Farmaci generici, Italia spaccata

(da Il Sole 24 Ore)  Da Roma in giù i farmaci generici non passano una immaginaria frontiera – una sorta di linea gotica – fatta di pregiudizi e timori infondati. Meno costosi e uguali a quelli di marca per efficacia e principio attivo continuano a non fare breccia nel cuore di siciliani, pugliesi, calabresi, pugliesi, campani, molisani fino a raggiungere marchigiani e gli abitanti del Lazio tutti disposti a spendere il doppio – dai 20 ai 24 euro a testa all’anno in più – rispetto a esempio a chi abita al Nord dove l’esborso è quasi la metà: a Bolzano o Trento si spende pro capite per avere i medicinali di marca 11,3 euro e 12,7, in Lombardia 13,8 euro, in Piemonte 13,6, in Veneto ed Emilia Romagna rispettivamente 13,9 e 14,4 euro. Il conto salato che pagano gli italiani per non rinunciare ai farmaci “griffati” da quasi 10 anni si aggira complessivamente sul miliardo all’anno, come mostrano gli ultimi dati raccolti da Egualia – l’associazione dei produttori dei farmaci equivalenti, appunto i generici – che saranno pubblicati in questi giorni nel loro report annuale: nel 2024 il costo in più pagato dai cittadini (il cosiddetto “differenziale”) per assicurarsi il farmaco di marca è stato difatti di 1,034 miliardi, nel 2017 era praticamente allo stesso livello e cioè 1,050 miliardi a dimostrazione di come alcune abitudini siano difficili da scardinare. In particolare nel Sud (compreso il Lazio) dove ci sono i redditi più bassi ma dove si spende oltre metà (555 milioni) di questo costo aggiuntivo nonostante le tante campagne di comunicazione che si sono succedete negli anni sull’efficacia degli equivalenti. Tanto che il dossier ora è sul tavolo del ministro della Salute Orazio Schillaci per provare a studiare qualche strumento che incentivi il loro utilizzo almeno a livello omogeneo in tutto il Paese. Anche perché l’Italia è tra i Paesi fanalino di coda nel consumo dei generici con il terz’ultimo posto in Europa

Alzheimer, più rischi con poche ore di sonno profondo

(da DottNet)    Gli adulti che dormono un numero insufficiente di ore nella fase piu’ profonda e ad onde lente del sonno – la Rem – hanno piu’ alte probabilita’ di andare incontro ad una riduzione del volume di un’area del cervello legata allo sviluppo del morbo di Alzheimer. Un nuovo studio americano ha osservato in questi individui con carenza di sonno ristoratore una più frequente atrofizzazione della zona cerebrale parietale inferiore, cruciale per il corretto funzionamento cerebrale e cognitivo. L’ atrofizzazione e’ spesso rilevata nei malati del morbo, e viene considerata uno dei primi segnali che il paziente soffre di Alzheimer.

La fase Rem del sonno funziona infatti da ‘spazzino’ dei residui tossici accumulati nel giorno dal cervello – vere e proprie cellule morte ma anche affaticamenti mentali – e aiuta a consolidare le memorie, processare eventi e pensieri e preparare il cervello per il giorno seguente.   La ricerca della Yale school of medicine ha seguito per anni 270 persone di 61 anni di età media, tutte sane all’ avvio dei test.

I partecipanti sono stati sottoposti ad esami cognitivi, test radiologici del cervello e analisi del sonno: chi dormiva meno ore nella fase Rem, con un sonno interrotto o insufficiente, ha evidenziato più spesso un restringimento dell’ area cerebrale parietale inferiore. Quando l’ architettura’ del sonno si altera – spiega la ricerca, pubblicata sul ‘Journal of Clinical Sleep Medicine’ – l’ impatto sul cervello é potenzialmente forte.   “Sono risultati che mostrano come una ridotta attività neurologica durante il sonno, con la mancata attivazione della fase Rem, può contribuire alla diminuzione della massa del cervello e così all’ incremento dei pericoli di Alzheimer”, ha commentato l’ autore dello studio Gawon Cho.

Semplificazione dei piani terapeutici: un’occasione persa

(da M.D.Digital)  Cinque milioni di visite specialistiche l’anno: tanti sono i posti che, potenzialmente, si sarebbero liberati, se fosse stato approvato l’emendamento Calandrini-Zullo al Ddl Prestazioni sanitarie, che avrebbe aperto a tutti i medici la prescrizione dei farmaci sottoposti a piano terapeutico, dopo 12 mesi dalla prima volta. L’emendamento è, però, stato ritirato. Il Ddl ha ricevuto il via libera del Senato e passa ora alla Camera. A fare i conti è il presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli. Che, pur manifestando un giudizio complessivamente positivo sul Ddl, definisce il ritiro dell’emendamento “un’occasione persa”.

“Sono quasi due milioni e trecentomila – ha spiegato Anelli – i pazienti che devono assumere un farmaco sottoposto a Piano Terapeutico. Questi pazienti che, per il 69%, hanno oltre 70 anni, devono recarsi una, due, anche tre o persino quattro volte l’anno dallo specialista, solo per rinnovare il piano terapeutico. Semplificare la prescrizione di questi medicinali, lasciando la prima allo specialista e aprendola poi, dopo 12 mesi, a qualsiasi medico, compreso il medico di medicina generale, significherebbe un risparmio in termini di spostamenti, di tempo, di energie per i pazienti e i caregiver.  E, soprattutto, significherebbe liberare ore di visite specialistiche da utilizzare per l’attività clinica, anziché per pratiche burocratiche, con un effetto reale e misurabile sull’abbattimento delle liste d’attesa”.

Il rammarico per il ritiro dell’emendamento si inserisce in un contesto di crescente preoccupazione per la governance della sanità in Italia. Negli ultimi anni, la mancanza di coordinamento tra i vari livelli di assistenza sanitaria e l’insufficiente integrazione tra i servizi sanitari e sociali hanno portato a un deterioramento della qualità delle prestazioni sanitarie fornite ai cittadini. In questo scenario, l’emendamento Calandrini-Zullo rappresentava un’opportunità per migliorare l’efficacia del sistema sanitario, aumentando il numero di professionisti autorizzati a prescrivere farmaci vitali e facilitando la continuità dell’assistenza.  Delusione, da parte della Fnomceo, è stata espressa anche per il ritiro dell’emendamento che avrebbe reinvestito sulla formazione dei professionisti sanitari parte delle risorse da essa stessa generate.

Privacy, ecco che cosa rischiano i medici che pubblicano immagini dei pazienti senza consenso

(da Doctor33.it)  La diffusione non autorizzata di immagini o video dei pazienti da parte dei medici costituisce una violazione della normativa sulla privacy e può comportare sanzioni amministrative e penali. Secondo il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (Gdpr), le informazioni relative alla salute sono considerate dati sensibili e la loro divulgazione senza il consenso esplicito dell’interessato è vietata. Il Garante per la protezione dei dati personali ha ribadito che tali dati possono essere comunicati a terzi solo sulla base di un idoneo presupposto di legge o su delega scritta dell’interessato, e in ogni caso non possono mai essere diffusi.  In ambito deontologico, il Codice di Deontologia Medica impone ai professionisti sanitari il rispetto della riservatezza dei pazienti, in particolare dei dati inerenti alla salute e alla vita sessuale. Il medico deve assicurare la non identificabilità dei soggetti coinvolti nelle pubblicazioni o divulgazioni scientifiche di dati e studi clinici.  Le sanzioni per la violazione della privacy dei pazienti possono variare. Ad esempio, il Garante ha sanzionato un centro di medicina estetica con una multa di 8.000 euro per aver pubblicato su un profilo social un video in cui il volto di un paziente era riconoscibile, senza che questi avesse rilasciato uno specifico consenso alle riprese e alla relativa diffusione. In un altro caso, un medico è stato multato di 14.000 euro per aver pubblicato su Internet i dati sensibili di un paziente senza il suo consenso.   È fondamentale che i professionisti sanitari prestino particolare attenzione nel diffondere immagini e informazioni riferite a casi clinici per scopi divulgativi o scientifici. Prima di farlo, è necessario accertarsi che il paziente sia stato preventivamente informato, abbia dato il proprio specifico consenso o che i suoi dati siano stati resi anonimi.

Tonnellate di antibiotici inquinano i fiumi del mondo

(da AGI)  Migliaia di tonnellate di antibiotici inquinano i fiumi del mondo, mettendo a rischio un numero elevatissimo di ecosistemi. È quanto emerge da uno studio guidato dalla McGill University, e pubblicato su ‘Pnas Nexus’.   Il consumo umano di antibiotici è aumentato del 65% tra il 2000 e il 2015. Questi farmaci non vengono completamente metabolizzati durante il passaggio attraverso l”organismo, né completamente distrutti o rimossi dalla maggior parte degli impianti di trattamento delle acque reflue. Gli autori della nuova ricerca hanno calcolato che gli esseri umani in tutto il mondo consumano circa 29.200 tonnellate dei 40 antibiotici più utilizzati. Dopo il passaggio nel nostro corpo e il trattamento delle acque reflue, stimano che 8.500 tonnellate (il 29% del consumo) raggiungono i sistemi fluviali mondiali e 3.300 tonnellate (l”11%) arrivano negli oceani o nei pozzi interni (come laghi o bacini idrici).  Sebbene le quantità totali di residui di antibiotici si traducano in concentrazioni molto piccole nella maggior parte dei fiumi – il che rende i farmaci molto difficili da rilevare – l”esposizione ambientale cronica a queste sostanze può comunque rappresentare un rischio assai serio. Gli antibiotici nei fiumi e nei laghi possono ridurre la diversità microbica, aumentare la presenza di geni resistenti agli antibiotici e influire sulla salute di pesci e alghe. Gli autori hanno calcolato che i livelli di antibiotici siano sufficientemente elevati da creare un potenziale rischio per gli ecosistemi acquatici e per la resistenza agli antibiotici in condizioni di bassa portata (ovvero, in periodi di minore diluizione) su 6 milioni di chilometri di fiumi. Corsi d”acqua con elevate concentrazioni si trovano in tutti i continenti, con le regioni più colpite situate nel Sud-est asiatico. L”amoxicillina è l”antibiotico che si trova più spesso a concentrazioni ad alto rischio ed è l”antibiotico più consumato al mondo.  Gli autori osservano che questa versione del loro modello non include gli antibiotici somministrati al bestiame, né gli scarti della produzione farmaceutica. Tuttavia, i risultati mostrano che l”inquinamento da antibiotici nei fiumi derivante dal solo consumo umano è già un problema critico. Secondo gli autori, sono urgentemente necessari programmi di monitoraggio e strategie per gestire la contaminazione da antibiotici dei corsi d”acqua, soprattutto nelle aree a rischio.

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