Un fascio di luce per curare la parodontite
Last Updated on 25 Agosto 2026 by Segreteria 2
(da Univadis) Un gruppo di ricerca giapponese ha sviluppato una terapia sperimentale in grado di eliminare selettivamente Porphyromonas gingivalis – il batterio considerato il principale responsabile della parodontite – preservando al contempo la flora batterica commensale del cavo orale, un risultato che gli antimicrobici convenzionali non riescono a garantire. I dettagli della ricerca sono descritti in un articolo recentemente pubblicato sul ‘Journal of Translational Medicine’. Lo studio, il cui primo autore è Hiroshi Maruyama del Dipartimento di Chirurgia Orale e Maxillo-facciale dell’Ospedale Universitario di Nagoya (Giappone), descrive la tecnica denominata NIR-PAT² (near-infrared photo-antibacterial targeting therapy), basata sull’unione di un anticorpo (IgY, immunoglobulina Y estratta dal tuorlo d’uovo di galline immunizzate contro il batterio) con un fotosensibilizzante (IR700, un colorante silicio-ftalocianina).
Un meccanismo diverso dagli antimicrobici tradizionali
Lo studio, di tipo sperimentale in vitro e in vivo su modello murino, ha confrontato la nuova terapia con la terapia fotodinamica antimicrobica convenzionale (aPDT, antimicrobial photodynamic therapy) e con l’amoxicillina. In vitro, l’anticorpo coniugato (PG-IgY-IR700) si è legato specificamente a P. gingivalis senza interagire con fibroblasti del legamento parodontale umano (HPLF, human periodontal ligament fibroblasts) e il trattamento ha eliminato il batterio riducendo le colonie formate rispetto al controllo con un’efficacia dose-dipendente. A differenza dell’aPDT, che disintegra la parete batterica tramite specie reattive dell’ossigeno, la microscopia elettronica ha mostrato che NIR-PAT² induce perforazioni della membrana mantenendo la forma complessiva del batterio, un meccanismo che gli autori associano a un minor rilascio di lipopolisaccaride, la molecola endotossica responsabile di gran parte dell’infiammazione parodontale (3,82 EU/mL contro 29,64 EU/mL con aPDT).
Nel modello murino di parodontite indotta con legatura in seta e infezione da P. gingivalis, il trattamento con NIR-PAT² ha significativamente contenuto il riassorbimento dell’osso alveolare rispetto al gruppo con parodontite non trattata. L’analisi del microbiota orale mediante sequenziamento del gene 16S rRNA ha inoltre mostrato che il trattamento non si è limitato a disinfettare l’ambiente, ma ha favorito uno spostamento della comunità batterica verso un profilo associato alla salute, con un parziale recupero del genere commensale Streptococcus e soppressione selettiva di Porphyromonas, un risultato non raggiunto né dagli antibiotici né dall’aPDT, che invece hanno impoverito drasticamente la flora commensale. Gli autori segnalano tra i limiti dello studio il campione ridotto per le analisi del microbiota (n=3 per gruppo), la natura polimicrobica della parodontite che potrebbe non essere completamente affrontata colpendo un solo patogeno, l’incertezza sull’efficacia della terapia in aree non direttamente irradiate e la necessità di sviluppare dispositivi luminosi adatti alla profondità delle tasche parodontali. Il periodo di osservazione relativamente breve non ha permesso di valutare gli esiti ossei a lungo termine. Lo studio è stato finanziato da diverse agenzie di ricerca giapponesi (JSPS KAKENHI, Japan Science and Technology Agency, AMED, tra le altre); gli autori dichiarano di non avere conflitti di interesse.
Una prospettiva preclinica interessante
Questi risultati sono al momento circoscritti a un modello murino e non hanno ancora attraversato le fasi di sperimentazione clinica sull’uomo; tuttavia, il tema è di interesse per gli odontoiatri e i parodontologi, considerando che l’antibiotico-resistenza tra i patogeni sottogengivali è un problema riportato anche nella pratica clinica corrente e che le terapie fotodinamiche esistenti non hanno finora dimostrato un successo clinico significativo come terapia adiuvante nella parodontite. Gli autori stessi sottolineano che la tecnologia IgY, essendo economica da produrre su larga scala, potrebbe facilitarne una futura traduzione clinica, ma restano da affrontare questioni logistiche e regolatorie non banali, come la standardizzazione dei protocolli di irradiazione e lo sviluppo di dispositivi luminosi intra-orali dedicati.
(https://link.springer.com/article/10.1186/s12967-026-08336-2)