Vaccino Covid, quando è possibile somministrare un’unica dose. Le indicazioni del ministero

(da Doctor33)   Per coloro che hanno già avuto un'infezione da virus Sars-Cov2 è prevista la possibilità di somministrazione di un'unica dose di vaccino anti-Covid, senza dunque effettuare alcun richiamo. È arrivato il via libera dal ministero della Salute che, in una nuova circolare firmata dal direttore della Prevenzione del dicastero Giovanni Rezza, chiarisce che «è possibile considerare la somministrazione di un'unica dose di vaccino» anti-Covid-19 nei soggetti con «pregressa infezione da Sars-CoV-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica)», «purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa».
L'assunto di base è che i soggetti che abbiano già contratto l'infezione e ne siano guariti abbiano al contempo sviluppato anche una certa immunità. Da qui la possibilità di non effettuare la seconda dose e di ricevere la prima ad una certa distanza di tempo dall'infezione. La possibilità di un'unica dose non vale, però, per i soggetti con particolari problemi di salute: «Ciò non è da intendersi applicabile - precisa, infatti, il ministero - ai soggetti che presentino condizioni di immunodeficienza, primitiva o secondaria a trattamenti farmacologici». In questi soggetti, non essendo prevedibile la protezione immunologica conferita dall'infezione da Sars-CoV-2 e la durata della stessa, si raccomanda dunque di proseguire con la schedula vaccinale proposta, ovvero la doppia dose per i tre vaccini a oggi disponibili.
La nuova strategia vaccinale dell'Italia prenderebbe in considerazione il modello britannico della dose unica di vaccino, ritardando la somministrazione della seconda. Utilizzo dunque anche delle scorte destinate ai richiami, nell'attesa che arrivi il via libera dell'Ema al vaccino monodose Johnson&Johnson. Ipotesi non ancora approvata dall'Ema che si dice ancora scettica sulla questione. Nonostante il pressing degli Stati dopo i dati positivi sul livello di protezione di una singola dose, l'Ema «non vede ancora prove sufficienti per raccomandare modifiche» e passare ad un solo shot. Si sta valutando però l'autorizzazione d'emergenza Ue per i vaccini Covid sia per gli adeguamenti per le varianti, sia per i nuovi sieri che fanno parte della strategia dell'Unione. Si tratta di una pista su cui la Commissione europea è al lavoro, e che presenta però molti scogli legali, soprattutto sotto il profilo delle responsabilità, che i 27 leader dovranno valutare insieme di assumere, forse già al prossimo vertice del 25 marzo. La scorciatoia, utilizzata dall'Ungheria di Viktor Orban per sdoganare lo Sputnik russo ed il Sinopharm cinese, è prevista per gli Stati, ma ha carattere solo temporaneo e valore a livello nazionale. L'iniziativa, lanciata da Ursula Von der Leyen, è stata spinta dalla richiesta dei 27 capi di Stato e di governo di accelerare su via libera, produzione e distribuzione degli immunizzanti di fronte all'incalzare dell'emergenza mutazioni e alle forniture che arrivano a singhiozzo. Forte è lo scetticismo anche sullo Sputnik V, in merito al quale fonti a Bruxelles sottolineano che le capacità di produzione russa è molto limitata. Può contribuire a rafforzare le vaccinazioni in Paesi di piccole dimensioni, ma non sarebbero mai sufficienti a coprire le esigenze per esempio dell'Italia.


Covid. Soggetti obesi rispondono meno al vaccino.

Lo evidenziano i dati dello studio dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (Ire) e dell'Istituto Dermatologico San Gallicano (Isg) di Roma condotto su 250 operatori sanitari vaccinati. A fronte di una buona risposta anticorpale al vaccino nel 99% dei vaccinati (risultati migliori tra le donne e i più giovani) la risposta si è dimezzata nei soggetti sovrappeso o obesi. Leggi L'articolo completo al LINKhttp://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=93047&fr=n

Uno spray nasale potrebbe impedire il contagio da Sars-CoV-2

(da Doctor33)    Un antivirale a base di lipopeptidi da spruzzare nel naso è stato in grado di bloccare la trasmissione di Sars-CoV-2 nei furetti, e potrebbe prevenire l'infezione nelle persone esposte al nuovo coronavirus, comprese le varianti più recenti, secondo uno studio pubblicato su Science. «Le persone che non possono essere vaccinate o che non sviluppano l'immunità potranno trarre particolare beneficio dallo spray. L'antivirale è facilmente somministrabile e, sulla base della nostra esperienza con altri virus respiratori, darebbe una protezione immediata che potrebbe durare per almeno 24 ore» spiegano Matteo Porotto, della Columbia University e della Università della Campania Luigi Vanvitelli, Caserta, e Anne Moscona, della Columbia University, autori senior dello studio.
Il lipopeptide antivirale è poco costoso da produrre, ha una lunga durata di conservazione e non necessita di refrigerazione, e proprio per queste caratteristiche si distingue dagli altri approcci antivirali in fase di sviluppo, inclusi molti anticorpi monoclonali, e potrebbe essere particolarmente utile nelle popolazioni rurali, a basso reddito e difficili da raggiungere. Porotto e Moscona hanno precedentemente creato lipopeptidi simili per prevenire l'infezione di cellule da altri virus, e quando è emerso Sars-CoV-2, hanno adattato i loro progetti alla nuova minaccia. I lipopeptidi agiscono impedendo a un virus di fondersi con la membrana cellulare del suo ospite. Per fondersi, il nuovo coronavirus dispiega la sua proteina spike prima di contrarsi in un fascio compatto. Il composto riconosce lo spike di Sars-CoV-2, si incunea nella regione dispiegata e impedisce alla proteina spike di adottare la forma compatta necessaria per la fusione. Negli esperimenti sui furetti, il lipopeptide è stato somministrato nel naso di sei furetti. Coppie di furetti trattati sono stati quindi sistemati in gabbie con due furetti di controllo che avevano ricevuto uno spray nasale salino, e un furetto infettato da Sars-CoV-2. Dopo 24 ore, nessuno dei furetti trattati è stato contagiato, mentre tutti gli animali di controllo sono risultati altamente infetti. Il lipopeptide è stato testato anche su cellule infettate con una gamma di varianti Sars-CoV-2, e ha funzionato in maniera efficace. Gli autori sperano di passare presto a test sull'uomo.
(Science 2021. Doi: 10.1126/science.abf4896   http://doi.org/10.1126/science.abf4896 )

Ricerca, un sanitario su tre soffre di stress post traumatico

(da Adnkronos Salute) - Ansia, rabbia, esaurimento emotivo e depressione: gli operatori sanitari che in questi mesi hanno curato i pazienti Covid-19 mostrano segni evidenti di burnout e sindrome post traumatica da stress. Una condizione che interessa un sanitario su tre. Lo rivela una ricerca che ha anche dimostrato come il trattamento psicoterapico Emdr (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) su medici, infermieri, operatori socio assistenziali e volontari, possa assicurare un netto immediato miglioramento. Lo studio è stato condotto dall’Associazione per l’Emdr in Italia. Si tratta del primo lavoro italiano che testimonia l’efficacia di questa terapia per l’elaborazione del trauma vissuto dagli operatori sanitari nel corso della pandemia. La ricerca, che sarà presentata in un webinar domani, ha coinvolto 744 persone (di cui 157 non sono stati trattati) sottoposti a quattro differenti tipologie di trattamento Emdr (de visu, di gruppo, on-line e individuali di gruppo).

I dati sono stati raccolti in 17 ospedali e Rsa. Dallo studio è emerso inoltre che il 71,2% degli operatori sanitari ha avuto livelli di ansia superiori al cut-off. In relazione al burnout, più del 60% ha riportato livelli da moderati a elevati di esaurimento emotivo; il 74,4% ha riportato livelli da moderati a elevati di ridotta realizzazione personale; livelli moderati ad elevati di depersonalizzazione si sono presentati in più del 25%. Livelli clinici di depressione sono stati identificati nel 26,8% dei partecipanti, livelli clinici di ansia nel 31,3% e livelli clinici di stress nel 34,3%. Infine, il 36,7% ha riportato sintomi di stress post-traumatico. La ricerca sarà presentata in un webinar domani, alle 19.  "Dall’indagine è emerso che le caratteristiche di evitamento, intrusività e ipereccitazione in questi soggetti sono al di sopra della soglia patologica, dimostrando uno stato traumatico", spiega Marco Pagani, del Consiglio nazionale delle ricerche. Mentre, continua, "dopo il trattamento le condizioni di stress, ansia, umore, rabbia, sonno e aiuto mostrano un miglioramento significativo negli operatori reclutati, un miglioramento raddoppiato rispetto a quello percepito nei soggetti non trattati al semplice passare del tempo. Differenze sono state riscontrate tra i diversi ospedali e trattamenti, mentre non sono emerse differenze significative tra donne e uomini nella risposta alla terapia".

Per Isabel Fernandez, psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Emdr Italia, "è necessario tutelare e supportare la salute mentale e il benessere degli operatori sanitari in prima linea, con interventi di supporto psicosociale sia durante che al termine della pandemia. Durante l’emergenza Coronavirus i fattori di rischio per lo sviluppo di reazioni da stress traumatico sono aumentati moltissimo: dal contatto con i pazienti infetti, allo stress fisico causato dai dispositivi di protezione, allo stato di allerta costante, ai turni di lavoro più lunghi, al timore di contagiare amici e parenti. Per questo, oltre a promuovere strategie di protezione nei luoghi di lavoro, si rende necessario intervenire con un supporto psicologico specifico come Emdr, anche all’interno dei servizi sanitari e in ospedale, per facilitare il recupero, il ripristino di una serenità lavorativa e della routine quotidiana".

Certificati Inail per Covid, quando li deve redigere il medico di famiglia. Una circolare fa il punto

(da Doctor33)   «Non mi è capitato di avere richieste di "aperture" di pratiche infortunisiche da pazienti operativi in ospedali o Rsa contagiati dal Covid sul posto, né colleghi mi hanno riferito di situazioni di questo tipo e del carico di lavoro da esse comportato. In ogni caso due sono le certezze: al paziente occorre una pratica Inail per malattia contratta sul luogo di lavoro, ma dall'altra parte con l'Inail l'interlocuzione è assai complessa». Enrico Terni, medico di medicina generale e del lavoro, nonché segretario organizzativo del sindacato Fismu in Lombardia, ha presenti le sporadiche denunce, anche sui media, di lavoratori delle mense ospedaliere, infermieri, operatori di Rsa, che aprono pratiche infortunistiche «in genere con il medico del lavoro della struttura, dell'Asst, dell'Ats, e di recente è aumentato anche il carico di questa categoria presso le residenze per anziani. Ma per il medico del territorio è cosa diversa, tutt'al più ci occupiamo di prosecuzioni e chiusure».
È chiaro che anche il medico di famiglia può essere chiamato a redigere un certificato di questo tipo. In merito, la circolare Inail 13 del 3 aprile 2020 equipara i contagi di Covid-19 avvenuti sul lavoro a infortuni se la malattia è di durata superiore a 3 giorni e si rivolge non solo a personale sanitario, ma anche a cassieri, banconisti, personale dei reparti infettivi, tecnici e portantini. In quel caso il medico di famiglia o riempie il format informatico dell'Inail aspettando un compenso che non c'è più o redige privatamente.
Un po' di storia - Dalla seconda metà degli anni Duemila in forza di una convenzione con l'Inail i medici di famiglia non dovevano più fare certificati Inail privati ma erano pagati per un massimo di 3 moduli inviati (apertura, prosecuzione, chiusura) euro 27,50 a prestazione più 5 per l'invio online. Successivi ritardi nei pagamenti e la conseguente disdetta della convenzione (mai firmata da alcune sigle) nel 2009 riportò la questione allo stato precedente, con certificati privati e tensione tra Inail, medico, lavoratore. Una norma nella Finanziaria 2019 (commi 526-533) ha cambiato ancora, tutto disponendo che 25 milioni dal bilancio Inail siano destinati nel Fondo sanitario nazionale alla quota capitaria del medico di famiglia convenzionato e del medico di pronto soccorso, altra grande categoria coinvolta nella redazione di questi certificati. «È stato disposto un trasferimento di somme senza contrattazione, sono 25 milioni da dividere tra circa 60 mila medici, a occhio e croce 3-4 centinaia di euro annui per tutti, che non tengono conto del numero dei certificati redatti dal medico né della complessità delle situazioni affrontate. I medici di pronto soccorso hanno accettato, mentre noi medici di famiglia siamo in mezzo al guado, anche perché nel frattempo non è intervenuta alcuna interlocuzione tra l'Inail e la Sisac, la struttura che firma le convenzioni e dovrebbe ripartire lo stanziamento per la categoria», dice Terni. «Tuttavia dal 2019 nessun compenso può essere richiesto dal medico agli assistiti per il rilascio dei certificati medici di infortunio o malattia professionale in libera professione».
Ultimi sviluppi - Lo scorso ottobre, la sezione lombarda di Fismu guidata da Francesco Falsetti, fondatore del sindacato Unione medici italiani poi confluito nella sigla, ha inviato una diffida alle sedi Inail che chiedevano la certificazione dei Mmg, indicando che serve prima un riparto dei fondi stanziati fra medici dipendenti e convenzionati, proposto dal Ministero della Salute ed approvato dalle Regioni. Peraltro, "se da un lato risulta cogente il divieto per i medici di effettuare le certificazioni in oggetto in regime di libera professione, non altrettanto può dirsi circa l'obbligo di tali certificazioni in carenza di un Accordo nazionale per i medici di medicina generale stipulato con Sisac che le preveda e le disciplini". «A quanto ne so, pochi medici di famiglia mantengono un collegamento informatico con l'Inail per l'invio di queste certificazioni», afferma Terni. «Chi volesse venire incontro al paziente senza rispedirlo dal medico Inail, poiché ravvisa gli estremi del contagio professionale, o continua a certificare online gratis o prende un foglio di carta bianca descrivendo gli estremi della situazione che gli viene denunciata, in una breve relazione da far girare all'Istituto a cura del lavoratore, che faciliterà la stesura del certificato al medico Inail e l'iter al lavoratore stesso. In genere l'Istituto accetta una relazione ben circostanziata. E questo varrà finché non saranno definiti i criteri per erogare le somme Inail in quota capitaria». Dopodiché, una volta che le convenzioni saranno ridisegnati con lo stesso "quantum" per tutti, «ognuno di noi redigerà i certificati telematici per i propri pazienti e non credo proprio per quelli degli altri colleghi».