Diagnosi complesse: la comunicazione clinica diventa parte integrante del percorso di cura
(da DottNet) La comunicazione di una diagnosi complessa costituisce uno dei momenti più delicati dell'assistenza sanitaria. Informare un paziente della presenza di una patologia oncologica, di una malattia rara o di una condizione cronica ad alto impatto richiede competenze che vanno oltre la trasmissione di dati clinici, coinvolgendo aspetti relazionali, emotivi ed etici. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), una comunicazione efficace rappresenta un elemento fondamentale dell'assistenza centrata sulla persona. La comprensione delle informazioni ricevute influisce infatti sulla capacità del paziente di partecipare alle decisioni terapeutiche e di orientarsi all'interno del percorso assistenziale.
Le principali società scientifiche internazionali sottolineano l'importanza di adottare un approccio strutturato nella comunicazione delle cosiddette “bad news”, ovvero informazioni che modificano in modo significativo le aspettative di vita o lo stato di salute dell'individuo. Tra le raccomandazioni più diffuse figurano la preparazione del colloquio, la valutazione delle conoscenze pregresse del paziente, l'utilizzo di un linguaggio chiaro e la verifica della corretta comprensione dei contenuti comunicati.
Le evidenze pubblicate in letteratura indicano che una comunicazione inadeguata può generare confusione, sfiducia e difficoltà nell'adesione ai trattamenti. Al contrario, un confronto trasparente e personalizzato favorisce una maggiore partecipazione alle decisioni cliniche e contribuisce a migliorare la soddisfazione del paziente e dei caregiver. Particolare attenzione viene dedicata al concetto di decisione condivisa, promosso da organismi come l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e dalla Commissione europea. Questo modello prevede il coinvolgimento attivo del paziente nella valutazione delle opzioni terapeutiche, tenendo conto non solo delle evidenze scientifiche disponibili, ma anche delle preferenze individuali e del contesto di vita della persona.
Anche la dimensione emotiva assume un ruolo rilevante. Le linee guida internazionali raccomandano ai professionisti sanitari di riconoscere le reazioni psicologiche associate alla diagnosi, offrendo tempo adeguato per l'elaborazione delle informazioni e garantendo, quando necessario, il supporto di figure specialistiche dedicate. Con l'aumento delle patologie croniche e l'evoluzione della medicina personalizzata, la comunicazione della diagnosi sta assumendo una funzione sempre più strategica. Non si tratta soltanto di trasferire informazioni cliniche, ma di costruire le condizioni affinché il paziente possa comprendere la propria situazione, partecipare consapevolmente alle scelte terapeutiche e affrontare il percorso di cura con strumenti adeguati
Elezioni ONAOSI: proroga del termine di ricevimento della scheda di voto al 7 agosto 2026 ore 12.00
La Fondazione ONAOSI comunica che, sulla base di molteplici segnalazioni che evidenziano un persistente ritardo nella consegna dei plichi elettorali, il Consiglio di Amministrazione, al fine di tutelare la parità di accesso al diritto di voto dei suoi contribuenti, ha deliberato:
- l'ulteriore proroga del termine ultimo di ricezione delle schede di voto alle ore 12.00 del 7 agosto 2026;
- l'ulteriore proroga del termine ultimo per la richiesta del duplicato del materiale elettorale entro il 18 luglio 2026.
Richiedi il duplicato del materiale elettorale cliccando qui: DUPLICATO DEL MATERIALE ELETTORALE (se non funziona il link incolla il seguente testo sulla URL del browser: https://www.onaosi.it/elezioni/modulistica.jsp)
Si consiglia di effettuare la spedizione delle schede di voto con adeguato anticipo rispetto al termine perentorio delle ore 12.00 del 7 agosto 2026.
FONDAZIONE ONAOSI
Stipendi dei medici del Ssn, aumenti inferiori all’inflazione: Il Conto annuale 2024
(da Doctor33) Gli aumenti delle retribuzioni dei medici del Servizio sanitario nazionale nel 2024 sono rimasti inferiori all'inflazione. È quanto emerge dall'analisi pubblicata da Il Sole 24 Ore sui dati del Conto annuale 2024 della Ragioneria generale dello Stato, che evidenzia come gli incrementi salariali registrati nell'ultimo anno non abbiano compensato la dinamica dei prezzi.
Secondo l'elaborazione del quotidiano economico, a fronte di un'inflazione pari al 4,7% nel biennio 2023-2024, la retribuzione media dei medici è aumentata dell'1,63%. Incrementi ancora più contenuti riguardano il personale delle professioni sanitarie, fermo allo 0,68%, mentre i dirigenti delle professioni sanitarie registrano un aumento del 3,47%.
Il Conto annuale 2024 conferma che la retribuzione media dei dirigenti sanitari continua comunque a crescere nel lungo periodo, raggiungendo circa 88.900 euro annui nel 2024. La Ragioneria generale dello Stato attribuisce l'incremento osservato negli ultimi anni soprattutto agli effetti economici dei rinnovi contrattuali relativi ai trienni 2016-2018 e 2019-2021, oltre che alla diversa composizione del personale, influenzata dai pensionamenti, dalle nuove assunzioni e dalla distribuzione degli incarichi dirigenziali.
Il tema retributivo si inserisce in un contesto di persistenti difficoltà nel reclutamento e nella fidelizzazione del personale sanitario. Sempre secondo i dati del Conto annuale, nel 2024 il personale dipendente del Servizio sanitario nazionale è aumentato rispetto all'anno precedente, ma la crescita non è stata sufficiente a colmare le carenze che interessano diverse professioni e territori. La stessa Ragioneria sottolinea come l'espansione degli organici degli ultimi anni sia stata favorita sia dall'allentamento dei vincoli di spesa sia dalle procedure straordinarie di reclutamento e stabilizzazione introdotte dopo la pandemia.
Determinanti sociali e obesità: una connessione tra stress, microbiota e salute metabolica
(da DottNet) L'obesità è una condizione complessa influenzata da fattori biologici, genetici e sociali. I Determinanti Sociali della Salute (SDOH) giocano un ruolo cruciale, aumentando il rischio e complicando la gestione. Un approccio biopsicosociale integrato, che consideri anche gli aspetti psicologici e sociali, è fondamentale per il trattamento efficace. L'obesità si conferma sempre più una sfida di sanità pubblica dalle radici complesse, che travalica ampiamente la dimensione delle scelte alimentari individuali. Negli Stati Uniti, le complicanze ad essa correlate generano un onere economico annuo di 173 miliardi di dollari sul sistema sanitario, mentre un'evidenza emergente colloca i Determinanti Sociali della Salute (SDOH) come stabilità economica, contesto comunitario, isolamento relazionale, tra i fattori causali primari piuttosto che meramente accessori. Un'indagine condotta su 160.000 adulti ha documentato una relazione proporzionale tra grado di svantaggio sociale e probabilità di sviluppare obesità.
Il meccanismo che lega condizione sociale e biologia metabolica passa attraverso l'asse cervello-intestino-microbiota (BGM), un sistema di comunicazione bidirezionale sempre più centrale nella comprensione delle patologie metaboliche. L'insicurezza alimentare, da sola, incrementa il rischio di obesità del 32%, mentre lo stress cronico, frequentemente associato a basso status socioeconomico o a esperienze di discriminazione razziale, induce alterazioni misurabili nella composizione del microbiota intestinale. Nelle popolazioni afroamericane e ispaniche, in particolare, le esperienze discriminatorie attivano circuiti cerebrali centrati sull'amigdala, potenziando la connettività delle reti neurali deputate all'introspezione e al controllo cognitivo. Questo stato di attivazione persistente si traduce in modificazioni metaboliche concrete: l'aumento dei livelli di glutammato a livello intestinale genera stress ossidativo e infiammazione locale, mentre la disbiosi conseguente favorisce la proliferazione di specie batteriche come Prevotella copri, implicate nell'infiammazione del tessuto adiposo e nell'insulino-resistenza. A questo si aggiunge un meccanismo comportamentale: lo stress cronico favorisce strategie di coping disadattive, in cui la difficoltà di regolazione emotiva si traduce in un ricorso più frequente ad alimenti ad alta densità calorica.
Anche il contesto abitativo e relazionale gioca un ruolo determinante. I quartieri caratterizzati da un elevato Indice di Deprivazione di Area (ADI) presentano tipicamente "deserti alimentari" e condizioni di insicurezza che scoraggiano l'attività fisica all'aperto. L'isolamento sociale, dal canto suo, riduce l'attivazione delle vie dopaminergiche cerebrali: il calo del piacere derivante dalle interazioni umane spinge il sistema nervoso a ricercare gratificazione alternativa nel cibo, un meccanismo descritto come stato ipodopaminergico. Gli effetti degli SDOH si estendono inoltre su scala intergenerazionale: lo stress materno e l'obesità prenatale possono indurre alterazioni nel feto, con conseguente incremento del rischio metabolico nella vita post-natale del bambino. Esistono tuttavia fattori protettivi documentati: l'allattamento al seno, ad esempio, riduce del 25% l'associazione tra basso status socioeconomico e aumento dell'indice di massa corporea in adolescenza.
Alla luce di queste evidenze, gli esperti sollecitano l'adozione di un modello di cura biopsicosociale. Lo screening standardizzato per i determinanti sociali (stabilità abitativa, situazione finanziaria, esperienze di discriminazione) dovrebbe entrare nella pratica clinica routinaria, integrato da percorsi di psicogastroenterologia basati su terapia cognitivo-comportamentale e mindfulness per il rafforzamento della resilienza individuale e del controllo degli impulsi. A completamento, interventi di policy sistemica restano necessari per migliorare l'accesso ai servizi sanitari e sostenere le comunità più esposte alla deprivazione ambientale, agendo così sulla radice strutturale, e non solo clinica, del fenomeno obesità.
(Sood R, Kilpatrick LA, Keefer LA, Church A. Biopsychosocial and Environmental Factors That Impact Brain-Gut-Microbiome Interactions in Obesity. Clin Gastroenterol Hepatol. 2026 Jan;24(1):10-20. doi: 10.1016/j.cgh.2025.07.045. Epub 2025 Sep 4. PMID: 40914285.)
Naturopata a Catania, ben oltre il danno di immagine
(da Univadis - Roberta Villa) Tutto è bene quel che finisce bene, si potrebbe dire, dopo le proteste che hanno portato alla risoluzione del contratto libero-professionale della naturopata Giordana Proto con l’Ospedale Policlinico "Gaspare Rodolico - San Marco" di Catania. Proto era stata ingaggiata per “la realizzazione di specifiche attività di supporto nell'ambito di studi clinici condotti con la chirurgia vascolare e il centro trapianti e la pediatria a indirizzo reumatologico". L’incarico era parso poco consono a un policlinico universitario che si presume basato sulla trasmissione e sull’applicazione di conoscenza scientifica, non su pratiche prive di tale fondamento. Nei giorni scorsi, quindi, la vicenda aveva scatenato molte reazioni da parte di vari divulgatori scientifici, tra cui Beatrice Mautino – voce del podcast del Post di “Ci vuole una scienza” insieme a Emanuele Menietti –, dell’infettivologo Matteo Bassetti e del virologo Roberto Burioni, che sui social media ha commentato sarcasticamente la notizia con la frase: "Il rilancio del Servizio sanitario nazionale, con i soldi dei contribuenti".
Una lettera direttamente al ministero
La posizione più forte però è venuta dal CICAP, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze, fondato nel 1989 da Piero Angela, che ha scritto una lettera aperta al Ministro della Salute, Orazio Schillaci, con la richiesta “di promuovere, per quanto di Sua competenza, una verifica dei presupposti scientifici e professionali dell’incarico e, qualora non risultassero adeguati, di intervenire affinché la decisione sia sospesa e revocata, a tutela dei pazienti e dell’Ospedale stesso, in attesa di un parere delle società scientifiche di riferimento (chirurgia vascolare, reumatologia pediatrica)”. Aggiunge il presidente del CICAP, Lorenzo Montali, che firma il documento: “La medicina pubblica e universitaria ha il dovere di tutelare i pazienti fragili dal rischio di pratiche non validate, indipendentemente dalla buona fede di chi le propone”. Poche righe sopra, Montali, che è anche docente di psicologia sociale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, precisava: “Il problema non è la presenza negli ospedali di professionisti non medici, che svolgono funzioni essenziali nell’assistenza e nella ricerca. Il problema è comprendere perché una formazione di questo tipo sia stata considerata appropriata per partecipare ad attività definite come studi clinici, in reparti che assistono anche persone sottoposte a trapianto e minori con patologie reumatologiche. Un incarico retribuito conferito da un’azienda ospedaliero-universitaria attribuisce inevitabilmente credibilità istituzionale alle competenze selezionate”. Ecco, questo mi sembra il tema. Non tanto il danno di immagine per l’Istituzione ravvisato dal direttore generale del Policlinico di Catania, Giorgio Giulio Santonocito, che oggi si smarca con una nota durissima, focalizzata sul fatto che Proto “non aveva alcuna autorizzazione da parte di questa Direzione strategica [...] per la pubblicazione di atti o notizie che coinvolgono l'azienda”. Come se il problema fosse solo aver fatto pubblicità al suo studio privato con il cartellino dell’ospedale o aver reso pubblico un incarico che lo stesso dirigente aveva sottoscritto e firmato il 21 novembre scorso, in qualità di Commissario straordinario ad interim, con la "clausola di immediata esecutività, stante la necessità di rispettare il cronoprogramma delle attività progettuali".
La storia della naturopata
Insomma, è un po’ tardi per accorgersene, quando tutti protestano. Tutti tranne Repubblica, a dire il vero, che in un articolo non firmato dedica a Proto una lunga e lusinghiera intervista, che ci spiega come “la medicina naturale non sostituisca la tradizionale, ma possa integrarla” e come la naturopata “non faccia diagnosi né prescriva farmaci, ma punti all’equilibrio energetico”. E nessuno che le chieda in che cosa consista questo fantomatico “equilibrio energetico”, né in che modo la presenza di articoli di medicina naturale su PubMed – che non è altro che una biblioteca virtuale –, ne garantisca il fondamento scientifico. Repubblica ci spiega anche in che modo la naturopata è arrivata a introdursi al Policlinico di Catania, cioè tramite l’intervento del “professor Massimiliano Veroux, trapiantologo, docente di chirurgia all’Università di Catania, colpito dai racconti di alcuni pazienti che seguivano consulenze online con lei”. Massimiliano Veroux è fratello di Pierfrancesco Veroux, che sarà poi promotore delle sperimentazioni cliniche per le quali è stato aperto il bando di cui si discute, dal 2023 è direttore del Dipartimento di Chirurgia generale e specialità medico-chirurgiche e già candidato alla carica di rettore dell'Università di Catania. L’ambiente della chirurgia non era stato estraneo in passato a Giordana Proto, che, prima di essere fulminata sulla via della naturopatia, aveva lavorato per dieci anni nell’azienda di famiglia, IMESI, di cui è titolare il padre Franco, che ha il suo stabilimento a Dittaino, in provincia di Enna, e che produce kit procedurali monouso personalizzati per sale operatorie.
Una 'laurea' svizzera
Ciò, ovviamente, non sostituisce una laurea in medicina. La sua è in Relazioni pubbliche e comunicazione, non in medicina o in altre professioni sanitarie, a meno che si voglia considerare tale la “laurea in scienze olistiche, a indirizzo Educazione Alimentare e Nutrizione” che Proto sostiene di aver ottenuto in Svizzera, presso il LinkCampus di Zug. Per capire il valore di questo titolo è bene sapere che la LPSU (Legge Federale sulla Promozione e il coordinamento del Settore universitario svizzero), in vigore dal 1° gennaio 2015, ha introdotto l'accreditamento istituzionale obbligatorio per le istituzioni che vogliano usare denominazioni come 'università', 'scuola universitaria professionale' o 'alta scuola pedagogica', anche se, in Svizzera, chiunque può aprire un istituto di formazione e conferire qualsiasi tipo di diploma. Solo chi è ufficialmente accreditato può denominarsi università, ma per aggirare questa norma basta chiamarsi 'ateneo', 'accademia' o 'campus', termini non protetti a livello federale. Questi istituti che erogano lauree in scienze olistiche adottano quindi questa strategia: si definiscono 'istituzione privata unitelematica svizzera', costituita ai sensi del Codice Civile svizzero, evocando una cornice giuridica che suona legittima, ma che non equivale ad accreditamento universitario federale. Per farsi un’idea, il piano di studi pubblicato da LinkCampus comprende, tra gli altri, insegnamenti di iridologia, naturopatia quantica, oligoterapia carmica, riflessologia 'planetare' (con un refuso, sarebbe 'plantare') e aromoterapia tibetana. “Si tratta di approcci che nascono da presupposti teorici incompatibili con lo stato dell’arte delle conoscenze mediche” precisa la lettera del CICAP, “non sono supportati da evidenze scientifiche adeguate e non rientrano nella formazione sanitaria universitaria italiana”. Un laureato in scienze della nutrizione con una di queste università telematiche è persino finito sotto inchiesta per abuso della professione di nutrizionista, poiché il suo titolo non è stato ritenuto valido. Proto, invece, ancora prima dell’incarico che ha fatto scalpore, aveva addirittura già svolto attività di docente a contratto nell’ambito di un master di II livello. Al concorso, poi, si era anche presentata un’altra persona, la cui identità non è resa nota, con più titoli di Proto, che però l’avrebbe superata dopo il colloquio. Di tutto questo però per oltre sei mesi non si è saputo nulla. O meglio, era da qualche mese che la notizia del “primo concorso pubblico vinto da una naturopata”, grazie a “un'iniziativa pionieristica che vede la collaborazione tra medicina tradizionale e naturopatia olistica” serpeggiava su pubbliredazionali di siti come Today e Il Tempo. Traduco per i non esperti: il termine pubbliredazionale indica un’inserzione pubblicitaria, più o meno mascherata da articolo o servizio giornalistico in video, ma pur sempre pubblicità. Pubblicità che, quindi, deve essere pagata da qualcuno: da chi? Per il suo incarico, Proto avrebbe dovuto ricevere un compenso lordo complessivo pari a euro 14.600 annui, certo non sufficienti a pagare anche la propria promozione sulla stampa nazionale. Chi sponsorizzava Proto, e forse anche questa ricerca? Queste mi sembrano le domande su cui il direttore generale dell’ospedale, se vuole uscirne bene, dovrebbe trovare una chiara risposta.
Diagnosi di cancro, i pazienti preferiscono sentirla dal medico
(da Sanitainformazione.it) La diffusione dei portali elettronici per i pazienti, che consentono di consultare rapidamente referti, esami e informazioni cliniche, sta cambiando anche il modo in cui vengono comunicate diagnosi particolarmente delicate, come quelle oncologiche. Un nuovo sondaggio condotto presso l’UT Southwestern Medical Center e pubblicato su JAMA Network Open mostra però che, quando si tratta di una diagnosi di cancro, la maggior parte dei pazienti continua a preferire il contatto diretto con il medico. L’indagine, realizzata nel 2025, ha raccolto le risposte di oltre 2.400 pazienti a cui era stato diagnosticato un tumore presso il Simmons Cancer Center tra il 2019 e il 2023. I risultati indicano che il 75% degli intervistati vorrebbe ricevere una nuova diagnosi oncologica direttamente dal proprio medico, di persona o attraverso una visita in telemedicina, piuttosto che scoprirla autonomamente tramite un portale digitale.
L’accesso immediato ai referti può aumentare ansia e incertezza
Il tema nasce anche dalle conseguenze del 21st Century Cures Act, entrato in vigore negli Stati Uniti nel 2021, che ha rafforzato il diritto dei pazienti ad accedere in modo tempestivo e ampio alle proprie informazioni sanitarie elettroniche. Questa misura ha migliorato la trasparenza e la disponibilità dei dati clinici, ma ha aperto una questione complessa: non tutti i risultati hanno lo stesso peso emotivo e non tutte le informazioni possono essere recepite senza un adeguato accompagnamento. Secondo Sheena Bhalla, autrice principale dello studio e oncologa medica presso l’UT Southwestern, per i pazienti oncologici il rapido accesso elettronico ai referti può avere effetti diversi rispetto alla popolazione generale. Ricevere una diagnosi di cancro senza poter porre subito domande, chiarire i dubbi o discutere i passi successivi con un medico di fiducia può aumentare stress, paura e senso di incertezza. Il problema, quindi, non è l’accesso digitale in sé, ma il modo in cui questo accesso viene integrato nella relazione di cura.
Una comunicazione troppo automatica rischia di lasciare soli i pazienti
Il sondaggio ha mostrato che le preferenze dei pazienti non sono uniformi e possono variare in base alle esperienze precedenti, all’abitudine nell’utilizzo del portale e ad alcune caratteristiche demografiche. Gli uomini, ad esempio, sono risultati più propensi a preferire la comunicazione della diagnosi tramite il portale. Tuttavia, il dato complessivo resta chiaro: per una comunicazione che può cambiare radicalmente la vita di una persona, molti pazienti desiderano ancora la presenza, anche virtuale, di un medico.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda le circostanze concrete in cui i pazienti vengono a conoscenza dei risultati. Più della metà di coloro che hanno scoperto la diagnosi attraverso il portale ha riferito di essere sola in quel momento. Secondo Bhalla, questa rappresenta una delle conseguenze indesiderate dell’accesso in tempo reale: il paziente può ricevere una notizia ad alto impatto emotivo senza il supporto del medico, dei familiari o di una persona di fiducia. Il rischio è che uno strumento pensato per aumentare l’autonomia finisca, in alcune situazioni, per accentuare vulnerabilità e disorientamento. Per David Gerber, autore senior dello studio, i risultati indicano la necessità di superare un approccio standardizzato e di costruire modalità di comunicazione più personalizzate, attente e compassionevoli.
Verso portali più flessibili e strumenti digitali di supporto
Secondo i ricercatori, il punto non è tornare indietro rispetto alla digitalizzazione, ma renderla più adatta alla complessità delle informazioni sanitarie. Una prima soluzione potrebbe essere quella di aumentare la consapevolezza, sia tra i medici sia tra i pazienti, sulle impostazioni di notifica disponibili nei portali, in modo da gestire meglio tempi e modalità di ricezione dei risultati. Un’altra possibilità riguarda lo sviluppo di sistemi di rilascio graduale o differito per i referti particolarmente sensibili, come quelli relativi a nuove diagnosi oncologiche o recidive.
Dipendenze, l’ISS unifica i numeri verdi e apre alla sfera digitale
(da DottNet) Un unico punto di accesso per orientare cittadini, familiari e operatori tra i servizi dedicati alle dipendenze. È operativo da oggi il nuovo Numero Verde Dipendenze dell'Istituto Superiore di Sanità, che riunisce sotto un'unica numerazione i servizi finora dedicati separatamente a droghe, alcol, tabacco, gioco d'azzardo e doping. Il nuovo numero nazionale, 800940789, è stato realizzato con il finanziamento del Dipartimento per le Politiche contro la Droga e le altre Dipendenze della Presidenza del Consiglio dei ministri ed è accessibile gratuitamente e in forma anonima sia da telefono fisso sia da cellulare. A rispondere è un'équipe composta da psicologi, ricercatori e professionisti specializzati nelle diverse forme di dipendenza. Attraverso una voce guida iniziale, gli utenti possono essere indirizzati verso il counselor più adatto alle proprie esigenze.
Entrano le dipendenze da Internet e nuove tecnologie
La principale novità riguarda l'introduzione di una linea specialistica dedicata alle dipendenze da Internet e dalle nuove tecnologie, che si affianca ai servizi storicamente rivolti alle dipendenze da sostanze e ai comportamenti a rischio. L'iniziativa riflette l'attenzione crescente delle istituzioni sanitarie verso fenomeni che coinvolgono in particolare adolescenti e giovani adulti, come l'uso problematico dei social network, il gaming compulsivo e altre forme di dipendenza comportamentale legate agli ambienti digitali. L'inserimento di queste problematiche all'interno di un servizio nazionale dedicato alle dipendenze rappresenta un ulteriore segnale della loro crescente rilevanza sul piano sanitario e sociale.
Orientamento e informazioni validate
Il numero verde è attivo dal lunedì al venerdì e svolge funzioni di informazione, ascolto e orientamento verso i servizi presenti sul territorio. Restano comunque operativi anche i singoli numeri verdi già esistenti, compreso quello dedicato alla cessazione del fumo riportato sui pacchetti di sigarette. Accanto al servizio telefonico, l'Iss mette inoltre a disposizione due piattaforme online dedicate rispettivamente alle dipendenze da sostanze e alle dipendenze digitali: zerosostanze.iss.it e benessereinrete.iss.it. I portali consentono di consultare informazioni scientificamente validate e di individuare le strutture territoriali che si occupano di prevenzione, cura e supporto.
Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, l'obiettivo dell'iniziativa è rendere più semplice e immediato l'accesso ai servizi di consulenza e orientamento, favorendo una presa in carico più tempestiva delle diverse forme di dipendenza.
Retrodatazioni, deleghe e richieste improprie: come gestire le situazioni più delicate in ambulatorio
(da DottNet) Tra le attività che accompagnano quotidianamente il lavoro del medico di medicina generale, la certificazione è probabilmente una delle più esposte al rischio di incomprensioni con l'utenza. Non sempre, infatti, ciò che il paziente ritiene ragionevole o scontato coincide con ciò che la normativa e la deontologia consentono di attestare. Proprio per questo motivo conoscere con precisione i limiti dell'attività certificativa può rappresentare uno strumento utile non soltanto sotto il profilo professionale, ma proprio per evitare incomprensioni o tensioni nella gestione del rapporto con il paziente.
Il problema delle retrodatazioni
Una delle richieste più frequenti riguarda la possibilità di attestare oggi una situazione verificatasi giorni o settimane prima. Su questo punto la normativa lascia poco spazio a interpretazioni. Un certificato retrodatato costituisce un falso. Ciò non significa che il medico non possa documentare eventi clinici riferiti a quanto accaduto prima dell’atto della certificazione. Se il paziente è stato effettivamente seguito per una determinata patologia, il professionista può ricostruire la storia clinica sulla base della documentazione disponibile. Ciò che non può fare è attribuire al certificato una data diversa da quella reale di rilascio. La distinzione può apparire formale, ma ha rilevanti implicazioni giuridiche.
Quando a chiedere il certificato è un familiare
Un'altra situazione che può generare difficoltà riguarda le richieste avanzate da coniugi, figli o altri familiari. La presenza di un rapporto familiare non autorizza automaticamente il rilascio di certificazioni sanitarie. In assenza di una delega espressa dell'interessato, il medico non può infatti trattare informazioni sanitarie né rilasciare documentazione a soggetti terzi. Si tratta di un principio che può creare tensioni soprattutto nei confronti di familiari che ritengono di agire nell'interesse del paziente, ma che trova fondamento nella tutela della riservatezza e dell'autodeterminazione della persona assistita.
Le richieste che esulano dalle competenze del medico curante
Vi sono poi certificazioni che il medico di medicina generale non può rilasciare semplicemente perché non rientrano nelle proprie competenze. Un esempio è la certificazione dell'incapacità di intendere e di volere. Si tratta di una valutazione che produce effetti giuridici particolarmente rilevanti e che non può essere affidata al medico curante come semplice attestazione clinica. Nei casi previsti dalla legge è l'autorità giudiziaria a pronunciarsi, eventualmente sulla base di specifiche perizie. Anche in queste circostanze il rifiuto non rappresenta una mancanza di collaborazione nei confronti del paziente, ma il rispetto dei limiti previsti dall'ordinamento.
Quando il problema non è il certificato ma la documentazione
Molte richieste improprie nascono da un presupposto comune: la convinzione che il medico possa attestare fatti che non ha direttamente osservato o che non risultano documentati. Il principio che governa l'intera attività certificativa è invece opposto. Ogni attestazione deve poggiare su dati anamnestici raccolti, rilievi clinici direttamente constatati oppure elementi oggettivamente documentabili. Quando questi presupposti mancano, il professionista non dispone semplicemente di una facoltà di rifiuto, ma spesso di un vero e proprio obbligo di non certificare.
Uno strumento di tutela anche per il rapporto con il paziente
Nella pratica quotidiana le richieste più difficili non sono necessariamente quelle clinicamente complesse, ma quelle che si collocano in una zona grigia tra aspettative del cittadino, esigenze amministrative e limiti normativi. In questi casi il riferimento a regole chiare e condivise può aiutare il medico a trasformare un potenziale conflitto in un momento di corretta informazione. Perché il rifiuto di una certificazione non nasce da una scelta discrezionale del professionista: al contrario rappresenta il rispetto dei confini entro i quali la certificazione conserva il proprio valore clinico e giuridico.
Federfarma lancia per l’estate un’iniziativa di prevenzione contro il drink spiking: i kit CYD saranno disponibili gratuitamente nelle farmacie private associate della provincia
In vista dell'estate, con l'aumento di serate e occasioni di socialità, le Farmacie private associate di Forlì-Cesena diventano punto di distribuzione gratuita dei test CYD, dispositivi rapidi e discreti per rilevare la presenza di droghe dello stupro nelle bevande. L'iniziativa è promossa da Federfarma Forlì-Cesena, l'associazione di categoria delle farmacie private della provincia, in collaborazione con Voden Medical S.p.A.
Il drink spiking — l'aggiunta di sostanze stupefacenti a una bevanda a insaputa di chi la consuma — è un fenomeno in crescita, strettamente legato alla violenza sessuale. Le sostanze più utilizzate, GHB (la cosiddetta "droga dello stupro"), chetamina e benzodiazepine, sono inodori e incolori, metabolizzati rapidamente dall'organismo, il che li rende difficilmente rilevabili se non in tempi brevissimi. I dati ISTAT indicano che il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni — quasi 7 milioni di persone — ha subito nel corso della vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale.
Per contrastare concretamente questo fenomeno, Federfarma Forlì-Cesena ha acquistato un'importante fornitura di test CYD (Check Your Drink), prodotti dalla omonima società inglese e distribuiti in Italia da Voden Medical S.p.A., e li metterà a disposizione gratuitamente attraverso le proprie farmacie associate. Il test — validato dall'Università di Strathclyde di Glasgow e certificato dall'agenzia britannica per la prevenzione della criminalità SBD — consente di rilevare in pochi secondi, con una goccia di bevanda su un'apposita card, la presenza di GHB,
chetamina, benzodiazepine e cocaina, con un'accuratezza del 98%.
Federfarma Forlì-Cesena è la prima in Emilia-Romagna a lanciare questa campagna di sensibilizzazione.
I test CYD sono già adottati in molti Paesi Europei e negli Stati Uniti. Emblematico il caso del Parlamento britannico, che ha introdotto misure specifiche contro il drink spiking dopo che la bevanda di un membro del Parlamento fu additivata da un ospite — un episodio che fece scalpore nei media internazionali.
"La farmacia territoriale è per natura un presidio di prossimità, accessibile, professionale e privo di barriere. Riteniamo che sia esattamente il luogo giusto per un'iniziativa come questa: non solo per distribuire uno strumento concreto di prevenzione, ma per creare un punto di riferimento per le donne e le ragazze in difficoltà."
I test CYD sono disponibili gratuitamente presso le farmacie private associate a Federfarma Forlì-Cesena. Non è necessaria alcuna prescrizione. Il personale delle Farmacie aderenti è disponibile a illustrarne l’utilizzo.


Dolore cronico come priorità sanitaria: se ne discute al Senato della Repubblica con il contributo dell’AUSL Romagna L’esperienza della sanità romagnola al centro del confronto nazionale. Il Direttore della Terapia Antalgica della Romagna interviene alla Biblioteca “Giovanni Spadolini” di Roma per presentare le prospettive di sviluppo della terapia del dolore in Italia
L'Azienda USL della Romagna ha partecipato ai lavori dell'incontro istituzionale "La vita delle persone con dolore cronico: costruire risposte, avviare percorsi, garantire cura ed assistenza", svoltosi presso la Sala Atti Parlamentari della Biblioteca "Giovanni Spadolini" del Senato della Repubblica, promosso dall'Alleanza sul Dolore con il coinvolgimento di rappresentanti delle istituzioni, del mondo clinico e delle associazioni dei pazienti.Nel corso del dibattito è intervenuto il Dott. Massimo Innamorato, Direttore della U.O.C. Terapia Antalgica dell'AUSL Romagna e coordinatore del Programma Aziendale per il Contrasto del Dolore Acuto e Cronico, rappresentando il valore dell'esperienza maturata sul territorio romagnolo, mettendo però in luce le grandi difficoltà che i pazienti italiani devono ancora affrontare ogni giorno per curarsi di dolore cronico.
L'obiettivo dell'intervento è stato di spiegare chiaramente ai parlamentari e alle associazioni a che punto sia oggi la terapia del dolore in Italia.
Sebbene nel nostro Paese esista una legge all'avanguardia (la Legge 38/2010), la realtà dimostra che l'accesso alle cure varia tantissimo, da Regione a Regione. Manca ancora un'assistenza davvero su misura e le reti di cura non sono sviluppate ovunque allo stesso modo. Questa rappresentazione è emersa anche da una recente indagine nazionale, presentata durante l'incontro, che denuncia forti ritardi nelle diagnosi, ostacoli nel trovare i percorsi giusti e un peso economico e sociale enorme per chi soffre di dolore cronico.
Nel suo intervento, il Dott. Innamorato ha illustrato alcune proposte operative per rafforzare il sistema nazionale della terapia del dolore, tra cui riconoscere a pieno il valore dello specialista in Terapia del Dolore, rafforzare le reti di cura sul territorio (il modello Hub & Spoke che unisce centri principali e ambulatori vicini ai cittadini), garantire gli stessi percorsi di cura in tutta Italia, senza differenze tra regioni, raccogliere i dati clinici in modo organizzato per aiutare la sanità a programmare meglio i servizi, investire di più sulla formazione dei medici specialisti e creare un'alleanza più forte tra istituzioni, medici e associazioni dei pazienti.
Tutti questi punti sono stati raccolti in un documento strategico, elaborato per favorire lo sviluppo dell'area della terapia del dolore non correlata al fine vita, che individua azioni concrete per migliorare l'organizzazione dei servizi e garantire un accesso più equo alle cure.
"Il dolore cronico – spiega il Dott. Massimo Innamorato - non rappresenta soltanto un sintomo, ma una vera e propria patologia che limita autonomia, qualità della vita e partecipazione sociale di milioni di cittadini. È necessario trasformare il diritto sancito dalla Legge 38 in un diritto realmente esigibile, attraverso reti organizzative efficienti, professionisti dedicati e percorsi assistenziali omogenei su tutto il territorio nazionale".
L'AUSL Romagna è da anni impegnata nello sviluppo della rete di Terapia Antalgica regionale, promuovendo modelli organizzativi orientati alla presa in carico multidisciplinare, all'appropriatezza delle cure e all'impiego delle più avanzate tecniche farmacologiche e interventistiche, con l'obiettivo di garantire ai cittadini un'assistenza sempre più qualificata e uniforme.
La partecipazione all'iniziativa del Senato rappresenta un importante momento di confronto istituzionale volto a contribuire all'evoluzione delle politiche sanitarie nazionali dedicate al dolore cronico, favorendo una maggiore attenzione verso una condizione che interessa milioni di persone e che produce un rilevante impatto sanitario, sociale ed economico.


Ripensare l’anoressia
(da internazionale.it) L'anoressia nervosa colpisce sempre più persone di ogni età, e i social media sembrano avere un ruolo nell'alimentarne la diffusione, favorendo la circolazione di modelli corporei irrealistici. E' uno di disturbi psichiatrici a più alta mortalità: circa un terzo di chi ne soffre non guarisce, e le ricadute sono frequenti anche dopo anni di cura. Una delle ragioni potrebbe trovarsi nel cervello. Studi di neuroimaging hanno mostrato che l'anoressia non è solo una questione psicologica: coinvolge alterazioni nei circuiti cerebrali che regolano ricompensa, emozioni e abitudini. E' per questo che molte persone continuano a limitare l'assunzione di cibo anche quando vogliono guarire dall'anoressia, non per mancanza di volontà ma perché il cervello ha imparato a funzionare diversamente. Questa prospettiva sta spingendo la ricerca verso nuove strade: dalla stimolazione magnetica transcranica, per agire sulle scelte alimentari, a sostanze come la psilocibina, il principio attivo dei funghi allucinogeni. Anche se le evidenze restano preliminari e le terapia sono ancora in fase di studio, l'ipotesi di una base neurologica dell'anoressia apre possibilità che fino a pochi anni fa sembravano remote
(https://www.newscientist.com/article/2528588-understanding-anorexias-grip-on-the-brain-could-unlock-new-therapies/)
Certificati medici, quando il rilascio è obbligatorio e quando il medico può dire no
(da DottNet) Il rilascio di certificati rappresenta una delle attività più frequenti nella pratica quotidiana del medico di medicina generale. Eppure, dietro un gesto apparentemente semplice come la firma di un documento, si nasconde un quadro normativo preciso che definisce obblighi, limiti e responsabilità professionali. Il punto di partenza è l'articolo 24 del Codice di deontologia medica, secondo il quale il medico è tenuto a rilasciare certificazioni relative allo stato di salute della persona assistita sulla base dei dati anamnestici raccolti e dei rilievi clinici direttamente constatati o oggettivamente documentati. In altre parole, quando esistono i presupposti clinici e la richiesta rientra nelle competenze professionali del medico, il certificato non può essere negato.
Quando il certificato è un obbligo professionale
L'obbligo di certificare nasce dal rapporto di cura con il paziente e dall'esigenza di attestare condizioni cliniche che possono avere effetti concreti nella vita quotidiana, nel lavoro, nello sport o nell'accesso a particolari diritti e prestazioni. La certificazione non rappresenta quindi una concessione discrezionale del professionista, ma un atto che rientra tra i doveri previsti dall'esercizio della professione medica. Naturalmente il presupposto resta sempre lo stesso: il medico deve poter fondare le proprie attestazioni su elementi clinici acquisiti direttamente oppure su documentazione oggettivamente verificabile.
Quando il medico può rifiutarsi
L'obbligo di certificare non significa però che ogni richiesta avanzata dal paziente debba essere automaticamente accolta. Esistono infatti situazioni nelle quali il medico può legittimamente rifiutarsi di rilasciare una certificazione. La prima riguarda la mancanza di elementi sufficienti per formulare l'attestazione richiesta. Se il professionista non dispone di dati clinici adeguati o non ha potuto verificare direttamente la condizione riferita dal paziente, il certificato non può essere emesso. Il secondo limite riguarda le competenze professionali. Alcune certificazioni sono infatti riservate dalla normativa a figure specifiche e non possono essere rilasciate da qualsiasi medico.
Le certificazioni riservate ad altri professionisti
Tra gli esempi più noti rientra l'idoneità sportiva agonistica, che compete agli specialisti in medicina dello sport. Analogamente, l'idoneità alla mansione lavorativa specifica è di competenza del medico del lavoro, mentre altre certificazioni seguono percorsi definiti dalla normativa, come quelle relative alla patente di guida o al porto d’armi. In questi casi il rifiuto non rappresenta una scelta discrezionale del professionista, ma il rispetto di una precisa ripartizione delle competenze prevista dalla legge.
Il certificato non può basarsi su ciò che non è verificabile
Il principio che emerge dalla normativa è semplice ma fondamentale: il medico può certificare soltanto ciò che conosce, ha osservato direttamente oppure può documentare in modo oggettivo. Quando questi presupposti mancano, il professionista non solo può rifiutare la richiesta, ma in molti casi è tenuto a farlo. La tutela del paziente e quella del medico passano infatti dalla stessa regola: ogni certificazione deve poggiare su elementi clinici reali, verificabili e documentabili. È proprio questo equilibrio tra obbligo di certificare e dovere di non attestare ciò che non può essere dimostrato a rappresentare il fondamento dell'intera attività certificativa.
Da PCOS a PEMOS: proposta una nuova definizione per riconoscere la natura sistemica della sindrome
(da DottNet) La sindrome dell’ovaio policistico potrebbe presto essere identificata con una nuova denominazione. Un consenso internazionale pubblicato su The Lancet propone infatti di sostituire l’attuale termine PCOS (Polycystic Ovary Syndrome) con Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome (PEMOS), con l’obiettivo di descrivere in modo più accurato la complessità clinica e fisiopatologica della malattia. Secondo gli autori, la nomenclatura attualmente in uso non riflette pienamente la natura della sindrome. Il riferimento alle ovaie policistiche viene considerato limitante, poiché non tutte le pazienti presentano questa caratteristica, mentre numerose manifestazioni della patologia coinvolgono aspetti metabolici, endocrini e riproduttivi che si estendono ben oltre il comparto ovarico.
La proposta nasce da un ampio processo di consenso che ha coinvolto specialisti di endocrinologia, ginecologia, medicina della riproduzione, metabolismo e sanità pubblica, insieme a rappresentanti delle associazioni di pazienti. Attraverso una metodologia strutturata, il gruppo di lavoro ha valutato diverse possibili alternative terminologiche, individuando in PEMOS la definizione più adatta a rappresentare le principali caratteristiche della sindrome. La nuova denominazione pone l’attenzione sul carattere multisistemico della patologia, evidenziando il ruolo delle alterazioni endocrine e metaboliche che contribuiscono allo sviluppo di insulino-resistenza, disfunzioni ovulatorie, iperandrogenismo e aumentato rischio cardiometabolico.
Negli ultimi anni, infatti, la letteratura scientifica ha consolidato le evidenze che collegano la sindrome non soltanto ai disturbi della funzione riproduttiva, ma anche a condizioni quali obesità, diabete di tipo 2, dislipidemie, steatosi epatica metabolica e incremento del rischio cardiovascolare. In questo contesto, una definizione più completa potrebbe favorire una maggiore consapevolezza della malattia sia tra i professionisti sanitari che tra le pazienti.
Gli autori sottolineano che la proposta di rinominare la sindrome non comporta modifiche agli attuali criteri diagnostici o alle raccomandazioni terapeutiche. L’obiettivo è piuttosto quello di allineare il linguaggio medico alle conoscenze scientifiche più recenti, contribuendo ad una migliore comprensione della patologia e ad una gestione maggiormente integrata dei diversi aspetti clinici.
L’adozione del termine PEMOS non sarà immediata. Il documento prevede infatti un percorso di transizione della durata di circa tre anni, durante il quale società scientifiche, ricercatori, associazioni di pazienti e altri stakeholder saranno coinvolti nel processo di implementazione e diffusione della nuova terminologia a livello internazionale.
“Il caregiver non è un visitatore”: dal Garante una Raccomandazione per garantire l’accesso alle cure alle persone con disabilità
(da Sanitainformazioone.it) Il caregiver non può essere considerato un semplice visitatore. È questo il principio cardine della 'Raccomandazione n. 03 del 29 maggio 2026' (vedi Link sotto) approvata dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che interviene su un tema da tempo segnalato da famiglie e associazioni: la possibilità per le persone con disabilità di essere accompagnate dalla propria persona di riferimento durante ricoveri, accessi al pronto soccorso, visite specialistiche ed esami diagnostici. Secondo il Garante, sul territorio nazionale continuano a esistere regole molto diverse tra loro. In alcune strutture sanitarie la presenza del caregiver viene riconosciuta senza particolari difficoltà, mentre in altre è limitata o addirittura negata sulla base di regolamenti interni, interpretazioni non formalizzate o dell’errata assimilazione del caregiver alla figura del visitatore. Una situazione che, secondo l’Autorità, rischia di compromettere l’effettivo esercizio del diritto alla salute delle persone con disabilità.
Quando la presenza del caregiver è essenziale
La raccomandazione afferma che la presenza del caregiver, quando necessaria in relazione ai bisogni assistenziali, comunicativi, cognitivi, comportamentali o relazionali della persona con disabilità, costituisce una misura di accomodamento ragionevole e può rappresentare una condizione indispensabile per rendere realmente accessibili le cure. “Il caregiver, in questi casi, non è un visitatore: è una figura di supporto che può rendere concretamente possibile l’accesso alle cure, la comunicazione con il personale sanitario, la comprensione dei bisogni della persona e la continuità del percorso assistenziale”, sottolinea il Collegio dell’Autorità Garante, composto dal presidente Maurizio Borgo, dal componente vicario Francesco Vaia e dal componente Antonio Pelagatti. Per il Garante, negare la presenza del caregiver quando questa è necessaria e non sostituibile con altre misure adeguate può tradursi in una limitazione del diritto alla salute e in una forma di discriminazione indiretta.
Non solo non autosufficienza
Uno degli aspetti più rilevanti del documento riguarda il superamento di una visione esclusivamente legata alla non autosufficienza fisica. L’Autorità chiarisce infatti che il bisogno di caregiver può riguardare anche persone con disturbi dello spettro autistico, disabilità intellettive e cognitive, deficit comunicativi, disabilità sensoriali, SLA, patologie neuromuscolari, pluriminorazioni o condizioni psichiche che rendono essenziale la presenza di una persona di fiducia. Il criterio da adottare, si legge nella raccomandazione, non è la classificazione formale della disabilità, ma il bisogno concreto della persona nel contesto sanitario specifico.
Il caregiver come parte del percorso di cura
Il documento invita le strutture sanitarie a riconoscere formalmente il caregiver come parte integrante del percorso assistenziale. Chi assiste quotidianamente una persona con disabilità conosce modalità comunicative, segnali di sofferenza, comportamenti, abitudini, strategie di rassicurazione e bisogni che spesso non sono immediatamente percepibili dal personale sanitario. Un patrimonio di conoscenze che non sostituisce la competenza clinica dei professionisti, ma che può contribuire a migliorare la qualità, la sicurezza e l’umanizzazione delle cure. Per questo motivo il Garante raccomanda di prevedere procedure specifiche per il riconoscimento e l’accesso del caregiver, distinte da quelle previste per i visitatori.
Disability Card e meno burocrazia
La raccomandazione dedica particolare attenzione anche alla European Disability Card. L’Autorità suggerisce che la Disability Card recante l’indicazione “A”, che certifica la necessità di un accompagnatore, venga riconosciuta dalle strutture sanitarie come strumento sufficiente per attestare il bisogno della presenza del caregiver, evitando alle famiglie di dover presentare ogni volta nuova documentazione sanitaria o sottoporsi a valutazioni differenti da struttura a struttura. L’obiettivo è ridurre gli oneri burocratici e garantire maggiore uniformità sul territorio nazionale.
La presenza deve essere la regola
Il Garante individua un principio generale molto chiaro: la presenza del caregiver deve rappresentare la regola e non l’eccezione. Eventuali limitazioni possono essere previste soltanto in presenza di specifiche esigenze cliniche, organizzative o di sicurezza, devono essere temporanee, proporzionate e adeguatamente motivate. Inoltre, ogni diniego dovrebbe essere formalizzato per iscritto e tracciato. La raccomandazione è rivolta al Ministero della Salute, alla Conferenza Stato-Regioni, alle Regioni, alle Province autonome, alle aziende sanitarie, agli ospedali e agli Irccs affinché adottino criteri uniformi e non discriminatori. L’obiettivo finale è garantire che le persone con disabilità possano accedere alle cure nelle condizioni più adeguate ai propri bisogni, riconoscendo il valore della relazione di cura costruita quotidianamente con il caregiver e superando definitivamente l’idea che la sua presenza sia una semplice visita di cortesia.
raccomandazione-n.03-del-29.05.2026
Comunicato stampa Ausl Romagna “L’ERRORE UMANO SI BATTE IN “SALA PROVE”. NASCE IN ROMAGNA LA RETE DEI FACILITATORI DI SIMULAZIONI PER LA SICUREZZA DELLE CURE”
Una nuova frontiera della sicurezza ospedaliera. In Romagna si è appena concluso il percorso d'eccellenza “Train the Trainer – Corso Facilitatori di tecniche di simulazione”, un progetto che ha visto la partecipazione di team di tutte le Aziende Sanitarie regionali.
La prima edizione è stata dedicata a professionisti dell’Azienda Usl Romagna e la seconda a team di tutte le altre Aziende Sanitarie della Regione Emilia Romagna nell’ambito di una collaborazione con il Centro Regionale Gestione del Rischio Sanitario, contribuendo così alla diffusione di competenze e metodologie formative innovative.
Dimenticate le vecchie lezioni in aula: qui il cuore pulsante è la simulazione full-scale, l’obiettivo: ridurre incidenti, errori o altri eventi indesiderati. Medici, infermieri e ostetriche, sono stati immersi in scenari critici – dalle emergenze in sala operatoria ai casi clinici più
complessi in reparto o in Pronto Soccorso – dove manichini ad alta
tecnologia e ambienti speculari a quelli reali diventano il terreno di
prova per affinare competenze che vanno ben oltre la tecnica.
QUANDO LA SICUREZZA DIVENTA SCUOLA
Il fulcro del progetto, organizzato dalla Struttura di Gestione del Rischio e Sicurezza delle Cure della Direzione Sanitaria AUSL Romagna, è la creazione di una rete di "Facilitatori della Simulazione". Questi professionisti non sono semplici istruttori, ma veri e propri "registi" capaci di progettare situazioni ad alto stress per allenare le cosiddette Non-Technical Skills (NTS):
leadership, comunicazione rapida, capacità decisionale sotto pressione e lavoro di squadra.
"La simulazione rappresenta oggi lo strumento più potente per garantire la sicurezza del paziente- spiegano i coordinatori del progetto (Elena Bigi, Annita Caminati, Maurizio Menarini, Riccardo Triani, Nicola Zanini) - Consentiamo ai professionisti di mettersi alla prova in un ambiente protetto, analizzando nel debriefing post-scenario comportamenti e decisioni, trasformando ogni esperienza in un'opportunità di apprendimento”.
UNA RETE REGIONALE CONTRO IL RISCHIO CLINICO
Con sessanta esperti formati nelle prime due edizioni, il progetto "Train the Trainer" si pone come un modello di riferimento. Grazie all'approccio del Crisis Resource Management (CRM), lo standard di sicurezza utilizzato nei settori ad alto rischio come l’aeronautica, l'Emilia-Romagna investe sulla cultura del "fattore umano". Il programma ha integrato teoria avanzata e pratica immersiva, coinvolgendo un team multidisciplinare di docenti provenienti dalle aree dell'emergenza territoriale, dell’anestesia e rianimazione, della sala operatoria e della gestione del rischio.
Investire nella simulazione significa anticipare il futuro.


Fondazione ENPAM 5X1000
Ti ricordo che con la dichiarazione dei redditi è possibile destinare il proprio 5 per mille alla “Fondazione Enpam 5x1000 ETS”, ente costituito dall’ENPAM con gli obiettivi di sostenere la ricerca e attivare interventi assistenziali aggiuntivi in favore degli iscritti.
Per farlo è sufficiente firmare nello spazio “Sostegno degli enti del Terzo settore…” del modello CU, 730, o redditi PF e indicare il codice fiscale 96413820588.
Più persone donano alla Fondazione il loro 5 per mille e maggiore sarà la possibilità di sostenere iniziative in favore di medici e odontoiatri.
A tal proposito Ti inoltro il link al video.
Alberto Oliveti