Frequent attenders, la minoranza che satura gli studi dei Mmg

(da M.D.Digital)  Il fenomeno dei frequent attenders, definiti come pazienti che ricorrono ai servizi di medicina generale in modo ricorrente o senza una motivazione clinica razionale (spesso identificati con almeno 12 visite annue), rappresenta una delle criticità più rilevanti per la medicina territoriale europea. Sebbene questi pazienti rappresentino una minoranza della popolazione (circa il 10-15%), essi monopolizzano il 25% del carico di lavoro complessivo, venendo visitati con una frequenza dieci volte superiore rispetto ai pazienti comuni. Questa sproporzione genera una serie di difficoltà sistemiche e professionali per il medico di medicina generale. Pressione assistenziale e burnout La criticità primaria per il Mmg è l'aumento della pressione assistenziale, esacerbata da carichi di lavoro elevati e risorse limitate. Il tempo dedicato ai "frequent attenders" riduce la disponibilità per gli altri pazienti e abbassa la qualità percepita dell'assistenza. Questa condizione porta spesso i medici a provare sentimenti di stress, insoddisfazione e un senso di non autorealizzazione professionale, che sono precursori diretti del burnout. Il persistere di questo stress aumenta il rischio di conflitti clinici e insoddisfazione lavorativa. La sfida del "paziente difficile" e i pregiudizi di genere Una criticità relazionale significativa emerge quando le richieste dei pazienti superano le norme attese: i medici tendono a etichettare questi soggetti come "pazienti difficili". Questo stigma può influenzare negativamente il processo diagnostico. Le fonti evidenziano inoltre l'esistenza di pregiudizi di genere: le donne, che costituiscono la maggioranza dei "frequent attenders", sono più spesso percepite come pazienti complesse e soggette a sovramedicazione per diagnosi di somatizzazione, mentre negli uomini la riluttanza a consultare il medico per aspettative sociali di "forza" porta spesso a diagnosi tardive. Gestione della complessità clinica e psicosociale Il medico di famiglia si trova a dover gestire pazienti con un profilo clinico estremamente complesso, caratterizzato dalla coesistenza di malattie croniche fisiche (cardiovascolari, respiratorie, muscoloscheletriche) e disturbi psichiatrici. Depressione, ansia e somatizzazione sono diagnosi ricorrenti che richiedono tempi di consultazione più lunghi e una preparazione multidisciplinare. Spesso, dietro l'iperfrequentazione si nascondono fattori psicosociali come isolamento, disfunzioni sociali o eventi di vita stressanti, che il medico deve affrontare pur operando in un sistema che spesso non fornisce strumenti di valutazione quantitativa per questi aspetti. Impatti economici e organizzativi Infine, il Mmg deve gestire l'impatto economico delle proprie decisioni cliniche in un contesto di risorse finite. I "frequent attenders" generano costi cinque volte superiori per le prescrizioni e sono responsabili di una quota di spese sanitarie evitabili stimata tra il 60% e il 65%. La sfida per il Mmg è dunque etica e organizzativa: identificare precocemente il profilo del "frequent attender" per implementare interventi mirati che mantengano l'accessibilità e la qualità delle cure senza discriminazioni. (Sánchez-Gómez D, et al. Profile of European frequent attenders in primary health care: a systematic review and meta-analysis. Family Practice 2025. https://doi.org/10.1093/fampra/cmaf046)

Oasi 2025. Digital first e prossimità: il cuore del futuro del Ssn

(da M.D.Digital) Presentato a Milano e coordinato da Francesco Longo e Alberto Ricci, il Rapporto Oasi 2025, a cura del CeRGAS Sda Bocconi, mette a nudo un dato spesso rimosso dal dibattito pubblico: il combinato di denatalità e invecchiamento sta ridisegnando in modo irreversibile domanda e offerta di salute. In dieci anni i nuovi nati sono diminuiti del 26%, mentre gli over 65 sono cresciuti del 30% in vent’anni. Questo squilibrio alimenta una crescita costante dei bisogni assistenziali, mentre il personale e le risorse non seguono lo stesso ritmo. Il risultato è un sistema che, pur restando formalmente universalistico, diventa selettivo e casuale nell’accesso e negli esiti. Oasi 2025 smonta tre certezze spesso invocate come soluzione dei problemi del Ssn: 1. Più finanziamento non basta. Anche un incremento del 10–15% del fondo sanitario, equivalente a 15–20 miliardi, non sarebbe sufficiente per recuperare i servizi “fuggiti” nel privato, che oggi valgono circa 48 miliardi. Le priorità allocative resterebbero inevitabili. 2. Efficienza ≠ sostenibilità. Per anni l’efficientamento è stato interpretato come controllo degli input, più che come aumento della produttività. Nelle regioni più fragili, la quota di valore delle prestazioni sul totale della spesa è scesa dal 35% pre-Covid al 30% nel 2023. Senza riallocazioni di personale e riassetti organizzativi dolorosi, l’efficienza resta un obiettivo irraggiungibile. 3. Liste d’attesa: rincorrere l’output non governa la domanda. Agire solo sull’offerta rischia di amplificare il disordine prescrittivo e di indebolire la presa in carico dei cronici, proprio mentre gli investimenti territoriali dovrebbero favorirla. Iniquità e skill-mix: le criticità che si consolidano. Il rapporto conferma l’ampliarsi delle diseguaglianze territoriali nell’accesso e negli outcome. Persistono differenze ingiustificate nei consumi sanitari tra e dentro le regioni. Lo skill-mix resta uno dei nodi più critici: con 1,3 infermieri per medico, l’Italia è ben sotto i valori di Francia e Germania (2,6–2,9). Questo rende difficile qualsiasi modello moderno di presa in carico proattiva. Territorio: dove si gioca la vera sfida. Per Oasi 2025, la principale leva di trasformazione è nel riassetto della medicina territoriale previsto da Dm 77/2022 e Pnrr. Ma non basta costruire Case e Ospedali di Comunità: serve una strategia chiara di prossimità. La prossimità non è capillarità. Ambulatori piccoli e dispersi non garantiscono valore: in molte aree, specialmente nel Mezzogiorno, l’eccesso di frammentazione riduce la produttività delle prestazioni. Nel 2025 la prossimità significa: - relazione stabile tra paziente e un erogatore unico; - multicanalità 24/7, anche asincrona; - tempi certi per i percorsi dei cronici; - massa critica sufficiente nei nuovi setting territoriali. Verso un modello “Digital & Remote First” - La trasformazione digitale è già in corso: oltre il 60% dei contatti Mmg–paziente avviene da remoto. Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 può diventare l’interfaccia principale per prenotazioni, pagamenti e referti, riducendo drasticamente la necessità di front office fisici. La domanda chiave che Oasi pone ai manager è: "Con quale radicalità il Ssn sceglierà il digital & remote first"? I servizi territoriali possono essere concentrati nelle Case della Comunità, lavorando prevalentemente da remoto. La Direzione del Distretto assume un ruolo cruciale: deve decidere come allocare il personale tra Case di Comunità, Ospedali di Comunità, ADI e servizi domiciliari, dato che le risorse non bastano per saturare tutto. Cronicità: il banco di prova delle priorità. Per massimizzare il valore sociale, il Ssn deve definire priorità chiare nei percorsi dei cronici, con: - accessi “blindati” e tempi garantiti; - continuità con lo stesso professionista o team; - gestione multicanale per i pazienti stabilizzati. - L’Adi continua a crescere (+43% assistiti dal 2019), ma con intensità molto ridotta (14 ore annue a persona): un segnale di espansione quantitativa senza corrispondente qualità. La “doppia agenda” dei manager e il ruolo delle cure primarie - Il rapporto descrive un Ssn governato da direttori chiamati a portare avanti una doppia agenda: - una pubblica, allineata alle narrazioni politiche; - una interna, fatta di riorganizzazioni profonde, talvolta impopolari. Le cure primarie sono al centro di questo cambio di passo: - scelta delle priorità cliniche; - governo della domanda; - integrazione reale tra professionisti; - utilizzo pieno della telemedicina e dell’Fse 2.0. Per Oasi 2025, la riforma territoriale riuscirà solo se i manager sapranno “fare l’adulto nella stanza”: prendere decisioni scomode, spostare risorse, sostenere il cambiamento contro inerzie e resistenze. Il Ssn non è alla vigilia di una crisi: è già dentro una trasformazione obbligata. Per i medici di cure primarie, il futuro della prossimità passa da una nuova centralità professionale, dall’uso esteso del digitale e dalla partecipazione attiva alla definizione delle priorità assistenziali. Non si tratta di fare di più, ma di fare diversamente e scegliere cosa davvero conta.

Camminare rallenta il declino cognitivo nelle persone a rischio Alzheimer

(da DottNet)   Aumentare anche solo leggermente il numero di passi compiuti ogni giorno può aiutare a rallentare la progressione verso l'Alzheimer nelle persone ad alto rischio: il declino cognitivo viene ritardato di tre anni nelle persone che camminano solo 3.000-5.000 passi al giorno e di sette anni nelle persone che camminano 5.000-7.500 passi al giorno. Lo rivela uno studio su Nature Medicine, in cui i ricercatori del Mass General Brigham hanno scoperto che l'attività fisica si associa a un rallentamento del declino cognitivo negli anziani con livelli elevati di beta-amiloide, una proteina associata all'Alzheimer.  Gli individui sedentari hanno un accumulo significativamente più rapido di proteine tossiche nel cervello e un declino più rapido delle funzioni cognitive e quotidiane. I ricercatori hanno analizzato i dati di 296 partecipanti di età compresa tra 50 e 90 anni dello studio Harvard Aging Brain Study, tutti senza deficit cognitivi all'inizio dello studio.  Hanno misurato i livelli iniziali di sostanze tossiche accumulate nel cervello di ciascuno e valutato l'attività fisica dei partecipanti utilizzando contapassi. I partecipanti sono stati sottoposti a valutazioni cognitive annuali per un periodo medio di 9,3 anni.     Ebbene, un numero maggiore di passi è risultato associato a un rallentamento del declino cognitivo e a un accumulo più lento delle proteine tossiche, tra chi partiva già con tante sostanze tossiche accumulate nel cervello, quindi con un rischio elevato di Alzheimer.

Trump lancia TrumpRx: “Prezzi scontati, come in Europa”. Quali ripercussioni per l’UE?

(da Quotidiano Sanità)   presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha lanciato oggi https://trumprx.gov/, un sito web che promette di garantire ai pazienti americani prezzi dei farmaci allineati a quelli più bassi pagati in altre nazioni sviluppate. L’iniziativa, battezzata “Most-Favored-Nation” (MFN), mira a rompere il sistema per cui “i pazienti americani non pagheranno più prezzi alti per sovvenzionare i prezzi bassi nel resto del mondo”, ha dichiarato la Casa Bianca.  Il portale, presentato come un’esperienza “di classe mondiale” per accedere a forti sconti, è operativo da oggi con i primi 40 farmaci di marca, tra i più popolari e costosi del Paese, offerti da cinque case farmaceutiche che hanno stretto accordi con l’amministrazione: AstraZeneca, Eli Lilly, EMD Serono, Novo Nordisk e Pfizer. I pazienti con una prescrizione valida potranno generare coupon stampabili o digitali direttamente dal sito per ottenere i nuovi prezzi ribassati. Gli sconti: da Ozempic ai farmaci per la fertilità  -  La Casa Bianca ha diffuso esempi eclatanti di riduzioni, che in alcuni casi superano l’80%: – Ozempic e Wegovy (iniettabile): il prezzo mensile scende rispettivamente da 1.028 e 1.349 dollari a una media di 350 dollari, con picchi fino a 199 dollari. – Wegovy (pillola): da 1.349 dollari a un minimo di 149 dollari al mese. – Farmaci per la fertilità: risparmi medi di oltre 2.000 dollari per ciclo di trattamento. Il Cetrotide passa da 316 a 22,50 dollari, l’Ovidrel da 251 a 84 dollari. – Altri esempi: L’inhalatore per l’asma Airsupra scende da 504 a 201 dollari; l’insulina Lispro sarà disponibile a 25 dollari al mese. Il percorso dell’ordine esecutivo -   L’iniziativa fa seguito a una serie di atti amministrativi: – Il 12 maggio 2025, Trump firmò un ordine esecutivo per allineare i prezzi americani a quelli delle nazioni similari. – Il 31 luglio 2025, inviò lettere alle principali case farmaceutiche per sollecitare riduzioni. – Dal 30 settembre 2025, ha annunciato 16 accordi con grandi produttori. – Il 1° dicembre 2025, un’intesa con il Regno Unito ha previsto un aumento del 25% del prezzo netto dei nuovi farmaci lì, per far sì che “paghi la sua giusta parte” per l’innovazione. La sfida al Congresso -   Trump ha ora chiamato il Congresso a legiferare sul “The Great Healthcare Plan”, un piano che renderebbe strutturali i risparmi dell’iniziativa MFN, abbasserebbe i premi assicurativi e aumenterebbe la trasparenza dei prezzi. “Qualcosa che l’establishment politico non credeva possibile”, conclude la nota della Casa Bianca, sottolineando l’adempimento di una promessa elettorale. Quali ripercussioni per l’Europa?  -  L’iniziativa di Trump, mentre promette sollievo ai pazienti americani, rischia di generare un terremoto nei sistemi sanitari europei, incluso quello italiano. Il meccanismo del “prezzo della nazione più favorita” si basa infatti sui listini praticati in un gruppo di Paesi di riferimento, tra cui Italia, Germania, Francia e Regno Unito. Da un lato, le case farmaceutiche – private dei margini di profitto negli Usa – potrebbero cercare compensazioni in Europa, premendo per un aumento generalizzato dei prezzi. Dall’altro, e questo è lo scenario più preoccupante, potrebbero decidere di ritardare o addirittura non immettere i farmaci più innovativi nei mercati, come quello italiano, dove i prezzi sono tenuti bassi da meccanismi come la negoziazione con Aifa e il “payback”. Per un’azienda, potrebbe convenire rinunciare a un mercato europeo a basso margine piuttosto che vedere quel prezzo basso diventare il riferimento per gli enormi acquisti federali americani. Un campanello d’allarme arriva dall’accordo siglato a dicembre tra Usa e Regno Unito. In cambio dell’esenzione dai dazi, Londra si è impegnata ad alzare del 25% i prezzi pagati dal suo servizio sanitario e a ridurre gli sconti a carico delle aziende. L’obiettivo dichiarato è essere “prioritari” per il lancio delle nuove terapie. Questa strategia rischia di creare un pericoloso dumping sanitario tra Paesi europei, costringendo sistemi come quello italiano a possibili scelte drammatiche: alzare a propria volta i prezzi (e quindi una spesa già fuori controllo) per non rimanere indietro nell’accesso all’innovazione, o rischiare di vedersi esclusi dalle cure più avanzate.