Prevenire la malnutrizione negli anziani: i consigli pratici di una dentista

(da Univadis - Anne Gaëlle Moulun)  Come migliorare la percezione del gusto negli anziani? Isabelle Prêcheur, chirurgo dentista presso il CHU di Nizza, ha fornito alcuni consigli pratici in occasione delle Giornate francofone della nitrizione 2025, come per esempio consentire all'anziano di togliere la protesi dentaria se ciò gli permette di mangiare più facilmente. Visita dal dentista due volte all'anno -  "Nessun dolore e nessuna infezione: questa è la base per mangiare bene", ha sottolineato subito la specialista. Per lei, ciò che conta è "avere una bocca pulita e non il numero di denti!" A tal fine, raccomanda, oltre a lavarsi i denti due volte al giorno, una visita dal dentista o una pulizia dentale due volte all’anno. "Non bisogna aspettare di avere male per andare dal dentista!", esorta. Prende ad esempio la parodontite: "Si sviluppa in modo silenzioso, senza causare dolore. Non ce ne rendiamo conto e, un giorno, ci ritroviamo con i denti che si muovono". Con umorismo, si rivolge al pubblico. "Si sente dire che il dentista fa paura, fa male, costa caro. Se è così con il vostro, cambiate dentista!"  Per ricordarsi di fissare un appuntamento, consiglia di scegliere una data di riferimento: "Per esempio, il proprio compleanno e ogni sei mesi". È inoltre importante evitare il fumo e l'alcol, che favoriscono l'insorgere di patologie dentali. Pulizia dentale professionale -  Prêcheur sottolinea la "necessità di una pulizia dentale professionale per evitare il circolo vizioso della bocca sporca. Gli anziani possono avere movimenti meno precisi, quindi la placca si accumula e si instaura l’alitosi. È un circolo vizioso. Con l’età, è necessario andare a farsi pulire i denti più spesso", raccomanda. Incoraggia persino a negoziare un forfait con il proprio dentista per ulteriori cure. "Il vantaggio della detartrasi è che il dentista pulisce accuratamente ogni dente uno per uno ed esegue le cure necessarie in caso di carie".  L'esperta sottolinea che l’anziano, se ha appetito, "mangerà di tutto, anche senza denti e senza protesi dentarie" e consiglia di "rimuovere le vecchie protesi inadatte prima dei pasti e indossarle solo per motivi estetici". "Esiste una resilienza della masticazione: la persona riesce a mangiare masticando con la lingua e il palato. Certo, è un processo lungo, rumoroso e, nella nostra cultura, è considerato maleducato", sottolinea la dentista.   L’ideale, secondo lei, sarebbe "avere protesi su impianti, ma è costoso e non è rimborsato. Inoltre, arriva un’età in cui non è più possibile rifare nuove protesi dentarie, perché non c’è più abbastanza osso, non ci sono più denti o sono troppo fragili, o non c’è più abbastanza saliva. Non è grave. Bisogna sdrammatizzare: la persona mangerà sempre meglio senza le protesi che con quelle vecchie. E soprattutto è la famiglia che bisogna rassicurare", osserva. Evitare i farmaci frantumati -  Per migliorare il piacere del mangiare negli anziani, sottolinea che occorre evitare i farmaci sbriciolati. Uno studio ha proposto a 10 assaggiatori provenienti dal settore sanitario e a 10 rappresentanti degli utenti di "assaggiare" una selezione di farmaci (1). I loro commenti sono stati unanimi: hanno denunciato un'amarezza insopportabile, un sapore francamente cattivo, orribile, inaccettabile. "È un maltrattamento!", sostiene Prêcheur. Un secondo studio ha permesso di osservare i pasti in una casa di riposo dove venivano serviti cibi frullati e dove i farmaci venivano tritati (2). "Dopo aver consultato il logopedista, è emerso che era possibile evitare di frantumare i farmaci nel 10-15 % dei residenti della casa di riposo". Stimolare i sensi -  Inoltre, "se il logopedista è d’accordo, esistono molti alimenti dalla consistenza solida che possono essere masticati e mangiati indipendentemente dalle condizioni dentali", sottolinea la dentista. Infine, uno studio condotto su 118 residenti di case di riposo ha confrontato il piacere di mangiare un biscotto croccante vs un biscotto morbido (3).   "Masticare un biscotto dà un enorme piacere. Infatti, stimola la vista, l’olfatto, la presa, l’udito, poiché la vibrazione del cibo masticato passa direttamente all’osso mascellare e all’osso del condotto uditivo. Masticare aumenta il piacere di mangiare, anche in presenza di disturbi uditivi". Per lei, il piacere di mangiare passa quindi attraverso questa stimolazione di tutti i sensi, unita a una bocca pulita e a una riduzione del numero di farmaci, che non devono essere frantumati, per quanto possibile. "E per invecchiare bene, un'alimentazione equilibrata deve essere accompagnata da attività fisica e da una vita sociale", conclude. (1.  Lamure, Prêcheur et al. The taste of ten drugs frequently prescribed in nursing homes crushed in food : observational study with 16 healthy volunteers. Journal of nursing home research sciences, 2015, 1 : 55-61
  1. Pasqualini, Prêcheur et al. Poor dental health and crushed drugs for older adultes living in institution. Journal of nursing home research sciences, 2019, 5:1-4, Testo completo
3, Lazzarotto et al. Stimulation sensorielle auditive avec un complément nutritionnel oral solide : étude prospective multicentrique sur 118 personnes âgées en institution. Revue de gériatrie, 2021, 46 : 397-405.)  

La forza muscolare nelle donne anziane è associata a una minore mortalità

(da M.D.Digital)  Non è solo il restare in forma, è un elemento per vivere più a lungo. Si tratta della forza fisica, che, secondo uno studio pubblicato su JAMA Network Open, sarebbe associata a una minore mortalità nelle donne anziane. La ricerca - Lo studio, prospettico di coorte, è stato condotto nell'ambito della ricerca Objective Physical Activity and Cardiovascular Health (Opach) e ha avuto l'importanza di aver esaminato la forza come indicatore di resilienza cruciale per l'indipendenza funzionale e la longevità, controllando variabili rigorose come l'attività fisica e il comportamento sedentario misurati oggettivamente tramite accelerometria, oltre ai marker di infiammazione sistemica.  La metodologia ha previsto la valutazione della forza muscolare attraverso due test clinici standardizzati: la forza di presa (grip strength) della mano dominante, misurata con un dinamometro, e il tempo necessario per completare 5 alzate consecutive dalla sedia (chair stand test) senza assistenza.  La forza di presa è stata suddivisa in quartili: Q1 (<14 kg), Q2 (14-19 kg), Q3 (20-24 kg) e Q4 (>24 kg). Similmente, la performance nelle alzate dalla sedia è stata categorizzata in: Q1 (>16,7 s), Q2 (16,6-13,7 s), Q3 (13,6-11,2 s) e Q4 (≤11,1 s). L'attività fisica è stata monitorata per 7 giorni, registrando una media di 9,2 ore/giorno di tempo sedentario e 49,7 minuti/giorno di attività fisica da moderata a vigorosa (Mvpa). I risultati - I dati emersi, dopo un follow-up medio di 8,4 anni e con 1964 decessi registrati, evidenziano trend inversi significativi per la mortalità (p per il trend <0.001). Nel modello aggiustato per fattori sociodemografici e clinici, le donne nel quartile di forza di presa più elevato (Q4) hanno mostrato un Hazard Ratio (Hr) di 0,67 (95% CI, 0,58-0,78) rispetto al Q1. Per il test delle alzate dalla sedia, l'Hr per il quartile più veloce (Q4) è stato di 0,63 (95% CI, 0.54-0.73). Tali associazioni sono rimaste robuste anche dopo l'aggiustamento simultaneo per tempo sedentario e Mvpa, con un Hr di 0,70 per la forza di presa e 0,69 per le alzate dalla sedia.  Ulteriori analisi hanno dimostrato che l'effetto protettivo della forza è indipendente dalla velocità del cammino e dai livelli di proteina C-reattiva (Crp), marker di infiammazione che accelera la perdita di massa muscolare. Significativamente, una maggiore forza era associata a una minore mortalità anche nelle donne che non raggiungevano i 150 minuti settimanali di attività aerobica raccomandati o in quelle che utilizzavano ausili per la deambulazione. In conclusione, lo studio sottolinea che la forza muscolare è un biomarcatore essenziale per un invecchiamento ottimale. Mentre la forza di presa riflette in modo più specifico l'output muscolare, il test delle alzate dalla sedia sembra indicare uno stato di salute funzionale più generale legato alla faticabilità. Questi dati supportano le linee guida nazionali che raccomandano attività di rafforzamento muscolare almeno due giorni a settimana per migliorare la longevità nella popolazione anziana. (LaMonte MJ, et al. Muscular Strength and Mortality in Women Aged 63 to 99 Years. JAMA Netw Open 2026; 9(2):e2559367. doi: 10.1001/jamanetworkopen.2025.59367)

SaluteMia al voto il 10 aprile per eleggere gli organi statutari

SaluteMia ha avviato le procedure elettorali che porteranno al rinnovo degli organi statutari. L’assemblea ordinaria della Società di mutuo soccorso dei medici e degli odontoiatri si terrà in videoconferenza venerdì 10 aprile alle ore 11.00.

All’ordine del giorno sono previste anche le elezioni del presidente, di cinque consiglieri di amministrazione e del revisore unico (o, in alternativa, del collegio dei sindaci).

“Negli ultimi anni la nostra Mutua, che appartiene ai colleghi Soci medici e odontoiatri, è cresciuta costantemente. Gli iscritti hanno quasi raggiunto quota 14mila e le riserve economiche sono aumentate, rafforzando la tutela futura dei Soci, sebbene, nel 2025 abbiamo ricevuto circa 22mila richieste di sussidi ed erogato quasi 12 milioni di euro per sostenere la salute dei nostri iscritti”, afferma Gianfranco Prada, medico odontoiatra, presidente di SaluteMia.

“In piena sintonia con la Fondazione Enpam, la lungimiranza, l’impegno e la coesione della nostra squadra – composta dal Consiglio di amministrazione uscente, espressione delle principali rappresentanze sindacali, dal personale di SaluteMia e dai nostri collaboratori – hanno permesso di rafforzare la struttura e il futuro della Mutua, rendendola più stabile ed efficiente, nonostante l’aumento dei sinistri e un contesto economico complesso. Possiamo dire con orgoglio di avere mantenuto gli impegni presi a inizio mandato, operando sempre nell’interesse esclusivo dei Soci”.

“In accordo con i colleghi consiglieri uscenti – conclude Prada – abbiamo deciso pertanto di rinnovare il nostro impegno, candidandoci nuovamente con la lista ‘Insieme per il futuro di SaluteMia’, in continuità con i valori e gli obiettivi da sempre condivisi con Enpam. Auspichiamo pertanto il sostegno dei Soci per proseguire il lavoro avviato, a beneficio di una Mutua che oggi rappresenta un presidio essenziale per la stabilità e il benessere socio-sanitario dei medici, degli odontoiatri e delle loro famiglie”.

Per partecipare all’assemblea, i Soci devono richiedere la scheda di presenza entro venerdì 3 aprile all’indirizzo: info@salutemia.net.

Alcol e sport: la forma fisica può ridurre i rischi?

(da Sanitainformazione.it)    Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica 'Sports Medicine' analizza in modo approfondito il rapporto tra consumo di alcol e attività fisica, e mette in luce una relazione più complessa di quanto si pensasse. Se da un lato l’alcol è associato a un aumento del rischio di mortalità, dall’altro il livello di forma fisica cardiorespiratoria emerge come un fattore determinante nella modulazione di questo rischio.  I ricercatori sottolineano che non esiste una quantità di alcol completamente sicura, ma evidenziano anche che gli effetti negativi non sono uniformi per tutti gli individui. In particolare, lo stato di allenamento sembra influenzare profondamente il modo in cui il corpo reagisce al consumo di alcol nel lungo periodo.   La forma fisica come fattore protettivo -  L’elemento centrale dello studio, intitolato “Running from Death: Can Fitness Outpace Alcohol’s Harm? Changes in Alcohol Intake, Fitness and All-Cause Mortality in the HUNT Study, Norway”, è il ruolo della fitness cardiorespiratoria come possibile “scudo” contro gli effetti dannosi dell’alcol. Analizzando un ampio campione di adulti seguiti per oltre un decennio, i ricercatori hanno osservato che le persone con un basso livello di forma fisica presentano un rischio di mortalità significativamente più elevato, indipendentemente dal consumo di alcol. Al contrario, chi mantiene una buona capacità cardiorespiratoria mostra una maggiore resilienza anche in presenza di un consumo moderato. Questo non significa che l’alcol diventi innocuo, ma suggerisce che un organismo allenato riesce a tollerarne meglio gli effetti.   Il dato più rilevante è che la forma fisica risulta un predittore di salute più forte rispetto alle variazioni nel consumo di alcol stesso. In altre parole, essere sedentari può risultare più dannoso che bere moderatamente, mentre mantenersi attivi riduce sensibilmente il rischio complessivo. Tuttavia, gli autori invitano alla cautela: l’attività fisica non annulla i danni dell’alcol, ma li attenua soltanto, e non in modo uniforme per tutti. Cambiare abitudini -  Un aspetto innovativo dello studio riguarda l’analisi dei cambiamenti nel tempo. Non conta solo quanto si beve o quanto si è allenati in un dato momento, ma come queste abitudini evolvono negli anni. I risultati mostrano che peggiorare la propria forma fisica aumenta il rischio di mortalità anche tra chi consuma poco o nulla alcol. Al contrario, migliorare la propria condizione fisica può compensare parzialmente comportamenti meno salutari.  Parallelamente, aumentare il consumo di alcol nel tempo si associa a esiti peggiori rispetto a mantenerlo stabile o ridurlo. Questo approccio dinamico evidenzia come salute e rischio siano il risultato di percorsi prolungati, non di scelte isolate. Prevenzione: muoversi di più, bere meno -  Ridurre il consumo di alcol resta una strategia fondamentale per la salute, ma lo studio suggerisce che promuovere l’attività fisica potrebbe avere un impatto ancora più significativo. In particolare, migliorare la fitness cardiorespiratoria emerge come uno degli interventi più efficaci per ridurre il rischio di mortalità. Tuttavia, l’esercizio fisico non giustifica il consumo di alcol ma piuttosto indica una priorità concreta per la prevenzione: costruire e mantenere un buon livello di forma fisica, mentre si limita il più possibile l’assunzione di alcol nel corso della vita.

Acqua del rubinetto, scelta consapevole per salute e sostenibilità

(da DottNet)   In vista della Giornata mondiale dell’acqua 2026, ISDE Italia, insieme a numerose società medico-scientifiche e associazioni impegnate nella prevenzione dei rischi legati all’esposizione alla plastica, ha diffuso un documento informativo dedicato al confronto tra acqua di rubinetto e acqua confezionata. L’obiettivo è fornire elementi aggiornati e basati su evidenze per orientare scelte più consapevoli sul piano sanitario e ambientale. Il report analizza la qualità delle acque destinate al consumo umano in Italia, soffermandosi sui sistemi di monitoraggio e sulle conseguenze connesse all’elevato utilizzo di contenitori in plastica. Il lavoro, sviluppato con il contributo di specialisti in ambito medico, biologico e chimico, mette a confronto le caratteristiche delle acque distribuite attraverso la rete idrica con quelle delle acque minerali naturali, evidenziandone differenze, analogie e impatti complessivi. Secondo i dati riportati, l’Italia figura tra i principali consumatori globali di acqua in bottiglia, con oltre 250 litri pro capite annui e circa 15 miliardi di contenitori plastici impiegati ogni anno. Un fenomeno attribuito anche a una percezione non sempre corretta della sicurezza dell’acqua domestica e a campagne di comunicazione commerciale particolarmente efficaci. Questo modello di consumo determina effetti rilevanti sia sull’ambiente sia sulla salute pubblica. La produzione e lo smaltimento delle bottiglie comportano infatti l’impiego di risorse fossili e contribuiscono all’accumulo di rifiuti persistenti. Parallelamente, l’esposizione a micro- e nanoplastiche, oltre che a sostanze chimiche potenzialmente dannose come alcuni interferenti endocrini, viene indicata come un possibile fattore di rischio soprattutto nelle fasi più sensibili della vita, tra cui gravidanza e prima infanzia. Al contrario, l’acqua distribuita tramite acquedotto viene descritta come sicura e di qualità elevata. Le analisi condotte dal Centro Nazionale per la Sicurezza delle Acque dell’Istituto Superiore di Sanità su oltre 2,5 milioni di campioni mostrano una conformità ai parametri normativi superiore al 99%. Ciò la rende un’opzione sostenibile anche dal punto di vista economico. Il documento si inserisce nella Campagna nazionale per la prevenzione dei rischi sanitari associati alla plastica, sostenuta da numerosi enti e organizzazioni professionali del settore sanitario e ambientale.

Parodontite, casi gravi in aumento in Italia: +50% in trent’anni

(da DottNet)   Negli ultimi trent’anni la diffusione delle forme più severe di Parodontite è cresciuta in modo significativo sia a livello globale sia in Italia. Secondo i dati presentati dagli esperti della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP) in occasione della Giornata Mondiale della Salute Orale e del 24° Congresso nazionale della società scientifica a Rimini, i casi più gravi della patologia gengivale nel nostro Paese sono aumentati del 50%, passando da oltre 6 milioni a circa 9 milioni di persone, pari al 15,7% della popolazione adulta. A livello mondiale, la stima dei soggetti affetti da parodontite severa è raddoppiata nello stesso arco temporale, raggiungendo circa 1,1 miliardi di individui, ovvero il 14% della popolazione globale. Il confronto con altri Paesi europei evidenzia differenze significative nella prevalenza: si passa dal 4% registrato in Spagna all’8,5% della Gran Bretagna, fino all’11% della Francia e al 24% della Germania, tra i tassi più elevati nel continente.  Gli specialisti sottolineano come la parodontite rappresenti un problema crescente di sanità pubblica, recentemente riconosciuto anche dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che ha inserito la salute orale tra le priorità globali nell’ambito delle malattie non trasmissibili. Oltre ai fattori di rischio tradizionali, nuove evidenze scientifiche suggeriscono un possibile ruolo di determinanti ambientali. Due revisioni della letteratura pubblicate su riviste internazionali hanno evidenziato un’associazione tra esposizione all’inquinamento atmosferico e aumento dell’incidenza delle patologie parodontali. In particolare, uno studio condotto su oltre 13mila soggetti ha rilevato che l’esposizione cronica al particolato fine potrebbe favorire lo sviluppo della malattia attraverso meccanismi di stress ossidativo, danni cellulari a livello dell’epitelio orale e amplificazione dei processi infiammatori sistemici e locali. In questo contesto, gli esperti ribadiscono la centralità della diagnosi precoce e delle strategie di prevenzione, insieme allo sviluppo di approcci terapeutici sempre più conservativi, per contenere l’impatto della patologia sulla salute generale e sulla qualità di vita dei pazienti.

Mangiare cioccolato fondente riduce il rischio di diabete

(da AGI)   Integrare nella propria alimentazione cinque porzioni di cioccolato fondente a settimana sembra associato a un rischio del 21 per cento più basso di sviluppare il diabete di tipo 2. Questo interessante risultato emerge da uno studio, pubblicato sul 'British Medical Journal', condotto dagli scienziati della Harvard TH Chan School of Public Health. Il team, guidato da Qi Sun, ha esaminato i dati di tre lavori osservazionali a lungo termine condotti negli Stati Uniti su infermieri e operatori sanitari che al momento del reclutamento non erano associati al diabete. Secondo le stime attuali, entro il 2045 si conteranno oltre 700 milioni di casi di diabete di tipo 2. Il cioccolato fondente, spiegano gli esperti, contiene i flavonoidi, un composto naturale presente anche nella frutta e nella verdura. Queste sostanze sembrano promuovere la salute del cuore, ma il collegamento tra consumo di cioccolato e rischio di diabete di tipo 2 rimane controverso a causa di risultati incoerenti. Per far luce su questa correlazione, gli studiosi hanno utilizzato questionari sulla frequenza alimentare compilati ogni quattro anni, valutando le associazioni tra diabete di tipo 2 e consumo totale di cioccolato per 192.208 partecipanti. Allo stesso tempo, sono stati valutati 11.654 volontari e il loro consumo di sottotipi di cioccolato, sia fondente che al latte, per un periodo di osservazione medio di 25 anni.  

Bastano 20 minuti di bici per attivare le onde cerebrali della memoria

(da Sanitainformazione.it)    Un semplice allenamento in bicicletta di 20 minuti potrebbe avere effetti immediati sul funzionamento del cervello. Un nuovo studio neuroscientifico ha osservato che una singola sessione di esercizio è in grado di aumentare specifiche onde cerebrali legate alla memoria.  Queste onde ad alta frequenza, chiamate “increspature ippocampali”, partono dall’ippocampo (una struttura fondamentale per l’apprendimento) e si propagano verso altre aree del cervello coinvolte nei processi cognitivi. Gli scienziati ritengono che questo fenomeno possa spiegare perché l’attività fisica viene spesso associata a migliori prestazioni mentali e a una maggiore capacità di apprendere e ricordare informazioni nel corso della giornata. Il primo studio che osserva direttamente le increspature negli esseri umani  - La ricerca rappresenta un passo importante per le neuroscienze. Finora le increspature ippocampali legate alla memoria erano state osservate principalmente in animali da laboratorio. Negli esseri umani il collegamento era stato soltanto ipotizzato, perché per registrare questi segnali è necessario impiantare elettrodi nel cervello, una procedura possibile solo in particolari contesti clinici.  Il nuovo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Brain Communications, è riuscito per la prima volta a osservare direttamente l’attività dei neuroni dopo l’esercizio fisico. I ricercatori hanno analizzato l’attività cerebrale di pazienti sottoposti a monitoraggio neurologico e hanno rilevato un aumento significativo delle increspature provenienti dall’ippocampo verso le regioni corticali coinvolte nella memoria e nell’apprendimento. Questo risultato offre una prova concreta del legame tra esercizio fisico e processi cognitivi, suggerendo che anche un’attività breve può modificare rapidamente le dinamiche delle reti neurali. Come si è svolto l’esperimento -  Il team di ricerca ha coinvolto quattordici pazienti tra i 17 e i 50 anni seguiti presso un centro medico universitario. Dopo un breve riscaldamento, i partecipanti hanno pedalato su una cyclette per circa venti minuti a un ritmo sostenuto ma costante. Prima e dopo l’allenamento i ricercatori hanno registrato l’attività cerebrale tramite elettroencefalografia intracranica, una tecnica che utilizza elettrodi impiantati per misurare con precisione l’attività neurale nelle diverse regioni del cervello. Le registrazioni hanno mostrato un aumento della frequenza delle increspature neurali che partono dall’ippocampo e raggiungono la corteccia cerebrale. Queste onde ad alta frequenza sono considerate fondamentali per consolidare i ricordi e organizzare le informazioni apprese. Secondo la neuroscienziata Michelle Voss, autrice dello studio, da anni la ricerca suggerisce che l’attività fisica migliori le funzioni cognitive, ma finora le prove provenivano soprattutto da test comportamentali o da tecniche di imaging non invasive. La registrazione diretta dell’attività neuronale dimostra invece che anche una singola sessione di esercizio può modificare rapidamente i ritmi cerebrali. Inoltre, i modelli osservati nei pazienti studiati risultano molto simili a quelli rilevati negli adulti sani attraverso la risonanza magnetica funzionale, suggerendo che l’effetto dell’esercizio potrebbe essere una risposta generale del cervello umano.  

Bevande zuccherate: con la sugar tax crollano i consumi delle fasce a basso reddito

(da Nutrienti e Supplementi)    Tassare le bibite in relazione al loro contenuto in zuccheri può incidere pesantemente sui consumi, in particolare tra le fasce economicamente più deboli della popolazione. A suggerirlo, una ricerca della University of Washington (UW) che ha valutato le abitudini di acquisto di circa 400 famiglie a Seattle, San Francisco, Oakland e Philadelphia, tutte città che hanno di recente introdotto una sugar tax sulle bevande. Lo studio è stato pubblicato su 'Health Economics'  I risultati indicano che dopo l'introduzione della tassa, le famiglie a basso reddito hanno ridotto i loro acquisti di bevande zuccherate di quasi il 50%, mentre le famiglie a reddito più alto del 18%.   “Poiché studi precedenti hanno dimostrato che gli individui a basso reddito consumano bevande zuccherate a un tasso superiore alla media, questi risultati suggeriscono che il sovrapprezzo potrebbe aiutare a ridurre le disuguaglianze sanitarie e promuovere la salute della popolazione”, sottolineano i ricercatori. Melissa Knox, coautrice e docente di economia presso l'UW: "Queste bevande sono tra le maggiori fonti di zucchero nella dieta americana. Hanno molte conseguenze sulla salute e non forniscono realmente alcun nutrimento. L'idea vincente di una tassa è che le persone a basso reddito, poiché riducono di più il consumo, ricevano maggiori benefici per la salute rispetto alle famiglie a reddito più alto". I ricercatori hanno seguito le famiglie per un anno prima e dopo l'implementazione della tassa nella loro città. Ai consumatori è stato dato uno scanner portatile per segnalare i loro acquisti. Gli aumenti di prezzo sono stati maggiori per le famiglie a basso reddito: un aumento del 22% nei prezzi delle bevande zuccherate rispetto all'11% per le famiglie a reddito più alto, in relazione alle tipologie di prodotti acquistati dalla due fasce. Il risultato è che, dopo l'introduzione della tassa, le famiglie a basso reddito hanno visto un calo del 47% negli acquisti di bevande zuccherate. Altro fenomeno interessante è che non si è registrata una “migrazione” per acquisti fuori dall’area urbana colpita dalla tassa e che le famiglie meno abbienti hanno cominciato ad acquistare bevande più sane, non tassate. “I risultati dello studio - hanno affermato i ricercatori - potrebbero portare a ulteriori decisioni fiscali volte a promuovere scelte più sane tra i consumatori, poiché la ricerca ha anche dimostrato che la tassa era associata a un calo dell'indice di massa corporea infantile a Seattle. Nel complesso, la sugar tax sta dando i benefici previsti per la salute e i nostri risultati ci dicono che sono sicuramente maggiori per  le famiglie con i redditi più bassi". (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/hec.4905)  

Alimentazione del FSE da parte dei medici liberi professionisti

(da Amolp.it riproduzione parzialmente modificata)  è arrivata  da FNOMCEO la pec in risposta alle richieste che AMOlp aveva inviato nelle scorse settimane su FSE e liberi professionisti 1) è' previsto obbligo per il libero professionista puro di alimentare il F.S.E.? 2) in caso di coinvolgimento futuro della nostra figura professionale AMOlp chiede a nome di tutti i liberi professionisti  che rappresenta: 1) adeguata informazione 2) adeguata formazione 3) congruo periodo di transizione per adeguamento NON sanzionabile 4) che i costi  non debbano essere sostenuti dal libero professionista ma che siano previste delle piattaforme dedicate così come nel sistema pubblico Vi postiamo  la pec completa di risposta di Fnomceo:  https://acrobat.adobe.com/id/urn:aaid:sc:EU:3f1e09aa-0bd1-4082-ac97-72928b920b34 In base al PNRR tutti devono alimentare il FSE. Le Regioni, nell’ambito dei propri sistemi informativi, devono garantire l’integrazione dei flussi provenienti sia dalle strutture pubbliche sia da quelle private e dai professionisti, potendo prevedere l’utilizzo di piattaforme pubbliche (anche basate su TS) oppure l’interoperabilità con software gestionali di terzi conformi alle specifiche nazionali; siamo in attesa che la Regione comunichi le specifiche di attuazione dell’integrazione di tali flussi. L’Ordine dei Medici di Forlì-Cesena, insieme agli altri Ordini della Regione, ha chiesto un incontro con l’assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna per avere i chiarimenti necessari inerenti a questa normativa. Ad oggi non risulta un provvedimento nazionale che obblighi il libero professionista di dotarsi a proprie spese di un software ne' che escluda la possibilità di utilizzare piattaforme del pubblico come il sistema TS Per le sanzioni nessun profilo sanzionatorio è previsto nei confronti del libero professionista puro, in attesa di risposte dalle Regioni. Sulla formazione verranno organizzati corsi di formazione per i liberi professionisti dalla Fnomceo anche con ecm cosi come avviene nel pubblico. La volontà è di chiedere in termini legislativi un congruo periodo iniziale di applicazione del sistema non sanzionabile durante il quale siano garantiti supporto tecnico chiarimenti e formazione.  

Il farmaco anti-invecchiamento più efficace? Muoversi

(da Univadis)   Negli ultimi anni lo studio dei meccanismi biologici responsabili dell’invecchiamento ha fatto passi da gigante. Sono stati identificati numerosi fattori coinvolti nel processo di senescenza di tessuti e organi, alla ricerca di potenziali bersagli molecolari da colpire per rallentare il decadimento. Le evidenze scientifiche raccolte dimostrano che lo strumento più efficace di cui disponiamo oggi per guadagnare anni di vita in salute non è un integratore miracoloso o un sofisticato trattamento di medicina rigenerativa, ma l’attività fisica.  È il messaggio che arriva dal convegno “Vivere meglio, vivere più a lungo”, organizzato a Roma lo scorso 11 marzo da Salvatore Pennisi, medico anestesista esperto di medicina funzionale e dei sistemi integrati, che ha riunito ricercatori e clinici per fare il punto sullo stato delle conoscenze. Le eserchine, messaggere di salute La longevità è una caratteristica in parte codificata nel DNA. Ci sono patologie che alterano il processo dell’invecchiamento che sono dovute a mutazioni genetiche, per esempio la progeria, una sindrome rarissima che provoca senescenza accelerata ed è provocata da una mutazione puntiforme in un singolo gene.“Ma il DNA non è tutto”, ha osservato al convegno Giuseppe Novelli, ordinario di Genetica Medica dell’Università di Roma Tor Vergata. “Oggi sappiamo che un ruolo decisivo è giocato dall’assetto epigenetico, cioè dall’insieme delle modifiche chimiche del DNA che controllano l’espressione dei geni senza alterare la loro struttura, spesso attraverso l’aggiunta al DNA di piccole molecole, i gruppi metile. Diversi profili di metilazione sono statisticamente associati a differenze nel rischio di mortalità. L’assetto epigenetico è una sorta di abito che veste il DNA e costituisce l’interfaccia tra l’ambiente e il nostro patrimonio genetico. Possiamo modificare questo assetto intervenendo sull’alimentazione, lo stile di vita, lo stress, l’esercizio fisico”. Una ventina di anni fa, la ricerca ha cominciato a interessarsi a una varietà di molecole bioattive prodotte da diversi tessuti in risposta all’esercizio fisico: peptidi, lipidi, acidi nucleici, a cui è stato dato il nome di eserchine. “Svolgono la funzione di messaggere e mediatrici degli effetti benefici dell’attività fisica nei confronti di muscoli, ossa, tessuto adiposo, pancreas, fegato, reni, dell’equilibrio metabolico, del sistema immunitario e del cervello”, ha spiegato Novelli. “Agiscono sul meccanismo della metilazione del DNA, quindi sull’assetto epigenetico dell’individuo, riducendo il rischio di quelle malattie degenerative che sono tipicamente associate all’avanzare dell’età: infiammazione, disturbi cardiovascolari, sindrome metabolica, tumori, patologie neurodegenerative. Una migliore conoscenza delle dinamiche di questa rete di molecole ci permetterà un giorno di prescrivere l’esercizio fisico con modalità tagliate su misura in funzione delle esigenze individuali, con la stessa precisione del dosaggio di un farmaco”. Attività fisica: conta anche la qualità Condurre una vita attiva non è sufficiente per godere dei benefici del movimento sulla salute, perché la qualità dell’esercizio è uno dei fattori che fanno la differenza. “Il lavoro che richiede un intenso sforzo fisico ha effetti opposti rispetto a quelli dello sport praticato nel tempo libero: è usurante, accresce il livello di infiammazione anziché ridurlo, insomma fa invecchiare più in fretta”, ha spiegato al convegno Leonardo Calò, primario di cardiologia del Policlinico Casilino di Roma. “Le ragioni non sono ancora del tutto chiare. Probabilmente questa differenza è dovuta al fatto che lavorando non si è liberi di calibrare la fatica, di alternare gli sforzi con pause di recupero. Ma c’è anche l’aspetto psicologico che incide, perché un lavoro stressante stimola la produzione di cortisolo, che contrasta gli effetti positivi dell’attività fisica. Perché sia salutare, l’esercizio deve essere praticato in un contesto rilassante. Non occorre spendere soldi per andare in palestra: è sufficiente camminare. Al cinquantenne che oggi chiede cosa fare per aumentare la sua aspettativa di vita e di vita in salute raccomandiamo di camminare, di fare, se possibile, 8-10 mila passi al giorno. È l’attività più sostenibile e benefica”. Gli effetti sul cervello Gli effetti benefici delle eserchine coinvolgono anche il cervello. “Sono fattori neuroprotettivi che possono rallentare la progressione di malattie degenerative come il Parkinson o l’Alzheimer”, ha illustrato Paolo Calabresi, ordinario di Neurologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. “Al momento, possiamo dire che l’esercizio fisico aerobico è la più efficace terapia in grado di modificare il decorso di queste patologie, tipiche dell’età avanzata. Ne abbiamo avuto l’evidenza alcuni anni fa con uno studio preclinico su topi nel cui corpo striato erano state iniettate fibrille di α-sinucleina per simulare la malattia di Parkinson allo stadio iniziale. Negli animali che hanno avuto l’opportunità di fare esercizio su un tapis roulant è stata osservata una riduzione della diffusione degli aggregati tossici dell’α-sinucleina ad altre aree cerebrali vulnerabili. Ora il Policlinico Gemelli è impegnato nello studio clinico multicentrico MOVE-BRAIN-PD, su pazienti con malattia di Parkinson in fase iniziale e lieve compromissione cognitiva, che praticano due sessioni a settimana di attività aerobica intensa. Stiamo raccogliendo dati molto promettenti sugli effetti dell’esercizio sulla progressione della degenerazione”.

Liberi professionisti: le coperture per i primi 30 giorni di malattia

(da enpam.it)   Per chi esercita la libera professione medica, l’assenza dal lavoro per malattia o infortunio rappresenta un rischio concreto che incide direttamente sul reddito. E questo può essere proprio il momento giusto per tenere conto di un aspetto spesso sottovalutato, ma che può avere conseguenze economiche rilevanti. A questo proposito, ricordiamo innanzitutto che proprio nel caso dei liberi professionisti l’Enpam prevede un’indennità per malattia o infortunio che scatta dal 31° giorno di assenza.  Pe i primi 30 giorni di malattia o infortunio, solo i medici di medicina generale hanno una copertura di default, che è finanziata da una trattenuta sul loro compenso.  Per tutti gli altri liberi professionisti le strade possibili sono sostanzialmente due: considerare l’eventualità di un mese di stop come un vero e proprio “rischio d’impresa”, accantonando risorse per eventuali periodi di inattività, oppure ricorrere a strumenti assicurativi dedicati. POLIZZA CONVENZIONATA ENPAM Per colmare questo vuoto di tutela, Enpam ha stipulato una convenzione con Oris Broker (https://www.enpam.it/convenzioni-enpam/oris-broker/) con copertura garantita da Itas Mutua. La polizza ha un costo annuo di 120 euro e prevede un’indennità giornaliera di 150 euro in caso di inabilità temporanea al lavoro dovuta a malattia o infortunio. Tuttavia, l’indennizzo, che copre fino a tre eventi l’anno, scatta solo se l’assenza supera i 30 giorni.  In altre parole: - se la malattia dura 29 giorni, non è previsto alcun risarcimento; - se supera i 30 giorni, intervengono entrambe le tutele: quella dell’ente previdenziale dal 31°giorno e quella assicurativa per il primo mese, con una franchigia di 5 giorni. Lo stesso broker propone inoltre agli odontoiatri iscritti all’Andi, una copertura aggiuntiva contro infortuni e malattia che può essere affiancata a quella base da 120 euro e che estende la tutela anche alle assenze inferiori ai 30 giorni. L’OFFERTA DI SALUTEMIA Anche SaluteMia (https://www.salutemia.net/come-aderire/) può erogare indennità in caso di ricovero e diarie, che risultano utili nei momenti in cui si deve interrompere l’attività lavorativa per motivi di salute.   I piani sanitari offerti dalla mutua di categoria prevedono che, in caso di ricovero, l’iscritto possa optare – al posto del rimborso delle spese sanitarie – per un’indennità giornaliera. Tali indennità vanno da circa 62 euro a 150 euro (per un massimo di 100 giorni), a seconda che il ricovero preveda un intervento chirurgico o meno, e in base alla struttura sanitaria utilizzata.  Il piano sanitario ‘Optima salus’ prevede invece un’indennità sostitutiva, che può variare da 40 a 100 euro giornalieri.  Quest’ultimo piano sanitario prevede anche una diaria post ricovero per gravi mali, in caso di inabilità lavorativa assoluta temporanea. La diaria è di 37,50 euro e può coprire un massimo di 30 giorni.  Per informazioni più dettagliate è possibile consultare la Guida piani sanitari sul sito www.salutemia.net. L’OPZIONE EMAPI Un’altra possibilità è offerta da Emapi (https://www.emapi.it/infortuni-professionali-ed-extraprofessionali/), l’ente di mutua assistenza che riunisce diverse casse previdenziali dei professionisti.  Dopo aver sottoscritto con essa una polizza infortuni, è possibile infatti attivare una copertura aggiuntiva per inabilità temporanea da malattia, destinata proprio ai professionisti. Per iscriversi è possibile entrare nell’area riservata dell’Enpam e poi, tra i Servizi esterni, si può accedere a Emapi.   L’assicurato può scegliere tra due livelli di indennizzo: - diaria di 50 euro al giorno con costo annuo di 123 euro fino a 55 anni e 194 euro tra 55 e 65 anni; - diaria di 100 euro al giorno con costo annuo di 241 euro fino a 55 anni e 381 euro tra 55 e 65 anni. La copertura interviene quando la malattia impedisce temporaneamente lo svolgimento dell’attività professionale e può essere riconosciuta per un periodo massimo di 180 giorni complessivi e fino a un limite pari a 65 anni.   Anche le franchigie previste sono differenziate in base all’età: 5 giorni per chi non ha ancora compiuto 55 anni e 14 giorni per chi ha tra 55 e 65 anni.  Ricordiamo, tra l’altro, che la nuova annualità assicurativa di Emapi ha preso il via lo scorso 1° marzo, ma chi aderisce entro il 31 marzo è coperto comunque per l’intera annualità.  

11° CONCORSO LETTERARIO 2026

Il Consiglio Direttivo del nostro Ordine ha confermato il regolamento del Concorso Letterario, giunto quest’anno alla sua undicesima edizione. Possono partecipare gli iscritti agli Ordini di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini. L’elaborato ed il modulo di partecipazione dovranno essere inviati attraverso un’unica PEC, al seguente indirizzo PEC: segreteria.fc@pec.omceo.it entro il 12 giugno 2026 ore 24.00.   Regolamento concorso letterario 2026 Modulo di partecipazione concorso letterario 2026
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