Medico cura te stesso: le linee guida dell’ACP per la valutazione dell’incapacità professionale

(da Univadis)    L’incapacità del medico di prendere in carico un paziente in modo sicuro ed efficace può dipendere da una malattia del medico stesso, ma la malattia di per sé non implica tale incapacità. Alla luce di questa dicotomia, e della necessità di garantire la sicurezza dei pazienti senza ledere i diritti del medico, e in primo luogo quello di esercitare la propria professione, l’American College of Physicians ha prodotto una linea guida per la riabilitazione e reintegrazione dei medici nella professione in caso di malattia.

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Welfare dei liberi professionisti, l’Enpam anticipa tempi e modi

(da Doctor33)  Puntare sulla maternità, sui mutui o sull'assistenza al "camice" anziano? Oggi scatta l'ora x, in Enpam la Consulta della quota B del Fondo di previdenza generale licenzia le nuove proposte per il welfare dei liberi professionisti, dentisti in testa. E il Consiglio d'Amministrazione della Fondazione che eroga la pensione e l'assistenza ai medici sarà subito dopo chiamato a deliberarle. Lo ha annunciato Giampiero Malagnino, vicepresidente Enpam, al 28° Congresso di Associazione Italiana Odontoiatri. «In caso di invalidità assoluta e temporanea oggi Enpam eroga con risorse previdenziali, non più assistenziali, all'iscritto l'80% dei suoi emolumenti annui tra il 31° giorno e il 730mo giorno di malattia: quasi due anni. Quindi - ha ricordato Malagnino alla manifestazione, a Riva del Garda-si sono liberate risorse che Enpam ha messo a disposizione del welfare dei liberi professionisti.

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Parti cesarei, numeri ancora molto elevati. Le cause? Organizzative e sociali

(da Doctor33)    Un ulteriore calo delle nascite e una percentuale di tagli cesarei ancora molto elevata: sono i due dati fondamentali del dettagliato rapporto del ministero della Salute sulle nascite in Italia, riferito al 2016. Queste ultime sono scese a 474.925 rispetto alle 486.451 dell'anno precedente, mentre il ricorso al cesareo avviene mediamente del 33,7% dei casi.   Il vicepresidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) Vito Trojano rimarca, tra le cause della frequenza eccessiva dei parti cesarei, il ritardo con cui si stanno chiudendo i piccoli punti nascita. «In questi ultimi anni - ricorda - come società scientifica e come gruppo ministeriale avevamo focalizzato l'attenzione sull'importanza dell'accorpamento di tutti i piccoli punti nascita al di sotto dei 1000 parti all'anno (soglia che poi avevamo ridimensionato a 800) con strutture più grandi, a meno che la territorialità sia talmente problematica da doverli lasciare; ma anche in questi casi garantendo le dovute sicurezze. Il tema era stato affrontato fin dal 2010 nel "Decreto Fazio" a cui avevamo collaborato. Nella mia Regione, la Puglia, questa trasformazione c'è stata, ma in tutto il Paese sono ancora rimasti tantissimi punti nascita in cui si fanno meno di 800 parti all'anno». L'esponente Sigo rileva che, proprio in queste strutture con meno parti, i tagli cesarei sono più frequenti, perché spesso l'équipe non è completa e non comprende tutte le figure professionali e la strumentazione necessarie per operare nella massima sicurezza.  «Se non ci mettiamo in regola a livello nazionale, i numeri dei tagli cesarei saranno sempre abbastanza alti», ribadisce Trojano, che punta il dito contro un'altra realtà critica, le case di cura accreditate, dove tale procedura avviene in circa il 50,9% dei casi contro il 31,7% degli ospedali pubblici: «in questi istituti, talvolta si fanno appena 100 o 150 parti all'anno, in una situazione di maggiore precarietà a livello assistenziale e quindi con numeri di cesarei maggiori». Tuttavia, il fenomeno trova anche spiegazioni di tipo sociale: «non dobbiamo dimenticare - dice Trojano - che oggi le gravidanze avvengono quando la madre ha un'età molto elevata, spesso le coppie concepiscono dopo i quarant'anni: abbiamo pochi figli e gravidanze difficili. In questo contesto, il cesareo può rappresentare una modalità di precauzione».

Regioni a confronto: più morti per infezioni ospedaliere che sulle strade

(da DottNet)    "Partiamo da un dato, impressionante nella sua portata: tra il 15 e il 30% delle infezioni del sito chirurgico che si manifestano a livello europeo si potrebbero prevenire. Mettendo a confronto questi dati con quelli della mortalità stradale, si scopre che i decessi causati da infezioni ospedaliere sono maggiormente impattanti rispetto ai primi". Parola di Riccardo Riccardi, vicepresidente con delega alla Salute del Friuli Venezia Giulia, prima regione a ospitare il 'Progetto Icarete' sul fenomeno delle infezioni contratte in corsia - fino a 700 mila casi ogni anno in Italia - che spesso si incrocia con l' emergenza dei batteri resistenti agli antibiotici, responsabili di circa 10 mila decessi l' anno solo nel nostro Paese dove i programmi di sorveglianza e controllo risultano a macchia di leopardo.

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