Diabete. Camminare allunga la vita. Ecco le linee guida di diabetologi e medici sportivi

Le persone con diabete dovrebbero fare almeno 30 minuti al giorno di attività fisica, ad intensità moderata o superiore idealmente tutti i giorni della settimana. I pazienti fuori allenamento devono naturalmente iniziare con gradualità. Le linee guida sono state messe a punto dalla Società Italiana di Diabetologia e dall’Associazione Medici Diabetologi insieme alla Società Italiana di Scienze Motorie e Sportive e presentate al Congresso della Sid in corso in questi giorni    Leggi L’articolo completo al LINK

http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=90604&fr=n

Covid-19, rimborsi in vista per chi ha avuto il bonus Enpam

(da Enpam.it)   Tutti gli aiuti concessi ai professionisti per Covid-19 saranno detassati. La novità, che riguarderebbe anche i Bonus Enpam e i Bonus Enpam+, è contenuta nell’articolo 10-bis del Decreto legge Ristori in via di conversione.  Soddisfazione è stata espressa dall’AdEPP, l’associazione delle Casse di previdenza private, che negli scorsi mesi hanno dovuto trattenere ingenti ritenute d’acconto sulle indennità straordinarie concesse agli iscritti in ginocchio.

“Su questo aspetto il Parlamento ha fatto giustizia – ha commentato così il presidente dell’AdEPP e dell’Enpam Alberto Oliveti –. È evidente che i sussidi assistenziali di ultima istanza che abbiamo anticipato per conto dello Stato (che già in partenza erano esentasse) e i sussidi che abbiamo finanziato come Casse sono analoghi nella sostanza. Non aveva senso che i professionisti in difficoltà pagassero le tasse su quelli finanziati con risorse private”.    Il nuovo articolo 10-bis che verrà inserito nel Decreto legge Ristori stabilisce che i contributi e le indennità di qualsiasi natura erogati a seguito dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 ai soggetti esercenti impresa, arte o professione, nonché ai lavoratori autonomi, non concorrono alla formazione del reddito imponibile e del valore della produzione, e non rilevano ai fini della deducibilità di interessi passivi e altre componenti negative di reddito.

“Ricordo che inizialmente i professionisti erano stati completamente esclusi dai 600 euro statali. Grazie alla battaglia dell’AdEPP, e alla disponibilità delle Casse associate ad anticipare i soldi, la discriminazione è stata rimossa ¬– aggiunge Oliveti –. Oggi viene rimossa una seconda discriminazione. In pratica sugli ulteriori aiuti che avevamo destinato ai professionisti con nostre risorse, lo Stato in sostanza rinuncia ad incamerare imposte. Appena la norma sarà definitiva potremo quindi inviare un ulteriore bonifico agli iscritti corrispondente alle ritenute d’acconto che eravamo stati costretti a fare”.   La nuova disposizione è stata approvata nella notte tra martedì e mercoledì dal Senato con un voto di fiducia. Entro il 27 dicembre dovrà approvarla anche la Camera dei Deputati, ma anche in quel caso si attende un voto blindato. Se dunque non ci saranno soprese, la norma potrà entrare in vigore nel giro di alcune settimane.

Su questo tema l’Enpam aveva lanciato una battaglia, a partire da una campagna pubblicata sui principali quotidiani italiani.

Respirare aria inquinata favorisce la depressione

(da M.D.Digital)  Uno studio condotto su un campione di donne di età pari o superiore a 80 anni, ha rivelato che vivere in luoghi caratterizzati da una maggiore presenza di inquinamento atmosferico si associa ad un aumento dei sintomi depressivi.  Osservando i singoli inquinanti atmosferici, un team guidato da ricercatori dell’Università della California meridionale ha scoperto che l’esposizione a lungo termine al biossido di azoto o all’inquinamento atmosferico da particolato fine era associata ad un aumento dei sintomi depressivi. I risultati hanno anche suggerito che i sintomi depressivi potrebbero svolgere un ruolo di collegamento tra l’esposizione all’inquinamento atmosferico a lungo termine e il declino della memoria più di 10 anni dopo l’esposizione.  Questo è il primo studio che ha mostrato come l’esposizione all’inquinamento atmosferico sia in grado di influenzare i sintomi depressivi, nonché l’interrelazione tra i sintomi e un futuro declino della memoria. È noto che le esposizioni in tarda età agli inquinanti atmosferici accelerano l’invecchiamento cerebrale e aumentano il rischio di demenza, ma questi nuovi dati suggeriscono che le popolazioni più anziane possono rispondere alla neurotossicità dell’inquinamento atmosferico in un modo diverso che merita di essere studiato ulteriormente.

(Petkus AJ, et al.  Air Pollution and the Dynamic Association Between Depressive Symptoms and Memory in Oldest-Old Women. J  Am  Geriatr Soc 2020; DOI: 10.1111/jgs.16889)

Il report, 7 medici di famiglia su 10 laureati oltre 27 anni fa

(da Adnkronos Salute)  “Preoccupa la crescente anzianità dei medici di famiglia. Più di sette su dieci laureati oltre 27 anni fa”. Lo evidenzia l’Osservatorio civico sul federalismo in sanità, giunto alla sua ottava edizione, presentato oggi da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato nel corso di un web meeting. “La percentuale dei medici di medicina generale con oltre 27 anni di anzianità di laurea è passata dal 32,2% del 2007 al 73,5% del 2017, con le conseguenti preoccupazioni legata all’imminente carenza di questi specialisti e ai rischi collegati”, sottolinea il report. “A fronte di una media nazionale di un medico di famiglia per 1.211 adulti assistiti, in Lombardia il rapporto sale a 1 su 1.400, mentre il valore minimo si registra in Basilicata con 1 su 1.037. In tutte le Regioni del Sud, ad eccezione della Regione Sardegna, ogni medico di medicina generale gestisce in media meno pazienti rispetto ai colleghi del resto d’Italia”, rimarca il rapporto.

Covid-19: l’assistenza a casa dopo la dimissione può fare la differenza per alcuni pazienti

(da Doctor33)    Secondo uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, diversi pazienti dimessi dall’ospedale dopo COVID-19 hanno presentato sintomi come dolore, stanchezza e dispnea, e una certa dipendenza funzionale, ma con l’aiuto dell’assistenza sanitaria domiciliare sono migliorati nella gran parte dei casi. «Finora non erano disponibili dati sugli esiti dei pazienti COVID-19 dimessi a casa dopo il ricovero e sulle loro esigenze di recupero. Noi abbiamo osservato che comorbilità quali insufficienza cardiaca e diabete, nonché alcune caratteristiche presenti al ricovero, hanno identificato i pazienti a maggior rischio di un evento avverso» spiega scrive Kathryn Bowles, della University of Pennsylvania School of Nursing, prima autrice dello studio. I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 1.400 pazienti con COVID-19 seguiti con assistenza sanitaria a domicilio dopo la dimissione dall’ospedale. Dopo una media di 32 giorni di assistenza a domicilio, il 94% dei pazienti non ha avuto più necessità del servizio, e la maggior parte ha ottenuto miglioramenti statisticamente significativi nei sintomi e nella funzionalità. Il rischio di nuovo ricovero o di decesso è stato più alto per i pazienti maschi, bianchi, e per gli individui con insufficienza cardiaca, diabete con complicanze, due o più visite al pronto soccorso negli ultimi sei mesi, dolore quotidiano o continuo, deterioramento cognitivo, o dipendenze funzionali. Tra i pazienti, 11 sono deceduti, 137 sono stati ricoverati di nuovo e 23 hanno avuto necessità di continuare l’assistenza domiciliare oltre la fine del periodo considerato dallo studio. Secondo gli esperti, i risultati dello studio indicano che i fornitori di cure per acute dovrebbero considerare attentamente quali sopravvissuti al COVID-19 potrebbero trarre beneficio dall’assistenza sanitaria a domicilio dopo il ricovero. «A questo proposito, sarebbe molto utile uno strumento di supporto decisionale per identificare i pazienti ricoverati che dovrebbero essere inviati all’assistenza sanitaria domiciliare» conclude Bowles.

(Annals Internal Medicine 2020. Doi: 10.7326/M20-5206)

Covid-19, ecco l’aggiornamento sui farmaci che si possono utilizzare

da Doctor33)    Sul sito dell’Aifa vengono riportate informazioni aggiornate sui farmaci che è possibile utilizzare al di fuori delle sperimentazioni cliniche per i pazienti con Covid-19, anche senza che abbiano un’indicazione specifica per questa patologia. Le schede, aggiornate continuamente in base alle più recenti prove cliniche, riferiscono le necessarie informazioni su efficacia e sicurezza, interazioni e modalità d’uso. Secondo i documenti, per quanto riguarda i pazienti ricoverati in ospedale, lo standard di cura, in questo momento è rappresentato da corticosteroidi ed eparina.
Il desametasone è considerato l’unico trattamento farmacologico con una dimostrata efficacia nella riduzione della mortalità, ed è stato approvato dall’Ema per l’uso in adulti e adolescenti che necessitano di terapia con ossigeno standard oppure ventilazione meccanica. Il beneficio clinico è stato comunque evidente anche con altri corticosteroidi.
Le eparine invece possono essere utilizzate a scopo profilattico, con le dosi in uso abitualmente, nei pazienti con infezione respiratoria acuta e mobilità ridotta se non sono presenti controindicazioni, e questo vale anche per i pazienti ricoverati in case di riposo o Rsa. L’uso a dosi medie o alte invece può essere considerato in casi gravi di Covid-19 valutando il rapporto tra benefici e rischi per ogni individuo, tenendo conto in particolare la presenza di livelli di D-dimero 4-6 volte superiori alla norma o un punteggio dello score Sic maggiore o uguale a 4, ferritina maggiore di 1000 mcg/L o indice di massa corporea maggiore di 30.
Remdesivir, approvato da Ema per il trattamento degli adulti e degli adolescenti con polmonite che richiede ossigenoterapia supplementare, non può essere ancora considerato uno standard di cura in quanto il beneficio clinico non è ben chiaro, e Aifa ne considera l’utilizzo solo in casi selezionati.
Altri trattamenti, quali terapie immunomodulanti, lopinavir/ritonavir, o antibiotici di routine, non sono raccomandati. Anche l’uso di idrossiclorochina/clorochina non è raccomandato dall’Aifa; il Consiglio di Stato ne ha però autorizzato l’utilizzo in base alla scelta del medico.
Per quanto riguarda invece i pazienti da assistere a domicilio, cioè i casi lievi, che non presentano dispnea, disidratazione, alterazioni dello stato di coscienza o sepsi, dal punto di vista farmacologico non è disponibile alcun farmaco che sia risultato efficace nel prevenire la comparsa di sintomi o modificare l’evoluzione della malattia negli asintomatici, né che abbia mostrato migliorato il decorso clinico o l’evoluzione della malattia nei sintomatici in fase iniziale dell’infezione. Si raccomanda quindi di utilizzare trattamenti mirati ai sintomi, come il paracetamolo, di curare idratazione e nutrizione e di non modificare le terapie croniche in corso, di non utilizzare integratori alimentari o vitaminici e di non somministrare farmaci tramite aerosol se la persona è in isolamento in famiglia per non diffondere il virus.
Sempre secondo l’Aifa, i corticosteroidi vanno presi in considerazione solo nei pazienti che necessitano di ossigenoterapia, anche perché che nella fase iniziale della malattia tali medicinali potrebbero avere un risvolto negativo sull’immunità, e i pazienti con malattie croniche potrebbero soffrire di gravi eventi indesiderati. Per quanto riguarda le eparine, esse possono essere usate come profilassi nelle persone con scarsa mobilità come da linee guida. L’uso di routine non è comunque raccomandato nei pazienti non allettati.
(https://www.aifa.gov.it/aggiornamento-sui-farmaci-utilizzabili-per-il-trattamento-della-malattia-covid19)

I segreti di lunga vita, mangiare bene e fare sport

(da DottNet)   Mangiare ‘bene’ e fare sport allunga la vita. Anche nei pazienti diabetici. Invecchiare male, invece, costa. Con la prospettiva di un invecchiamento progressivo della popolazione (si stima che nel 2050, 1 italiano su 3 avrà più di 65 anni) la prevenzione delle malattie croniche è centrale. Uno dei più importanti fattori di rischio da combattere è il sovrappeso. Soprattutto l’obesità viscerale si associa a fattori di rischio cardio-metabolici come il diabete di tipo 2, le infiammazioni, la dislipidemia, l’ipertensione, lo scompenso cardiaco, l’ictus, la demenza vascolare, ma anche la Nash (la steatoepatite non alcolica) e una serie di tumori (colon, mammella, utero, rene, esofago, pancreas, fegato).  È questo quanto emerge dalla lettura magistrale di Luigi Fontana, direttore dell’Healthy Longevity Program Charles Perkins Centre dell’Università di Sidney (Australia) per il 28esimo Congresso nazionale della Sid, la Società italiana di diabetologia. Per Fontana l’attività fisica è “un ‘farmaco’ potentissimo per migliorare la sensibilità all’insulina“, perché con l’attività fisica si riduce il grasso viscerale e aumentano numero e attività dei mitocondri nel sistema muscolo-scheletrico. Questo permette di aumentare il consumo di ossigeno. Già 15 anni prima della comparsa del diabete, spiega Fontana, le persone presentano insulino-resistenza e in seguito si assiste ad un aumento progressivo dell’insulino-resistenza e dei livelli di insulina circolante. “Per questo è fondamentale non aspettare che una persona arrivi da noi con 115 mg/dl, perché significa che ha avuto iperinsulinemia per 10-15 anni, condizione che promuove invecchiamento, e cancro”.

“Mangiare meno e mangiare ‘bene’ allunga la vita – afferma il professor Agostino Consoli (nella foto), presidente eletto della Società italiana di diabetologia – Questo è uno dei messaggi chiave della lettura del professor Fontana. E’ un messaggio che il professor Fontana è uno dei più qualificati al mondo a portare, perché autore di una serie di studi fondamentali che questo concetto lo hanno scientificamente dimostrato. E allora, non solo per prevenire o gestire il diabete, ma proprio per vivere più a lungo in salute è necessario limitare l’introito calorico e scegliere con cura il poco cibo con il quale nutrirsi, in modo da privilegiare una dieta bilanciata nei suoi componenti, ma comunque ricca in fibre ed in vegetali e non troppo ricca in proteine ed in grassi saturi”.

Gruppo sanguigno, nuovo studio: nessuna influenza sulla dieta

(da Nutrienti e Supplementi)  La ‘dieta del gruppo sanguigno’ segna un nuovo passaggio a vuoto dopo la pubblicazione di uno studio clinico che non ha evidenziato differenze di risposta su parametri antropometrici, metabolici ed ematochimici di una dieta di tipo vegetariano in soggetti in sovrappeso.   Tutto nasce da un trial clinico randomizzato pubblicato su ‘Jama Network’ (https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/10.1001/jamanetworkopen.2020.25454),che ha preso in esame 244 partecipanti, di età compresa tra i 25 e 75 anni e con Bmi tra 28 e 40 Kg/m2.   Due i gruppi valutati nell’arco di 16 settimane. Il primo, doveva seguire una dieta prevalentemente basata su verdure, cereali, legumi e frutta, senza prodotti di origine animale o grassi aggiunti (circa il 75% dell’energia dai carboidrati, il 15% di proteine​​e il 10% di grassi), con un’integrazione di 500 μg/die di vitamina B12. Il secondo la dieta abituale. I risultati evidenziano una riduzione di peso di circa sei chili tra chi seguiva una dieta vegetale, frutto sia del minor introito calorico sia di un aumentato metabolismo post-prandiale. I cambiamenti erano associati a riduzione del grasso a livello di cellule epatiche e miociti e incremento della sensibilità all’insulina. Nessuna variazione, invece, nel gruppo di controllo.

A questo punto i ricercatori hanno condotto una subanalisi per verificare una correlazione tra tali risultati e i gruppi sanguigni di 68 tra partecipanti che avevano seguito la dieta a base vegetale, pubblicando i risultati sul ‘Journal of the Academy of nutrition and dietetics’. I principali indicatori valutati sono stati ​​peso corporeo, massa grassa, volume del grasso viscerale, lipidemia, glicemia a digiuno e HbA1c. Nessuna differenza significativa è emersa tra i gruppi sanguigni: la variazione del peso corporeo medio era di -5,7 kg per i partecipanti di gruppo sanguigno A e di -7,0 kg per i non-A, e di -7,1 kg per i partecipanti di tipo O e -6,2 kg per i non-O. Il colesterolo totale medio è diminuito di 17,2 mg/dl nel gruppo di tipo A e di 18,3 mg/dl nei non-A e di 17,4 mg/dl tra i partecipanti di tipo O e di 18,4 mg/dl per i non-O.  “Secondo i dettami della dieta del gruppo sanguigno, un’alimentazione a base vegetale dovrebbe essere più indicata per il gruppo A rispetto allo O, mentre dai nostri dati risulta benefica per tutti, senza peraltro evidenze di vantaggi per chi consuma carne”, sottolinea Neal Barnard, presidente del Physicians committee for responsible medicine, and adjunct faculty alla George Washington University e prima firma dello studio. “I risultati da noi ottenuti indicano come tutti i gruppi sanguigni traggano uguali benefici da una dieta basata sul consumo di frutta e verdura, legumi e cereali integrali, in particolare per ciò che concerne calo ponderale e salute cardiometabolica negli adulti in sovrappeso”.

(https://jandonline.org/article/S2212-2672(20)31197-7/fulltext)

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