Il farmaco anti-invecchiamento più efficace? Muoversi
(da Univadis) Negli ultimi anni lo studio dei meccanismi biologici responsabili dell’invecchiamento ha fatto passi da gigante. Sono stati identificati numerosi fattori coinvolti nel processo di senescenza di tessuti e organi, alla ricerca di potenziali bersagli molecolari da colpire per rallentare il decadimento. Le evidenze scientifiche raccolte dimostrano che lo strumento più efficace di cui disponiamo oggi per guadagnare anni di vita in salute non è un integratore miracoloso o un sofisticato trattamento di medicina rigenerativa, ma l’attività fisica. È il messaggio che arriva dal convegno “Vivere meglio, vivere più a lungo”, organizzato a Roma lo scorso 11 marzo da Salvatore Pennisi, medico anestesista esperto di medicina funzionale e dei sistemi integrati, che ha riunito ricercatori e clinici per fare il punto sullo stato delle conoscenze.
Le eserchine, messaggere di salute
La longevità è una caratteristica in parte codificata nel DNA. Ci sono patologie che alterano il processo dell’invecchiamento che sono dovute a mutazioni genetiche, per esempio la progeria, una sindrome rarissima che provoca senescenza accelerata ed è provocata da una mutazione puntiforme in un singolo gene.“Ma il DNA non è tutto”, ha osservato al convegno Giuseppe Novelli, ordinario di Genetica Medica dell’Università di Roma Tor Vergata. “Oggi sappiamo che un ruolo decisivo è giocato dall’assetto epigenetico, cioè dall’insieme delle modifiche chimiche del DNA che controllano l’espressione dei geni senza alterare la loro struttura, spesso attraverso l’aggiunta al DNA di piccole molecole, i gruppi metile. Diversi profili di metilazione sono statisticamente associati a differenze nel rischio di mortalità. L’assetto epigenetico è una sorta di abito che veste il DNA e costituisce l’interfaccia tra l’ambiente e il nostro patrimonio genetico. Possiamo modificare questo assetto intervenendo sull’alimentazione, lo stile di vita, lo stress, l’esercizio fisico”.
Una ventina di anni fa, la ricerca ha cominciato a interessarsi a una varietà di molecole bioattive prodotte da diversi tessuti in risposta all’esercizio fisico: peptidi, lipidi, acidi nucleici, a cui è stato dato il nome di eserchine. “Svolgono la funzione di messaggere e mediatrici degli effetti benefici dell’attività fisica nei confronti di muscoli, ossa, tessuto adiposo, pancreas, fegato, reni, dell’equilibrio metabolico, del sistema immunitario e del cervello”, ha spiegato Novelli. “Agiscono sul meccanismo della metilazione del DNA, quindi sull’assetto epigenetico dell’individuo, riducendo il rischio di quelle malattie degenerative che sono tipicamente associate all’avanzare dell’età: infiammazione, disturbi cardiovascolari, sindrome metabolica, tumori, patologie neurodegenerative. Una migliore conoscenza delle dinamiche di questa rete di molecole ci permetterà un giorno di prescrivere l’esercizio fisico con modalità tagliate su misura in funzione delle esigenze individuali, con la stessa precisione del dosaggio di un farmaco”.
Attività fisica: conta anche la qualità
Condurre una vita attiva non è sufficiente per godere dei benefici del movimento sulla salute, perché la qualità dell’esercizio è uno dei fattori che fanno la differenza. “Il lavoro che richiede un intenso sforzo fisico ha effetti opposti rispetto a quelli dello sport praticato nel tempo libero: è usurante, accresce il livello di infiammazione anziché ridurlo, insomma fa invecchiare più in fretta”, ha spiegato al convegno Leonardo Calò, primario di cardiologia del Policlinico Casilino di Roma. “Le ragioni non sono ancora del tutto chiare. Probabilmente questa differenza è dovuta al fatto che lavorando non si è liberi di calibrare la fatica, di alternare gli sforzi con pause di recupero. Ma c’è anche l’aspetto psicologico che incide, perché un lavoro stressante stimola la produzione di cortisolo, che contrasta gli effetti positivi dell’attività fisica. Perché sia salutare, l’esercizio deve essere praticato in un contesto rilassante. Non occorre spendere soldi per andare in palestra: è sufficiente camminare. Al cinquantenne che oggi chiede cosa fare per aumentare la sua aspettativa di vita e di vita in salute raccomandiamo di camminare, di fare, se possibile, 8-10 mila passi al giorno. È l’attività più sostenibile e benefica”.
Gli effetti sul cervello
Gli effetti benefici delle eserchine coinvolgono anche il cervello. “Sono fattori neuroprotettivi che possono rallentare la progressione di malattie degenerative come il Parkinson o l’Alzheimer”, ha illustrato Paolo Calabresi, ordinario di Neurologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. “Al momento, possiamo dire che l’esercizio fisico aerobico è la più efficace terapia in grado di modificare il decorso di queste patologie, tipiche dell’età avanzata. Ne abbiamo avuto l’evidenza alcuni anni fa con uno studio preclinico su topi nel cui corpo striato erano state iniettate fibrille di α-sinucleina per simulare la malattia di Parkinson allo stadio iniziale. Negli animali che hanno avuto l’opportunità di fare esercizio su un tapis roulant è stata osservata una riduzione della diffusione degli aggregati tossici dell’α-sinucleina ad altre aree cerebrali vulnerabili. Ora il Policlinico Gemelli è impegnato nello studio clinico multicentrico MOVE-BRAIN-PD, su pazienti con malattia di Parkinson in fase iniziale e lieve compromissione cognitiva, che praticano due sessioni a settimana di attività aerobica intensa. Stiamo raccogliendo dati molto promettenti sugli effetti dell’esercizio sulla progressione della degenerazione”.
Liberi professionisti: le coperture per i primi 30 giorni di malattia
(da enpam.it) Per chi esercita la libera professione medica, l’assenza dal lavoro per malattia o infortunio rappresenta un rischio concreto che incide direttamente sul reddito. E questo può essere proprio il momento giusto per tenere conto di un aspetto spesso sottovalutato, ma che può avere conseguenze economiche rilevanti. A questo proposito, ricordiamo innanzitutto che proprio nel caso dei liberi professionisti l’Enpam prevede un’indennità per malattia o infortunio che scatta dal 31° giorno di assenza. Pe i primi 30 giorni di malattia o infortunio, solo i medici di medicina generale hanno una copertura di default, che è finanziata da una trattenuta sul loro compenso. Per tutti gli altri liberi professionisti le strade possibili sono sostanzialmente due: considerare l’eventualità di un mese di stop come un vero e proprio “rischio d’impresa”, accantonando risorse per eventuali periodi di inattività, oppure ricorrere a strumenti assicurativi dedicati.
POLIZZA CONVENZIONATA ENPAM
Per colmare questo vuoto di tutela, Enpam ha stipulato una convenzione con Oris Broker (https://www.enpam.it/convenzioni-enpam/oris-broker/) con copertura garantita da Itas Mutua. La polizza ha un costo annuo di 120 euro e prevede un’indennità giornaliera di 150 euro in caso di inabilità temporanea al lavoro dovuta a malattia o infortunio. Tuttavia, l’indennizzo, che copre fino a tre eventi l’anno, scatta solo se l’assenza supera i 30 giorni. In altre parole:
- se la malattia dura 29 giorni, non è previsto alcun risarcimento;
- se supera i 30 giorni, intervengono entrambe le tutele: quella dell’ente previdenziale dal 31°giorno e quella assicurativa per il primo mese, con una franchigia di 5 giorni.
Lo stesso broker propone inoltre agli odontoiatri iscritti all’Andi, una copertura aggiuntiva contro infortuni e malattia che può essere affiancata a quella base da 120 euro e che estende la tutela anche alle assenze inferiori ai 30 giorni.
L’OFFERTA DI SALUTEMIA
Anche SaluteMia (https://www.salutemia.net/come-aderire/) può erogare indennità in caso di ricovero e diarie, che risultano utili nei momenti in cui si deve interrompere l’attività lavorativa per motivi di salute. I piani sanitari offerti dalla mutua di categoria prevedono che, in caso di ricovero, l’iscritto possa optare – al posto del rimborso delle spese sanitarie – per un’indennità giornaliera. Tali indennità vanno da circa 62 euro a 150 euro (per un massimo di 100 giorni), a seconda che il ricovero preveda un intervento chirurgico o meno, e in base alla struttura sanitaria utilizzata. Il piano sanitario ‘Optima salus’ prevede invece un’indennità sostitutiva, che può variare da 40 a 100 euro giornalieri. Quest’ultimo piano sanitario prevede anche una diaria post ricovero per gravi mali, in caso di inabilità lavorativa assoluta temporanea. La diaria è di 37,50 euro e può coprire un massimo di 30 giorni. Per informazioni più dettagliate è possibile consultare la Guida piani sanitari sul sito www.salutemia.net.
L’OPZIONE EMAPI
Un’altra possibilità è offerta da Emapi (https://www.emapi.it/infortuni-professionali-ed-extraprofessionali/), l’ente di mutua assistenza che riunisce diverse casse previdenziali dei professionisti. Dopo aver sottoscritto con essa una polizza infortuni, è possibile infatti attivare una copertura aggiuntiva per inabilità temporanea da malattia, destinata proprio ai professionisti. Per iscriversi è possibile entrare nell’area riservata dell’Enpam e poi, tra i Servizi esterni, si può accedere a Emapi. L’assicurato può scegliere tra due livelli di indennizzo:
- diaria di 50 euro al giorno con costo annuo di 123 euro fino a 55 anni e 194 euro tra 55 e 65 anni;
- diaria di 100 euro al giorno con costo annuo di 241 euro fino a 55 anni e 381 euro tra 55 e 65 anni.
La copertura interviene quando la malattia impedisce temporaneamente lo svolgimento dell’attività professionale e può essere riconosciuta per un periodo massimo di 180 giorni complessivi e fino a un limite pari a 65 anni. Anche le franchigie previste sono differenziate in base all’età: 5 giorni per chi non ha ancora compiuto 55 anni e 14 giorni per chi ha tra 55 e 65 anni. Ricordiamo, tra l’altro, che la nuova annualità assicurativa di Emapi ha preso il via lo scorso 1° marzo, ma chi aderisce entro il 31 marzo è coperto comunque per l’intera annualità.
11° CONCORSO LETTERARIO 2026
Il Consiglio Direttivo del nostro Ordine ha confermato il regolamento del Concorso Letterario, giunto quest’anno alla sua undicesima edizione.
Possono partecipare gli iscritti agli Ordini di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini.
L’elaborato ed il modulo di partecipazione dovranno essere inviati attraverso un’unica PEC, al seguente indirizzo PEC: segreteria.fc@pec.omceo.it entro il 12 giugno 2026 ore 24.00.
Regolamento concorso letterario 2026
Modulo di partecipazione concorso letterario 2026
L’Intelligenza Artificiale rivoluziona la pratica clinica
(da M.D.Digital) L’industria farmaceutica sta vivendo un’accelerazione significativa: il mercato dell’IA applicata al farmaco è stimato in crescita del 40–43% fino al 2030. Per il Mmg questo significa l’arrivo di terapie sviluppate grazie a sistemi in grado di analizzare enormi quantità di dati molecolari in tempi molto più rapidi rispetto ai metodi tradizionali.
Alcuni farmaci sviluppati con il supporto dell’IA sono già in fasi avanzate di sperimentazione clinica. Tra questi il rentosertib, in studio per la fibrosi polmonare idiopatica e prossimo alla fase III, e il REC-994 per la malformazione cavernosa cerebrale. L’obiettivo è ridurre il tempo necessario per portare un farmaco sul mercato fino al 30% e abbattere i costi di sviluppo.
Medicina di precisione - Un altro ambito chiave riguarda la personalizzazione delle cure. L’IA consente di superare l’approccio basato su protocolli standardizzati per orientarsi verso trattamenti sempre più mirati, integrando dati genetici, ambientali e clinici. Piattaforme come Tempus AI permettono già oggi di supportare la scelta terapeutica individuando il farmaco più efficace e riducendo il rischio di eventi avversi, un aiuto potenzialmente rilevante soprattutto nella gestione di patologie complesse come quelle oncologiche. In prospettiva, il Mmg potrebbe trovarsi a utilizzare anche i cosiddetti digital twin, repliche digitali dei pazienti capaci di simulare la risposta ai trattamenti prima della somministrazione reale del farmaco.
Il supporto dei modelli linguistici - un’altra applicazione riguarda l’accesso ai trial clinici. Strumenti basati su modelli linguistici avanzati, come TrialGPT, sono in grado di analizzare rapidamente grandi quantità di dati clinici e individuare i pazienti potenzialmente eleggibili per studi sperimentali complessi. Un processo che, se svolto manualmente, richiederebbe tempi molto più lunghi.
Il ruolo del medico - Il dossier sottolinea comunque che il medico resta centrale nel processo decisionale. L’IA è considerata uno strumento di supporto che può ridurre il carico di attività ripetitive e lasciare più spazio alla relazione con il paziente. Restano tuttavia alcune questioni aperte:
- opacità algoritmica, con sistemi spesso difficili da interpretare;
- responsabilità professionale, da chiarire quando una decisione è supportata da algoritmi;
- protezione dei dati, essenziale per la gestione di informazioni sanitarie sensibili.
La dieta mediterranea ora guarda l’orologio
La dieta mediterranea ora guarda l’orologio
(da Sanitainformazione.it) La dieta mediterranea si evolve e diventa “cronodieta” in occasione della Giornata Mondiale dell’Obesità, il 4 marzo. A proporre il nuovo modello sono la Società Italiana di Endocrinologia (SIE) e l’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI), pubblicato sulla rivista Current Nutrition Reports. L’analisi integra la variabile “tempo” nella piramide mediterranea, mostrando come la distribuzione dei nutrienti nell’arco delle 24 ore possa incidere sul rischio di obesità, sindrome metabolica e diabete tipo 2. Il modello non modifica quantità e qualità degli alimenti, ma ne ridefinisce il timing, con dati che indicano, ad esempio, un aumento fino al 33% della sintesi proteica muscolare con un adeguato apporto serale di proteine.
Quando mangiare diventa fondamentale - La nuova piramide, dunque, non modifica cosa mangiamo, ma quando lo facciamo. Questo perché gli ormoni chiave – insulina, cortisolo, melatonina, leptina e grelina – oscillano durante le 24 ore, influenzando il metabolismo, l’appetito, il dispendio energetico e la qualità del sonno. Così, consumare gli stessi alimenti in momenti diversi della giornata può produrre effetti metabolici differenti, con conseguenze rilevanti sul rischio di sovrappeso, obesità e disturbi endocrini.
La piramide “temporale”: Sole e Luna - Il nuovo modello integra simboli di Sole e Luna nella piramide. Il Sole indica la prima parte della giornata, ideale per carboidrati complessi, legumi, frutta e verdura, quando la sensibilità insulinica è massima. La Luna orienta i pasti serali verso proteine magre, verdure e alimenti “amici del sonno”, come noci, semi e latticini ricchi di triptofano e melatonina, fondamentali per la rigenerazione muscolare notturna.
Proteine serali e colazione strategica - Le evidenze mostrano che assumere 40 g di proteine prima di dormire può incrementare la sintesi proteica muscolare del 33%, contrastando la perdita di massa magra. Spostare anche solo il 5% dell’energia dai grassi ai carboidrati a colazione aiuta a ridurre il rischio di sindrome metabolica. Non si tratta di una dieta restrittiva, ma di un’ottimizzazione ormonale dei pasti in base ai momenti di maggiore efficienza metabolica.
L’olio extravergine d’oliva rimane protagonista - L’olio extravergine d’oliva (EVOO) resta il pilastro del modello. Grazie alle sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti, è consigliato sia a pranzo che a cena. Un consumo elevato riduce il rischio di malattie cardiovascolari del 39% e dimezza la mortalità; anche un incremento quotidiano di soli 10 g abbassa ulteriormente il rischio cardiovascolare del 10%.
Cronotipo: “gufi” e “allodole” - Ma la vera innovazione è l’attenzione al cronotipo individuale. I “gufi”, con abitudini serotine, tendono a concentrare i pasti nelle ore serali, aumentando il rischio di disallineamento metabolico o “social jetlag”. La piramide li aiuta a spostare gradualmente l’apporto calorico nelle ore di luce. Le “allodole”, invece, già mattiniere, seguono naturalmente la distribuzione ideale dei pasti: colazione ricca, pranzo equilibrato, cena leggera e proteica.
Una dieta come stile di vita globale - Il nuovo modello non è solo alimentazione: integra attività fisica alla luce del sole, sonno regolare, convivialità e rispetto della stagionalità, rafforzando il concetto di dieta mediterranea come stile di vita globale. L’aggiornamento rende il modello UNESCO uno strumento di prevenzione e nutrizione personalizzata, fondato su solide evidenze endocrinologiche.
Diabete, la vera terapia è (anche) il movimento: regolarità e mix di esercizi per vivere più a lungo
(da DottNet) Movimento come pilastro clinico, non semplice stile di vita. Il diabete è tra le principali criticità sanitarie globali e si associa a complicanze cardiovascolari, alterazioni metaboliche, perdita di massa muscolare e aumento della mortalità precoce. In questo contesto, l’esercizio fisico non può essere relegato a raccomandazione generica: è uno strumento terapeutico vero e proprio, efficace anche indipendentemente dal calo ponderale. Secondo la presidente SID, Raffaella Buzzetti, la comunità scientifica ha sempre sottolineato il valore della costanza. Le evidenze più recenti aggiungono però un ulteriore tassello: alternare diverse modalità di allenamento attiva meccanismi fisiologici complementari, con benefici su sensibilità insulinica, grasso viscerale, massa muscolare e fattori di rischio cardiovascolare.
Gli studi prospettici: chi varia vive di più
Un’analisi di ampia portata pubblicata sul British Medical Journal ha esaminato i dati del Nurses’ Health Study e dell’Health Professionals Follow-Up Study, coinvolgendo oltre 110 mila persone seguite per più di trent’anni negli Stati Uniti. I risultati mostrano che la pratica regolare di attività fisica si associa a un incremento della sopravvivenza. Ma il dato più interessante riguarda la varietà: chi nel tempo ha alternato cammino, corsa, ciclismo e allenamento con i pesi ha registrato una riduzione del 19% del rischio di mortalità rispetto a chi si è dedicato a un’unica disciplina, a parità di volume complessivo di esercizio. Per le persone con diabete, in cui il controllo metabolico e la protezione cardiovascolare sono obiettivi centrali, questo dato assume un significato ancora più rilevante.
Aerobico, forza ed equilibrio: perché integrarli
Integrare diverse tipologie di movimento significa intervenire su più fronti biologici:
- Attività aerobica (cammino sostenuto, bicicletta, nuoto): migliora la sensibilità all’insulina e la funzione cardiorespiratoria.
- Allenamento contro resistenza (pesi, elastici, esercizi a corpo libero): preserva e incrementa la massa muscolare, favorendo un utilizzo più efficiente del glucosio.
- Esercizi di equilibrio e coordinazione (stretching, yoga, pilates): riducono il rischio di cadute, particolarmente importante in presenza di neuropatia diabetica.
- La combinazione di queste modalità permette di agire contemporaneamente su glicemia, pressione arteriosa, composizione corporea e profilo lipidico.
Le raccomandazioni internazionali
Le indicazioni dell’American Diabetes Association e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità convergono su un modello integrato:
- Almeno 150 minuti settimanali di attività aerobica moderata o intensa, distribuiti su almeno tre giorni, evitando più di due giorni consecutivi di inattività.
- Esercizi di forza 2–3 volte a settimana.
- Flessibilità ed equilibrio come complemento regolare.
L’obiettivo non è la performance sportiva, ma la riduzione della sedentarietà — ad esempio interrompendo la posizione seduta ogni 30-60 minuti — e la costruzione di una routine sostenibile nel tempo.
Prescrivere l’esercizio come un farmaco
Se l’attività fisica è una terapia, deve essere prescritta e personalizzata. Età, complicanze, terapie in corso (con particolare attenzione al rischio di ipoglicemia nei pazienti in trattamento insulinico) richiedono programmi individualizzati. Secondo la SID, questo implica un’evoluzione culturale: inserire stabilmente nel team multidisciplinare figure come chinesiologi, medici dello sport, fisiatri e fisioterapisti. Parallelamente, anche le istituzioni possono giocare un ruolo strategico, favorendo l’accesso a spazi sicuri per l’attività motoria e valutando misure di sostegno economico — come detrazioni per spese sportive — per rendere il movimento realmente accessibile.
Il messaggio chiave
Muoversi è uno strumento potente di prevenzione e gestione del diabete. Farlo con continuità è essenziale. Farlo in modi diversi può offrire un vantaggio ulteriore in termini di qualità e aspettativa di vita.
Sarà il 2028 l’anno del picco assistenziale per i medici italiani
(da M.D.Digital) Il 2028 rappresenterà il momento di massima pressione per i medici italiani: ogni professionista si troverà a gestire mediamente 217 pazienti, il valore più alto del periodo 2019-2040. L'analisi elaborata da Gapmed, provider internazionale di soluzioni tecnologiche per l’healthcare, smentisce l'ipotesi di un imminente esubero di camici bianchi. Al contrario, il sistema dovrà affrontare una crescita costante dei medici attivi (previsto un +50,5% entro il 2040 rispetto al 2025) che però rischia di non bastare a coprire la domanda di salute. Senza una programmazione mirata, le carenze si ripresenteranno nelle discipline oggi già in sofferenza e nelle aree geografiche più fragili.
Il volto della medicina italiana sta cambiando rapidamente. Se oggi la metà dei medici ha più di 46 anni, nel 2036 si assisterà a un ribaltamento demografico: il 50% dei camici bianchi avrà un'età compresa tra i 25 e i 35 anni. Questo "ringiovanimento" della categoria è un segnale positivo, ma espone il sistema a nuovi rischi organizzativi: la presenza di molti neo-specialisti con pochi colleghi senior a guidarli potrebbe lasciare scoperte le discipline più gravose o i ruoli di coordinamento clinico più complessi.
I dati dell'osservatorio Gapmed ridimensionano sensibilmente il fenomeno della fuga dei medici. Nel 2022, i professionisti che hanno scelto di lavorare all'estero sono stati 561, ovvero appena lo 0,14% del totale. Il vero problema non è l'uscita dei medici italiani, quanto la scarsa capacità del nostro Paese di attrarre colleghi stranieri, che preferiscono mercati con remunerazioni e carichi di lavoro più vantaggiosi come quelli anglosassoni. Il carico di lavoro non dipende solo dal numero di pazienti, ma dalla loro complessità. Tra il 2025 e il 2040, le cosiddette "unità pesate" degli over 50 (un indicatore che misura l'impatto assistenziale della popolazione anziana) cresceranno da 83,8 a 94,9 milioni. Questo si traduce inevitabilmente in:
- Un aumento dei pazienti cronici e pluripatologici.
- Una maggiore pressione burocratica e clinica sul Ssn.
- La necessità di tempi di visita più lunghi.
Per Giacomo Baldi, anestesista e fondatore di Gapmed, la sfida non si vince solo con i numeri, ma con l'efficienza. "Nei prossimi 15 anni l’impatto della tecnologia sarà decisivo. Se l’innovazione triplicasse la capacità operativa di un medico grazie ad automazione e supporto decisionale, 500 mila medici potrebbero equivalere a oltre 1,5 milioni di professionisti", spiega Baldi. Piattaforme come Curami, nate per integrare workflow intelligenti nella gestione dei professionisti sanitari, indicano la strada: ridurre le inefficienze e alleggerire il carico burocratico per restituire tempo alla clinica. L’analisi evidenzia come non sia sufficiente aumentare i posti nelle università. Serve una visione che integri nuovi professionisti e nuove tecnologie. Senza interventi strutturali sulla digitalizzazione e sulla distribuzione dei medici per specialità, il 2040 vedrà un esercito di medici ancora schiacciato da un'architettura sanitaria non più adeguata ai tempi.
Farmaci equivalenti, la diffidenza costa cara
(da M.D.Digital) In Italia, la scelta di non utilizzare i farmaci equivalenti ha un impatto diretto e pesante sulle tasche delle famiglie. Secondo i dati del Rapporto Osmed 2024, i cittadini sborsano complessivamente cifre enormi solo per coprire la differenza tra il prezzo del medicinale di marca e quello rimborsato dal Ssn (Servizio sanitario nazionale). La diffusione di questi medicinali procede a rilento: con il 56% sul consumo territoriale, il nostro Paese si colloca agli ultimi posti nel panorama europeo. A preoccupare è anche il divario geografico: la spesa pro capite per la "differenza prezzo" tocca i 22,4 euro al Sud (con picchi in Calabria, Sicilia e Campania), contro i 14,2 euro del Nord.
Al via la sesta edizione di "Ioequivalgo". Per contrastare questo trend, Cittadinanzattiva ha presentato la sesta edizione della campagna nazionale "Ioequivalgo". L'iniziativa, realizzata con il sostegno di Egualia, punta a sensibilizzare i cittadini e a fornire strumenti pratici come il portale dedicato e un'app per consultare informazioni certificate. La novità di quest'anno è il focus sulla formazione dei professionisti. "Vogliamo arricchire l'iniziativa con una formazione specifica dedicata ai farmacisti sulle competenze comunicative", spiega Valeria Fava, responsabile di Cittadinanzattiva. "Affinarne le capacità relazionali è essenziale per superare i pregiudizi e garantire ai pazienti una scelta informata".
L'alleanza tra Medico di famiglia e Farmacista. La riuscita della campagna passa attraverso una sinergia tra i diversi attori della filiera sanitaria. Per Marco Cossolo, Presidente di Federfarma, la dispensazione dell'equivalente non è una semplice sostituzione, ma "un atto professionale che si basa sul rapporto di fiducia e sul dialogo tra farmacista, paziente e, a monte, Mmg (medico di medicina generale)". Sulla stessa linea il Presidente della Fofi, Andrea Mandelli, che sottolinea come i farmacisti, grazie alla presenza capillare sul territorio, siano centrali "nell'informare e rassicurare sull'efficacia e sulla sicurezza dei medicinali equivalenti, contribuendo a superare falsi miti ancora diffusi".
La campagna mira a rendere le cure più eque, proteggendo soprattutto le fasce di popolazione a basso reddito, per le quali la compartecipazione al costo dei farmaci rappresenta un onere significativo. Attraverso video, locandine con Qr code nelle farmacie e villaggi itineranti nelle piazze, "Ioequivalgo" punta a trasformare il risparmio economico in una risorsa per la salute collettiva e la sostenibilità del sistema.
Verso uno screening universale per la miopia
(da Univadis) Utilizzando tecniche basate su reti neurali artificiali un gruppo di ricercatori dell’Università di Pechino ha sviluppato un modello in grado di prevedere con elevata accuratezza se un bambino in età scolare diventerà miope e se svilupperà una miopia di grado elevato. La previsione si basa sulla fotografia del fondo oculare e sui dati di rifrazione, elementi di facile acquisizione, per cui quello sviluppato con il deep learning (una branca dell’intelligenza artificiale [AI]) e descritto nell’articolo pubblicato sulla rivista 'Jama Network Open' ha le potenzialità per diventare uno strumento di screening su larga scala anche in contesti con risorse limitate.
Un’ottima performance
Lo studio ACES (Anyang Childhood Eye Study) ha arruolato 3.048 bambini di 6-9 anni frequentanti 11 scuole primarie della città di Anyang, nella Cina nord-orientale. I bambini stono stati sottoposti a visita oculistica completa per 6 anni consecutivi. Le oltre 16.000 immagini del fundus acquisite e i dati di rifrazione alla baseline sono stati utilizzati per addestrare l’AI: combinando una rete neurale convoluzionale (CNN) e una ricorrente (RNN) è stato sviluppato un modello per predire il rischio futuro di miopia elevata ( superiore a - 6 diottrie) e per prevedere la progressione miopica in modo quantitativo. L’area sotto la curva (area under the curve, AUC) – indicatore della performance del modello predittivo, che risulta tanto più accurato quanto più si avvicina a 1 – era 0,941 (95% CI 0,936-0,946) per la capacità di predire il rischio di miopia e 0,985 (0,982-0,988) per la capacità di predire il rischio di miopia elevata. L’errore medio assoluto della previsione della rifrazione era basso (0,322 diottrie per anno). Per valutare la generalizzabilità tra popolazioni è stata condotta una validazione esterna utilizzando due coorti indipendenti, una di bambini cinesi di etnia Han (n=130) e una di bambini tibetani (n=1.039): il modello ha mostrato un’ottima performance anche in queste coorti.
La fiducia è un fattore cruciale
“Perché un medico agisca in base a una previsione dell’AI, per esempio per iniziare una terapia con atropina per un bambino, non è necessario solo un punteggio AUC elevato, ma anche una profonda fiducia. L'approccio di deep learning di Kang et al. offre un modello esemplare per costruire questa fiducia”, afferma Daniel Duck-Jin Hwang, del dipartimento di oftalmologia della Catholic Kwandong University (Korea), in un articolo che accompagna lo studio. Gli autori del trial ACES hanno utilizzato tecniche di explainable AI (XAI) che facilitano l’interpretazione delle decisioni prese dalle reti neurali: vengono infatti generate delle heatmap (mappe di calore) che evidenziano le regioni di un'immagine che contribuiscono maggiormente alla classificazione finale da parte del modello. “Ancora più importante, gli autori hanno incluso un'analisi trasparente dei casi di fallimento. Questa analisi identifica le modalità di fallimento del modello, come l'errata attribuzione del pattern vascolare periferico e i limiti della soglia di rilevamento. Paradossalmente, è proprio questa trasparenza, questa onesta spiegazione di quando e perché il modello è sbagliato, che crea la fiducia clinica necessaria per l'adozione”.
Uno strumento necessario
La prevalenza della miopia è in forte crescita: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità entro il 2050 oltre metà della popolazione mondiale sarà miope. Circa 2 milioni di bambini italiani tra i 6 e i 16 anni sono miopi, l’80% dei quali in progressione miopica. Oggi esistono delle strategie per contrastare la progressione della malattia per cui sarebbe utile sapere in anticipo come evolverà la malattia, in particolare quanto è grande il rischio che un bambino sviluppi una miopia elevata, condizione che si associa a patologie come il distacco di retina e la maculopatia che possono portare alla perdita della vista. Attualmente non disponiamo di strumenti con cui identificare i bambini ad alto rischio che trarrebbero beneficio da un intervento tempestivo, il modello proposto segna “una pietra miliare”, dice Hwang, sulla strada verso questo traguardo.
(https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2844223
Dal 2 marzo è attiva la nuova Anagrafe nazionale degli assistiti
(da DottNet) Dal 2 marzo entra in funzione la nuova Anagrafe nazionale degli assistiti, la piattaforma digitale unica che raccoglierà i dati degli utenti dei servizi sanitari di tutta Italia.
L’archivio nazionale conterrà informazioni su esenzioni per patologia o altre condizioni e sull’associazione tra assistito e medico. La nuova infrastruttura dialogherà direttamente con l’Anagrafe nazionale della popolazione residente, rendendo automaticamente disponibili alle aziende sanitarie i dati aggiornati sulla residenza.
Cosa cambia per cittadini e aziende sanitarie
L’obiettivo dichiarato è semplificare i percorsi amministrativi. In caso di trasferimento tra regioni, ad esempio, le informazioni già in possesso della pubblica amministrazione saranno accessibili automaticamente, senza necessità di produrre nuovamente documentazione. Le esenzioni rilasciate da una Asl saranno visibili anche nei sistemi di altre regioni. Al tempo stesso, le aziende sanitarie non potranno più modificare direttamente i dati di residenza, che faranno riferimento all’anagrafe nazionale.
Una piattaforma nazionale in un sistema regionale
L’attivazione dell’Anagrafe nazionale degli assistiti rappresenta un passaggio significativo nel processo di digitalizzazione del Servizio sanitario nazionale. Dopo anni in cui molte funzioni amministrative sono rimaste fortemente regionalizzate, la creazione di una piattaforma unica introduce un livello di interoperabilità strutturale tra territori. In un sistema caratterizzato da ampia autonomia organizzativa regionale, la disponibilità di un’infrastruttura dati centralizzata può contribuire a ridurre le differenze applicative e a rafforzare la capacità di monitoraggio e governance a livello nazionale.
Digitalizzazione e governance sanitaria
Negli ultimi anni, anche grazie alle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza, sono stati avviati numerosi progetti orientati alla costruzione di piattaforme digitali nazionali in ambito sanitario. L’Anagrafe nazionale degli assistiti si inserisce in questa traiettoria. Se e in che misura tali strumenti riusciranno a tradursi in maggiore uniformità dei diritti e in una più efficace capacità di coordinamento resta una verifica affidata alla fase di attuazione. La creazione di infrastrutture comuni, tuttavia, rappresenta un segnale di rafforzamento della dimensione nazionale della governance sanitaria, in un contesto che continua a essere fortemente articolato su base regionale.
L’adolescenza non finisce a 18 anni ma dura fino ai 30 e oltre
(da Rivista Studio) Secondo uno studio scientifico appena pubblicato e rilanciato dalla BBC, diventiamo davvero adulti non quando compiamo 18 o 20 anni, ma addirittura dieci anni più tardi. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge ha presentato un nuovo modello di sviluppo del cervello umano che sposta la soglia dell’età adulta ben oltre quanto si pensasse: lo studio individua un’adolescenza neurologica che va dai 9 ai 32 anni, periodo durante il quale il cervello continua a raffinare le connessioni e ad aumentare l’efficienza. La piena maturità strutturale arriverebbe dunque solo dopo i 30 anni, con una fase stabile del “plateau adulto” che inizia intorno ai 32 anni.
La notizia è rilevante perché cambia l’idea comune di diventare adulti” suggerendo che molte caratteristiche e comportamenti associati alla giovinezza (impulsività, scarsa capacità di pianificazione, maggiore sensibilità alle pressioni esterne) abbiano una causa neurologica più persistente del previsto. La rilevanza del dato non è solo teorica: i ricercatori sottolineano infatti che l’adolescenza prolungata è il periodo in cui compaiono con maggiore frequenza disturbi come ansia, depressione e schizofrenia, proprio perché il cervello è ancora in riorganizzazione. Questo periodo rende più sensibili agli stress ambientali ma anche più ricettivi agli interventi educativi e terapeutici. Per questo gli autori suggeriscono che le politiche di prevenzione e i servizi di salute mentale debbano considerare una fase di vulnerabilità, ma anche di ricettività, più lunga di quanto si pensasse.
Queste conclusioni si inseriscono in un dibattito già vivo: da anni vari studi suggeriscono che la corteccia prefrontale, responsabile delle decisioni complesse, maturi più tardi di quanto indicato dai modelli tradizionali. Il nuovo lavoro di Cambridge fornisce una mappatura più articolata, che potrebbe aiutare a leggere alcuni fenomeni sociali contemporanei, dalla prolungata permanenza in famiglia ai percorsi professionali frammentati, utilizzando questo dato scientifico. È un tassello che contribuisce a spiegare perché la linea tra giovinezza ed età adulta, oggi, appaia così mobile.
(https://www.bbc.com/news/articles/cgl6klez226o)
Scoperto un batterio nemico dei grassi: riduce l’aumento di peso
(da DottNet) Tra i molteplici batteri che popolano l’intestino umano, è stato identificato uno che si è dimostrato nemico dei grassi. La sua presenza influenza il modo in cui vengono assorbiti dall’intestino, riducendo così l’aumento di peso e migliorando la salute metabolica dei topi, nonostante l’alimentazione ricevuta da diete ricche di grassi.
Questo è quanto emerso dallo studio guidato dall'Università americana dello Utah, pubblicato sulla rivista Cell Metabolism. Il batterio in questione, appartenente alla specie Turicibacter, potrebbe portare a integratori in grado di ridurre gli effetti dell'obesità, come problemi metabolici. Ad ogni modo, saranno nel corso del tempo necessari maggiori studi per poter scoprire la reale efficacia nell’uomo.
Il ruolo chiave di Turicibacter nel metabolismo dei grassi
I ricercatori, seguiti da June Round, hanno scoperto che Turicibacter fa parte di una comunità di microrganismi protettivi del metabolismo che comprende almeno 80 specie batteriche diverse. Questo batterio, tuttavia, sembra giocare un ruolo centrale. Round ha affermato: "Non pensavo che un singolo microbo avrebbe avuto un effetto così drammatico". Turicibacter produce una serie di acidi grassi, componenti fondamentali dei lipidi, che modulano molecole di grasso più dannose e associate a malattie metaboliche, come il diabete di tipo 2 e i disturbi cardiaci.
Questo significa che la sua presenza potrebbe controbilanciare una dieta molto calorica. Inoltre gli autori dello studio hanno evidenziato che un’alimentazione sbagliata sopprime la crescita del batterio e riduce quindi anche i suoi effetti benefici. Alla luce di quanto esposto, poiché Turicibacter protegge dagli effetti dannosi dei grassi ma viene anche colpito da un eccesso di tali molecole, i ricercatori hanno provato a ripristinarne i livelli con una supplementazione regolare.
Hanno quindi somministrato un integratore per bocca agli animali per cinque giorni a settimana. Questo ha portato a un minore aumento di peso, livelli di glucosio a digiuno più bassi e una riduzione del grasso corporeo, anche in caso di dieta ricca di grassi.
La FNOMCEO frena sulle prescrizioni infermieristiche
(da M.D.Digital) Il Consiglio nazionale della Fnomceo ha messo un punto fermo sulle nuove competenze infermieristiche. Con una mozione approvata il 20 febbraio, la Federazione chiede di modificare lo schema di decreto del Mur (Ministero dell’università e della ricerca) che istituisce tre nuove lauree magistrali per gli infermieri. Il punto critico riguarda la possibilità, prevista dal decreto, per i professionisti formati nei nuovi percorsi di "prescrivere trattamenti assistenziali quali presidi sanitari, ausili e tecnologie specifiche" in ambiti come l'infermieristica di famiglia e comunità, le cure neonatali e le terapie intensive. Secondo la Federazione, l'attuale formulazione rischia di sovrapporsi all'atto medico. Per questo la mozione chiede di prevedere che l’infermiere possa "richiedere trattamenti assistenziali quali presidi sanitari, ausili e tecnologie specifiche, in esito alla diagnosi del medico e dopo la sua prima prescrizione". Un passaggio ritenuto essenziale per mantenere fermo il principio secondo cui diagnosi, prognosi e terapia restano attività qualificanti ed esclusive della professione medica.
Nel documento si richiama esplicitamente la Legge 132/25, che ribadisce la centralità dell’atto medico anche alla luce dell’evoluzione tecnologica e dell’Intelligenza artificiale, sottolineando come una fonte normativa di rango secondario non possa derogare a tali principi. Inoltre, la Fnomceo evidenzia un ulteriore profilo critico: la possibile disparità di trattamento, dal momento che alcune prescrizioni sono oggi riservate a medici in possesso di specifica specializzazione, mentre il decreto non prevede analoghi limiti per gli infermieri.
La Federazione chiede quindi di riportare il provvedimento “all’interno del perimetro tracciato dalla legge”, attivando anche il percorso di concertazione previsto dalla normativa vigente, con il coinvolgimento delle rappresentanze scientifiche, professionali e sindacali dei profili sanitari interessati, finora rimaste ai margini del confronto.
La mozione, approvata dal Comitato centrale e fatta propria dal Consiglio nazionale, è sottoscritta da numerose sigle del mondo medico e sindacale, dalla Medicina generale alla dirigenza ospedaliera. L’obiettivo dichiarato è duplice: garantire la sicurezza dei pazienti e assicurare un’integrazione efficace tra professioni, evitando conflitti di competenze e il rischio di contenziosi in una fase di profonda riorganizzazione del Ssn.