Ti ricordo che con la dichiarazione dei redditi è possibile destinare il proprio 5 per mille alla “Fondazione Enpam 5×1000 ETS”, ente costituito dall’ENPAM con gli obiettivi di sostenere la ricerca e attivare interventi assistenziali aggiuntivi in favore degli iscritti.

Per farlo è sufficiente firmare nello spazio “Sostegno degli enti del Terzo settore…” del modello CU, 730, o redditi PF e indicare il codice fiscale 96413820588.

Più persone donano alla Fondazione il loro 5 per mille e maggiore sarà la possibilità di sostenere iniziative in favore di medici e odontoiatri.

A tal proposito Ti inoltro il link al video.

Alberto Oliveti

La riforma Schillaci si arena. Ma il Rapporto PIT spiega perché una riforma resta indispensabile

(da DottNet)    La riforma della medicina generale si è fermata prima ancora di arrivare in Parlamento. Travolta dalle divisioni politiche, dalle resistenze sindacali e dalle incertezze che hanno accompagnato il dibattito delle ultime settimane, la proposta del ministro Orazio Schillaci sembra destinata a lasciare il posto a una soluzione negoziale incerta e – allo stato – ancora tutta da costruire.   E così, mentre la politica discute dei vincitori e dei vinti, ecco un documento che riporta l’attenzione sul punto essenziale: i problemi che quella riforma avrebbe dovuto affrontare continuano a esistere.  È quanto emerge dal Rapporto PIT Salute 2026 di Cittadinanzattiva, basato su oltre 14.000 segnalazioni raccolte attraverso la rete nazionale di tutela dei cittadini. Il quadro che ne emerge non fotografa un singolo problema, ma una serie di criticità che accompagnano quotidianamente milioni di persone nel loro rapporto con il Servizio sanitario nazionale.

Le liste d’attesa restano il volto più visibile della crisi

Quasi la metà delle segnalazioni raccolte dal PIT Salute riguarda l’accesso alle prestazioni sanitarie. All’interno di questa categoria, le liste d’attesa rappresentano il problema principale, seguite dalle difficoltà di prenotazione e dalle agende chiuse.  Per i cittadini questi problemi hanno spesso un volto molto concreto. Sono le visite specialistiche fissate a distanza di mesi rispetto ai tempi indicati dal medico, gli esami diagnostici che non trovano disponibilità, le prenotazioni sospese per indisponibilità di posti o la necessità di rivolgersi al privato per ottenere una prestazione in tempi compatibili con il proprio stato di salute. Criticità note da anni, ma che continuano a rappresentare il principale motivo di contatto con i servizi di tutela.

La sanità territoriale continua a mostrare fragilità

Un’altra parte consistente delle segnalazioni riguarda l’assistenza territoriale. In questo ambito emergono problematiche legate ai medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelta, alla salute mentale, alle RSA e all’assistenza domiciliare.   Il rapporto evidenzia come oltre il 60% delle segnalazioni relative all’assistenza territoriale riguardi proprio il rapporto con medici di famiglia e pediatri. Un dato che assume un significato particolare nelle stesse settimane in cui si è acceso il confronto sulla riforma della medicina generale.  Anche l’assistenza domiciliare continua a essere percepita da molti cittadini come una successione di interventi separati piuttosto che come un percorso realmente integrato di presa in carico. Una criticità che richiama direttamente uno degli obiettivi dichiarati delle riforme territoriali degli ultimi anni.

Le Case di Comunità faticano ancora a diventare un riferimento

Tra i temi affrontati dal rapporto compare anche il destino delle Case di Comunità, uno degli investimenti più significativi finanziati dal PNRR. Secondo Cittadinanzattiva, le nuove strutture faticano a essere percepite come un punto di riferimento concreto per i cittadini e a esprimere pienamente il ruolo per cui sono state progettate.  Una considerazione che inevitabilmente si intreccia con il dibattito sulle modalità di organizzazione della medicina territoriale e sulla presenza dei professionisti all’interno delle nuove strutture.

Non solo attese: cresce il disagio in altri settori dell’assistenza

Il rapporto segnala anche un aumento delle criticità relative all’assistenza protesica e integrativa, passate in un anno dallo 0,9% al 7% delle segnalazioni. Una crescita che Cittadinanzattiva collega alle difficoltà applicative seguite all’entrata in vigore del nuovo nomenclatore tariffario.   Restano inoltre presenti segnalazioni relative all’accesso alle cure per la salute mentale, alle strutture residenziali e ai percorsi assistenziali destinati alle persone più fragili, confermando come la pressione sul sistema non riguardi soltanto l’attività ospedaliera ma l’intera rete dei servizi territoriali.

Non una difesa della riforma, ma delle ragioni che l’hanno generata

Il Rapporto PIT non entra nel merito delle scelte del Governo e non esprime giudizi sulla proposta di riforma della medicina generale. Tuttavia fotografa con chiarezza le difficoltà che cittadini e pazienti continuano a incontrare: tempi di attesa incompatibili con i bisogni di cura, difficoltà di accesso ai servizi, percorsi assistenziali frammentati e strutture territoriali che non sempre riescono a svolgere il ruolo per cui sono state pensate.  Per questo il documento arriva in un momento particolarmente significativo. Mentre una riforma sanitaria si arena, i cittadini continuano a segnalare le stesse criticità che da anni attendono una risposta. La discussione sulla riforma può essersi fermata. Le ragioni che avevano reso necessario aprire quel confronto, invece, sono ancora tutte sul tavolo.

 

ASSOCIAZIONE AIBWS – BIOPSIA CUTANEA: OK A UNA DIAGNOSI PIU’ PRECISA DEL BWSp

Una nuova possibilità di diagnosticare una malattia rara: non solo attraverso il prelievo di sangue, ma anche con una biopsia cutanea. Il prelievo di una piccola porzione di pelle può dare una risposta fino al 20% di piccoli pazienti con lo spettro della sindrome di Beckwith-Wiedemann (BWSp), che presentano alcuni dei 30 possibili sintomi ma senza una diagnosi genetica. In caso di esito positivo dello screening, le famiglie possono conoscere con più precisione il rischio oncologico. La biopsia cutanea è entrata nelle indicazioni per il trattamento della patologia (insieme allo studio di altri tessuti diversi dal sangue, come la mucosa buccale), secondo quanto stabilito dal Consensus internazionale 2026 sul BWSp, tenutosi dal 28 al 30 maggio a Cervia.

Che cos’è il BWSp. La sindrome di Beckwith-Wiedemann è una rara malattia genetica congenita. Si stima che ogni anno siano circa 35 i bimbi nati in Italia con questa condizione. I possibili sintomi – non tutti a carico della stessa persona – sono una trentina (per questo si parla di ‘spettro’): i bambini sono accomunati da una maggiore predisposizione allo sviluppo di tumori a carico degli organi interni (in particolare reni e fegato, ovvero tumore di Wilms ed epatoblastoma). Le principali manifestazioni del Bwsp sono la macroglossia (iperaccrescimento della lingua nel 90% dei bambini affetti), e la crescita eccessiva di un lato del corpo (emipertrofia). Non esiste una cura farmacologica, ma solo prevenzione della principale complicanza, i tumore infantili. Il 20% dei bambini risultano negativi al test molecolare pur in presenza di sintomi: è in questo caso che può essere decisiva la biopsia cutanea.

Come funziona la biopsia. Lo spiegano  Alessandro Mussa, pediatra dell’ospedale Regina Margherita di Torino e organizzatore del Consensus, e Silvia Russo, genetista dell’istituto Auxologico di Milano: “Si tratta di un esame che può essere effettuato in anestesia locale sottocute, sulla zona di pelle corrispondente alla zona di corpo che cresce di più (ad esempio una gamba o un braccio). Per la biopsia, vengono utilizzati dispositivi simili a una penna, con una minuscola lama al posto della punta, che consentono di prelevare dischetti di pelle di 2-3 millimetri di diametro e 1 di spessore: in questo caso, la procedura dura e da fastidio più o meno quanto un prelievo di sangue e lascia come unico ‘ricordo’ una cicatrice, che in alcuni casi però può scomparire del tutto nel giro di qualche anno”.

Per il test genetico, si continua a preferire in prima battuta il prelievo di sangue. Un ulteriore 11% di casi diagnosticati può essere ottenuta dallo studio della mucosa buccale, ma restano comunque casi negativi dove la biopsia potrebbe portare ad una risposta: si stima che si riveli positiva per circa 1 bambino su 5. “E’ moltissimo rispetto al passato dal punto di vista diagnostico”, assicurano Mussa e Russo. Il principale progresso è quello di poter attribuire anche in questi casi un preciso rischio oncologico: in base allo specifico difetto di metilazione del dna, questo rischio va da 2 a 20%. Questa indicazione orienta poi le successive procedure di screening tumorale. E nel caso il bambino sia giunto all’osservazione dei clinici perché ha già sviluppato un tumore, potrebbe essere risolutivo studiare un pezzettino bioptico sano vicino al tumore rimosso: anche questa indicazione è stata inserita nel nuovo Consensus.

Dalla parte dei bambini. “E’ importante trovare il giusto trattamento per garantire un futuro più sereno ai nostri piccoli – spiega Daniela Valle, presidente di Aibws, l’associazione italiana che si occupa della sindrome -. I nostri medici, italiani e stranieri, sanno trovare risposte concrete e tarate sulla vita concreta dei pazienti e delle loro famiglie. La revisione del Consensus è un traguardo importante, che mette in luce un gruppo di professionisti dinamico, che si aggiorna e si confronta, mettendo in discussione quanto stabilito nel 2018″.

Gli Stati Generali della patologia. Il Consensus è stato il momento in cui 50 medici da 12 Paesi hanno ri-definito l’approccio alla sindrome. Numerose le competenze e le professionalità coinvolte: genetisti, pediatri, oncologi, ortopedici, chirurghi maxillo-facciali, endocrinologi, logopedisti e per la prima volta anche gli psicologi. Si è trattato della revisione del primo Consensus elaborato a Parigi nel 2018. L’evento ha ottenuto il patrocinio del Parlamento Europeo dalla presidente Roberta Metsola. A seguire, dal 31 maggio al 2 giugno si è svolto il secondo congresso internazionale sul BWSp dopo quello del 2022, sempre a Cervia.

Sigarette elettroniche e salute cerebrale: cresce l’allarme sul possibile legame con l’ictus

(da DottNet)     Le sigarette elettroniche continuano a diffondersi rapidamente, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, sostenute dalla percezione di essere meno dannose rispetto al tabacco combusto. Ma mentre il vaping conquista nuove fasce di popolazione, cresce anche l’attenzione della comunità scientifica sui possibili effetti a carico del sistema cardiovascolare e cerebrovascolare.  A rilanciare l’allerta è A.L.I.Ce. Italia OdV, l’associazione impegnata nella lotta all’ictus cerebrale, che richiama istituzioni, operatori sanitari e cittadini alla necessità di considerare le e-cig come un potenziale fattore di rischio emergente per le patologie vascolari.

Se il rapporto tra fumo tradizionale e ictus è ormai consolidato, le conoscenze sugli effetti a lungo termine delle sigarette elettroniche sono ancora in evoluzione. Tuttavia, i dati accumulati negli ultimi anni suggeriscono che questi dispositivi non siano privi di conseguenze biologiche rilevanti.  Gli aerosol generati dalle e-cig possono infatti contenere nicotina, composti organici volatili, particelle ultrafini, metalli pesanti e sostanze aromatiche potenzialmente tossiche. Secondo gli esperti, tali elementi sarebbero in grado di danneggiare l’endotelio vascolare, ossia il rivestimento interno dei vasi sanguigni, favorendo processi infiammatori e alterazioni circolatorie strettamente correlate al rischio cerebrovascolare.

La letteratura scientifica più recente descrive un possibile collegamento tra vaping e aumento dello stress ossidativo, disfunzione endoteliale, vasocostrizione e incremento pressorio. Meccanismi che, nel tempo, possono contribuire allo sviluppo di aterosclerosi e trombosi, due condizioni chiave nell’insorgenza dell’ictus ischemico.   Particolare attenzione viene posta ai cosiddetti “dual users”, ossia coloro che utilizzano contemporaneamente sigarette tradizionali ed elettroniche. In questa popolazione il rischio cardiovascolare sembrerebbe ulteriormente amplificato.

“La sigaretta elettronica non può essere considerata innocua”, sottolinea Massimo Del Sette, direttore della Neurologia con Centro Ictus dell’IRCCS Policlinico San Martino di Genova. Secondo il neurologo, le evidenze disponibili indicano effetti negativi sulla funzione vascolare e rendono necessaria una corretta informazione, soprattutto nei confronti delle fasce più giovani.  Il tema della prevenzione resta centrale. Ogni anno in Italia migliaia di persone convivono con le conseguenze di un ictus, che può provocare disabilità motorie, deficit cognitivi e perdita dell’autonomia. Per questo A.L.I.Ce. Italia invita a includere anche il vaping tra i fattori di rischio modificabili da affrontare nelle campagne di salute pubblica.

L’associazione chiede programmi educativi mirati, maggiore coinvolgimento dei medici di medicina generale e una più ampia integrazione del tema sigarette elettroniche nei percorsi di prevenzione cardiovascolare.  “Informare significa prevenire”, evidenzia Andrea Vianello, presidente di A.L.I.Ce. Italia OdV. “È fondamentale aumentare la consapevolezza sui rischi emergenti legati al vaping, soprattutto tra i giovani, per ridurre l’impatto futuro dell’ictus sulla popolazione”.

Cefalea da iperconnessione: schermi sotto osservazione per il mal di testa tra bambini e adolescenti

(da DottNet)   L’utilizzo intensivo di smartphone, tablet e altri dispositivi digitali potrebbe contribuire all’aumento degli episodi di L’utilizzo intensivo di smartphone, tablet e altri dispositivi digitali potrebbe contribuire all’aumento degli episodi di cefalea tra bambini e adolescenti.

A suggerirlo sono dati scientifici sempre più consistenti che collegano il tempo trascorso davanti agli schermi a disturbi neurologici nei più giovani, tra cui forme di emicrania e mal di testa tensivo. Il tema è stato approfondito nel corso del Congresso Italiano di Pediatria in svolgimento a Padova.

La cefalea rappresenta una delle problematiche più frequenti osservate negli ambulatori pediatrici e interessa fino al 15% della popolazione in età scolare. In questo scenario prende forma quella che gli specialisti definiscono “cefalea digitale”, una condizione associata a esposizione prolungata ai device elettronici, alterazioni del riposo notturno, stress visivo e sovrastimolazione mentale.

A rafforzare il quadro è una review pubblicata sulla rivista Headache, che ha esaminato 48 studi internazionali rilevando un’associazione tra aumento del tempo davanti agli schermi e maggiore incidenza di cefalea nei giovanissimi. Risultati analoghi emergono anche da uno studio pubblicato sul Boletín Médico del Hospital Infantil de México, secondo cui nei bambini con mal di testa risultava più comune un impiego di smartphone e tablet superiore alle tre ore quotidiane. Lo studio ha inoltre osservato un miglioramento dei sintomi in seguito alla riduzione dell’esposizione digitale.

Tra i fattori coinvolti figurano l’affaticamento oculare legato alla fissazione prolungata dello schermo e l’interferenza con il ritmo sonno-veglia causata dalla luce blu, che può incidere sulla produzione di melatonina. Anche la postura mantenuta a lungo con il capo inclinato verso lo smartphone, nota come text neck, può aumentare la tensione muscolare cervicale favorendo dolore irradiato alla testa.

Un ulteriore elemento di rischio è il sovraccarico cognitivo generato da notifiche continue, consumo incessante di contenuti e timore di perdere aggiornamenti online, fenomeno noto come Fomo (Fear of Missing Out). Per questo i pediatri invitano a introdurre regole di igiene digitale: limitare l’uso serale dei device, evitare schermi in camera da letto e prevedere pause frequenti durante la giornata.

 

Spettacolo teatrale “Ritorno”, 23 giugno 2026 alle ore 21.00 presso l’Auditorium Conad – Città di Forlì

La Nostos APS – Associazione Nazionale Anti-Mobbing organizza lo spettacolo teatrale “Ritorno”, che si terrà il prossimo 23 giugno 2026 alle ore 21.00 presso l’Auditorium Conad – Città di Forlì.

Scritto e diretto da Gianni Guardigli, con Arianna Ninchi nei panni di Antonia e le musiche eseguite dal vivo da Alessandro Maltoni, “Ritorno” è un’opera che nasce da una profonda riflessione sul rapporto tra coscienza, responsabilità e silenzio, ispirata anche alla vicenda di Sara Pedri e alle tante storie di sofferenza che chiedono ancora ascolto e consapevolezza.

Attraverso il linguaggio del teatro, lo spettacolo invita il pubblico a interrogarsi sul valore delle proprie scelte e sull’importanza di non voltarsi dall’altra parte di fronte al disagio e all’ingiustizia.

Il ricavato dell’evento sarà interamente destinato a sostenere le attività di Nostos APS e i progetti di supporto e sensibilizzazione che l’associazione realizza sul territorio nazionale.

I biglietti sono acquistabili online al seguente link:

🎟️ https://www.ticketsms.it/event/Ritorno-Forli-Auditorium-Conad-Citta-Di-Forl-23-06-2026

Lo studio del medico di famiglia riesce ancora a contenere la domanda sanitaria?

(da DottNet)   Per anni lo studio del medico di medicina generale ha funzionato come una struttura relativamente semplice: visita clinica, rapporto fiduciario diretto, organizzazione minima e pochi livelli intermedi tra medico e paziente. Oggi quello stesso spazio si trova invece a gestire attività molto più complesse. Non solo visite, ma comunicazioni continue, gestione documentale, dati sanitari, personale di supporto, pazienti cronici, strumenti digitali e richieste amministrative sempre più numerose.  La sensazione è che molti studi territoriali stiano cercando di assorbire una domanda sanitaria cresciuta molto più rapidamente della loro evoluzione organizzativa.

Una struttura nata per un’altra medicina

Gran parte degli studi MMG italiani nasce in un contesto molto diverso da quello attuale: meno cronicità, meno adempimenti, minore pressione burocratica e un rapporto con il paziente costruito quasi esclusivamente attorno alla visita ambulatoriale.  Nel frattempo, però, il ruolo della medicina generale si è progressivamente ampliato. Oggi al medico di famiglia viene chiesto di garantire presa in carico continuativa, integrazione territoriale, gestione delle fragilità, coordinamento con altri professionisti e crescente disponibilità comunicativa.  È una trasformazione che sta cambiando non soltanto il lavoro del medico, ma anche la funzione stessa dello studio.

Il DM 77 spinge verso modelli più strutturati

Il DM 77/2022 accelera ulteriormente questa evoluzione. La medicina territoriale delineata dalla riforma punta infatti su integrazione multiprofessionale, maggiore accessibilità e organizzazione più strutturata dei percorsi assistenziali. Un modello che richiede inevitabilmente procedure più definite, gestione ordinata dei flussi e maggiore capacità organizzativa.  Il problema è che una parte significativa della medicina generale continua ancora a operare in assetti costruiti progressivamente nel tempo, spesso adattando strumenti e spazi a esigenze sempre nuove.

La pressione non è più solo clinica

Molti MMG descrivono oggi una pressione che non deriva soltanto dall’attività clinica, ma dalla somma continua di funzioni diverse: richieste amministrative, comunicazioni digitali, gestione documentale, rapporti con piattaforme e necessità di mantenere accessibile lo studio a una domanda sanitaria crescente.  Ed è probabilmente qui che emerge il vero punto critico: lo studio del medico di famiglia non è più soltanto un luogo professionale individuale, ma un piccolo sistema organizzativo chiamato a gestire flussi assistenziali sempre più complessi.

Una transizione ancora incompleta

La medicina territoriale italiana è oggi sospesa tra due modelli. Da un lato resta forte l’impostazione storica dello studio professionale costruito attorno alla figura del singolo medico. Dall’altro, il sistema sanitario chiede progressivamente strutture più integrate, tracciabili e organizzate.   Nel mezzo c’è una fase di transizione in cui molti studi continuano a reggere soprattutto grazie alla capacità personale dei medici di assorbire informalmente complessità crescenti.  Ed è probabilmente questa la domanda che attraversa oggi la medicina generale: non soltanto quali strumenti utilizzare o quali procedure adottare, ma se il modello tradizionale dello studio MMG sia ancora sufficiente a contenere la domanda sanitaria contemporanea.

Bonus bebè ENPAM: via alle nuove domande

(da enpam.it)   Molto atteso da medici e odontoiatri, anche quest’anno è arrivato il momento del sussidio per la neonatalità dell’Enpam, molto spesso indicato come Bonus Bebè. Attenzione: il sussidio è qualcosa di diverso dall’indennità di maternità vera e propria, che copre il periodo immediatamente precedente e immediatamente successivo alla nascita o all’ingresso in famiglia del bambino adottato, e che segue procedure anch’esse diverse. Qui si tratta di un sussidio che si aggiunge all’indennità vera e propria, e per sua natura è anche esente da tassazione.   Il sussidio “bonus bebè” ha per l’appunto lo scopo di agevolare la fruizione di servizi di baby-sitting e della rete pubblica o privata accreditata dei servizi per l’infanzia, entro i primi dodici mesi di vita del bambino o di ingresso del minore in famiglia.

Per l’anno 2026 il sussidio per tutti gli iscritti alla Quota A dell’Enpam (compresi gli studenti del quinto e sesto anno di corso di Medicina e Odontoiatria che hanno scelto di iscriversi alla Fondazione) è pari a € 2.000.  A questo proposito va detto che le studentesse del V e VI anno della Facoltà di medicina e chirurgia e di odontoiatria, iscritte all’ENPAM, in caso di maternità, adozione o affidamento, interruzione della gravidanza spontanea o volontaria, non essendo lavoratrici vere e proprie non hanno diritto all’indennità di maternità propriamente detta. Ma la Fondazione la corrisponde loro ugualmente sotto forma di sussidio, per un importo pari all’indennità minima prevista per ciascuna fattispecie. Per il 2026, l’indennità minima lorda è pari ad € 6.045,10 per 5 mensilità.

Il bando a sostegno della neonatalità prevede un ulteriore sussidio una tantum, cumulabile con il sussidio relativo alla gestione di Quota A pari, per l’anno 2026 a € 3.000 per gli iscritti che versano anche alla Gestione Quota B.  Non potrà essere richiesto un conguaglio (per i 1.000 euro di differenza) da parte di coloro che lo hanno già percepito nel 2025, quando il sussidio Quota B era di 2.000 euro.

Il bonus viene dato per ogni figlio. Ad esempio, con l’arrivo di tre gemelli si ha diritto ad un assegno triplo.

Il sussidio può essere richiesto dal genitore iscritto di qualsiasi genere. Qualora entrambi i genitori siano iscritti e presentino la domanda il sussidio spetta ad entrambi. Questo significa ad esempio che i genitori di due gemelli, entrambi medici ed entrambi iscritti attivi alla Quota B, arrivano ad incassare 20.000 euro di bonus bebè.  La domanda deve essere compilata online direttamente dall’area riservata del sito Enpam e va inviata entro i termini previsti dal bando. Una volta scaduti i termini occorre attendere il bando dell’anno successivo.

 Le domande possono essere trasmesse dal 13 aprile al 10 settembre 2026.

A differenza degli scorsi anni, per il 2026 i beneficiari non dovranno più attendere la chiusura del bando e i successivi adempimenti (compilazione della graduatoria, emissione del mandato di pagamento) per poter ricevere il sussidio. La chiusura delle pratiche, in assenza di problematiche (mancanza di dati o di documentazione) avverrà infatti con l’invio della comunicazione all’iscritto, comunque entro 60 giorni dalla presentazione della domanda. Per gli aventi diritto, dopo l’invio della comunicazione, si procederà immediatamente alla richiesta di mandato.

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