Il medico può esercitare la professione in farmacia? Per il momento no, ma fino a quando?

(da Fimmg.org)  Telemedicina e diagnostica alla farmacia, assistenza domiciliare agli infermieri, piani terapeutici agli specialisti: sempre più numerosi nella rete sono gli interventi preoccupati dei medici di famiglia che vedono il proprio spazio clinico ridursi progressivamente.  E' di questi giorni la notizia di un possibile superamento della norma che vieta l'esercizio della professione medica in farmacia. E' intervenuta prontamente la FNOMCeO con una comunicazione da consultare cliccando qui

‘Io medico giuro’, campagna Fnomceo su sacrificio e valori durante emergenza Covid

(da Adnkronos Salute) - 'Io medico giuro': di curare tutti, senza discriminazione; che avrò cura di te, in ogni emergenza; che ti curerò senza arrendermi mai. Frasi legate ai valori richiamati nel Giuramento e nel Codice deontologico, alla base della campagna lanciata dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo), al via da oggi sui social e attraverso l'affissione di manifesti 6x3 nelle strade delle principali città italiane. "Valori che vengono messi in pratica sempre, ma che sono diventati drammaticamente evidenti durante l'emergenza Covid-19. Sono più di 170 i medici e gli odontoiatri che hanno perso la vita nel corso dell'epidemia", come ricorda il portale della Federazione, listato a lutto in loro memoria.

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Test sierologici per Covid-19, sensibilità e specificità fanno ancora discutere

(da Doctor33)   Secondo una revisione della letteratura pubblicata sul British Medical Journal, l'uso dei test sierologici che rilevano gli anticorpi contro Sars-CoV-2 non è supportato da una base di prove solida, e questo è particolarmente vero per i test point-of-care, cioè effettuati al di fuori di un laboratorio. «La comunità scientifica dovrebbe essere lodata per il ritmo con cui sono stati sviluppati nuovi test sierologici, ma la nostra recensione sottolinea la necessità di studi clinici di alta qualità per valutare questi strumenti» afferma Mayara Lisboa Bastos, del McGill University Health Centre di Montreal, e della State University of Rio de Janeiro, primo nome dello studio.     I ricercatori hanno valutato la letteratura disponibile sulla misurazione della sensibilità e della specificità di test anticorpali per Covid-19 rispetto a test di controllo. Su 40 studi idonei, la maggior parte (70%) proveniva dalla Cina, e il resto da Regno Unito, Stati Uniti, Danimarca, Spagna, Svezia, Giappone e Germania. La metà degli studi non era stata sottoposta a peer review, e molti hanno presentato un rischio di parzialità. Solo quattro studi hanno incluso pazienti ambulatoriali e solo due hanno valutato test point-of-care. Ebbene, la sensibilità ha mostrato una variazione compresa tra il 66% e il 97,8% a seconda del metodo di test utilizzato, il che significa che tra il 2,2% e il 34% dei pazienti con Covid-19 non risultavano contagiati. Per quanto riguarda la specificità, essa variava dal 96,6% al 99,7%, a seconda del tipo di test utilizzato, il che significa che tra il 3,4% e lo 0,3% dei pazienti avrebbe ricevuto erroneamente indicazione di aver avuto la malattia. La sensibilità aggregata è risultata costantemente più bassa per i saggi immunoistochimici a flusso laterale (Lfia) rispetto ad altri metodi di test. Gli autori sottolineano che questo fatto assume un certo peso se si pensa che il test Lfia è il metodo point-of-care che viene preso in considerazione per i cosiddetti passaporti di immunità. «Sulla base dei nostri risultati, se un test Lfia venisse applicato a una popolazione con una prevalenza di Covid-19 del 10%, per ogni 1.000 persone testate, a 31 che non hanno mai avuto la malattia verrebbe erroneamente detto che sono immuni, mentre a 34 che avevano avuto Covid-19 verrebbe riferito che non sono mai state infettate» spiegano i ricercatori. La sensibilità aggregata è risultata inferiore con i kit di test commerciali (65%) rispetto ai kit non commerciali (88,2%), e nella prima e seconda settimana dopo l'insorgenza dei sintomi rispetto al periodo successivo alla seconda settimana.
(Bmj 2020. Doi: 10.1136 bmj.m2516   http://dx.doi.org/10.1136 bmj.m2516)

Nuova lista di malattie che aumentano rischi di Covid

(da DottNet)   L'età, ma anche l'aver avuto un trapianto d'organo o avere una forma di anemia falciforme sono tra le malattie che aumentano il rischio di avere una forma grave di Covid-19. A dirlo sono i Centers for diseases control (Cdc) che hanno aggiornato la lista delle patologie che possono dare più complicazioni.  Per quanto riguarda l'età, i Cdc hanno eliminato la soglia dei 65 anni, indicando semplicemente un'età più avanzata. Man mano che aumenta, cresce il rischio. Quanto alle altre malattie, la nuova lista comprende le malattie croniche renali, quelle polmonari croniche ostruttive, l'obesità, un sistema immunitario indebolito da un trapianto d'organo, patologie cardiache alle arterie coronarie, cardiomiopatie, insufficienze cardiache, diabete di tipo II e anemia falciforme. Con queste integrazioni, aumenta la platea delle persone più a rischio, visto che negli Usa si stima che il 60% degli adulti abbia almeno una malattia cronica. Altre patologie che possono aumentare le probabilità di una forma grave di Covid-19, secondo i Cdc, sono l'asma, l'ipertensione, demenza e ictus. Qualsiasi attività che implica il contatto con altre persone ha qualche grado di rischio ora, concludono, e sapere chi è più suscettibile a forme gravi, può aiutare a prendere decisioni informate.

I rischi della telemedicina ai tempi del Covid. L’esperto: «Possibili sanzioni, problemi deontologici e richieste di risarcimento»

(da SanitàInformazione.it)    Sanzioni economiche, problemi deontologici e possibili richieste di risarcimento. Sono questi i rischi a cui va incontro il medico che utilizza strumenti di telemedicina non conformi al regolamento europeo sul trattamento dei dati personali. Da quando camici bianchi e pazienti sono stati “allontanati” gli uni dagli altri dal lockdown conseguente alla diffusione su larga scala del Covid-19, la medicina a distanza, fino ad ora una forma residuale dell’attività del professionista sanitario, è diventata la principale forma di consulto medico. Un’emergenza di questa portata, così improvvisa e imprevedibile, ha dunque costretto i medici a cambiare radicalmente il proprio modo di approcciarsi al lavoro. E i rischi conseguenti a questo repentino mutamento non sono pochi. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Ciro Galiano, dello studio legale “De Berardinis e Mozzi”

Avvocato Galiano, quali rischi corre, a causa di un uso non corretto della telemedicina, il paziente?    «A causa del Covid per i medici si è venuta a creare la necessità di implementare le possibilità di utilizzo dei canali telematici per prestare assistenza medica. Non si tratta ovviamente di una modalità di assistenza nuova, ma è chiaro che oggi parliamo di un elemento principale, fondamentale, e lo sarà ancora per diversi mesi. Il rischio per il paziente attiene all’eventuale mancata accortezza da parte del medico nell’utilizzo di strumenti idonei a garantire un livello adeguato di protezione dei dati personali. Il medico potrebbe non adottare tutte le accortezze necessarie, e i dati del paziente potrebbero essere persi oppure rubati da qualche altro soggetto, il cosiddetto terzo uomo. Si rischia dunque una condivisione illecita dei dati da parte di soggetti non identificati».

E presumibilmente malintenzionati…    «Si tratta di un rischio che attiene a tutti i trattamenti di dati, non solo quelli sanitari. Nello specifico, il medico è il titolare del trattamento dei dati personali dei suoi pazienti, e come tale deve ottemperare alle norme sulla protezione dei dati personali previste dal regolamento europeo n. 679 del 2016. Ora, è chiaro che il medico era abituato a ricevere il proprio paziente presso il suo ambulatorio, cosa che poi non ha più potuto fare. Penso soprattutto ai camici bianchi che gestiscono malattie croniche o situazioni di tipo psichiatrico, dove sono necessari controlli periodici. Per non lasciare da solo il paziente anche nel periodo di isolamento, il medico avrà fatto dei consulti telematici attraverso, magari, piattaforme di comunicazione che ormai conosciamo tutti e che in questo periodo si sono diffuse tantissimo. Immagino che molti medici, presi alla sprovvista da questa situazione, abbiano dovuto adeguarsi anche con mezzi un po’ più improvvisati e “casalinghi”, come il pc personale (che magari è condiviso da altri membri della famiglia), sistemi antivirus non aggiornati e piattaforme di messaggistica. È chiaro che, una volta passato il primo momento emergenziale, in cui è assolutamente comprensibile che ci sia stata una attuazione meno vigorosa delle normative sui dati personali, risulti opportuno che oggi, in una situazione più “strutturata”, il medico cominci a pensare al corretto adeguamento dei propri strumenti. Oltre questo, è necessario fornire una nuova informativa ai propri pazienti, informarli su come vengono utilizzati e trattati i dati attraverso questi strumenti informatici. Prima di farlo, però, sarebbe opportuno mapparli e verificare l’adeguamento di questi strumenti alle normative vigenti, al fine di garantire che i dati non vadano persi».

Cosa rischia il medico se non si adegua?   «Il medico potrebbe andare incontro ad un controllo da parte dell’autorità garante, magari su reclamo di un paziente, con successiva sanzione amministrativa di diverse migliaia di euro. Ma ci sono anche altri tipi di problemi: prima di tutto, la perdita e la diffusione dei dati, anche se solo per incuria e non per colpa, possono determinare una violazione degli obblighi deontologici del professionista, che rischierebbe di non essere in grado di mantenere il segreto professionale. Quindi vedo un rischio anche dal punto di vista deontologico nei confronti dell’ordine di appartenenza. In più c’è da considerare che la perdita o il non corretto trattamento dei dati del paziente fa sì che lo stesso subisca un danno e che questi possa chiedere, davanti ad un giudice ordinario, un risarcimento. Poniamo che vengano pubblicati tutti i dati dei pazienti di un determinato medico perché qualcuno è entrato in possesso del suo database. Ovviamente il singolo paziente potrebbe avviare un’azione di risarcimento danni. Si tratta di un ulteriore aspetto che non può essere sottovalutato».

Il tutto in un momento già di per sé non facile per la classe medica.    «Si tratta di una serie di problemi che vanno ad aggiungersi a quelli che i professionisti sanitari subiscono già da diverso tempo. Pensiamo, ad esempio, alle continue cause per malpractice. È un elemento di rischio in più che ancora non si vede con nettezza, ma che potrebbe fare molti danni».