Scaduto: Bando avviso pubblico per conferimento incarichi di LAVORO AUTONOMO per MEDICO presso il servizio di MEDICINA TRASFUSIONALE

Si informa che nel sito http://www.aulss4.veneto.it/concorsi/avvisi è pubblicato il seguente bando:

  • avviso pubblico, per titoli ed colloquio, per il conferimento di incarichi di LAVORO AUTONOMO ex art. 7, comma 6, decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, di MEDICO presso il servizio di MEDICINA TRASFUSIONALE.

La scadenza è fissata per il 31.12.2023 per consentire all’amministrazione di formulare periodiche e distinte graduatorie cadenza settimanale, quindicinale e mensile.

Gli interessati possono presentare domanda collegandosi al sito https://aulss4veneto.iscrizioneconcorsi.it.

Al fine di poter acquisire il maggior numero di candidature possibile, si chiede cortesemente di dare la massima diffusione al bando, anche trasmettendolo a tutti gli iscritti tramite newsletter, laddove attiva.

Si ringrazia per la collaborazione e si porgono i più cordiali saluti.

Irene Caselotto

Ufficio Concorsi

AULSS 4- “Veneto Orientale”

Piazza De Gasperi, 5

30027 San Donà di Piave (VE)

tel. 0421 228281 – 228284 – 228286

e-mail: ufficio.concorsi@aulss4.veneto.it

Abbuono crediti ECM per i sanitari colpiti dall’alluvione

(da Odontoiatria33)   “I crediti formativi ECM del triennio 2023-2025, si intendono già maturati in ragione di un terzo di quelli previsti per tutti i professionisti sanitari che hanno svolto in maniera documentata la loro attività professionale nei territori dei Comuni durante il periodo dell’emergenza. Il conseguimento di tali crediti è computato proporzionalmente al periodo di attività svolta su base annua”. 
E’ questo uno dei provvedimenti contenuti nel Decreto sull’emergenza alluvione approvato dal Consiglio dei Ministri il 22 maggio con il quale vengono stanziati oltre 2 miliardi di euro, al fine di garantire il soccorso e l’assistenza alle popolazioni e alle aziende colpite dall’alluvione e di procedere rapidamente al superamento della fase emergenziale. 

Selfie e smartphone al sole mettono a rischio gli occhi

(da DottNet)   Fissare direttamente il sole, anche per pochi secondi, alla ricerca dell’inquadratura perfetta per scattarsi un selfie può creare un danno, anche irreversibile, alla retina come quando si osserva un’eclissi solare senza specifici occhiali. Un danno alla retina può essere causato anche dall’uso prolungato di smartphone e tablet al sole: lo schermo, agisce infatti, da superficie riflettente indirizzando i raggi solari sugli occhi dove possono produrre un effetto degenerativo. È quanto segnalano gli esperti dalla Società Italiana di Scienze Oftalmologiche (Siso), riuniti a Roma per il secondo congresso nazionale.    Casi di danni agli occhi correlati a un eccessivo uso di tablet o smartphone sotto un’intensa luce solare sono descritti in letteratura: di recente sul Journal of Medical Case Reports è stato presentato il caso di un uomo di trent’anni che ha riportato danni permanenti alla retina dopo avere trascorso tre ore a leggere sul tablet durante una gita in montagna; lo stesso era accaduto a una ragazza di venti anni che aveva trascorso due ore a guardare il telefono in spiaggia.   “Sono chiari esempi di maculopatia solare, una condizione determinata dall’assorbimento da parte della retina e dell’epitelio pigmentato di una elevata energia radiante”, spiega Scipione Rossi, direttore dell’Oftalmologia all’ospedale San Carlo di Nancy di Roma e segretario tesoriere Siso.    “Nei casi più gravi le cellule nervose in pochi giorni possono formare uno scotoma, una macchia nera al centro dell’occhio. La lesione può essere permanente e causare una riduzione della visione centrale irreversibile”, aggiunge l’esperto. “Per questo è opportuno evitare selfie sotto il sole senza specifiche protezioni perché gli occhiali da sole non sono sufficienti a filtrare in modo adeguato le radiazioni luminose. Va anche limitato l’uso prolungato di tablet e smartphone senza indossare occhiali da sole”, conclude Rossi.

Maltempo, Enpam: «Aiuti a medici e odontoiatri colpiti»

L’Enpam manifesta vicinanza nei confronti della popolazione colpita dal disastro in Emilia-Romagna e nelle Marche e annuncia contributi economici per ripristinare gli studi medici e odontoiatrici danneggiati dall’alluvione.

L’ente di previdenza e assistenza potrà contribuire per i danni ai beni immobili (studio o prima casa) o mobili (come ad esempio automezzi, computer o attrezzature) appartenenti a medici e odontoiatri. Per i sanitari che svolgono la libera professione sono previsti aiuti aggiuntivi.

“Staremo accanto ai colleghi sia per quanto riguarda i danni alle loro abitazioni sia per le spese necessarie a rendere di nuovo accessibili ai cittadini i loro studi privati o convenzionati”, dice il presidente dell’Enpam Alberto Oliveti, che esprime “a tutti i cittadini delle aree colpite la solidarietà dell’ente dei medici e dei dentisti”.

Le domande di aiuto economico, complete della documentazione richiesta, potranno essere presentate tramite gli Ordini provinciali dei medici e degli odontoiatri appena verrà proclamato formalmente lo stato di calamità per le aree colpite. Avranno diritto ad aiuti anche i pensionati Enpam e gli eventuali familiari superstiti.

Pericoli per il cuore con la dieta chetogenica

(da Nutrienti e Supplementi)   La dieta chetogenica mette a rischio la salute cardiovascolare. A segnalarlo, uno studio presentato a New Orleans nel corso del recente congresso annuale dell’American College of Cardiology, organizzato contestualmente al Congresso mondiale di cardiologia.

I ricercatori, guidati da Iulia Iatan, del St. Paul’s Hospital and University of British Columbia’s Centre for Heart Lung Innovation di Vancouver, hanno analizzato i dati contenuti nella Uk Biobank, un database con informazioni sulla salute di oltre mezzo milione cittadini britannici seguiti da almeno dieci anni. Di circa 71 mila era disponibili informazioni su dieta e colesterolemia. Tra questi, ne sono stati selezionati 305 la cui dieta incrociava una simil-chetogenica: non più del 25% di calorie da carboidrati e oltre il 45% da grassi., valori meno rigidi di una chetogenica stretta (10% di carboidrati, 60-80% di grassi e al 20-30% di proteine).

Questo gruppo è stato messo a confronto con 1.220 soggetti, analoghi per sesso ed età, che, invece, sono risultati seguire una più bilanciata, definita standard. Nell’insieme, il 73% dei partecipanti era costituito da donne di 54 anni di età in media. L’indice di massa corporea medio nel gruppo “chetogenica” era di 27,7 e 26,7 negli altri.

Rispetto a chi seguiva una dieta standard, quelli che seguivano la simil-chetogenica avevano livelli significativamente più alti sia di colesterolo Ldl che di apolipoproteina B (apoB), un predittore di rischio cardiovascolare ritenuto ancora più affidabile del c-Ldl. Dopo una media di 11,8 anni di follow-up e dopo aggiustamento per altri fattori di rischio cardiovascolare quali diabete, ipertensione, obesità e fumo, le persone che seguivano una dieta chetogenica presentavano un rischio più che doppio (9,8% vs 4,3%) di incorrere in un evento cardiovascolare maggiore, da occlusione arteriosa con necessità di angioplastica, a infarto, ictus e arteriopatia periferica.

Il tutto sembra legato a un aumento dei livelli di colesterolemia, anche se i ricercatori hanno notato come vi sia una variabilità individuale nella capacità di accumulo di grassi nel sangue rispetto alla quantità introdotta con la dieta. In alcuni casi, addirittura, si è notato che i valori di c-Ldl diminuiscono, un aspetto che i ricercatori si ripromettono di indagare con ulteriori studi.

Queste le loro conclusioni: “I nostri risultati suggeriscono che le persone che stanno pensando di seguire una dieta chetogenica dovrebbero sapere che ciò potrebbe portare a un aumento dei loro livelli di colesterolo Ldl. Prima di iniziare, dovrebbero consultare un medico. Durante la dieta, si raccomanda di monitorare i livelli di colesterolo e di tener conto di eventuali altri fattori di rischio cardiovascolari concomitanti quali diabete, ipertensione, inattività fisica e fumo”.

CHIUSURA UFFICI 17 MAGGIO 2023

Si informano gli iscritti che in considerazione della ulteriore allerta rossa per la giornata di oggi e delle conseguenti difficoltà di percorribilità delle vie di comunicazione a causa delle perduranti avverse condizioni metereologici gli uffici resteranno chiusi.

Medici e infermieri, oltre la metà colpiti da burnout

(da M.D.Digital e Ansa.it)   Soffre di sindrome da burnout, quell’insieme di sintomi determinati da uno stato di stress permanente con il quale devono vivere il proprio lavoro, il 52% dei medici e il 45% degli infermieri che prestano la loro opera nei reparti ospedalieri di medicina interna, quelli che da soli assorbono un quinto di tutti i ricoveri in Italia.
Una minaccia per la loro salute ma anche per quella degli assistiti, visto che lavorare quando si è in burnout significa alzare di molto le possibilità di commettere un errore sanitario, che in Italia sarebbero in tutto circa 100mila l’anno.
A fornire la fotografia di medici e infermieri è la survey condotta da Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, su un campione rappresentativo di oltre duemila professionisti sanitari e presentata a Milano al 28esimo Congresso Nazionale della Federazione.
In totale a dichiararsi in “burnout” è il 49,6% del campione ma la percentuale sale al 52% quando si parla di medici, per ridiscendere al 45% nel caso degli infermieri. E in entrambi i casi l’incidenza è più del doppio tra le donne, dove permane la difficoltà di coniugare il tempo di lavoro con quello assorbito dai figli e la famiglia in genere.
Ad influire sullo stato di stress cronico è anche il fattore età, visto che sotto i trent’anni la percentuale di chi è in burnout cala al 30,5%. Fatto è che proiettando i dati più che significativi delle medicine interne sull’universo mondo dei professionisti della nostra sanità pubblica abbiamo oltre 56mila medici e 125.500 infermieri che lavorano in burnout. E che per questo motivo incappano in qualche inevitabile errore. Uno studio condotto dalla Johns Hopkins University School of Medicine e dalla Mayo Clinic del Minnesota ha rilevato almeno un errore grave nel corso dell’anno nel 36% dei camici bianchi in burnout. Percentuale che proiettata sul totale dei nostri medici da un totale di oltre 20mila errori gravi.
Discorso analogo per gli infermieri. Qui una serie di studi internazionali raccolti dalla Fnopi, la Federazione degli ordini infermieristici, stima siano addirittura il 57% gli errori clinici più o meno gravi commessi nell’arco di un anno. Dato che applicato sul numero degli infermieri pubblici operanti in Italia in burnout da altri 71.500 errori in fase di assistenza per un totale di almeno di 92mila, sicuramente qualcuno in più considerando che uno stesso operatore può essere incappato in più di un errore nel corso dell’anno.
“L’influenza del burnout sulle malattie professionali è un fatto oramai acclarato dalla letteratura scientifica”, afferma Francesco Dentali, Presidente Fadoi. “Il rischio di infarto del miocardio e di altri eventi avversi coronarici è infatti circa due volte e mezzo superiore in chi è in burnout, mentre le minacce di aborto vanno dal 20% quando l’orario di lavoro non supera le 40 ore settimanali salendo via via al 35% quando si arriva a farne 70. Evento sempre meno raro con il cronico sottodimensionamento delle piante organiche ospedaliere”, aggiunge Dentali. E quasi il 50% di medici e infermieri in burnout pensa di licenziarsi entro l’anno.
 La ricerca Fadoi contiene però anche un positivo e inedito rovescio della medaglia: la stragrande maggioranza dei medici che quella degli infermieri “sente di aver affrontato efficacemente i problemi dei propri pazienti”.
“Il lavoro sanitario ai tempi del burnout nuoce tanto alla salute dei cittadini che a quella di medici e infermieri”, commenta a sua volta il presidente della Fondazione Fadoi, Dario Manfellotto. “Un problema – prosegue – tanto più sentito nei reparti di medicina interna, che una anacronistica e vetusta classificazione ministeriale con il codice 26 definisce ancora a bassa intensità di cura, quando basta scorrere l’elenco delle cartelle cliniche per capire che i nostri sono pazienti complessi che necessitano di medio-alta intensità di cura”.

L’esercizio fisico all’aperto migliora la memoria

(da DottNet)   La ‘ginnastica verde’ migliora la memoria, la concentrazione, e da’ un senso di benessere tangibile a livello neurologico mentre aumenta il flusso sanguigno a cervello: è quanto emerge da uno studio Usa sugli effetti dell’esercizio fisco fatto all’aperto invece che all’ interno, che sia casa o una palestra. Il primo a studiare gli effetti dell’attività fisica all’aperto per brevissimo tempo: in questo caso solo 15 minuti.

Secondo l’indagine pubblicata su ‘Scientific Reports’ la stessa ‘camminata breve ma veloce’ fatta all’ interno o all’esterno produce effetti diversi: la ricerca è stata condotta all’università di Toronto in Canada su 30 studenti di college che a giorni alterni dovevano camminare brevemente ma intensamente – 15 minuti – all’ interno dell’università o nei giardini del campus. I ricercatori guidati dalla neuro-scienziata Katherine Boere hanno sottoposto gli studenti ad analisi di risonanza magnetica cerebrale, elettroencefalogramma nonché a test di memoria, capacità di concentrazione e cognitivi. Le funzioni esecutive, le abilità cognitive e la velocità di elaborazione sono risultate nettamente superiori nei giorni in cui i volontari hanno fatto le camminate all’esterno.

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