Morbo di Parkinson e alterate funzionalità motorie della lingua
(da Odontioiatria33) Nel morbo di Parkinson (PD) la disfagia appare con la progressione della malattia. La gravità della disfagia non è sempre però correlata con la gravità del morbo secondo la classificazione di Hoehn e Yahr (H&Y). Una semplice e quantificabile valutazione della deglutizione per la diagnosi precoce della disfagia è utile per conoscere l’effetto terapeutico dei farmaci e della riabilitazione. La pressione di contatto tra il palato e la lingua dà il massimo contributo al trasferimento del bolo nella fase orale della deglutizione. Sebbene la disfagia sia un problema potenzialmente letale nei pazienti con malattia di Parkinson, la fisiopatologia della disfagia orofaringea deve ancora essere compresa fino in fondo. Tipologia di ricerca e modalità di analisi In uno studio eseguito presso l’Ospedale Universitario di Osaka e pubblicato sul Journal of Oral Rehabilitation di giugno 2018 viene indagata la funzione motoria della lingua durante la deglutizione in relazione alla disfagia e alla gravità del morbo di Parkinson (PD). Trenta pazienti con PD (14 maschi e 16 femmine; età media 69,4 anni), stadio II-IV di PD in base alla classificazione di Hoehn e Yahr, sono stati inclusi nello studio. La pressione della lingua sul palato duro è stata misurata durante la deglutizione di 5 ml di acqua, utilizzando un foglio sensore con 5 punti di rilevamento. Il valore massimo della pressione della lingua in ciascun punto di misurazione durante la deglutizione è stato confrontato tra pazienti con PD e i soggetti controllo sani. Una valutazione soggettiva della disfunzione orofaringea è, inoltre, stata condotta utilizzando il questionario Swallowing Disturbance Questionnaire. Risultati La massima pressione della lingua in ciascun punto di misurazione è risultata significativamente più bassa nei pazienti con morbo di Parkinson (PD) rispetto ai controlli sani. Inoltre, la pressione massima della lingua si è rivelata significativamente più bassa nei pazienti con PD disfagici rispetto ai soggetti con PD non disfagici. La perdita di produzione di pressione della lingua presso la parte anteriore del palato duro è altresì risultata fortemente correlata alla disfagia nella fase faringea. Conclusioni I risultati di questo studio suggeriscono che nei pazienti con morbo di Parkinson disfagici si ha una tensione massima diminuita della pressione della lingua, un raggio di movimento ridotto e un’abilità motorie della lingua che si manifestano come schemi anormali portando a una deglutizione frammentaria. Implicazioni cliniche I risultati suggeriscono che la misurazione della pressione della lingua sul palato duro durante la deglutizione potrebbe essere utile per l’individuazione precoce e quantitativa della disabilità motoria della lingua durante la deglutizione nei pazienti affetti da morbo di Parkinson.
(Minagi Y, Ono T, Hori K, Fujiwara S, Tokuda Y, Murakami K, Maeda Y, Sakoda S, Yokoe M, Mihara M, Mochizuki H.Relationships between dysphagia and tongue pressure during swallowing in Parkinson’s disease patients. J Oral Rehabil 2018 Jun;45(6):459-66 )
Bere 4 tazze di caffè al giorno fa bene al cuore
(da DottNet) Bere 4 tazze di caffè al giorno fa bene: aiuta a proteggere dai danni le cellule cardiovascolari. E’ quanto emerge da uno studio tedesco pubblicato su Plos Biology. I ricercatori della Heinrich-Heine-University e dello Iuf-Leibniz Research Institute di medicina ambientale di Duesseldorf sono arrivati a capirne il perché. La caffeina, infatti, promuove il movimento della P27, una proteina regolatrice nei mitocondri (le centrali energetiche della cellula), migliorando la loro funzione e proteggendo così le cellule cardiovascolari dai danni. Le quattro tazze di caffè quotidiane hanno sviluppato la capacità funzionale delle cellule endoteliali (che rivestono l’interno dei vasi sanguigni) con un effetto diretto nei mitocondri, che proteggono le cellule del muscolo cardiaco dalla morte. Tutto ciò è innescato dalla caffeina, il cui effetto protettivo è stato dimostrato contro i danni del cuore nei topi pre-diabetici, obesi e nei topi anziani. “Questi risultati dovrebbero portare a strategie migliori per proteggere il muscolo cardiaco da danni, inclusa la considerazione del consumo di caffè o di caffeina come fattore dietetico addizionale nella popolazione anziana. Inoltre, l’aumento del P27 mitocondriale potrebbe servire come una potenziale strategia terapeutica non solo nelle malattie cardiovascolari ma anche nel miglioramento della salute”, ha commentato Judith Haendeler, della facoltà di medicina della Heinrich-Heine-University.
Circonferenze addominali eccessive e deficit di vitamina D
(da :M.D.Digital) Nei soggetti obesi gli elevati livelli di adiposità a livello addominale si associano a livelli più bassi di vitamina D, secondo i dati presentati a Barcellona alla riunione annuale dell’European Society of Endocrinology, ECE 2018. E questo suggerisce l’opportunità che in questi soggetti si provveda a monitorare i livelli di vitamina D in modo da evitare che si manifestino gli effetti negativi di uno stato carenziale. Le stime indicano che a livello globale l’obesità provoca 2.8 milioni di morti all’anno mentre il deficit di vitamina D è in genere associato a una compromissione della salute ossea, a rischi più elevati di infezioni acute del tratto respiratorio, malattie autoimmuni e malattie cardiovascolari. Il legame tra bassi livelli di vitamina D e obesità era già stato segnalato, ma ancora non si disponeva di informazioni relative a quale tipo di deposito adiposo e a quale localizzazione fosse dovuta la correlazione. In questo studio i ricercatori del VU University Medical Center e del Centro medico universitario di Leiden nei Paesi Bassi hanno esaminato come la quantità di grasso corporeo totale e quella grasso addominale – misurata nei partecipanti allo studio sull’epidemiologia dell’Obesità dei Paesi Bassi – si correlava ai loro livelli di vitamina D. Dopo aggiustamento dei dati per una serie di possibili fattori confondenti, tra cui malattie croniche, assunzione di alcol e livelli di attività fisica, hanno scoperto che le quantità di grasso sia totale che addominale erano associate a livelli più bassi di vitamina D nelle donne, ma che era la localizzazione a livello addominale ad avere un impatto maggiore: in tutti i casi maggiore è la quantità di grasso in questa sede, minori sono i livelli di vitamina D rilevata. Le future direzioni della ricerca saranno indirizzate allo studio dei meccanismi in grado di spiegare questa forte associazione, per verificare se sia la carenza di vitamina D a favorire l’accumulo di grasso addominale o se sia vero il contrario.
(Rafiq R, et al. Associations of different body fat deposits with serum 25-hydroxyvitamin D concentrations. Endocrine Abstracts 2018; 56 OC6.5; DOI: 10.1530/endoabs.56.OC6.5)