Spesa sanitaria, l’Italia è sotto la media Ue. Divario ormai incolmabile

Spesa sanitaria, l’Italia è sotto la media Ue. Divario ormai incolmabile

(di G. Pirani - da Wall Street Italia)  L’Italia si trova solo al sedicesimo posto tra i Paesi europei dell’Ocse per la spesa pro-capite e occupa l’ultima posizione nel G7. Nel 2022, la spesa sanitaria pubblica in Italia è stata pari al 6,8% del Pil, il che rappresenta un calo dello 0,3% rispetto alla media dell’Ocse, che è del 7,1%, e alla media europea, anch’essa del 7,1%. Questo posiziona l’Italia al di sotto di ben 13 Paesi europei in termini di percentuale del Pil destinata alla sanità. Il divario varia da un +4,1% rispetto alla Germania, che investe il 10,9% del Pil, a soli +0,3% rispetto all’Islanda, che ha una percentuale del 7,1%. Questi sono i risultati di un’analisi condotta dalla Fondazione Gimbe in previsione della discussione sulla Legge di Bilancio per il 2024. Il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, sottolinea che l’obiettivo principale è quello di fornire dati che possano essere utili nel dibattito politico, evitando qualsiasi strumentalizzazione. La situazione della spesa sanitaria nel nostro paese si dimostra ancora una volta preoccupante e richiede un cambiamento urgente.   Leggi L'articolo completo al LINK

Professionisti psichiatria: Non siamo garanti ordine pubblico

(da DottNet)  Lettera sottoscritta da 92 professionisti dopo delitto Rovereto     "Da un po' di tempo a questa parte, siamo molto preoccupati per la nuova deriva che si sta diffondendo nella società e in gran parte delle istituzioni per cui ci si aspetterebbe che i Servizi di salute mentale si facessero garanti dell'ordine pubblico, prevedendo, prevenendo e contenendo il compiersi di eventuali reati tutte le volte in cui si ipotizzi una minaccia in tal senso". Lo scrivono in una lettera 92 professionisti delle Unità operative di psichiatria del Dipartimento trasmurale salute mentale dopo il delitto di Rovereto dello scorso 5 agosto.    "Fino a prova contraria, le persone sono libere di scegliere, anche di compiere il male, e va loro restituita la responsabilità delle proprie azioni. Se non accettiamo questo, si corre il rischio (purtroppo già realtà) di delegare in toto ai Servizi di salute mentale la gestione di problemi che non possono trovare soluzioni unicamente nella psichiatria", aggiungono i 92 professionisti.    Parlando del caso del delitto avvenuto il 5 agosto, aggiungono i sottoscrittori della lettera, "sarà necessario acquisire maggiori informazioni per comprendere appieno cosa sia accaduto quella notte e se effettivamente si sarebbe potuto fare qualcosa per evitarlo. Quello che è certo, però, è che l'autore del reato viveva una innegabile condizione di forte disagio sociale e, con tutta probabilità, esistenziale, dal momento che si trovava in un paese straniero, senza fissa dimora, senza lavoro, separato da moglie e figli collocati altrove. Se partiamo dal presupposto che, non tutti, ma molti dei reati maturano all'interno di contesti di grande disagio sociale, di povertà a tutti i livelli, di alienazione che genera devianza, una delle risposte per provare a contenere la criminalità che da essi scaturisce è quella di agire su questi contesti per modificarli e ridurre in tal modo i rischi di potenziali degenerazioni".

La fibromialgia aumenta il rischio di morte

(da Univadis)   La fibromialgia è una condizione poco caratterizzata, si potrebbe persino dire “incompresa”, che ha faticato a guadagnarsi il titolo di malattia. Uno studio appena pubblicato sulla rivista Rheumatic e Muscoloskeltal Diseases Open suggerisce però che i pazienti che ne sono affetti hanno diritto a una diagnosi e a un’assistenza medica costante e scrupolosa. Yulia Treister-Goltzman e Roni Peleg della Ben-Gurion Università del Negev (Israele) hanno infatti messo in luce che i pazienti con fibromialgia hanno un rischio di mortalità per ogni causa più alto rispetto al resto della popolazione. Tra le cause di morte incriminate vi sono le infezioni e il suicidio, perciò i medici curanti devono prestare attenzione sia alla salute fisica che alla salute mentale di questi pazienti.

La stima dei rischi      Grazie a una revisione sistematica della letteratura i ricercatori israeliani hanno identificato 557 studi che avevano esplorato la relazione tra fibromialgia e mortalità, 8 dei quali sono stati giudicati eleggibili per una metanalisi. In totale sono stati presi in esame 188.751 pazienti con fibromialgia.   La qualità degli studi inclusi nella metanalisi era buona, ma vi era molta eterogeneità a partire dai criteri diagnostici di fibromialgia. Anche se il tasso di mortalità standardizzato (SMR) non era più alto, per i pazienti con fibromialgia, l’hazard ratio di mortalità per ogni causa segnava un incremento del 27% (HR 1,27 [95%CI 1,04-1,51]). Vi era un aumento ai limiti della significatività per la mortalità derivante da incidenti (SMR 1,95 [95%CI 0,97-3,92]) e un aumento significativo della mortalità per infezioni (SMR 1,66 [1,15-2,38]) e suicidio (SMR 3,37 [1,52-7,50]). Al contrario, tra i pazienti con fibromialgia si registrava una riduzione nella mortalità per cancro (SMR 0,82 [0,69-0,97).

Focus sulla prevenzione     L’aumento nella mortalità per suicidio potrebbe trovare spiegazione nelle comorbidità caratteristiche dei pazienti con fibromialgia, specialmente in quelle psichiatriche, mentre l’aumentata mortalità per incidenti potrebbe essere conseguenza della fatigue, del sonno non riposante e delle difficoltà di concentrazione che accompagnano la fibromialgia e che fanno parte dei criteri diagnostici sin dal 2010. L’aumentata mortalità per infezioni potrebbe invece dipendere dal sempre più chiaro coinvolgimento del sistema immunitario e dell’infiammazione nella fisiopatologia della fibromialgia. Secondo gli autori dello studio la ridotta mortalità per cancro sarebbe da ascrivere all’intenso utilizzo dei servizi sanitari, inclusa la diagnostica per immagini, che potrebbe tradursi in diagnosi precoce nei pazienti con fibromialgia.  “Diversi studi hanno mostrato che lo staff medico è riluttante ad accettare la fibromialgia come una condizione medica e che i medici si trovano ad affrontare difficoltà emotive e psicologiche nell’interagire con questi pazienti e far fronte ai loro disturbi – hanno commentato gli autori dello studio – La fibromialgia è spesso detta una “condizione immaginaria”, con un dibattito ancora in corso sulla legittimità e utilità clinica di questa diagnosi. La nostra review fornisce una prova aggiuntiva del fatto che i pazienti con fibromialgia vanno presi seriamente, con un focus particolare sul monitoraggio delle intenzioni suicide, sulla prevenzione degli incidenti e su prevenzione e

(Treister-Goltzman Y, Pelag R. Fibromyalgia and mortality: a systematic review and meta-analysis. RMD Open 2023;9:e003005. doi:10.1136/rmdopen-2023-003005)

Facebook ci ha fatto male: la risposta in un maxi studio indipendente

(da DottNet)   L'avvento di Facebook ci ha fatto male? La risposta arriva da un maxi studio scientifico indipendente dell'Oxford Internet Institute, che ha indagato sull'impatto della diffusione mondiale del 'capostipite' dei social network.   E no, non si può dire che sia stato così, senza correre il rischio di essere smentiti. E' questa infatti in sintesi la conclusione dello studio che ha indagato senza tuttavia trovare prove che correlassero la sua ascesa a livello globale a danni psicologici diffusi. Guidata dai professori Andrew Przybylski e Matti Vuorre, la ricerca ha utilizzato i dati sul benessere di quasi un milione di persone in 72 Paesi su un arco temporale di 12 anni, e i dati sull'utilizzo individuale effettivo di milioni di utenti Facebook in tutto il mondo. Nel lavoro pubblicato dalla Royal Society gli autori ribadiscono non solo di non aver trovato evidenze del fatto che la diffusione di Facebook abbia un legame negativo con il benessere, anzi "in effetti l'analisi indica che Facebook è probabilmente correlato al benessere in modo positivo", spiega Przybylski.

"Sebbene le segnalazioni di esiti psicologici negativi associati ai social media siano comuni negli scritti accademici e popolari, le prove dei danni sono, a conti fatti, più speculative che conclusive", si legge nel documento. Przybylski assicura: "Abbiamo esaminato attentamente i migliori dati disponibili". Il team di Oxford sfata dunque quello che sembra un falso mito. Ma allo stesso tempo puntualizza il significato di quanto emerso dallo studio. "Non vuol dire - precisa Przybylski - che questa sia la prova che Facebook è positivo per il benessere degli utenti". Piuttosto il senso è che "i migliori dati globali non supportano l'idea che l'espansione dei social media abbia un'associazione globale negativa con il benessere all'interno delle varie nazioni e gruppi demografici".

"Gran parte della ricerca sull'uso dei social media e il benessere è stata ostacolata da un'attenzione esclusiva ai dati del Nord del mondo - osserva il coautore Vuorre - Nel nostro nuovo studio copriamo per la prima volta la geografia più ampia possibile, analizzando i dati sull'utilizzo di Facebook sovrapposti a solidi dati sul benessere, e offrendo per la prima volta una prospettiva veramente globale dell'impatto". Facebook è stato coinvolto nella ricerca, ma solo per fornire dati, e non ha commissionato né finanziato lo studio, viene precisato dal team.

Il progetto di ricerca di Oxford è iniziato prima della pandemia di Covid. I ricercatori hanno combinato i dati del Gallup World Poll Survey sul benessere, che coprono quasi un milione di persone dal 2008 al 2019, con i dati di Facebook relativi al livello di coinvolgimento globale. Oggi il social network riporta quasi tre miliardi di utenti in tutto il mondo, ma questa ricerca esamina i primi giorni della penetrazione internazionale della piattaforma. Per comprendere meglio la gamma plausibile di associazioni con il benessere a livello nazionale, approfondiscono i due scienziati, "abbiamo collegato i dati che tracciano l'adozione globale di Facebook con tre indicatori di benessere: soddisfazione della propria vita, esperienze psicologiche negative e positive". "Abbiamo esaminato gli utenti Facebook attivi pro capite di 72 Paesi, maschi e femmine in due fasce di età (13-34 anni e over 35)", illustrano Przybylski e Vuorre. Conclusione: non sono state rilevate evidenze di associazioni negative, in molti casi c'erano invece correlazioni positive tra Facebook e gli indicatori di benessere. L'associazione era leggermente più positiva per i maschi, ma questi trend non erano significativi. Inoltre, il link era generalmente più positivo per i giovani nei vari Paesi. Questi effetti erano piccoli, ma significativi. "Le nostre scoperte - conclude Vuorre - dovrebbero contribuire a orientare il dibattito sui social media verso fondamenti di ricerca più empirici".

Diabete, continua ad aumentare l’incidenza. 1,3 miliardi di persone affette nel 2050

(da Doctor33)    Secondo le stime pubblicate di recente dalla prestigiosa rivista "The Lancet", nel 2050 oltre 1,3 miliardi di persone a livello globale si troveranno a convivere con il diabete. Una crescita più che doppia rispetto ai 529 milioni di casi del 2021.
Il diabete è una delle principali cause di morte e disabilità in tutto il mondo e colpisce le persone indipendentemente dal paese, dalla fascia di età o dal sesso. Utilizzando il quadro probatorio e analitico più recente del Global Burden of Diseases, Injuries, and Risk Factors Study (GBD), i ricercatori hanno prodotto stime specifiche per posizione, età e sesso della prevalenza e del carico del diabete dal 1990 al 2021, la proporzione di diabete di tipo 1 e di tipo 2 nel 2021 e le proiezioni della prevalenza del diabete fino al 2050. L'OMS ha identificato il diabete come una delle tre malattie bersaglio nel suo piano d'azione globale dell'OMS per la prevenzione e il controllo delle malattie non trasmissibili e il Global Diabetes Compact dell'OMS è stato istituito nel 2021 per migliorare l'accesso all'assistenza sanitaria e lavorare a stretto contatto con coloro che vivono con il diabete.
L'aumento della prevalenza (rispetto ai 529 milioni nel 2021) è legato all'aumento del diabete di tipo 2, che a sua volta è causato da un aumento della prevalenza dell'obesità e dai cambiamenti demografici. Nel 2021, il diabete di tipo 2 rappresentava il 90% di tutta la prevalenza del diabete. La maggior parte dei casi di diabete è attribuibile a fattori di rischio sociale, come un indice di massa corporea elevato, rischi dietetici, rischi ambientali e professionali, uso di tabacco, consumo di alcol e scarsa attività fisica. Il tasso globale di prevalenza del diabete standardizzato per età nel 2021 è stato del 6,1%, con punte del 9,3% nella superregione Nord Africa e Medio Oriente e del 12,3% nella regione Oceania. Il diabete era particolarmente diffuso nelle persone di età pari o superiore a 65 anni in ogni località, ma in alcune località i tassi di prevalenza erano elevati anche negli adulti più giovani, superando il 10% tra quelli di età compresa tra 30 e 34 anni in dieci paesi, tutti in Oceania.
Tra il 2021 e il 2050, la prevalenza globale del diabete dovrebbe aumentare del 59,7%, passando dal 6,1% al 9,8%, risultando in 1,31 miliardi di persone affette da diabete nel 2050.
Di questo aumento, il 49,6% è determinato dalle tendenze dell'obesità e il restante 50,4% è determinato dai cambiamenti demografici. Si prevede che la prevalenza del diabete standardizzata per età sarà superiore al 10% in diverse regioni: Nord Africa e Medio Oriente (16,8%), America Latina e Caraibi (11,3%).
Il previsto aumento della prevalenza totale del diabete dovrebbe essere guidato dal diabete di tipo 2. Si prevede che la prevalenza globale diabete di tipo 2 aumenterà del 61,2%, passando dal 5,9% nel 2021 al 9,5% nel 2050, interessando più di 1,27 miliardi di persone.
La prevalenza globale standardizzata per età del diabete di tipo 1 dovrebbe aumentare del 23·9%, dallo 0,2% nel 2021 allo 0,3% nel 2050.
Il diabete, concludono i ricercatori, era già una malattia preoccupante nel 2021 ed è destinato a diventare un problema di salute pubblica ancora più grave nei prossimi tre decenni. Senza alcuna strategia di mitigazione efficace la prevalenza della malattia continuerà ad aumentare senza sosta.
Bisogna quindi identificare con urgenza soluzioni che limitino l'aumento della popolazione dei fattori di rischio per il diabete, altrimenti è probabile che l'avanzata della malattia continui senza sosta. Allo stesso tempo, bisogna migliorare ed espandere l'accesso alle cure per il diabete per limitare le complicanze associate alla malattia.

Troppa TV da bambini aumenta il rischio di sindrome metabolica da adulti

(da Quotidiano Sanità)   Guardare troppa TV da bambini è associato a una maggiore probabilità di sviluppare la sindrome metabolica da adulti. A mostrarlo è un team dell’Università di Otago a Dunedin, in Nuova Zelanda, guidato da Bob Hancox, che ha pubblicato uno studio su 'Pediatrics'.   La sindrome metabolica comprende un gruppo di condizioni tra cui ipertensione, iperglicemia, eccesso di grasso corporeo e livelli anomali di colesterolo che portano a un aumento del rischio di malattie cardiache, diabete e ictus.

Per il loro lavoro i ricercatori hanno preso in considerazione 879 partecipanti allo studio Dunedin. Il team ha osservato, così, che i bambini tra 5 e 15 anni che passavano molte ore (in media due) davanti alla TV avevano maggiori probabilità di sviluppare la sindrome metabolica intorno ai 45 anni.   Il maggior tempo trascorso davanti allo schermo, inoltre, si associava a un rischio più elevato di essere in condizione di sovrappeso o obesità e di avere una forma fisica peggiore sempre nella mezza età. Dallo studio è emerso anche che i ragazzi guardavano più tv delle ragazze e la sindrome metabolica era più comune negli uomini che nelle donne, 34% vs 20%.

Tra le ipotesi sull’associazione avanzate dagli autori c’è quella secondo la quale la TV “potrebbe essere responsabile di un basso dispendio energetico e potrebbe sostituire l’attività fisica e ridurre la qualità del sonno”, come evidenzia Hancox. Inoltre, il tempo davanti allo schermo “può promuovere un maggiore apporto energetico, con i bambini che tendono a consumare più bevande zuccherate e prodotti ricchi di grasso e meno frutta e verdura; abitudini che possono persistere, poi, nell’età adulta”, conclude l’esperto.(https://publications.aap.org/pediatrics/article/doi/10.1542/peds.2022-060768/192843/Childhood-and-Adolescent-Television-Viewing-and?autologincheck=redirected

Liberi professionisti: come funziona la polizza malattia per i primi 30 giorni di inattività

(da DottNet)    Le tutele assicurative dell’Enpam per l’infortunio e la malattia decorrono tutte dal 31° giorno di assenza, con l’erogazione di specifiche indennità disciplinate da un apposito Regolamento. Riguardo alla copertura dei primi trenta giorni di malattia, le diverse categorie hanno posizioni piuttosto variegate: a parte gli specialisti ambulatoriali, che hanno il mantenimento della retribuzione per tutti i primi sei mesi di malattia, gli altri convenzionati (medici di famiglia, continuità assistenziale, emergenza territoriale, con l’unica eccezione dei pediatri di libera scelta) godono di una copertura assicurativa con la compagnia Cattolica Assicurazioni, che li tiene indenni dalle spese sostenute per il mancato esercizio dell’attività professionale (pagamento del sostituto o valore dei turni non svolti). Questa tutela, salvo alcune particolarità, copre anche eventi di durata inferiore ai trenta giorni, ed è finanziata da un contributo aggiuntivo presente nei contratti di categoria. 

Per i liberi professionisti (iscritti alla Gestione Quota B dell’Enpam), sino a poco tempo fa, i primi trenta giorni di malattia o di infortunio erano sprovvisti di coperture, salvo che il singolo decidesse di tutelarsi per proprio conto con una compagnia da lui scelta, a prezzi di solito molto elevati.

Da qualche mese, però, la polizza Enpam garantisce una tutela (curata dalla compagnia ITAS Mutua) per i primi trenta giorni ad un prezzo molto competitivo: 120 euro all’anno. A differenza dei convenzionati, che debbono produrre le fatture delle spese sostenute e portarle a rimborso, in questo caso viene garantito un importo fisso di 150 euro al giorno, con una franchigia di cinque giorni. L’inabilità temporanea all’attività professionale deve essere dovuta ad un infortunio o ad una malattia di durata comunque superiore a trenta giorni. Quindi, ad esempio, per un’assenza di 30 giorni (a differenza dei convenzionati), non si ha diritto a nessun risarcimento, mentre per un’assenza da 31 giorni in poi si ha diritto a 3.750 euro (150 per 25) a carico dell’Assicurazione per i primi trenta giorni, e dal 31° giorno si ha diritto all’indennità dell’Enpam. 

La polizza tutela un massimo di 3 eventi per ogni anno solare e la copertura cessa dopo il compimento del 75° anno di età. Come per quasi tutte le assicurazioni, la garanzia non opera per le malattie pregresse rispetto al contratto; in caso di pratica di alcune attività e sport pericolosi; e nei casi di ubriachezza, abuso di psicofarmaci ed uso di stupefacenti.

Rivista medica fondata un anno fa al Bufalini di Cesena nel gotha degli archivi sanitari mondiali

(dal Corriere di Romagna)  Ad appena un anno dalla nascita, una rivista medico scientifica di impronta cesenate è entrata a far parte della banca dati più prestigiosa del mondo. Il grande riconoscimento riguarda la pubblicazione fondata lo scorso anno da medici dell’ospedale Maurizio Bufalini.
La rivista tratta di modelli gestionali in ambito sanitario e si chiama “Discover Health Systems”; è stata fondata nel 2022 dai medici e tuttora editor professor Vanni Agnoletti, direttore dell’unità operativa di anestesia e rianimazione, dal professor Fausto Catena dell’unità di chirurgia generale e d’urgenza dell’ospedale Bufalini di Cesena e dal professor Rodolfo Catena dello University College of London.
In questi giorni è entrata a far parte di “Pubmed – National Library of Medicine”, la principale delle banche dati di ambito biomedico esistente al mondo, che riunisce citazioni, abstract e articoli di riviste scientifiche di tutto il globo mettendo conoscenza a disposizione di tutti i ricercatori del mondo contemporaneo creando anche una banca dati che resterà per sempre patrimonio dell’umanità.
Si tratta insomma di un importante riconoscimento che certifica il valore dei contributi pubblicati da questa giovane rivista edita da Springer Nature, ad accesso libero.
«L’Ausl Romagna – si legge in una nota tematica – è diventata quindi sede della direzione scientifica di una delle poche riviste al mondo sull’organizzazione sanitaria riconosciute dalla National Library of Medicine degli Stati Uniti». “Discover Health Systems” dalla sua nascita era già una delle poche riviste internazionali ad occuparsi di sistemi sanitari. «Un’avventura che da subito ha avuto successo – dettagliano Vanni Agnoletti e Fausto Catena –. Da subito sono arrivati contributi da tutto il mondo. Gli argomenti sono essenzialmente il pane quotidiano di chi deve fare organizzazione a livello sanitario. Come essere più produttivi o come ridurre le liste d’attesa ad esempio. Insomma, qualsiasi cosa che possa contribuire a far funzionare meglio la sanità. Che la rivista stia funzionando e lavori bene è certificato da questo inserimento in quella che di fatto è la più importante banca dati del mondo, quella della National Library Usa. Si tratta di un ente che seleziona e incamera a sé le riviste a seconda della loro qualità. Se qualcosa viene ritenuto rilevante, allora merita di essere e restare a disposizione di tutto il mondo. In quella che è la banca dati che racchiude le grandi scoperte scientifiche della storia e che diventa un tesoro conservato per sempre per i posteri. Chi ha bisogno di fare una ricerca in campo medico inserisce delle parole chiave e estrae tutti gli articoli riguardanti lo stesso argomento. E può pian piano affinare sempre più le proprie ricerche per arrivare agli scopi che sta cercando di perseguire. Insomma: essere su questo database con “Discover Health Systems” significa essere al fianco di tutte le migliori riviste scientifiche del mondo. L’esserci è un sigillo sulla qualità del lavoro che stiamo svolgendo con la comunità internazionale».
Perché fin da subito i contributi sono stati globali. «Anzi tra le cose più importanti – rimarca Vanni Agnoletti – c’è stato vedere la grande partecipazione data da diverse zone del mondo, sia paesi con molte risorse che quelli con meno. Così abbiamo avuto la possibilità di catalogare e monitorare i modelli organizzativi e le problematiche che si riscontrano in Africa, Australia, Sudamerica piuttosto che alcune aree dell’Asia. Un’altra cosa che ci ha riempito di orgoglio sono stati i ringraziamenti arrivati dal guru mondiale dell’organizzazione sanitaria come Henry Mintzberg. Ci ha ringraziati per una revisione fatta ad un suo recente libro».
«Un’altra cosa molto bella – chiosa il dottor Fausto Catena – è vedere come questo giornale metta insieme tantissime specialità. Vi partecipano con gli stessi fini medici, manager, ingegneri, informatici, infermieri. Tutti remano nella stessa direzione: rispondere alla domanda di come migliorare i sistemi sanitari di tutto il mondo. Una multidisciplinarità positivissima, con tante “teste” che remano tutte nella stessa direzione».

Stipendi dei medici italiani a confronto con Europa e Usa: i dati impietosi

Stipendi dei medici italiani a confronto con Europa e Usa: i dati impietosi

(da DottNet)   Il rapporto Ocse sugli stipendi dei medici è senza scampo per i professionisti italiani: sono messi davvero male se confrontati con i loro colleghi di Europa e Usa. In particolare, il rapporto rivela che i camici bianchi italiani guadagnano in media 110mila dollari all’anno, molto meno, ad esempio, dei colleghi tedeschi, che si attestano sui 187mila dollari. Un divario del 70%, riscontrabile, sia pur in maniera meno evidente, anche nel confronto con i medici belgi (27%), spagnoli (41%) e francesi (8%).

Ecco una lista degli stipendi più elevati percepiti dai medici nel mondo. Si tenga presente, però, che si tratta di cifre approssimative e variabili nel tempo, in base a fonti diverse.

- Svizzera – Stipendio medio annuo di un medico generalista intorno a 200.000-250.000 USD;

- Stati Uniti – Variazione significativa a seconda della specializzazione, ma i medici possono guadagnare dai 150.000 USD ai 500.000 USD o più all’anno;

- Qatar – I medici specialisti possono guadagnare in media da 120.000 a 180.000 USD all’anno;

- Emirati Arabi Uniti – Stipendio annuo medio di un medico specialista tra 150.000 e 300.000 USD;

- Regno Unito – Stipendio medio annuo di un medico generale tra 50.000 e 90.000 GBP (70.000-125.000 USD);

- Canada – Stipendio medio annuo di un medico generale tra 150.000 e 250.000 CAD (120.000-200.000 USD);

- Germania – I medici guadagnano mediamente tra 60.000 e 120.000 EUR all’anno (70.000-140.000 USD).

Naturalmente, poi, in città costose (es. New York, Londra) gli stipendi possono aumentare ancora di più e superare i 200.000 USD.

Molto dipende, comunque, dalla specializzazione acquisita. Ecco qualche dato in merito.

- Neurochirurgia: guadagni medi annui possono superare i 500.000 USD;

- Dermatologia: stipendio medio annuo di circa 300.000 USD;

- Pediatria: guadagni medi annui tra 150.000 e 200.000 USD;

- Medicina Generale: in alcune nazioni i medici generalisti possono guadagnare tra 100.000 e 200.000 USD all’anno.

Le implicazioni della disparità di trattamento economico tra medici italiani ed esteri sono profonde e possono influenzare sia la qualità dell’assistenza fornita ai pazienti che la soddisfazione e la motivazione dei professionisti della salute. Il dibattito sulle riforme nel settore sanitario italiano dovrebbe sicuramente tener conto di questi dati, cercando soluzioni per riequilibrare le retribuzioni e creare un ambiente lavorativo più equo, incentrato sul benessere di medici e infermieri.

Ordini Medici, ‘no a stop numero chiuso Medicina, programmare bene’

(da Adnkronos Salute) - Un fermo no al superamento del numero programmato per la facoltà di Medicina. Apertura, invece, sull’ampliamento dei posti disponibili per gli aspiranti medici. Ma a due condizioni: che siano pianificati di conseguenza anche i posti nelle scuole di specializzazione e gli sbocchi lavorativi all’interno del Servizio sanitario nazionale, per non creare un nuovo 'imbuto formativo', né una nuova pletora medica senza occupazione. E' questa, in estrema sintesi, la posizione della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), espressa dal Filippo Anelli, in merito alle dichiarazioni di esponenti del Governo che, in questi giorni, hanno espresso la volontà di 'superare il numero chiuso' per gli aspiranti camici bianchi.

"Una corretta programmazione - spiega Anelli - andrebbe fatta sui fabbisogni, da qui a 11 anni, di specialisti e medici di medicina generale. I ragazzi che a settembre entreranno a Medicina, infatti, solo tra 9-11 anni saranno completamente formati e pronti per entrare a pieno titolo nel nostro Servizio sanitario nazionale. Le proiezioni, al contrario, mostrano che, per allora, la gobba pensionistica sarà superata, mentre saranno pronti i nuovi specialisti, creati grazie all’aumento delle borse".

"Il progetto del ministro dell'Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, e del Governo di un’apertura 'sostenibile' della facoltà di Medicina - aggiunge - con un aumento graduale dei posti, legato da una parte alla capacità formativa degli atenei, dall’altra a un aumento delle borse nelle Scuole di specializzazione, può essere accolto, purché entrambe queste condizioni vengano effettivamente soddisfatte. E, soprattutto, purché si tenga conto anche del contesto lavorativo che attenderà i futuri colleghi e si crei, già da oggi, un modello organizzativo adeguato, parametrato alle esigenze assistenziali della popolazione e in grado di assorbire tutti i professionisti".

"Far saltare il numero programmato – sottolinea Anelli – significa, in definitiva, consentire a tutti di poter accedere a Medicina, senza salvaguardare la qualità della formazione, che oggi il mondo ci invidia. Significa non poter garantire a tutti una borsa di specializzazione, ricreando l’imbuto formativo. Significa, alla fine della catena, trovarci con più medici di quanti il Servizio sanitario nazionale sia in grado di assorbire".

"Già oggi, in Italia - precisa - sempre secondo l’Ocse, ci sono 4 medici ogni mille abitanti: una delle proporzioni più alte tra tutti i paesi europei. Mentre i medici all’interno del Servizio sanitario nazionale, come evidenzia Agenas, sono circa 145mila. Ed è la stessa Agenas a ribadire l’importanza di una attenta pianificazione, che permetta di disporre di risorse sufficienti e di evitare ridondanze che comprometterebbero l’efficienza del sistema in condizioni ordinarie".

"Ed è ancora l’Agenas ad avvertire che la pianificazione dell’offerta formativa, per essere efficace, deve essere coordinata con l’adozione di un sistema di incentivi in grado di rendere più attrattivi i profili di impiego in cui si prevedono fabbisogni più consistenti. Per questo, ribadiamo l’importanza di una programmazione efficace ed efficiente, e del coinvolgimento dei medici nel metterla in atto, rapportandola con modelli organizzativi e assistenziali altrettanto efficaci ed efficienti. Rinnoviamo pertanto l’appello affinché le rappresentanze esponenziali dei medici possano sedere ai tavoli dove si decide il futuro della formazione", conclude.

SISA consiglia il gelato anche come sostituto di un pranzo, ma attenzione alla qualità e alla materia prima

(da DottNet -  riproduzione parziale)   Un gelato, se di buona qualità e inserito nel contesto di una dieta equilibrata, può sostituire un pasto. Questo, in sintesi, uno dei messaggi lanciati dalla Società Italiana di Scienze dell’Alimentazione – SISA. Una notizia che farà sicuramente piacere a italiani e turisti che in questi giorni di grande caldo sono alla ricerca di piaceri rinfrescanti. Ma tra i requisiti necessari vi sono ingredienti di qualità e materie prime del territorio, come avviene con alcuni artigiani gelatieri che con le loro microimprese e la valorizzazione del proprio territorio conservano il loro mestiere in piccoli centri.

DIMAGRIRE CON GUSTO: LA DIETA DEL GELATO –  "Il gelato offre un buon apporto nutritivo ed è gratificante - sottolinea la Prof.ssa Silvia Migliaccio, Presidente della Società Italiana di Alimentazione, SISA – Con una dieta adeguata, è possibile perdere due o tre chili in pochi giorni, concedendosi il piacere di uno, talvolta anche due, gelati al giorno. Il gelato, infatti, è un alimento con molte qualità e che, anche psicologicamente, aiuta ad affrontare meglio una dieta ipocalorica. L’importante è mangiarlo come alternativa ad un pasto e non aggiungerlo a primo e secondo come dessert. È prodotto con latte, uova, zucchero, più caffè, cacao o frutta, tutti alimenti con buon valore nutrizionale. Mangiando, per esempio, un gelato alla crema introduciamo proteine di alto valore biologico, grassi di qualità, glucidi a rapido assorbimento e a pronta disponibilità energetica come lattosio e saccarosio. Ma apporta anche  vitamine A e B2, oltre che sali minerali, come calcio e fosforo. Se poi aggiungiamo un paio di cialde o un biscotto, che sono a base di cereali, la composizione nutrizionale del pasto si arricchisce di amido". Il programma di dieta settimanale, modificabile a seconda delle specifiche esigenze, prevede un massimo di una porzione al giorno e l’assenza di altri dolci; può essere applicata a uomini e donne di diverse età, ma è sconsigliata ai diabetici. "Voglio suggerire un piccolo segreto – conclude la Prof.ssa Migliaccio – Se non ci si ferma qualche secondo tra una leccata e un morso, si rischia di anestetizzare le papille gustative! Meglio aspettare qualche secondo, per gustare meglio, alternando morsi piccoli e morsi grandi. Così diventerà possibile fruire di un momento speciale di relax e piacere".

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