Sintomi post-Covid: ecco come si manifestano

(da DottNet)   La maggior parte delle persone guarisce dal Covid completamente ma alcune possono continuare a manifestare sintomi per diversi mesi: è la cosiddetta sindrome del Post Covid o Long Covid, e tra chi ne soffre regna senso di solitudine e di abbandono. Mentre su Facebook fioriscono gruppi che ne raccolgono le testimonianze, 'come pazienti fantasma', dai medici di famiglia arriva l'appello: proprio coloro che portano ancora addosso i segni del coronavirus dovrebbero essere i primi a vaccinarsi contro l'influenza, perché il loro organismo è ancora sotto stress.  Già segnalato a luglio dallo studio del Policlinico Gemelli Irccs su Jama, il problema dei postumi del Covid sono stati oggetto anche di un sondaggio condotto tra gli aderenti alla British Medical Association, la principale associazione sindacale britannica.

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I bimbi asintomatici possono diffondere il virus per giorni

(da DottNet)   Sul contagio e gli effetti del nuovo coronavirus sui bambini rimangono ancora molte cose da capire, ma alcuni elementi stanno iniziando ad essere chiariti. Dopo lo studio che ha confermato che sono meno a rischio di avere forme gravi e letali di Covid-19, ora una nuova ricerca, pubblicata sulla rivista 'Jama Pediatrics', indica che possono diffondere il SarsCov2 fino a 3 settimane, anche se asintomatici o dopo la scomparsa dei sintomi. 
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Covid, maggiore perdita di gusto e olfatto nei giovani

(da DottNet)    Le persone più giovani con Covid-19 hanno maggiori possibilità di perdere il senso del gusto e dell'odorato rispetto a quelle più anziane. Questo dev'essere considerato quindi ancora di più un campanello di allarme, perché e' probabile che compaia al posto di sintomi più significativi come la tosse e la febbre.La conferma, dopo i risultati di uno studio italiano, del Fatebenefratelli-Sacco di Milano pubblicato su 'Clinical Infectious Diseases', arriva anche da uno studio irlandese pubblicato su un'altra rivista, 'Infection Prevention in Practice'.  I ricercatori del St. James's Hospital di Dublino hanno esaminato 46 pazienti infetti a cui è stato chiesto di valutare i cambiamenti nell'odorato, noti come anosmia, e nel gusto, ageusia.  Circa la metà dei partecipanti ha sperimentato una disfunzione dell'olfatto e del gusto. Ma mentre le persone anziane sono risultate in generale più vulnerabili ad altri effetti, quelle più giovani avevano maggiori probabilità di sperimentare questi sintomi.In un unico giorno alla fine di marzo di quest'anno, il team di ricerca ha valutato le funzioni dell'olfatto e del gusto dei pazienti su una scala di cinque punti che varia da 1 ("nessun cambiamento") a 5 ("cambiamento molto intenso").Quasi la metà - 22 su 46 - hanno riportato un certo grado di perdita dell'olfatto, mentre 25 su 46 una perdita di gusto.Tredici pazienti hanno riportato una completa perdita di senso dell'olfatto, otto hanno riferito di una completa perdita del gusto e sette una perdita totale di entrambi.L'età media dei pazienti con qualsiasi grado di disturbo olfattivo era significativamente inferiore rispetto a quelli senza questi sintomi. Per il disturbo olfattivo era di 30,5 anni, rispetto a una media di 41, per quello gustativo 34 anni rispetto a 40.

Linee guida osteoartrosi: Fans orali in prima linea per l’artrosi di mano, anca e ginocchio

(da M.D.Digital)   È probabilmente la più frequente delle patologie reumatiche. L’uomo è più frequentemente colpito sotto i 45 anni; sopra i 55 anni la donna. Nella donna è colpito un maggior numero di articolazioni e l’entità del danno articolare è generalmente maggiore; invece in ambedue i sessi la gravità del danno strutturale aumenta con l’età e il quadro clinico dei sintomi si attenua nella tarda età. Dopo i 50 anni la prevalenza e l’incidenza della malattia a carico delle ginocchia e delle mani sono significativamente più elevate tra le donne rispetto agli uomini. Al contrario, la frequenza dell’artrosi dell’anca aumenta in modo simile con l’età sia negli uomini sia nelle donne. L’artrosi dell’anca sembra progredire più rapidamente nelle donne, mentre altri studi non hanno riscontrato che il genere sia capace di influenzare la progressione dell’artrosi di ginocchio e delle mani (1).  Secondo le linee guida dell’American College of Rheumatology/Arthritis Foundation del 2019 la gestione dell'osteoartrosi può prevedere un piano globale che include approcci di carattere educativo, comportamentale, psicosociale, interventi fisici, e strategie farmacologiche (2). Quali interventi e l'ordine con cui gli interventi vengono utilizzati variano tra i pazienti.  Sempre dal medesimo documento si rileva che i FANS orali sono fortemente raccomandati per i pazienti con osteoartrosi del ginocchio, dell'anca e/o della mano, costituendo il pilastro della gestione farmacologica di questi quadri clinici, dove numerose prove hanno stabilito la loro efficacia nel breve termine. I FANS sono i farmaci per os di prima scelta nel trattamento dell’osteoartrosi, indipendentemente dalla sua posizione anatomica, e sono raccomandati rispetto ad altri farmaci orali disponibili (2).

Tra i numerosi FANS disponibili per la gestione del dolore da osteoartrosi diclofenac ha dimostrato di possedere una buona efficacia e un profilo di tollerabilità favorevole. Una metanalisi ha confrontato diclofenac con altri FANS o paracetamolo, includendo 76 trial randomizzati per un totale di 58.451 pazienti (3A); l'età dei pazienti era compresa tra 58 e 71 anni, con una percentuale di pazienti donne variabile dal 49% al 90% e con un follow-up mediano di 12 settimane (intervallo 1–56 settimane) (3).

Diclofenac alla dose massima giornaliera di 150 mg/die è risultato il più efficace per il trattamento del dolore e della disabilità fisica dell'osteoartrosi, superiore alle dosi massime di FANS frequentemente utilizzate, inclusi ibuprofene, naprossene e celecoxib. Etoricoxib al dosaggio massimo di 60 mg/die è efficace quanto diclofenac 150 mg/die nel trattamento del dolore, tuttavia la stima degli effetti sulla disabilità è risultata imprecisa (3).

((1) Il genere come determinante di salute. Lo sviluppo della medicina di genere per garantire equità e appropriatezza della cura. Quaderni del Ministero della Salute n.26, aprile 2016   2) Kolasinski SL, et al. 2019 American College of Rheumatology/Arthritis Foundation Guideline for the Management of Osteoarthritis of the Hand, Hip, and Knee. Arthritis Care & Research 2020; DOI 10.1002/acr.24131   3) da Costa BR, et al. Effectiveness of non-steroidal anti-inflammatory drugs for the treatment of pain in knee and hip osteoarthritis: a network meta-analysis. Lancet 2017; 390: e21–33) )

Coronavirus: bimbi più piccoli contagiosi come adulti

(da AGI)  Anche i bambini più piccoli possono trasmettere il Sars-COv2 come quelli più grandi o gli adulti. Uno studio realizzato presso l'ospedale pediatrico Ann & Robert H. Lurie di Chicago ha scoperto che i bambini di età inferiore ai 5 anni con COVID-19 da lieve a moderato hanno livelli molto più alti di materiale genetico del virus nel naso rispetto ai bambini più grandi e agli adulti. I risultati, pubblicati su 'JAMA Pediatrics', indicano la possibilità che i bambini più piccoli trasmettano il virus tanto quanto le altre fasce di età. La capacità dei bambini più piccoli di diffondere COVID-19 potrebbe essere stata sottovalutata a causa della chiusura rapida e sostenuta delle scuole e degli asili durante la pandemia. "Abbiamo scoperto - afferma l'autore principale Taylor Heald-Sargent, MD, PhD, specialista in malattie infettive pediatriche presso Lurie Children's e Assistant Professor of Pediatrics presso la Northwestern University Feinberg School of Medicine - che i bambini sotto i 5 anni con COVID-19 hanno una carica virale maggiore rispetto ai bambini più grandi e agli adulti, il che può suggerire una maggiore trasmissione, come vediamo con il virus respiratorio sinciziale, noto anche come RSV". "Ciò ha importanti implicazioni per la salute pubblica, in particolare durante le discussioni sulla sicurezza della riapertura delle scuole e dell'asilo". Heald-Sargent e colleghi hanno analizzato 145 casi di malattia da COVID-19 da lieve a moderata entro la prima settimana dall'esordio dei sintomi. Hanno confrontato la carica virale in tre gruppi di età: bambini di età inferiore ai 5 anni, bambini di età compresa tra 5 e 17 anni e adulti di età compresa tra 18 e 65 anni. "Il nostro studio non è stato progettato per dimostrare che i bambini più piccoli diffondono COVID-19 tanto quanto gli adulti, ma è una possibilità", ha chiarito Heald-Sargent. "Dobbiamo tenerne conto negli sforzi per ridurre la trasmissione mentre continuiamo a conoscere meglio questo virus".

Gli antibiotici potrebbero interferire con l’efficacia della pillola

(da DottNet)   Gli antibiotici, specie quelli ad ampio spettro, potrebbero ridurre l'effetto dei contraccettivi orali e quindi mettere a rischio di gravidanze indesiderate Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista 'BMJ Evidence Based Medicine' e condotto da Robin Ferner della University of Birmingham.  Il sospetto che gli antibiotici potessero compromettere l'efficacia della pillola aleggia addirittura dagli anni 70, ma mancavano studi su grossa scala per dipanare questo dubbio di interazione farmacologica. Gli esperti hanno confrontato la frequenza di gravidanze indesiderate in donne che usavano la pillola e che avevano assunto un ciclo di terapia antibiotica la frequenza di gravidanze indesiderate tra donne che avevano assunto altri farmaci oltre alla pillola contraccettiva. Per farlo hanno analizzato i dati delle 'Yellow Cards', un sistema di allerta a disposizione dei medici inglesi, dove vengono segnalati sospetti effetti avversi dei farmaci. Gli esperti hanno analizzato 74.623 'cartellini gialli' per gli antibiotici e 65.578 per altri tipi di farmaci. Sono state segnalate sei gravidanze indesiderate nei cartellini gialli per altri tipi di farmaci, equivalenti a 9 casi su 100.000 individui, contro 46 gravidanze indesiderate nei report sugli effetti indesiderati sospetti degli antibiotici, pari a 62 casi su 100.000.  Secondo gli esperti le donne che usano la pillola e che devono fare una cura di antibiotici dovrebbero adottare ulteriori precauzioni durante la terapia antibiotica.

Studio Beato Matteo Vigevano: l’eparina non funziona sugli obesi

(da DottNet)   Un livello particolarmente basso di antitrombina riscontrato nei pazienti obesi affetti da coronavirus spiegherebbe il fallimento della terapia con eparina somministrata per scongiurare la trombosi venosa e l'embolia polmonare, prime cause di mortalità legata all'infezione da Covid-19. Lo dice uno studio, pubblicato sulla rivista 'Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases', condotto da un team di ricercatori dell'Istituto Clinico Beato Matteo di Vigevano (Pavia) guidati dal dottor Carmine Gazzaruso - Responsabile delle Unità Operative di Diabetologia, Endocrinologia, Malattie Metaboliche e Vascolari - che ha visto coinvolti 49 pazienti ricoverati per Covid-19.   I ricercatori sono partiti da una prima evidenza: nonostante l'anticoagulazione, gestita principalmente con eparina, la mortalità per eventi tromboembolici rimaneva comunque alta. All'interno del campione sono stati, infatti, 16 i pazienti a non sopravvivere alla malattia e i ricercatori si sono quindi concentrati nell'individuazione di eventuali fattori comuni a tutti i soggetti, che potessero chiarire le motivazioni del fallimento della terapia.  Il primo elemento riscontrato nei 16 pazienti era il livello basso (inferiore a 80), rispetto alla normalità (valore compreso tra 80 e 100), di antitrombina (AT), una proteina che è necessaria per il funzionamento dell'eparina. Altro comune denominatore era il BMI (l'indice di massa corporea) superiore a 30, quindi un grado di obesità da lieve a severa, che si rivelerebbe pertanto un fattore prognostico negativo. Di qui l'evidenza che i soggetti obesi, che molti studi epidemiologici hanno identificato come i profili a più alto rischio di ricovero in terapia intensiva e di morte tra i malati di Covid-19, siano i più colpiti dalla carenza di antitrombina.  "I dati suggeriscono innanzitutto come l'AT sia fortemente associata alla mortalità nei pazienti affetti da Covid-19.  Inoltre, l'AT può essere ciò che lega l'obesità e la prognosi infausta nei pazienti con coronavirus" afferma Gazzaruso.

Nel diabete, la chiave è perdere peso, non importa come

(da Univadis)    Messaggi chiave    In pazienti con obesità e diabete di tipo 2, i benefici metabolici a seguito di un’operazione di bypass gastrico e quelli a seguito di una dieta ipocalorica sono simili e sono legati alla sola perdita di peso.  Dopo la perdita di peso, migliora la sensibilità all’insulina nel fegato e nei muscoli scheletrici, la glicemia nelle 24 ore, i profili insulinici e la funzione delle cellule beta, ma senza alcuna differenza significativa tra i due gruppi (chirurgia e dieta).

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