Sanità, 50% svizzeri ha ricevuto cure superflue…
Legge Gelli: anche l’Asl è responsabile per l’errore del medico di famiglia
(da DottNet) La Legge Gelli nei suoi molteplici interventi, non omette di considerare i termini della responsabilità dei medici di famiglia. Secondo un'analisi dell'avvocato Valeria Zeppilli (Studiocataldi.it) i pazienti danneggiati dalla condotta del proprio medico di base possono agire per ottenere il risarcimento non solo verso lo stesso sanitario, ma anche nei confronti dell'ASL di appartenenza.
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Numero chiuso all’università, Enpam: priorità è favorire l’accesso al lavoro
Il tema del lavoro deve tornare al centro del dibattito sul numero chiuso all’università: è l’invito del presidente dell’Enpam Alberto Oliveti. “La priorità deve essere quella di collegare strettamente l’accesso al corso di laurea con le specializzazioni, facendo in modo che chi comincia a studiare medicina abbia la certezza di poter poi completare il ciclo diventando specialista nelle discipline tradizionali o in medicina generale. Comunque un medico laureato, non dotato di specializzazione, deve poter lavorare mentre completa il ciclo di studio specialistico – afferma il presidente dell’ente previdenziale dei medici e degli odontoiatri –. Dal corso di laurea deve uscire un medico operativo”. “Ai giovani che si iscrivono a medicina infatti vengono richiesti anni di sforzi e di dedizione – aggiunge Oliveti –. Bisogna essere seri nei loro confronti facendo in modo che tutti alla fine abbiano le competenze e i titoli per poter inserirsi nel mondo del lavoro”. “Detto questo sarebbe opportuno quantomeno alzare il numero programmato del 10-15% rispetto ai fabbisogni rilevati per il settore pubblico. I nostri medici infatti hanno sbocchi anche in altri ambiti e non tutti necessariamente all'interno del Servizio sanitario nazionale italiano. Il settore privato deve poter contare su risorse dedicate, contribuendo inoltre a formarle, per una giusta competizione con il pubblico. Inoltre occorre tagliare i tempi morti tra la laurea e il livello successivo”. “Nel caso degli odontoiatri il problema è diverso rispetto ai medici, ma è sempre legato alle prospettive di lavoro: i laureati in odontoiatria completano il loro corso di studi che oggi dura sei anni ma alla fine, per via di una normativa che risale a quando il corso di laurea specifico non esisteva, il loro titolo non consente di accedere ai concorsi per il Servizio sanitario nazionale – sottolinea Oliveti –. Bene ha fatto dunque il presidente della Commissione albo odontoiatri a sollecitare l’eliminazione del titolo di specializzazione per l’accesso all’odontoiatria pubblica”.
