I rischi della telemedicina ai tempi del Covid. L’esperto: «Possibili sanzioni, problemi deontologici e richieste di risarcimento»

(da SanitàInformazione.it)    Sanzioni economiche, problemi deontologici e possibili richieste di risarcimento. Sono questi i rischi a cui va incontro il medico che utilizza strumenti di telemedicina non conformi al regolamento europeo sul trattamento dei dati personali. Da quando camici bianchi e pazienti sono stati “allontanati” gli uni dagli altri dal lockdown conseguente alla diffusione su larga scala del Covid-19, la medicina a distanza, fino ad ora una forma residuale dell’attività del professionista sanitario, è diventata la principale forma di consulto medico. Un’emergenza di questa portata, così improvvisa e imprevedibile, ha dunque costretto i medici a cambiare radicalmente il proprio modo di approcciarsi al lavoro. E i rischi conseguenti a questo repentino mutamento non sono pochi. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Ciro Galiano, dello studio legale “De Berardinis e Mozzi”

Avvocato Galiano, quali rischi corre, a causa di un uso non corretto della telemedicina, il paziente?    «A causa del Covid per i medici si è venuta a creare la necessità di implementare le possibilità di utilizzo dei canali telematici per prestare assistenza medica. Non si tratta ovviamente di una modalità di assistenza nuova, ma è chiaro che oggi parliamo di un elemento principale, fondamentale, e lo sarà ancora per diversi mesi. Il rischio per il paziente attiene all’eventuale mancata accortezza da parte del medico nell’utilizzo di strumenti idonei a garantire un livello adeguato di protezione dei dati personali. Il medico potrebbe non adottare tutte le accortezze necessarie, e i dati del paziente potrebbero essere persi oppure rubati da qualche altro soggetto, il cosiddetto terzo uomo. Si rischia dunque una condivisione illecita dei dati da parte di soggetti non identificati».

E presumibilmente malintenzionati…    «Si tratta di un rischio che attiene a tutti i trattamenti di dati, non solo quelli sanitari. Nello specifico, il medico è il titolare del trattamento dei dati personali dei suoi pazienti, e come tale deve ottemperare alle norme sulla protezione dei dati personali previste dal regolamento europeo n. 679 del 2016. Ora, è chiaro che il medico era abituato a ricevere il proprio paziente presso il suo ambulatorio, cosa che poi non ha più potuto fare. Penso soprattutto ai camici bianchi che gestiscono malattie croniche o situazioni di tipo psichiatrico, dove sono necessari controlli periodici. Per non lasciare da solo il paziente anche nel periodo di isolamento, il medico avrà fatto dei consulti telematici attraverso, magari, piattaforme di comunicazione che ormai conosciamo tutti e che in questo periodo si sono diffuse tantissimo. Immagino che molti medici, presi alla sprovvista da questa situazione, abbiano dovuto adeguarsi anche con mezzi un po’ più improvvisati e “casalinghi”, come il pc personale (che magari è condiviso da altri membri della famiglia), sistemi antivirus non aggiornati e piattaforme di messaggistica. È chiaro che, una volta passato il primo momento emergenziale, in cui è assolutamente comprensibile che ci sia stata una attuazione meno vigorosa delle normative sui dati personali, risulti opportuno che oggi, in una situazione più “strutturata”, il medico cominci a pensare al corretto adeguamento dei propri strumenti. Oltre questo, è necessario fornire una nuova informativa ai propri pazienti, informarli su come vengono utilizzati e trattati i dati attraverso questi strumenti informatici. Prima di farlo, però, sarebbe opportuno mapparli e verificare l’adeguamento di questi strumenti alle normative vigenti, al fine di garantire che i dati non vadano persi».

Cosa rischia il medico se non si adegua?   «Il medico potrebbe andare incontro ad un controllo da parte dell’autorità garante, magari su reclamo di un paziente, con successiva sanzione amministrativa di diverse migliaia di euro. Ma ci sono anche altri tipi di problemi: prima di tutto, la perdita e la diffusione dei dati, anche se solo per incuria e non per colpa, possono determinare una violazione degli obblighi deontologici del professionista, che rischierebbe di non essere in grado di mantenere il segreto professionale. Quindi vedo un rischio anche dal punto di vista deontologico nei confronti dell’ordine di appartenenza. In più c’è da considerare che la perdita o il non corretto trattamento dei dati del paziente fa sì che lo stesso subisca un danno e che questi possa chiedere, davanti ad un giudice ordinario, un risarcimento. Poniamo che vengano pubblicati tutti i dati dei pazienti di un determinato medico perché qualcuno è entrato in possesso del suo database. Ovviamente il singolo paziente potrebbe avviare un’azione di risarcimento danni. Si tratta di un ulteriore aspetto che non può essere sottovalutato».

Il tutto in un momento già di per sé non facile per la classe medica.    «Si tratta di una serie di problemi che vanno ad aggiungersi a quelli che i professionisti sanitari subiscono già da diverso tempo. Pensiamo, ad esempio, alle continue cause per malpractice. È un elemento di rischio in più che ancora non si vede con nettezza, ma che potrebbe fare molti danni».

Dal superlavoro all’ipotiroidismo, la teoria trova conferma

(da M.D.Digital)  L'ipotiroidismo era più di 2.5 volte più diffuso tra i soggetti adulti che lavoravano tra le 53 e le 83 ore settimanali rispetto a quelli che lavoravano dalle 36 alle 42 ore settimanali. Inoltre, coloro con orari di lavoro più lunghi avevano una  probabilità di ipotiroidismo più alta del 46% per ogni 10 ore aggiuntive di lavoro a settimana: è quanto emerge dai dati accettati per la presentazione al meeting annuale della Endocrine Society e pubblicati su Thyroid.  L'impatto negativo sulla salute dei lunghi orari di lavoro è ben confermato in relazione alle malattie cardiovascolari e ora si aggiungono  crescenti evidenze epidemiologiche di una associazione tra lunghi orari di lavoro ed effetti  negativi sulla salute mentale e metabolica, con conseguenze quali diabete mellito, obesità, sindrome metabolica, affaticamento e sintomi depressivi. L'ipotiroidismo è associato a molte altre malattie, tra cui la malattia cardiovascolare aterosclerotica, l'insufficienza cardiaca congestizia, il diabete mellito, l'obesità, la sindrome metabolica, l'affaticamento e la depressione, che hanno grandi sovrapposizioni con esiti di salute legati al superlavoro.

Gli autori di questo nuovo studio  hanno valutato i dati sull'orario di lavoro e sulla funzione tiroidea di 2.160 adulti (età media, 42.4 anni; fascia di età, 33-52.1 anni; 69.9% uomini) che lavoravano fra le 36 e le 83 ore a settimana e che non avevano una storia di malattia tiroidea. Sono stati considerati eutiroidei i soggetti con un livello sierico di Tsh compreso tra 0.62 mIU/L e 6.86 mIU/L e un livello di tiroxina libera compreso tra 0.89 ng/mL e 1.76 ng/mL.

La maggior parte della popolazione in studio è risultata eutiroidea (94.94%); lo 0.05% aveva ipotiroidismo manifesto, il 2.1% un ipotiroidismo subclinico, il 2.75% aveva ipertiroidismo subclinico e lo 0.16% un ipertiroidismo manifesto. La settimana lavorativa mediana era di 47.1 ore con il 15.4% della coorte che svolgeva attività a turni.  I lavoratori con ipotiroidismo hanno accumulato più ore settimanali rispetto ai lavoratori eutiroidei (p=0.032) e una percentuale maggiore di lavoratori con ipotiroidismo (64.8%) aveva  una settimana lavorativa più lunga di 48 ore rispetto ai lavoratori eutiroidei (43.2%) e a quelli con ipertiroidismo ( 52.4%; p=0.024). Nei soggetti ipotiroidei, il 3.6% lavorava tra le 53 e le 83 ore settimanali, mentre l'1.4% lavorava dalle 36 alle 42 ore settimanali. L'OR rettificato per l'ipotiroidismo e le ore di lavoro più lunghe è stato 1.46  per un aumento di 10 ore alla settimana.

(Young Ki Lee,et al. Long Work Hours Are Associated with Hypothyroidism: A Cross-Sectional Study with Population-Representative Data .  Thyroid 2020; https://doi.org/10.1089/thy.2019.0709)

REGIONE EMILIA ROMAGNA: PROROGA DELLE ESENZIONI TICKET

PROROGA DELLE ESENZIONI TICKET

La Regione Emilia Romagna ha prorogato la scadenza di alcune esenzioni. in particolare sono state prorogate al 31 ottobre 2020 le esenzioni dal pagamento ticket E02 (per disoccupazione) ed E99 (per i lavoratori colpiti dalla crisi) in scadenza il 30 giugno 2020. Resta sempre in carico al cittadino verificare se continuano a sussistere i requisiti che ne concedono il diritto. Al venir meno degli stessi, si ricorda che è comunque necessario procedere alla revoca dell’esenzione anche attraverso il FSE. Sono prorogate inoltre, di 210 giorni, tutte le esenzioni per patologia cronica e invalidante, malattia rara ed invalidità, in scadenza tra il 1° luglio 2020 e 31 gennaio 2021. Per ulteriori informazioni sulle esenzioni dal ticket, e sui tetti massimi di reddito, si può contattare il numero verde gratuito del Servizio sanitario regionale 800 033033 , dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 18; il sabato e i prefestivi dalle 8.30 alle 13.  

Per il 62% degli italiani servirà un supporto psicologico

(da DottNet)   Il 62% degli italiani pensa che avrà bisogno di un supporto psicologico per affrontare il ritorno alla normalità, dopo i due mesi di lockdown per l'emergenza pandemica da Covid-19. Tale necessità in chi vive in coppia è doppia rispetto a chi vive in famiglia, e anche i single esprimono un bisogno di supporto psicologico superiore del 12% rispetto a chi vive in famiglia. Questi alcuni dei dati di un'indagine sulla popolazione italiana condotta dall'Istituto Piepoli per il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi (CNOP).   Non solo la paura del contagio, dunque, ma anche le restrizioni e le preoccupazioni per il futuro. Ad oggi, 8 italiani su 10 ritengono che il ricorso allo psicologo possa aiutare a gestire questa fase 2 e vogliono che il sistema pubblico assicuri assistenza psicologica. Le donne e i giovani ritengono più degli uomini che serva uno psicologo per superare questo momento.  In particolare, ci sono dei luoghi "cardine" in cui la quasi totalità degli italiani richiede a gran voce la presenza di psicologi, e sono in particolare gli ospedali (90%), le strutture per anziani (87%), i servizi sociali (84%), in aiuto ai medici di famiglia e nell'assistenza domiciliare (79%), in aiuto agli studenti (73%), nei luoghi di lavoro (72%). Il 62% degli italiani pensa dunque che avrà bisogno di un supporto psicologico per affrontare la normalità.    Un numero molto elevato, considerando che nelle ricerche precedentemente svolte solo il 40% degli italiani dichiarava di essersi rivolto a uno psicologo per sé o per altri membri della propria famiglia. Tale necessità in chi vive in coppia è doppia rispetto a chi vive in famiglia, e anche i single esprimono un bisogno di psicologia superiore del 12% rispetto a chi vive in famiglia. È interessante rilevare che 7 italiani su 10 pensano che ci debbano essere anche delle strategie di prevenzione psicologica a livello collettivo, aspetto che in passato era ritenuto importante solo da 2 italiani su 10.   "A questa voce così forte che arriva dagli italiani, si è anche unito il Parlamento che con Ordini del Giorno di Camera e Senato, fatti propri dal Governo, ha auspicato un rafforzamento dell'assistenza psicologica", sottolinea il Presidente nazionale dell'Ordine Psicologi, David Lazzari. Tuttavia, aggiunge, "noi siamo molto preoccupati, perché a fronte di questo bisogno così chiaro, le risposte tardano ad arrivare. Ci sono state altre priorità ma ora è il momento. Gli Psicologi hanno messo in campo una straordinaria mobilitazione di solidarietà, il più recente esempio è il numero verde del Ministero della Salute, ma ora serve un programma pubblico coerente e coordinato".   Da qui alcune proposte tecniche precise al Governo: "attuare le richieste del Parlamento, attivare misure collettive mirate di prevenzione e promozione, dare alle fasce più a rischio ed economicamente fragili dei bonus per ricorrere agli interventi psicologici presso i liberi professionisti". Per ogni settimana che passa senza fare nulla, conclude Lazzari, "i problemi si aggravano, con ricadute sulla salute, sulla tenuta sociale e sui costi".