Dal 2 marzo è attiva la nuova Anagrafe nazionale degli assistiti

(da DottNet)   Dal 2 marzo entra in funzione la nuova Anagrafe nazionale degli assistiti, la piattaforma digitale unica che raccoglierà i dati degli utenti dei servizi sanitari di tutta Italia.

L’archivio nazionale conterrà informazioni su esenzioni per patologia o altre condizioni e sull’associazione tra assistito e medico. La nuova infrastruttura dialogherà direttamente con l’Anagrafe nazionale della popolazione residente, rendendo automaticamente disponibili alle aziende sanitarie i dati aggiornati sulla residenza.

Cosa cambia per cittadini e aziende sanitarie

L’obiettivo dichiarato è semplificare i percorsi amministrativi. In caso di trasferimento tra regioni, ad esempio, le informazioni già in possesso della pubblica amministrazione saranno accessibili automaticamente, senza necessità di produrre nuovamente documentazione.  Le esenzioni rilasciate da una Asl saranno visibili anche nei sistemi di altre regioni. Al tempo stesso, le aziende sanitarie non potranno più modificare direttamente i dati di residenza, che faranno riferimento all’anagrafe nazionale.

Una piattaforma nazionale in un sistema regionale

L’attivazione dell’Anagrafe nazionale degli assistiti rappresenta un passaggio significativo nel processo di digitalizzazione del Servizio sanitario nazionale. Dopo anni in cui molte funzioni amministrative sono rimaste fortemente regionalizzate, la creazione di una piattaforma unica introduce un livello di interoperabilità strutturale tra territori.  In un sistema caratterizzato da ampia autonomia organizzativa regionale, la disponibilità di un’infrastruttura dati centralizzata può contribuire a ridurre le differenze applicative e a rafforzare la capacità di monitoraggio e governance a livello nazionale.

Digitalizzazione e governance sanitaria

Negli ultimi anni, anche grazie alle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza, sono stati avviati numerosi progetti orientati alla costruzione di piattaforme digitali nazionali in ambito sanitario. L’Anagrafe nazionale degli assistiti si inserisce in questa traiettoria.  Se e in che misura tali strumenti riusciranno a tradursi in maggiore uniformità dei diritti e in una più efficace capacità di coordinamento resta una verifica affidata alla fase di attuazione. La creazione di infrastrutture comuni, tuttavia, rappresenta un segnale di rafforzamento della dimensione nazionale della governance sanitaria, in un contesto che continua a essere fortemente articolato su base regionale.

L’adolescenza non finisce a 18 anni ma dura fino ai 30 e oltre

(da Rivista Studio)   Secondo uno studio scientifico appena pubblicato e rilanciato dalla BBC, diventiamo davvero adulti non quando compiamo 18 o 20 anni, ma addirittura dieci anni più tardi. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge ha presentato un nuovo modello di sviluppo del cervello umano che sposta la soglia dell’età adulta ben oltre quanto si pensasse: lo studio individua un’adolescenza neurologica che va dai 9 ai 32 anni, periodo durante il quale il cervello continua a raffinare le connessioni e ad aumentare l’efficienza. La piena maturità strutturale arriverebbe dunque solo dopo i 30 anni, con una fase stabile del “plateau adulto” che inizia intorno ai 32 anni.

La notizia è rilevante perché cambia l’idea comune di diventare adulti” suggerendo che molte caratteristiche e comportamenti associati alla giovinezza (impulsività, scarsa capacità di pianificazione, maggiore sensibilità alle pressioni esterne) abbiano una causa neurologica più persistente del previsto. La rilevanza del dato non è solo teorica: i ricercatori sottolineano infatti che l’adolescenza prolungata è il periodo in cui compaiono con maggiore frequenza disturbi come ansia, depressione e schizofrenia, proprio perché il cervello è ancora in riorganizzazione. Questo periodo rende più sensibili agli stress ambientali ma anche più ricettivi agli interventi educativi e terapeutici. Per questo gli autori suggeriscono che le politiche di prevenzione e i servizi di salute mentale debbano considerare una fase di vulnerabilità, ma anche di ricettività, più lunga di quanto si pensasse.

Queste conclusioni si inseriscono in un dibattito già vivo: da anni vari studi suggeriscono che la corteccia prefrontale, responsabile delle decisioni complesse, maturi più tardi di quanto indicato dai modelli tradizionali. Il nuovo lavoro di Cambridge fornisce una mappatura più articolata, che potrebbe aiutare a leggere alcuni fenomeni sociali contemporanei, dalla prolungata permanenza in famiglia ai percorsi professionali frammentati, utilizzando questo dato scientifico. È un tassello che contribuisce a spiegare perché la linea tra giovinezza ed età adulta, oggi, appaia così mobile.

(https://www.bbc.com/news/articles/cgl6klez226o)

 

La FNOMCEO frena sulle prescrizioni infermieristiche

(da M.D.Digital)  Il Consiglio nazionale della Fnomceo ha messo un punto fermo sulle nuove competenze infermieristiche. Con una mozione approvata il 20 febbraio, la Federazione chiede di modificare lo schema di decreto del Mur (Ministero dell’università e della ricerca) che istituisce tre nuove lauree magistrali per gli infermieri. Il punto critico riguarda la possibilità, prevista dal decreto, per i professionisti formati nei nuovi percorsi di “prescrivere trattamenti assistenziali quali presidi sanitari, ausili e tecnologie specifiche” in ambiti come l’infermieristica di famiglia e comunità, le cure neonatali e le terapie intensive. Secondo la Federazione, l’attuale formulazione rischia di sovrapporsi all’atto medico. Per questo la mozione chiede di prevedere che l’infermiere possa “richiedere trattamenti assistenziali quali presidi sanitari, ausili e tecnologie specifiche, in esito alla diagnosi del medico e dopo la sua prima prescrizione”. Un passaggio ritenuto essenziale per mantenere fermo il principio secondo cui diagnosi, prognosi e terapia restano attività qualificanti ed esclusive della professione medica.

Nel documento si richiama esplicitamente la Legge 132/25, che ribadisce la centralità dell’atto medico anche alla luce dell’evoluzione tecnologica e dell’Intelligenza artificiale, sottolineando come una fonte normativa di rango secondario non possa derogare a tali principi. Inoltre, la Fnomceo evidenzia un ulteriore profilo critico: la possibile disparità di trattamento, dal momento che alcune prescrizioni sono oggi riservate a medici in possesso di specifica specializzazione, mentre il decreto non prevede analoghi limiti per gli infermieri.

La Federazione chiede quindi di riportare il provvedimento “all’interno del perimetro tracciato dalla legge”, attivando anche il percorso di concertazione previsto dalla normativa vigente, con il coinvolgimento delle rappresentanze scientifiche, professionali e sindacali dei profili sanitari interessati, finora rimaste ai margini del confronto.

La mozione, approvata dal Comitato centrale e fatta propria dal Consiglio nazionale, è sottoscritta da numerose sigle del mondo medico e sindacale, dalla Medicina generale alla dirigenza ospedaliera. L’obiettivo dichiarato è duplice: garantire la sicurezza dei pazienti e assicurare un’integrazione efficace tra professioni, evitando conflitti di competenze e il rischio di contenziosi in una fase di profonda riorganizzazione del Ssn.

Scrivere a mano non è un vezzo: salva memoria, concentrazione e fantasia

(da Sanitainformazione.it)   il 23 gennaio, si è celebrato il World Handwriting Day, la Giornata Mondiale della Scrittura a Mano, un gesto antico che rischia di scomparire tra le nuove generazioni. La penna sulla carta, però non è solo un modo di comunicare: è una palestra per la mente, capace di stimolare memoria, concentrazione, linguaggio e creatività. In un mondo dominato da tastiere e schermi, neurologi e grafologi avvertono che rinunciare alla scrittura manuale può avere effetti negativi concreti sulle capacità cognitive.

Il cervello al lavoro: i benefici neurologici della scrittura manuale     Secondo il neurologo Rosario Sorrentino, scrivere a mano è molto più che un semplice gesto: rappresenta uno stimolo epigenetico che favorisce la neuroplasticità cerebrale, cioè la capacità del cervello di riorganizzarsi e creare nuove connessioni. Molti giovani stanno perdendo questa sana abitudine ma rinunciare a carta e penna, sostituendole esclusivamente con strumenti digitali, può ridurre il livello di creatività e impoverire il linguaggio. “L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario – spiega Sorrentino – ma se diventa l’unico repertorio cognitivo rischia di sostituire l’originalità e la fantasia individuale. La scrittura a mano rimane insostituibile per allenare il cervello e stimolare il pensiero creativo”.

Dalla scuola alla vita quotidiana: la scrittura a mano come allenamento pratico della mente    Per Alessandro Padovani, direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Brescia e past president della Società Italiana di Neurologia (SIN), scrivere a mano è un vero allenamento mentale: “Come l’esercizio fisico – afferma – stimola la concentrazione, la coordinazione oculo-manuale e la destrezza, oltre a sviluppare aree cerebrali fondamentali per il linguaggio e l’apprendimento”. Secondo Padovani, la consuetudine della penna non è un semplice retaggio del passato: è una pratica scientificamente dimostrata per migliorare memoria e capacità cognitive, soprattutto nei bambini e nei ragazzi. Anchegrafologi e logopedisti affermano che la scrittura manuale è una palestra sensoriale e cognitiva fondamentale fin dall’inizio della scolarizzazione.

Il digitale non basta    Nonostante la comodità di smartphone e computer, sostituire completamente carta e penna con il digitale rischia di ridurre originalità, concentrazione e profondità del pensiero. Il ritorno del corsivo e della calligrafia tra i giovani, anche su piattaforme come TikTok, dimostra che l’interesse per la penna non è scomparso: nel 2024 l’hashtag #calligraphy ha registrato un incremento del 63%, a testimonianza di una riscoperta della scrittura come forma di espressione personale e creativa.

Salvaguardare una competenza fondamentale    L’Unesco sta valutando la candidatura del corsivo come patrimonio immateriale dell’umanità. L’iniziativa, promossa da istituti grafologici e associazioni di settore, punta a valorizzare una competenza che unisce cultura, manualità e stimolo mentale. Carta e penna, con tutte le loro sfumature, restano strumenti che rafforzano la concentrazione e stimolano l’inventiva. Una pratica preziosa in ogni fase della vita, oltre la semplice comunicazione.

Uso abituale dolcificanti legato a effetti su cuore e cervello

(da Fimmmg.org)   I dolcificanti, anche a piccole dosi, possono avere effetti negativi sulla salute degli organi, dal cuore al cervello. Lo suggerisce uno studio su animali condotto con uno dei dolcificanti più usati, l’aspartame. La ricerca si è svolta presso il Centro de Investigación Biomédica en Red de Enfermedades Respiratorias (CIBERES) a Madrid ed è stata pubblicata sulla rivista ‘Biomedicine and Pharmacology’.   L’aspartame è ampiamente utilizzato in dolci, bibite dietetiche, prodotti da forno, gomme da masticare. Produce un gusto dolce 200 volte superiore a quello del saccarosio (lo zucchero da cucina), per cui il suo valore calorico è relativamente basso. Numerosi studi hanno esaminato gli effetti dell’aspartame; ma questo lavoro ne ha valutato gli effetti metabolici e comportamentali a lungo termine, esponendo animali per un anno a una dose equivalente a un sesto della dose massima giornaliera raccomandata per l’uomo. Gli esperti hanno quindi valutato dosi molto più basse di quelle normalmente usate. Lo studio ha concluso che “l’aspartame riduce effettivamente i depositi di grasso del 20% nei topi, ma lo fa al costo di una lieve ipertrofia cardiaca (ovvero l’ingrandimento delle camere del cuore) e di una riduzione delle prestazioni cognitive”, ha scritto il team spagnolo. Questi risultati indicano che “sebbene questo dolcificante possa favorire la perdita di peso nei topi, ciò è accompagnato da cambiamenti fisiopatologici a livello del cuore e del cervello”, hanno aggiunto. Secondo gli scienziati questo studio suggerisce la necessità di nuove ricerche per valutare la sicurezza dei dolcificanti sull’uomo.

1 2 3 12