebbe andare in pensione, contribuendo a una carenza di operatori sanitari che già nel 2030 sarà di circa 11,1 milioni di unità. È l’allarme lanciato da un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
Nell’ultimo ventennio il numero di professionisti della salute è salito del 52% su scala globale, passando da 44,8 per 10 mila abitanti nel 2006 a 67,9 nel 2025. Al momento si contano più di 70 milioni di operatori sanitari, in particolare 14,8 milioni di medici e  32,7 milioni di infermieri.
Il miglioramento, precisa l’Oms, maschera però profonde disuguaglianze tra le diverse aree del Pianeta. Nella regione europea dell’Oms, per esempio, la densità di medici è 13 volte superiore rispetto alla regione africana; quella di infermieri e ostetriche è invece 6 volte più alta.  “Nonostante i miglioramenti persistono carenze gravi e disomogenee di operatori sanitari e socio-sanitari e la densità del personale sanitario rimane fortemente correlata al reddito nazionale”, ha spiegato in una nota Khassoum Diallo, a capo dell’unità per le politiche e i dati sulla forza lavoro sanitaria dell’Oms.
Il trend positivo registrato negli ultimi anni, inoltre, rischia di non durare nel tempo e la mancanza di personale sanitario potrebbe tornare ad acuirsi a causa dell’aumento dell’aspettativa di vita della popolazione mondiale, che aumenterà il bisogno di assistenza sanitaria, e dell’invecchiamento degli stessi sanitari.
Quest’ultimo fenomeno è particolarmente marcato per i medici. Quasi 1 dottore su 4 ha più di 55 anni e andrà in pensione nel prossimo decennio. Nei paesi ad alto reddito, la quota aumenta a quasi 1 su 3.
“L’invecchiamento è la crisi nascosta della forza lavoro sanitaria e richiede un’attenzione urgente”, ha aggiunto Diallo, che invita a investire subito nella forza lavoro.
Tra i paesi ad alto reddito che soffrono una situazione di particolare vulnerabilità per l’alta età media dei professionisti, l’Italia si piazza ai primissimi posti. Secondo l’ultima rilevazione Ocse, il 44% dei medici italiani ha più di 55 anni; quote più alte si registrano soltanto in Bulgaria, Lettonia ed Estonia. Nel nostro Paese si registra inoltre il record di medici con più di 65 anni: nel nel 2023 hanno superato il 20%.

FondoSanità diventa FondoPro e si apre a tutti i professionisti

(da enpam.it)     Dal 1° ottobre FondoSanità cambia nome e diventa FondoPro, Fondo pensione complementare a capitalizzazione per i Professionisti. Non sarà soltanto un cambio di denominazione, logo e immagine, ma l’avvio di una nuova fase per una realtà che amplia il proprio perimetro di riferimento, aprendo l’adesione a tutti i professionisti e non più soltanto a quelli dell’area medico-sanitaria.  La trasformazione punta così ad allargare sensibilmente la platea dei potenziali aderenti e, di conseguenza, a rafforzare ulteriormente un Fondo che ha già costruito nel tempo risultati molto soddisfacenti. L’ingresso di nuovi professionisti potrà quindi sostenere la crescita dimensionale del Fondo, consolidandone il ruolo nella previdenza complementare dedicata al mondo delle libere professioni.

Il passaggio a FondoPro rappresenta un’evoluzione nel segno della continuità. Per gli attuali iscritti non cambieranno la posizione previdenziale, la sede del Fondo né l’Iban utilizzato per i versamenti. Dal 1° ottobre cambieranno invece il nome, il logo, i colori, il sito internet (www.fondopro.it) e i canali social.  “Il Fondo ha sempre creduto nell’importanza di una previdenza complementare capace di affiancare quella obbligatoria e, proprio per questo, nella necessità di renderla accessibile a una platea sempre più ampia di professionisti – sottolinea Stefano Mirenghi, presidente di FondoSanità e ora di FondoPro – . L’apertura a tutte le libere professioni è una scelta coerente con la nostra missione e con l’obiettivo di far crescere il numero degli aderenti. Siamo orgogliosi di questo nuovo passaggio, che rappresenta un’evoluzione naturale della nostra storia. Guardiamo al futuro con l’ambizione di costruire un Fondo sempre più ampio, inclusivo e vicino alle esigenze dei professionisti”.

Il nuovo nome sintetizza dunque l’ambizione di una realtà che vuole superare i confini originari per rivolgersi all’intero universo delle professioni. Una crescita della comunità degli aderenti che, oltre ad ampliare l’accesso alla previdenza complementare, potrà contribuire a rafforzare ulteriormente la dimensione e la solidità del Fondo.

Nell’era dell’IA la decisione clinica resta responsabilità del medico

(da M.D.Digital)   La trasformazione digitale della sanità impone di ripensare anche i confini dell’atto medico. È da questa premessa che nasce il lavoro dell’Omceo Roma, che ha presentato a Roma il volume “Etica e atto medico. Riflessioni e proposte”, curato da Francesca Gambetti, e il Documento programmatico elaborato dalla Commissione interna “Etica e atto medico”. Due strumenti che affrontano l’evoluzione della professione alla luce dell’intelligenza artificiale, della telemedicina, dei social media e della crescente complessità organizzativa dei sistemi sanitari.
Al centro della proposta c’è una distinzione ritenuta fondamentale: quella tra prestazione sanitaria e deliberazione clinica. Procedure e attività assistenziali possono essere svolte nell’ambito di un’équipe multiprofessionale e, nei casi previsti, condivise o delegate. Diverso è il giudizio clinico, che comprende l’interpretazione delle evidenze scientifiche, la valutazione della situazione individuale, i valori del paziente e le responsabilità che ne derivano.
Secondo l’Omceo Roma, questa dimensione decisionale rimane una prerogativa autonoma e non delegabile del medico. Una posizione che assume particolare rilievo con la diffusione dell’intelligenza artificiale nei processi diagnostici, decisionali e organizzativi: gli algoritmi possono offrire informazioni e supportare il professionista, ma non sostituire il processo attraverso il quale il medico assume una decisione clinica e ne risponde.

La relazione di cura oltre la tecnologia

Il volume “Etica e atto medico. Riflessioni e proposte”, con la presentazione del presidente dell’Omceo Roma Antonio Magi, affronta il tema attraverso contributi di clinici, filosofi, giuristi ed esperti di organizzazione sanitaria. L’obiettivo è confrontarsi con una medicina nella quale il medico non è più il detentore esclusivo del sapere, ma opera all’interno di sistemi multiprofessionali e tecnologicamente avanzati.  È proprio in questo scenario che viene posto il tema della relazione di cura. Algoritmi, protocolli e linee guida possono contribuire a rendere più appropriati e sicuri i percorsi assistenziali, ma il rischio, secondo gli autori, è quello di ridurre la cura a una successione di procedure standardizzate. La tecnologia diventa quindi uno strumento da governare, mantenendo centrale l’ascolto e la valutazione della persona.
La riflessione riguarda anche i nuovi luoghi nei quali si esercita la medicina. All’ambulatorio, all’ospedale e al domicilio si sono aggiunti gli spazi virtuali e digitali della telemedicina e della comunicazione sui social media. Cambiano gli strumenti e i contesti della relazione con il paziente, ma non viene meno la responsabilità del medico nella decisione clinica.

Tre dimensioni dell’atto medico

Il Documento programmatico della Commissione “Etica e atto medico” individua tre dimensioni dell’agire professionale.    – La prima è la deliberazione clinica, intesa come processo intellettuale e responsabile che orienta diagnosi, prescrizione e scelte terapeutiche, comprese quelle relative al fine vita.  – La seconda è la prestazione sanitaria, cioè l’insieme degli atti clinici, chirurgici e diagnostici attraverso i quali viene concretamente realizzato l’intervento assistenziale. In questo ambito viene richiamata anche la centralità del consenso informato, considerato parte integrante dell’atto medico.   – La terza comprende ricerca, formazione e organizzazione, considerate componenti della professione necessarie a garantire qualità delle cure e sostenibilità del sistema sanitario.

La proposta dell’Omceo Roma non viene presentata come una definizione definitiva, ma come una base di discussione per una professione destinata a confrontarsi con un’evoluzione tecnologica sempre più rapida. Il punto fermo indicato dal documento è però chiaro: l’innovazione può modificare strumenti e modalità dell’assistenza, ma non dovrebbe trasferire a sistemi automatizzati la responsabilità della decisione clinica.  Per la Medicina generale, dove strumenti digitali, telemedicina e sistemi di supporto alle decisioni sono destinati ad avere un peso crescente, la distinzione assume una particolare rilevanza: la tecnologia può affiancare il medico, ma la valutazione complessiva del paziente e la responsabilità della scelta terapeutica restano affidate al professionista.

Farmaci personalizzati in farmacia, cambia la gestione delle terapie

(da DottNet)   Non è ancora il “farmacista prescrittore“. Ma è un altro passo verso una farmacia che non si limita più a dispensare medicinali e servizi, entrando direttamente nella gestione della terapia del paziente. Le nuove linee nazionali del ministero della Salute regolano il servizio di accesso personalizzato ai farmaci, consentendo alle farmacie di sconfezionare i medicinali e predisporre confezioni con le singole dosi organizzate secondo lo schema terapeutico del paziente.  Il cosiddetto deblistering è soprattutto uno strumento per favorire l’aderenza terapeutica dei pazienti cronici e fragili. Ma il decreto firmato dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato attribuisce al servizio una dimensione più ampia. Le linee lo collocano esplicitamente nella “presa in carico territoriale” e nel rapporto diretto tra farmacista, medico prescrittore e paziente.  È un ulteriore tassello di una trasformazione della farmacia che negli ultimi anni ha progressivamente esteso le proprie attività oltre la dispensazione del farmaco. Una trasformazione che proprio in questi giorni viene rilanciata dal confronto sul “farmacista clinico“, figura chiamata a collaborare con il medico nella gestione di alcuni percorsi terapeutici.

Il farmacista entra nella gestione della terapia

Il nuovo servizio può essere attivato su richiesta del paziente. Il farmacista prepara confezionamenti personalizzati utilizzando medicinali già dispensati dalla stessa farmacia, organizzandoli secondo posologia, modalità e tempi di somministrazione stabiliti nello schema terapeutico.  Non si tratta però soltanto di un’operazione materiale. Prima dell’allestimento il farmacista deve acquisire la documentazione del paziente e verificare lo schema terapeutico. Può effettuare una ricognizione dei medicinali per ridurre il rischio di sovrapposizioni o incongruenze e segnalare eventuali criticità al medico prescrittore. Deve inoltre valutare se i medicinali possano essere sconfezionati e riconfezionati in sicurezza sulla base delle caratteristiche del prodotto e delle evidenze scientifiche disponibili.  Le linee attribuiscono al farmacista una responsabilità professionale propria. Il direttore della farmacia risponde dell’organizzazione del servizio, mentre chi esegue materialmente l’allestimento è responsabile della sua corretta realizzazione. La farmacia deve anche informare il medico sulla regolarità dell’assunzione dei farmaci quando necessario e può segnalare la necessità di rinnovare una prescrizione per garantire la continuità della terapia.

La prescrizione resta al medico

Proprio mentre amplia il ruolo del farmacista, il decreto stabilisce però con chiarezza dove debba fermarsi. Lo schema terapeutico deriva dal piano di cura indicato dal medico e il farmacista è tenuto a rispettare la valutazione clinica sulla quale si fondano prescrizione e posologia. Può chiedere chiarimenti al curante, ma non modificare autonomamente la terapia.  Un confine ribadito nella parte delle linee dedicata ai rapporti con il prescrittore. Il servizio deve rispettare farmaci e posologie prescritti. L’interazione con il medico è prevista in presenza di dubbi sulla terapia, criticità tecniche o necessità di chiarimenti. La distinzione è significativa anche alla luce del dibattito che sta accompagnando l’evoluzione della professione farmaceutica. Nel 2025 l’Officina di Galeno aveva portato nel confronto nazionale il tema del “farmacista prescrittore“, una figura già presente, con competenze differenti, in alcuni sistemi sanitari europei. Quest’anno il confronto si è spostato sul “farmacista clinico“, inserito in équipe multidisciplinari e maggiormente coinvolto nei percorsi assistenziali.   Il decreto sul deblistering non introduce né l’una né l’altra figura. Mostra però concretamente la direzione del cambiamento. Al farmacista vengono affidate attività che richiedono conoscenza dell’intera terapia, valutazione della sua corretta traduzione nel confezionamento, controllo di possibili incongruenze e comunicazione con il medico.

Una farmacia sempre più dentro la presa in carico

Le nuove regole stabiliscono anche condizioni piuttosto rigorose. Ogni confezionamento deve essere tracciabile fino al singolo farmaco, al lotto e alla scadenza. Le operazioni devono essere documentate e controllate. Il farmacista deve valutarne la fattibilità e alcuni medicinali sono esclusi dal riconfezionamento, tra cui gli antineoplastici quando non possono essere mantenuti nel confezionamento primario.  Il servizio avrà inoltre una componente regionale. Le linee ministeriali costituiscono lo standard minimo nazionale, mentre saranno gli accordi integrativi regionali a definirne gli aspetti organizzativi, operativi ed economici.  Per il medico, dunque, non cambia la titolarità della prescrizione e della decisione clinica. Cambia però ciò che accade intorno a quella decisione. Una parte crescente della gestione successiva della terapia entra nella farmacia, che acquisisce responsabilità proprie nella presa in carico e nell’aderenza del paziente.  È una distinzione destinata a diventare sempre più importante. Perché mentre il dibattito continua a interrogarsi sul farmacista clinico e persino sul farmacista prescrittore, il trasferimento di nuove funzioni alla farmacia sta già avvenendo attraverso atti molto più concreti. Il decreto sul confezionamento personalizzato dei farmaci è uno di questi.

Dieci minuti di corsa lenta

(da Internazionale.it)  Per avere effetti positivi, soprattutto sul benessere mentale, lo sport non deve essere necessariamente faticoso. Secondo un nuovo studio condotto in Giappone e riportato dal ‘Washington Post’, dieci minuti di corsa molto lenta, a un ritmo che supera di poco la velocità di una camminata, possono migliorare quasi immediatamente l’umore e alcune capacità cognitive. Ma anche a un’andatura così blanda è importante correre: per i ricercatori, la biomeccanica di questa attività influenza il corpo e il cervello in modo particolare, forse grazie al movimento verticale ritmico tipico della corsa.

(https://www.washingtonpost.com/wellness/2026/08/26/10-minutes-super-slow-running-can-benefit-your-brain-mood/)

Novità INPS sulla retroattività del certificato medico per visite ambulatoriali

(da Fimmg.org)   Con la Circolare INPS n. 92/2026, pubblicata in data 4 settembre 2026, l’Istituto ha introdotto una modifica significativa nella gestione della retroattività dei certificati medici di malattia.  Fino ad oggi, la retroattività al giorno precedente la data di rilascio del certificato era riconosciuta solo per le visite domiciliari, a condizione che il medico indicasse esplicitamente nel campo «Dichiara di essere ammalato dal…» la data antecedente.  Da ora in poi, questa possibilità è estesa anche alle visite ambulatoriali, grazie a un’interpretazione evolutiva del regolamento del 1963.

Circolare numero 92 del 04-09-2026

Mantenere lo stesso medico di famiglia riduce la mortalità dei pazienti

(da Univadis)    Il legame, la relazione terapeutica o la reciprocità sono l’essenza di un rapporto medico-paziente stabile. Si tratta di aspetti difficili da misurare, ma importanti, anche se nel settore sanitario viene dato rilievo soprattutto ai risultati misurabili e valutabili. Ed è proprio questo che gli esperti di medicina di famiglia cercano di mettere in evidenza per ricordare l’efficacia del loro lavoro e come si traduca concretamente in risultati significativi.  Rosa M.ª Añel Rodríguez, del Gruppo di lavoro sulla sicurezza del paziente della semFYC, spiega per esempio a El Médico Interactivo quanto siano risultati sorprendenti nel 2022 i dati dello studio “Continuity in general practice as predictor of mortality, acute hospitalisation, and use of out-of-hours care: a registry-based observational study in Norway’, pubblicato sul ‘British Journal of General Practice’, secondo cui mantenere lo stesso medico di famiglia per 15 anni ha comportato una riduzione del 30% nel ricorso ai servizi di pronto soccorso, una diminuzione del 28% dei ricoveri ospedalieri e una riduzione del 25% della mortalità.   “L’argomento più convincente dello studio è che esso rileva come il beneficio della continuità sia dose-dipendente. Il rapporto dose-risposta tra la durata del rapporto stabile medico-paziente e gli esiti sanitari è ciò che permette di affermare che l’associazione è causale, non meramente statistica. Non è che i pazienti più sani abbiano medici più stabili; il beneficio cresce con ogni ulteriore intervallo di anni di durata del rapporto, in modo sistematico e per tutte e tre le variabili”, riassume l’esperta.

Misurare l’efficienza della longitudinalità

La chiave di questi risultati è proprio il concetto di longitudinalità. L’esperta di semFYC cita infatti un editoriale pubblicato nel 2022 su ‘Revista Clinica de Medicina de Familia, in cui sono riportati diversi studi che forniscono dati sui molteplici benefici della longitudinalità. Nell’assistenza primaria, la longitudinalità è un “fattore protettivo per la salute. Ai benefici già menzionati, va aggiunto l’impatto sulla sicurezza clinica, grazie alla prevenzione della sovradiagnosi, della medicalizzazione e degli eventi avversi derivanti dall’eccessiva esposizione a esami e trattamenti non necessari”.   Tornando allo studio citato, l’esperta di medicina di famiglia sottolinea che lo stesso gruppo norvegese ha pubblicato nel 2024 uno studio complementare sulle interruzioni nella continuità assistenziale e sulla loro associazione con una maggiore mortalità nei pazienti cronici, rafforzando l’idea dal punto di vista negativo: non solo accumulare anni con lo stesso medico offre protezione, ma le interruzioni nella continuità assistenziale sono associate a esiti peggiori.  Inoltre, studi recenti condotti su pazienti affetti da ipertensione e diabete evidenziano miglioramenti significativi nel controllo dell’HbA1c e della pressione arteriosa sistolica in presenza di una continuità assistenziale.

Il potere del legame con il paziente

Come osserva Rosa M.ª Añel Rodríguez, la continuità favorisce il legame, quell’unione invisibile che unisce il professionista al paziente, alla famiglia e alla comunità in cui opera, e viceversa. “Il legame non è un elemento emotivo aggiuntivo alla relazione clinica: ne costituisce il fondamento. Senza di esso, molte delle cose che rendono possibile la medicina di famiglia non sarebbero realizzabili: la comunicazione spontanea di informazioni riservate, la tolleranza reciproca nei confronti dell’incertezza, la fiducia che permette di non ricorrere al pronto soccorso per ogni minimo sintomo, ecc.”.   Per questo motivo sottolinea che “il legame deve essere reciproco: il paziente riconosce il proprio medico di base come fonte principale e abituale di assistenza sanitaria, e il medico si assume la gestione di tutte le esigenze assistenziali dei pazienti del proprio bacino di utenza”.

Investire nell’assistenza primaria per ridurre la spesa ospedaliera

Partendo da questo presupposto, gli esperti ribadiscono continuamente che gli investimenti nell’assistenza primaria sono particolarmente convenienti in termini di costi, anche per ridurre le spese relative all’assistenza ospedaliera stessa. L’esperta sottolinea che le prove a sostegno di questa ipotesi sono sempre più numerose.  A tal fine, cita diversi studi, tutti in linea con questa tesi. Le analisi basate sui dati di Medicare, pubblicate su ‘JAMA Network Open’ nel 2023, concludono che recarsi regolarmente dallo stesso medico di base è strettamente correlato a un risparmio nella spesa di Medicare, correlazione che si rafforza con l’aumentare della frequenza delle visite nei pazienti con patologie più complesse.  D’altra parte, uno studio condotto in Cina ha stimato che, se si raggiungesse la continuità ottimale, si potrebbero risparmiare tra il 7% e il 27% dei costi ambulatoriali e tra il 55% e il 73% dei costi di degenza.   “Esiste un solido corpus di prove che dimostra come un’assistenza primaria solida sia alla base di un sistema sanitario altamente efficiente, associato a una migliore salute della popolazione, a una maggiore equità e a costi complessivi inferiori”, sottolinea l’esperta.  Infine, osserva che, nonostante si disponga di questi dati, occorre comprendere che non si tratta di spendere di più nell’assistenza primaria per spendere meno in ospedale, come se fosse un’equazione immediata. “L’obiettivo è disporre di un sistema sanitario con un’assistenza primaria solida, continuativa e accessibile, al fine di garantire una migliore salute della popolazione, un minor numero di eventi avversi evitabili e, nel medio e lungo termine, un uso più razionale di tutte le risorse del sistema”.  Ciononostante, è bene tenere a mente questo dato fondamentale: se avere lo stesso medico di famiglia per più di 15 anni riduce il rischio di mortalità del 25-30% rispetto a chi ha lo stesso medico da meno di un anno, la promozione della stabilità dei medici di famiglia dovrebbe essere una priorità per le autorità sanitarie.

(https://bjgp.org/content/72/715/e84)

(https://revclinmedfam.com/article/longitudinalidad-en-atencion-primaria-un-factor-protector-de-la-salud)

(https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2808555)

Un fascio di luce per curare la parodontite

(da Univadis)    Un gruppo di ricerca giapponese ha sviluppato una terapia sperimentale in grado di eliminare selettivamente Porphyromonas gingivalis – il batterio considerato il principale responsabile della parodontite – preservando al contempo la flora batterica commensale del cavo orale, un risultato che gli antimicrobici convenzionali non riescono a garantire. I dettagli della ricerca sono descritti in un articolo recentemente pubblicato sul ‘Journal of Translational Medicine’. Lo studio, il cui primo autore è Hiroshi Maruyama del Dipartimento di Chirurgia Orale e Maxillo-facciale dell’Ospedale Universitario di Nagoya (Giappone), descrive la tecnica denominata NIR-PAT² (near-infrared photo-antibacterial targeting therapy), basata sull’unione di un anticorpo (IgY, immunoglobulina Y estratta dal tuorlo d’uovo di galline immunizzate contro il batterio) con un fotosensibilizzante (IR700, un colorante silicio-ftalocianina).

Un meccanismo diverso dagli antimicrobici tradizionali

Lo studio, di tipo sperimentale in vitro e in vivo su modello murino, ha confrontato la nuova terapia con la terapia fotodinamica antimicrobica convenzionale (aPDT, antimicrobial photodynamic therapy) e con l’amoxicillina. In vitro, l’anticorpo coniugato (PG-IgY-IR700) si è legato specificamente a P. gingivalis senza interagire con fibroblasti del legamento parodontale umano (HPLF, human periodontal ligament fibroblasts) e il trattamento ha eliminato il batterio riducendo le colonie formate rispetto al controllo con un’efficacia dose-dipendente.  A differenza dell’aPDT, che disintegra la parete batterica tramite specie reattive dell’ossigeno, la microscopia elettronica ha mostrato che NIR-PAT² induce perforazioni della membrana mantenendo la forma complessiva del batterio, un meccanismo che gli autori associano a un minor rilascio di lipopolisaccaride, la molecola endotossica responsabile di gran parte dell’infiammazione parodontale (3,82 EU/mL contro 29,64 EU/mL con aPDT).

Nel modello murino di parodontite indotta con legatura in seta e infezione da P. gingivalis, il trattamento con NIR-PAT² ha significativamente contenuto il riassorbimento dell’osso alveolare rispetto al gruppo con parodontite non trattata. L’analisi del microbiota orale mediante sequenziamento del gene 16S rRNA ha inoltre mostrato che il trattamento non si è limitato a disinfettare l’ambiente, ma ha favorito uno spostamento della comunità batterica verso un profilo associato alla salute, con un parziale recupero del genere commensale Streptococcus e soppressione selettiva di Porphyromonas, un risultato non raggiunto né dagli antibiotici né dall’aPDT, che invece hanno impoverito drasticamente la flora commensale.   Gli autori segnalano tra i limiti dello studio il campione ridotto per le analisi del microbiota (n=3 per gruppo), la natura polimicrobica della parodontite che potrebbe non essere completamente affrontata colpendo un solo patogeno, l’incertezza sull’efficacia della terapia in aree non direttamente irradiate e la necessità di sviluppare dispositivi luminosi adatti alla profondità delle tasche parodontali. Il periodo di osservazione relativamente breve non ha permesso di valutare gli esiti ossei a lungo termine. Lo studio è stato finanziato da diverse agenzie di ricerca giapponesi (JSPS KAKENHI, Japan Science and Technology Agency, AMED, tra le altre); gli autori dichiarano di non avere conflitti di interesse.

Una prospettiva preclinica interessante

Questi risultati sono al momento circoscritti a un modello murino e non hanno ancora attraversato le fasi di sperimentazione clinica sull’uomo; tuttavia, il tema è di interesse per gli odontoiatri e i parodontologi, considerando che l’antibiotico-resistenza tra i patogeni sottogengivali è un problema riportato anche nella pratica clinica corrente e che le terapie fotodinamiche esistenti non hanno finora dimostrato un successo clinico significativo come terapia adiuvante nella parodontite. Gli autori stessi sottolineano che la tecnologia IgY, essendo economica da produrre su larga scala, potrebbe facilitarne una futura traduzione clinica, ma restano da affrontare questioni logistiche e regolatorie non banali, come la standardizzazione dei protocolli di irradiazione e lo sviluppo di dispositivi luminosi intra-orali dedicati.

 (https://link.springer.com/article/10.1186/s12967-026-08336-2)

Obesità infantile: il danno cardiovascolare inizia presto, ma gli strumenti per individuarlo sono ancora sottoutilizzati

(da DottNet)    Le malattie cardiovascolari si sviluppano nell’arco di decenni, ma le loro radici affondano spesso nell’infanzia. Una revisione della letteratura pubblicata tra il 2010 e il 2025 mette in luce una lacuna critica nella gestione clinica dell’obesità pediatrica: le attuali linee guida per la stratificazione del rischio cardiovascolare non includono strumenti per identificare l’aterosclerosi nelle sue fasi subcliniche precoci, proprio quando il processo è ancora potenzialmente reversibile.

L’obesità infantile sta raggiungendo proporzioni allarmanti a livello globale, con conseguenze che si estendono ben oltre l’età pediatrica. Il 56% dei bambini con obesità e l’80% di quelli con obesità grave diventano adulti obesi, accumulando nel tempo un carico metabolico e cardiovascolare progressivo. I dati dell‘International Childhood Cardiovascular Cohort Consortium, condotto su quasi 39.000 partecipanti con un follow-up di 35 anni, hanno documentato una forte associazione tra fattori di rischio rilevati in età infantile e successivi eventi cardiovascolari maggiori. I bambini nel quartile più alto dell’indice di massa corporea presentano un tasso di mortalità prematura più che doppio rispetto ai coetanei con BMI inferiore.

L’aterosclerosi è una malattia infiammatoria cronica che, nel momento in cui diventa clinicamente manifesta, è già consolidata e non più reversibile. La finestra di intervento più efficace si colloca pertanto nelle fasi subcliniche, identificabili attraverso strumenti non invasivi di valutazione vascolare. Tra questi, lo spessore intima-media carotideo e la velocità dell’onda di polso carotideo-femorale mostrano associazioni documentate con obesità e rischio cardiometabolico in età pediatrica. La velocità dell’onda di polso si distingue come indicatore promettente della disfunzione endoteliale precoce, sebbene la mancanza di consenso sui valori di riferimento in età evolutiva ne limiti ancora l’applicazione clinica sistematica.

Il problema centrale evidenziato dalla revisione è che i criteri classici per avviare lo screening aterosclerotico sono calibrati sulla popolazione adulta e sulla frequenza degli eventi clinici in età avanzata, escludendo di fatto la grande maggioranza dei bambini e dei giovani adulti ad alto rischio. Questo genera una popolazione vulnerabile che sfugge alla sorveglianza clinica proprio nella fase in cui l’intervento sarebbe più efficace.

Le attuali linee guida non tengono conto del carico vascolare cumulativo indotto dall’obesità pediatrica, né prevedono percorsi strutturati per la diagnosi precoce dell’aterosclerosi subclinica. Gli autori della revisione sottolineano la necessità di ricerche mirate all’identificazione di strumenti validati per la popolazione pediatrica, integrabili nei protocolli clinici di routine. In parallelo, viene evidenziato il potenziale dei dispositivi digitali mobili come strumenti di promozione della salute cardiovascolare nei giovani, in grado di sostenere interventi sullo stile di vita su larga scala.  Colmare questa lacuna diagnostica richiede un cambiamento di paradigma: riconoscere che la prevenzione cardiovascolare efficace non può attendere l’età adulta, ma deve iniziare lì dove il rischio inizia a prendere forma.

 

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