Esercizio previene rialzi pressori anche in aree relativamente inquinate

(da MSD Salute e Circulation online 2020)   L’attività fisica regolare aiuta a ridurre il rischio di pressione elevata, anche in aree con aria significativamente inquinata, come emerge da uno studio condotto su 140.072 soggetti inizialmente normotesi.   Per quanto un’elevata attività fisica combinata ad una riduzione dell’esposizione all’inquinamento dell’aria risulti associata ad una riduzione del rischio di pressione elevata, l’attività fisica continua ad avere un effetto protettivo anche con l’esposizione ad elevati livelli di inquinamento, e dovrebbe quindi essere promossa anche nelle zone relativamente inquinate, come affermato dall’autore Xiang Qian Lao dell’Università Cinese di Hong Kong.  L’attività fisica incrementa il tasso ventilatorio, e potrebbe incrementare l’assunzione di inquinanti aerogeni, il che potrebbe esacerbare gli effetti dannosi causati da questi elementi, ma alcuni studi hanno dimostrato che l’attività fisica protegge dal danno causato dall’inquinamento dell’aria, oppure ne è indipendente.

I risultati dello studio suggeriscono anche che la mitigazione dell’inquinamento dell’aria potrebbe risultare più efficace nel prevenire l’ipertensione rispetto all’attività fisica convenzionale.  Più del 91% della popolazione del mondo vive attualmente in aree in cui la qualità dell’aria non corrisponde a quanto prescritto dalle attuali linee guida OMS, e pertanto sono necessarie altre linee guida per informare le persone che vivono in queste regioni se possano trarre beneficio o meno da un’attività fisica regolare. Lo studio è stato condotto su soggetti Taiwanesi, ed i suoi risultati non possono essere generalizzati ad altre popolazioni con maggiore esposizione all’inquinamento dell’aria.

Non è stato inoltre tenuto conto dell’inquinamento al chiuso, ma il fumo di sigaretta, che è un’importante fonte di inquinamento dell’aria domestica, è stato trattato come covariante. Lo studio infine non ha distinto fra attività fisica all’aperto o al chiuso, per quanto la maggior parte della popolazione taiwanese faccia esercizio all’aperto.

Covid-19, prove crescenti sul ruolo delle mascherine per attenuare la gravità dell’infezione

(da Doctor33)    In un recente articolo pubblicato sul ‘The New England Journal of Medicine’, Monica Gandhi, MD, MPH, e George W. Rutherford, MD, entrambi professori e ricercatori dell’Università californiana di San Francisco (UCSF), hanno raccolto diverse casistiche ed evidenze fattuali fino a poter affermare che l’uso delle mascherine, in attesa di un vaccino, possa essere di aiuto nel rallentamento della gravità della pandemia in corso. (https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMp2026913?query=recirc_mostViewed_railB_article)    Mentre il Sars-cov-2 continua la sua diffusione globale, la mascherina facciale sta diventando uno dei pilastri per il controllo della pandemia da Covid-19 e potrebbe anche aiutare a ridurre la gravità della malattia, garantendo che una percentuale maggiore di nuove infezioni sia asintomatica. Se questa ipotesi venisse confermata l’uso di questo Dpi potrebbe diventare, in attesa di un vaccino, una forma di “vaiolizzazione” che genererebbe immunità e rallenterebbe la diffusione del virus.
Una delle prime evidenze, affermano nell’articolo i due ricercatori, si è avuta nel mese di marzo quando hanno iniziato a circolare rapporti documentali sugli alti tassi di diffusione virale di Sars-CoV-2 per via nasale ed orale da parte di pazienti pre-sintomatici o asintomatici. La mascherina facciale, usata da tutta la popolazione, sembrava essere uno dei modi possibili per prevenire la trasmissione da persone infette asintomatiche. Ad aprile, i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) statunitensi, hanno quindi raccomandato alla popolazione di indossare mascherine chirurgiche o coperture in tessuto per il viso nelle aree con alti tassi di trasmissione dell’infezione. Le casistiche del passato relative ad altri virus respiratori, riportate nell’articolo, indicano che l’uso della mascherina può anche proteggere chi la indossa. Infatti, indagini epidemiologiche condotte in tutto il mondo, specialmente nei paesi asiatici abituati all’uso di questo Dpi durante la pandemia di Sars del 2003, hanno suggerito che esiste una forte relazione tra l’uso della mascherina ed il controllo di una possibile pandemia. Altri dati recenti provenienti dalla città di Boston dimostrano che le infezioni da Sars-CoV-2 siano diminuite tra gli operatori sanitari dopo che l’uso della mascherina sia stato implementato negli ospedali a fine marzo.
Sars-CoV-2, spiegano il dott. Ghandi ed il dott. Rutherford, ha la capacità proteiforme di causare una miriade di manifestazioni cliniche, che vanno dalla completa mancanza di sintomi fino alla polmonite e, in alcuni casi, la morte. Recenti dati virologici, epidemiologici ed ecologici hanno portato all’ipotesi che l’uso della mascherina possa ridurre la gravità della malattia tra le persone che vengono infettate. Questa possibilità è coerente con una teoria di vecchia data sulla patogenesi virale, secondo la quale la gravità della malattia è proporzionata all’inoculo virale ricevuto. Con le infezioni virali in cui le risposte immunitarie dell’ospite giocano un ruolo predominante nella patogenesi virale, come Sars-CoV-2, alte dosi di inoculo virale possono sopraffare e disregolare le difese immunitarie aumentando la gravità della malattia. Se l’inoculo virale è importante nel determinare la gravità dell’infezione Sars-CoV-2, un ulteriore motivo ipotizzato per indossare maschere facciali sarebbe quello di ridurre la carica virale del portatore ed il conseguente impatto clinico della malattia. Quindi, un largo utilizzo delle mascherine potrebbe contribuire ad aumentare la percentuale di infezioni asintomatiche. Il Cdc ha stimato che la percentuale media di infezione asintomatica da Sars-CoV-2 a metà luglio negli Stati Uniti era del 40%. Però, la percentuale di infezione asintomatica è documentata superiore all’80% in ambienti con largo uso di mascherina. I paesi che hanno adottato l’uso del Dpi a livello universale hanno migliorato la percentuale di casi gravi correlati a Covid e di conseguenza anche un rallentamento dei decessi. Un altro esperimento eseguito sul criceto siriano ha simulato il mascheramento chirurgico degli animali e ha mostrato che con il mascheramento simulato, i criceti avevano meno probabilità di essere infettati.
I ricercatori portano a conoscenza di altri casi interessanti a sostegno dell’ipotesi: In un’epidemia su una nave da crociera argentina, dove ai passeggeri sono state fornite maschere chirurgiche e al personale di bordo maschere N95, il tasso di infezione asintomatica è stato dell’81% (rispetto al 20% nei precedenti focolai di navi da crociera senza l’uso di mascherina). In due recenti focolai scoppiati in stabilimenti di trasformazione alimentare degli Stati Uniti, dove a tutti i lavoratori sono state rilasciate maschere ogni giorno ed è stato richiesto di indossarle, la percentuale di infezioni asintomatiche tra le oltre 500 persone che sono state infettate è stata del 95%, contro solo il 5% di casi lievi o moderati. Inoltre, i tassi di mortalità nei paesi con mascherina obbligatoria o imposta a tutta la popolazione sono rimasti bassi, persino con la recrudescenza dei casi dopo la revoca dei lockdown.
Gandhi e Rutherford indicano, però, che per verificare l’ipotesi che l’uso della mascherina da parte di tutta la popolazione sia una strategia efficiente nel rallentamento della gravita dell’infezione da coronavirus, sono necessari ulteriori studi per confrontare il tasso di infezione asintomatica in aree con e senza uso universale del Dpi. Per testare l’ipotesi di “vaiolizzazione”, c’è bisogno di più studi che confrontino la forza e la durata dell’immunità dei linfociti T, specifici per Sars-CoV-2, tra le persone con infezione asintomatica e quelle con infezione sintomatica, nonché una dimostrazione del rallentamento naturale del Covid-19 diffuso in aree con un’alta percentuale di infezioni asintomatiche. Nonostante tutto i ricercatori concludono che ci sono prove crescenti che l’uso della mascherina a livello globale potrebbe giovare la lotta sia alla riduzione della percentuale di trasmissione sia alla riduzione della gravità della malattia.

Uno spray nasale ci salverà dal Covid?

(da Fimmg.org e AGI)    Uno spray nasale per stroncare il contagio da Covid-19 sul nascere. È quello a cui lavora un gruppo di ricercatori, che ha già avuto risultati promettenti nella sperimentazione sui furetti: utilizzato settimanalmente lo spray potrebbe ridurre considerevolmente la replicazione del virus nell’organismo, riducendo le possibilità di trasmissione dell’infezione. Lo hanno scoperto gli esperti della Porton Down della Public Health England in un studio pubblicato sul sito open access bioRxiv.   Con la pandemia galoppante in tutto il mondo, scienziati di tutto il mondo lavorano al vaccino. Ma c’è chi invece si è concentrato su una molecola simile a un farmaco che interagisce con le cellule nella cavità nasale in modo da attivare il sistema immunitario dell’organismo.   Nello studio un gruppo di furetti ha ricevuto due dosi di una soluzione spray nasale con una molecola artificiale, realizzata dalla società australiana Ena Respiratory, sviluppata per potenziare il sistema immunitario.  Secondo i risultati del team, che devono ancora essere sottoposti a revisione, lo spray, applicato il giorno prima dell’esposizione al coronavirus, ha inibito la replicazione del virus nel naso e nella gola del 96 per cento, riducendo il rischio di infezione e le probabilità di trasmissione.

Coronavirus: esperti,una bocca sana migliora difese contro virus

(da  AGI)   Mantenere la bocca sana fa bene alla salute e in particolare a quella del cuore. Lo ricorda la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP) in occasione della Giornata Mondiale del Cuore del 29 settembre, sottolineando come prevenire la parodontite, infiammazione gengivale grave che colpisce circa 8 milioni di italiani, riduca significativamente il pericolo per cuore e vasi. Lavare i denti almeno due volte al giorno abbassa la probabilità di aritmie e insufficienza cardiaca del 10% mentre la terapia non chirurgica della parodontite, riducendo la quantità di batteri presenti, diminuisce anche del 30% i principali fattori di rischio cardiovascolare per almeno 6 mesi. Prevenire l’infiammazione gengivale con un’adeguata igiene orale, inoltre, può essere importante anche per proteggersi da COVID-19: i batteri orali responsabili della parodontite possono infatti aggravare infezioni polmonari o facilitare la colonizzazione delle vie aeree da parte di agenti infettivi come il Coronavirus.
“Questi dati confermano che la salute della bocca si riverbera sullo stato di salute in generale e in particolare su quello cardiovascolare, con forti legami tra malattie del cavo orale e patologie sistemiche che vanno dal diabete all’artrite reumatoide e dall’ipertensione arteriosa fino all’Alzheimer. Per questo è importante evitare fattori di rischio, adottando stili di vita sani e una buona igiene orale, con visite periodiche dal dentista”  – osserva Luca Landi, presidente SIdP – Lavare i denti almeno due volte al giorno, meglio se tre, riduce il rischio di aritmie, infarto miocardico ed episodi cardiaci acuti; chi avendo la parodontite si sottopone a terapia non chirurgica per ridurre la quantità di batteri patogeni presenti nelle tasche parodontali riduce anche il numero di batteri virulenti nel sangue che contribuirebbero alla formazione degli ateromi e quindi al restringimento delle arterie. La terapia parodontale porta anche a una riduzione della proteina C reattiva, del fibrinogeno e di colesterolo LDL ossidato, ulteriori elementi coinvolti in un incremento dell’infiammazione dei vasi sanguigni e della probabilità di comparsa di aterosclerosi.

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