Naturopata a Catania, ben oltre il danno di immagine

Last Updated on 8 Luglio 2026 by Segreteria

(da Univadis – Roberta Villa) Tutto è bene quel che finisce bene, si potrebbe dire, dopo le proteste che hanno portato alla risoluzione del contratto libero-professionale della naturopata Giordana Proto con l’Ospedale Policlinico “Gaspare Rodolico – San Marco” di Catania. Proto era stata ingaggiata per “la realizzazione di specifiche attività di supporto nell’ambito di studi clinici condotti con la chirurgia vascolare e il centro trapianti e la pediatria a indirizzo reumatologico”. L’incarico era parso poco consono a un policlinico universitario che si presume basato sulla trasmissione e sull’applicazione di conoscenza scientifica, non su pratiche prive di tale fondamento. Nei giorni scorsi, quindi, la vicenda aveva scatenato molte reazioni da parte di vari divulgatori scientifici, tra cui Beatrice Mautino – voce del podcast del Post di “Ci vuole una scienza” insieme a Emanuele Menietti –, dell’infettivologo Matteo Bassetti e del virologo Roberto Burioni, che sui social media ha commentato sarcasticamente la notizia con la frase: “Il rilancio del Servizio sanitario nazionale, con i soldi dei contribuenti”.
Una lettera direttamente al ministero
La posizione più forte però è venuta dal CICAP, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze, fondato nel 1989 da Piero Angela, che ha scritto una lettera aperta al Ministro della Salute, Orazio Schillaci, con la richiesta “di promuovere, per quanto di Sua competenza, una verifica dei presupposti scientifici e professionali dell’incarico e, qualora non risultassero adeguati, di intervenire affinché la decisione sia sospesa e revocata, a tutela dei pazienti e dell’Ospedale stesso, in attesa di un parere delle società scientifiche di riferimento (chirurgia vascolare, reumatologia pediatrica)”. Aggiunge il presidente del CICAP, Lorenzo Montali, che firma il documento: “La medicina pubblica e universitaria ha il dovere di tutelare i pazienti fragili dal rischio di pratiche non validate, indipendentemente dalla buona fede di chi le propone”. Poche righe sopra, Montali, che è anche docente di psicologia sociale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, precisava: “Il problema non è la presenza negli ospedali di professionisti non medici, che svolgono funzioni essenziali nell’assistenza e nella ricerca. Il problema è comprendere perché una formazione di questo tipo sia stata considerata appropriata per partecipare ad attività definite come studi clinici, in reparti che assistono anche persone sottoposte a trapianto e minori con patologie reumatologiche. Un incarico retribuito conferito da un’azienda ospedaliero-universitaria attribuisce inevitabilmente credibilità istituzionale alle competenze selezionate”. Ecco, questo mi sembra il tema. Non tanto il danno di immagine per l’Istituzione ravvisato dal direttore generale del Policlinico di Catania, Giorgio Giulio Santonocito, che oggi si smarca con una nota durissima, focalizzata sul fatto che Proto “non aveva alcuna autorizzazione da parte di questa Direzione strategica […] per la pubblicazione di atti o notizie che coinvolgono l’azienda”. Come se il problema fosse solo aver fatto pubblicità al suo studio privato con il cartellino dell’ospedale o aver reso pubblico un incarico che lo stesso dirigente aveva sottoscritto e firmato il 21 novembre scorso, in qualità di Commissario straordinario ad interim, con la “clausola di immediata esecutività, stante la necessità di rispettare il cronoprogramma delle attività progettuali”.
La storia della naturopata
Insomma, è un po’ tardi per accorgersene, quando tutti protestano. Tutti tranne Repubblica, a dire il vero, che in un articolo non firmato dedica a Proto una lunga e lusinghiera intervista, che ci spiega come “la medicina naturale non sostituisca la tradizionale, ma possa integrarla” e come la naturopata “non faccia diagnosi né prescriva farmaci, ma punti all’equilibrio energetico”. E nessuno che le chieda in che cosa consista questo fantomatico “equilibrio energetico”, né in che modo la presenza di articoli di medicina naturale su PubMed – che non è altro che una biblioteca virtuale –, ne garantisca il fondamento scientifico. Repubblica ci spiega anche in che modo la naturopata è arrivata a introdursi al Policlinico di Catania, cioè tramite l’intervento del “professor Massimiliano Veroux, trapiantologo, docente di chirurgia all’Università di Catania, colpito dai racconti di alcuni pazienti che seguivano consulenze online con lei”. Massimiliano Veroux è fratello di Pierfrancesco Veroux, che sarà poi promotore delle sperimentazioni cliniche per le quali è stato aperto il bando di cui si discute, dal 2023 è direttore del Dipartimento di Chirurgia generale e specialità medico-chirurgiche e già candidato alla carica di rettore dell’Università di Catania. L’ambiente della chirurgia non era stato estraneo in passato a Giordana Proto, che, prima di essere fulminata sulla via della naturopatia, aveva lavorato per dieci anni nell’azienda di famiglia, IMESI, di cui è titolare il padre Franco, che ha il suo stabilimento a Dittaino, in provincia di Enna, e che produce kit procedurali monouso personalizzati per sale operatorie.
Una ‘laurea’ svizzera
Ciò, ovviamente, non sostituisce una laurea in medicina. La sua è in Relazioni pubbliche e comunicazione, non in medicina o in altre professioni sanitarie, a meno che si voglia considerare tale la “laurea in scienze olistiche, a indirizzo Educazione Alimentare e Nutrizione” che Proto sostiene di aver ottenuto in Svizzera, presso il LinkCampus di Zug. Per capire il valore di questo titolo è bene sapere che la LPSU (Legge Federale sulla Promozione e il coordinamento del Settore universitario svizzero), in vigore dal 1° gennaio 2015, ha introdotto l’accreditamento istituzionale obbligatorio per le istituzioni che vogliano usare denominazioni come ‘università’, ‘scuola universitaria professionale’ o ‘alta scuola pedagogica’, anche se, in Svizzera, chiunque può aprire un istituto di formazione e conferire qualsiasi tipo di diploma. Solo chi è ufficialmente accreditato può denominarsi università, ma per aggirare questa norma basta chiamarsi ‘ateneo’, ‘accademia’ o ‘campus’, termini non protetti a livello federale. Questi istituti che erogano lauree in scienze olistiche adottano quindi questa strategia: si definiscono ‘istituzione privata unitelematica svizzera’, costituita ai sensi del Codice Civile svizzero, evocando una cornice giuridica che suona legittima, ma che non equivale ad accreditamento universitario federale. Per farsi un’idea, il piano di studi pubblicato da LinkCampus comprende, tra gli altri, insegnamenti di iridologia, naturopatia quantica, oligoterapia carmica, riflessologia ‘planetare’ (con un refuso, sarebbe ‘plantare’) e aromoterapia tibetana. “Si tratta di approcci che nascono da presupposti teorici incompatibili con lo stato dell’arte delle conoscenze mediche” precisa la lettera del CICAP, “non sono supportati da evidenze scientifiche adeguate e non rientrano nella formazione sanitaria universitaria italiana”. Un laureato in scienze della nutrizione con una di queste università telematiche è persino finito sotto inchiesta per abuso della professione di nutrizionista, poiché il suo titolo non è stato ritenuto valido. Proto, invece, ancora prima dell’incarico che ha fatto scalpore, aveva addirittura già svolto attività di docente a contratto nell’ambito di un master di II livello. Al concorso, poi, si era anche presentata un’altra persona, la cui identità non è resa nota, con più titoli di Proto, che però l’avrebbe superata dopo il colloquio. Di tutto questo però per oltre sei mesi non si è saputo nulla. O meglio, era da qualche mese che la notizia del “primo concorso pubblico vinto da una naturopata”, grazie a “un’iniziativa pionieristica che vede la collaborazione tra medicina tradizionale e naturopatia olistica” serpeggiava su pubbliredazionali di siti come Today e Il Tempo. Traduco per i non esperti: il termine pubbliredazionale indica un’inserzione pubblicitaria, più o meno mascherata da articolo o servizio giornalistico in video, ma pur sempre pubblicità. Pubblicità che, quindi, deve essere pagata da qualcuno: da chi? Per il suo incarico, Proto avrebbe dovuto ricevere un compenso lordo complessivo pari a euro 14.600 annui, certo non sufficienti a pagare anche la propria promozione sulla stampa nazionale. Chi sponsorizzava Proto, e forse anche questa ricerca? Queste mi sembrano le domande su cui il direttore generale dell’ospedale, se vuole uscirne bene, dovrebbe trovare una chiara risposta.