Minore suscettibilità dei bambini al SARS-CoV-2

(da Univadis)   Una metanalisi degli studi di tracciamento dei contatti ha indicato che i bambini e gli adolescenti possono avere una suscettibilità inferiore del 44% all’infezione da SARS-CoV-2 rispetto agli adulti (rapporto di probabilità [odds ratio, OR]: 0,56; IC 95%: 0,37-0,85).

(Viner RM, Mytton OT, Bonell C, Melendez-Torres GJ, Ward J, Hudson L, Waddington C, Thomas J, Russell S, van der Klis F, Koirala A, Ladhani S, Panovska-Griffiths J, Davies NG, Booy R, Eggo RM. Susceptibility to SARS-CoV-2 Infection Among Children and Adolescents Compared With Adults: A Systematic Review and Meta-analysis. JAMA Pediatr. 25 set 2020 [Pubblicazione elettronica prima della stampa]. doi: 10.1001/jamapediatrics.2020.4573. PMID: 32975552)

Luce solare, che ruolo ha nella diffusione delle virosi respiratorie?

(da M.D.Digital)  Perché, nelle regioni temperate del globo, la maggior parte delle epidemie virali si diffonde ciclicamente in autunno e in inverno? Secondo un team interdisciplinare di ricercatori dell'Istituto Nazionale Italiano di Astrofisica, dell'Università degli Studi di Milano, dell'Agenzia regionale della Lombardia per l'ambiente e della Fondazione Don Gnocchi, la risposta è intimamente legata al sole. Il loro modello teorico mostra che sia la prevalenza che l'evoluzione delle epidemie sono fortemente correlate con la quantità di irradiazione solare giornaliera che colpisce una data posizione sulla Terra in un dato periodo dell'anno. Il lavoro del team italiano è stato recentemente pubblicato sulla rivista iScience.  “Il nostro modello offre una risposta semplice a una questione scientifica importante, ma ancora irrisolta - ha affermato Fabrizio Nicastro, ricercatore INAF. - Perché molte epidemie respiratorie virali, come l'influenza, si sviluppano ciclicamente durante l'autunno e l'inverno solo nelle regioni temperate degli emisferi settentrionale e meridionale del globo, mentre sembrano essere presenti in ogni momento, anche se con una prevalenza inferiore rispetto ai cicli stagionali nelle regioni temperate e nella cintura equatoriale? E cosa innesca e determina tale stagionalità? Nel nostro lavoro, suggerioamo che ciò che causa la stagionalità delle epidemie trasmesse per via aerea è esattamente lo stesso meccanismo che causa le stagioni sul nostro Pianeta: la quantità di irradiazione solare sulla Terra".

È noto che la luce ultravioletta (UV) è in grado di disattivare molti tipi diversi di virus e batteri. La luce solare UV che raggiunge la Terra deve quindi avere un certo potere disinfettante sulle parti esposte del Pianeta. L'efficienza della disattivazione UV di un particolare virus o batterio dipende dal virus o dal batterio stesso, ma, per una data posizione sulla Terra, è senza dubbio maggiore quando l'irraggiamento solare è più forte (estate) e minore quando l'irradiazione solare è più debole (inverno). Tale ciclicità dell'azione disinfettante solare, con frequenza annuale, è in grado di risuonare costruttivamente con un'altra frequenza tipica delle epidemie: la perdita di immunità dell'ospite del virus a causa della sua deriva antigenica. La combinazione di questi due meccanismi innesca la stagionalità delle epidemie, su scale temporali che vanno da pochi anni a decine di anni, a seconda della frequenza antigenica.  Il modello proposto dai ricercatori italiani riproduce accuratamente la stagionalità osservata in diverse località della Terra per le epidemie con un numero riproduttivo intrinseco (R0) inferiore a circa 2 (un'influenza ha tipicamente R0 di circa 1) ed è anche in grado di modellare epidemie con un numero riproduttivo intrinseco molto più grande, come l'attuale pandemia di SARS-CoV-2 con R0 circa 3-4. Questi modelli prevedono cicli iniziali intermittenti ad alta intensità, che alla fine si stabilizzano (su scale temporali che dipendono dalla frequenza di spostamento antigenico) su cicli annuali di moderata intensità sincronizzati stagionalmente.

"Da un punto di vista epidemiologico, questi modelli chiariscono un mistero importante e di lunga data: perché le epidemie influenzali scompaiono ogni anno quando il numero di individui suscettibili è ancora molto lontano da quello necessario per attivare il meccanismo di immunità della gragge" ha aggiunto Mario Clerici, Immunologo dell'Università degli Studi di Milano e della Fondazione Don Gnocchi. "I dati italiani della pandemie di SARS-CoV-2 possono anche essere descritti accuratamente dal nostro modello – ha concluso Nicastro - ma il potere predittivo del modello dipende in modo critico (oltre che dall'implementazione di nuove misure di restrizione) dall'esatto rapporto UV-B/singola dose letale per il virus Covid-19”. 

(Nicastro F, et al. Forcing Seasonality of Influenza-like Epidemics with Daily Solar Resonance. IScience 2020; DOI: 10.1016/j.isci.2020.101605) 

Cosa ti dà la Quota A Enpam

(da Enpam.it)  Lungi dall’essere una tassa, il contributo minimo obbligatorio dovuto da tutti i medici e gli odontoiatri torna sempre indietro sotto forma di pensione (che a parità di contributi versati è uguale o superiore a quella che arriverebbe da Inps) ein aggiunta, dà diritto a una lunga lista di prestazioni assistenziali.

INVESTIMENTI    Ma come fa l’Enpam a dare sia una pensione sia assistenza senza dover chiedere contributi aggiuntivi? La risposta sta nel patrimonio. A differenza delle gestioni previdenziali pubbliche, infatti, la Fondazione Enpam ha delle riserve patrimoniali  (https://www.enpam.it/2020/approvato-bilancio-2019-risultato-storico/) che investe ricavando degli interessi. Questi interessi vengono ripartiti fra gli iscritti sotto forma di prestazioni migliori.

COSTO REALE   Infine l’infografica sulla Quota A  (https://www.enpam.it/wp-content/uploads/Cosa-ti-da%CC%80-la-Quota-A.pdf)  sfata un altro mito: quello del costo reale dei contributi, che è più basso di quanto appare. L’esempio illustrato mostra che chi non versa il contributo Enpam entro il 31 dicembre, l’anno successivo si ritroverà a pagare fino a 818 euro in più al fisco. E queste sì che sono tasse.

Vaccino Pfizer: funzionerà davvero? Cosa sappiamo e cosa no, quali sono i competitor

(da Univadis)   Il Ministero della Salute conferma l’accordo con la casa farmaceutica Pfizer per l’acquisto di 3,4 milioni di dosi del vaccino messo a punto in collaborazione con la start-up BioNTech. L’accordo italiano è parte di un contratto di fornitura europeo; all’Italia spetta (secondo fonti ministeriali) il 13,5% delle dosi. Giacché il vaccino richiede due somministrazioni, con le dosi acquistate si potranno vaccinare 1,7 milioni di italiani, probabilmente tra le categorie a rischio che svolgono attività sanitaria: i primi a essere immunizzati, sperabilmente nel primo trimestre del nuovo anno, dovrebbero essere proprio medici e infermieri, insieme ai pazienti più a rischio.  La Pfizer - che ha annunciato con un comunicato stampa i dati preliminari di efficacia (risposta immunitaria elicitata nel 90% dei vaccinati) ma che non li ha ancora pubblicati su una rivista peer-review - ritiene di poter richiedere una approvazione di emergenza alla FDA nell’ultima settimana di novembre e l’approvazione dell’Agenzia europea per i medicinali già a fine dicembre, . L’accordo stipulato consente però al colosso farmaceutico di avviare la produzione fin da subito, distribuendo il prodotto non appena riceverà le dovute autorizzazioni.

Il parere di Garattini    “Prenderei questi dati di efficacia con beneficio di inventario” dice Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Mario Negri di Milano. “La percentuale di protezione sembra molto alta, ma non sappiamo se sono dati definitivi o parziali, né che caratteristiche aveva la popolazione testata, se era giovane e sana o anziana. Sappiamo che molti vaccini offrono una copertura minore nelle persone anziane ed è improbabile che lo studio ancora in corso ci dica qualcosa in merito, per via della numerosità del campione. La fase 4 di osservazione sarà quindi essenziale per capire la portata della copertura”.   Tra i problemi da risolvere, anche la modalità di distribuzione e somministrazione. Il vaccino Pfizer è infatti basato su una tecnica nuova: un RNA messaggero viene introdotto nella cellula ospite e tradotto nella proteina spike, l’elemento antigenico del virus che elicita la risposta immunitaria. È la prima volta che l’inserzione di mRNA viene usata per la produzione di un vaccino e la Pfizer non è riuscita a semplificare i requisiti di conservazione, che prevedono una catena del freddo a -80 °C.   “Far arrivare il prodotto nel centri vaccinali sarà complicato” spiega Garattini. “Sarà probabilmente necessario creare dei centri vaccinali regionali dotati di grandi frigoriferi per la conservazione dei lotti”. Secondo le anticipazioni dell’azienda, una volta scongelati i vaccini si conservano per tre giorni e quindi devono essere portati rapidamente nei luoghi di somministrazione. “Altri vaccini antiCovid in pipeline sono più semplici da trasportare e conservare, ma non abbiamo ancora dati definitivi sulla loro antigenicità” continua Garattini.    Il vaccino Pfizer è stato inzialmente prodotto in due varianti, ma al termine della fase 1 una delle due versioni, la BNT162b2, ha dimostrato di indurre minori effetti collaterali dell’altra ed è stata avviata alle fasi 2/3 (portate avanti in contemporanea, secondo un modello sperimentale accelerato usato ormai per quasi tutti i vaccini antiCovid) su 30.000 volontari negli Stati Uniti, Brasile, Argentina e Germania. Nel corso di una presentazione agli investitori avvenuta a fine agosto, l’azienda ha riferito solo effetti collaterali lievi o moderati. Il vaccino è in sperimentazione anche sui bambini.

L’analisi presentata tre giorni fa costituisce una valutazione preliminare di efficacia: su 43.538 partecipanti al trial, l’azienda ha identificato 94 casi di Covid-19. Non è chiaro se si sono verificati nel gruppo trattato o nel gruppo placebo ma, secondo quando riferisce Nature in un recente articolo, i dati sono sufficienti per dichiarare un’efficacia del 90%, misurata a una settimana dalla somministrazione della seconda dose (a tre settimane dalla prima). Ora lo studio proseguirà fino all’identificazione di 164 casi di malattia.  “Anche se il vaccino dovesse mostrare un’efficacia inferiore alla fine dell’osservazione, è improbabile che scenda sotto il 50%, la soglia richiesta dalla FDA per l’approvazione” spiega Garattini.  L’elemento di maggiore incertezza riguarda la capacità del vaccino di bloccare la trasmissione dell’agente infettivo: è possibile, infatti, che sia capace di bloccare la malattia ma che non impedisca ai portatori asintomatici o paucisintomatici di trasmettere il virus. L’obiettivo che tutti gli sviluppatori di vaccini sperano invece di raggiungere è un prodotto in grado di fermare la trasmissione di Sars-CoV2, portando a una lenta ma inesorabile scomparsa dell’agente.

I competitors

L’annuncio del successo di Pfizer non ha compromesso le quotazioni degli altri vaccini in pipeline, anzi. Il vaccino in fase 3 sviluppato da Moderna e dai National Institues of Health statunitensi funziona sulla base dello stesso meccanismo (ovvero con RNA messaggero) ed è già in fase 3 di sviluppo.   Arriveranno sul mercato probabilmente anche i vaccini cinesi (se faranno domanda di approvazione e mostreranno i dati sperimentali): tra questi, il vaccino CanSino Biologics, messo a punto in collaborazione con l’Accademia militare di scienze mediche cinese, già approvato in Cina per un uso limitato sugli operatori sanitari. Si tratta di un vaccino a base di virus vivo attenuato. Proprio ieri (11 Novembre) il Russian Direct Investment Fund ha annunciato che, secondo i risultati preliminari di una sperimentazione di fase 3 (non pubblicata) anche il vaccino russo del Gamaleya Research Institute offrirebbe una copertura del 92% circa. Si tratta però di annunci fatti alla stampa per sostenere l’efficacia dell’approccio russo: il vaccino è infatti basato su due adenovirus, Ad5 e Ad26, ingegnerizzati con geni di Sars-CoV2, stessa tecnica usata da Johnson and Johnson per il suo vaccino sviluppato insieme al Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston.

L’Europa attende i risultati del trial combinato di fase 2/3 del vaccino sviluppato da Astra Zeneca insieme all’Università di Oxford che utilizza un adenovirus di scimpanzé. Secondo recenti comunicati dell’azienda, i risultati sono attesi per la fine di dicembre e non si sono più manifestati effetti collaterali come quello che, il 6 settembre scorso, ha portato all’interruzione dello studio perché una volontaria aveva sviluppato una mielite trasversa. Il vaccino è stato ritenuto estraneo alla comparsa della malattia.   Sempre in Cina, è stato autorizzato per la somministrazione a categorie a rischio un vaccino a virus attenuato prodotto da Sinopharma (farmaceutica statale) e dal Wuhan Institute of Biological Products. A metà settembre lo stesso vaccino è stato commercializzato negli Emirati Arabi Uniti.

La  perimentazione di un vaccino tecnicamente simile, il Sinovac, è stata però bloccata in Brasile agli inizi di novembre per via della comparsa di un grave effetto collaterale. Il caso è ancora sotto esame.

Infine si attende anche la messa in commercio di Novavax, un vaccino a base di proteine antigeniche del capside virale, in sperimentazione di fase 3 in Gran Bretagna e a breve anche negli Stati Uniti. I risultati sono attesi per fine anno e la distribuzione per il primo quadrimestre del 2021.