Il tempo di vestizione del personale sanitario va sempre retribuito. Ecco la sentenza

(da Doctor33)    Per un sanitario indossare e togliersi camice, mascherina etc fa parte dell'orario di lavoro e come tale va retribuito. Lo dice la sentenza 17635 della Cassazione che fa chiarezza a livello nazionale rispetto ad una serie di sentenze a livello locale. L'ultima di queste nelle Marche: qui, supportati da Cisl-Fp, 300 tra infermieri ed altri sanitari hanno ottenuto dal giudice del lavoro di Macerata una sentenza secondo cui il tempo che impiegano a vestirsi va conteggiato nell'orario di lavoro, 10 minuti in entrata e 10 in uscita per ogni turno svolto. La norma vale per gli infermieri che hanno un tempo di vestizione più lungo e se la ritrovano nel contratto del comparto, ma si pone per tutti i sanitari del comparto in tanto in quanto sono "in divisa". E i medici? Probabilmente non sono esclusi, ma dedurlo non è "spontaneo", perché il tema non è centrale né nel contratto della dirigenza né fin qui lo era nelle sentenze.

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Anelli (Fnomceo): “Prendersi cura della Terra per preservare la nostra salute. I medici non possono restare indifferenti”

Il 30 luglio è stato l’Earth Overshoot Day 2019, giorno in cui abbiamo finito tutte le risorse annuali della Terra e consumiamo più di quello che rigeneriamo. La terra lavora in perdita, dunque. Noi medici, nel riconoscere l’ambiente di vita e di lavoro quale determinante fondamentale della salute, individuale e collettiva, non possiamo rimanere indifferenti: prendersi cura della Terra significa preservare la nostra salute”. Così il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, è intervienuto in occasione dell’Earth Overshoot Day che, quest’anno, arriva con qualche giorno di anticipo rispetto al 2018: un trend che purtroppo si conferma negli ultimi anni e che vede l’Italia in testa alla classifica dei paesi ‘inadempienti’, con la data anticipata al 15 maggio scorso.  “L’Articolo 5 del nostro Codice di Deontologia Medica – continua Anelli – impegna il medico a favorire un utilizzo appropriato delle risorse naturali, per un ecosistema equilibrato e vivibile anche dalle future generazioni”  “Per questo rinnoviamo l’appello ai Governi perché investano su politiche di sostenibilità ambientale e riducano le emissioni di anidride carbonica e, in generale, di gas serra – conclude-. Come Fnomceo, abbiamo fatto un piccolo grande passo: gli uffici della Federazione sono sempre più plastic-free, per limitare gli effetti inquinanti dovuti smaltimento della plastica”.

Cambia il Pronto soccorso: nuovi codici e infermieri per urgenze minori

(da DottNet)   Codici numerici, da 1 a 5, ai quali le regioni potranno abbinare codici colore, e tempi 'certi' con un'attesa massima prevista di 8 ore. Cambiano le regole al Pronto soccorso (documento completo al LINK https://www.dottnet.it/file/96595/pronto-soccorso/), con tre obiettivi prioritari: evitare i ricoveri inappropriati, ridurre i tempi di attesa e aumentare la sicurezza delle dimissioni. Sono le principali novità contenute nelle 'Linee di indirizzo nazionali sul Triage Intraospedaliero, sull'Osservazione Breve Intensiva e lo sviluppo del Piano di gestione del sovraffollamento', messe a punto al ministero della Salute, che hanno ottenuto il via libera della Conferenza Stato-Regioni.  Nel nuovo sistema dunque, che dovrebbe entrare a regime entro 18 mesi, la selezione per gravità dei casi si baserà su cinque numeri e colori: 1 rosso, per l'Emergenza, intervento immediato; 2 arancione, per Urgenza, entro 15 minuti; 3 azzurro, per Urgenza differibile, intervento entro 60 minuti; 4 verde, per Urgenza minore, intervento entro 120 minuti; 5 bianco, per Non urgenza, con intervento entro 240 minuti. Altra novità è la creazione di un'area cosiddetta "see and treat": qui infermieri in possesso di una "formazione specifica" applicheranno protocolli standard per curare le urgenze minori, con l'obiettivo di ridurre ulteriormente il sovraffollamento nei Pronto soccorso. Prevista pure un'Area di osservazione breve e intensiva (Obi), per terapie a breve termine e la possibilità di approfondimenti diagnostici. In questo caso, l'obiettivo è ridurre i ricoveri inappropriati e aumentare la sicurezza delle dimissioni dal Pronto soccorso.   "Oggi sono molto contenta perché abbiamo portato a casa una serie di provvedimenti importantissimi. Dalle classificazioni d'urgenza nei pronto soccorso a tutta una serie di elementi per ridurre il sovraffollamento, come tempi certi di visita. Abbiamo portato a casa anche la ripartizione del fondo dei 400 milioni di euro per la riduzione dei tempi delle lista d'attesa e la digitalizzazione delle prenotazioni", ha commentato il ministro della Salute, Giulia Grillo, al termine della conferenza Stato-Regioni. Anche per Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, con l'accordo di oggi "si realizza un cambiamento importante. Qualcuno ha parlato di 'rivoluzione', ma credo si tratti semplicemente di una evoluzione basata su positive esperienze che si sono concretizzate in alcune Regioni".   Il nuovo sistema, inoltre, "allinea l'Italia agli standard della maggior parte degli altri Paesi", rileva Sergio Venturi, coordinatore vicario della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni.  Ma il nuovo sistema è accolto con non poche perplessità da Francesco Rocco Pugliese, presidente della Società italiana di medicina di emergenza urgenza (Simeu): "Non credo che ci sarà una riduzione dei tempi di attesa - afferma all'ANSA - perchè il vero problema è che nei Pronto soccorso italiani mancano all'appello 2.000 medici ed è il medico che deve visitare i pazienti. Con un numero così esiguo di medici è impossibile rispettare i tempi massimi di attesa previsti per l'accesso ai Pronto soccorso".  Ed ancora: "tecnicamente, il codice colore non penso possa essere comunque abbandonato, perche è più immediato sia per il cittadino sia per il medico". Altro problema centrale, evidenzia, "è che nei reparti ospedalieri mancano i posti letto, a causa dei tagli degli ultimi anni: è quindi impossibile che i pazienti, come prevedono le nuove regole, vengano smistati ai reparti per il ricovero, quando questo è necessario, entro un tempo massimo di 6-8 ore". Critico anche il Codacons, per cui "i nuovi codici sono una presa in giro per gli utenti e di sicuro non risolveranno i problemi".  Ci sono infatti situazioni, "specie nei nosocomi del sud Italia, dove il livello di assistenza è da terzo mondo - afferma il presidente Codacons Carlo Rienzi - con i cittadini abbandonati nei corridoi e nelle corsie perché la carenza di personale medico non consente di far fronte alle richieste. Le criticità dei Pronto soccorso italiani non si risolvono certo ricorrendo a nuovi codici per il triage, ma aumentando il numero di medici e infermieri"

OMS boccia le sigarette elettroniche, “indubbiamente dannose”

(da Fimmg.org e Ansa.it)    Le sigarette elettroniche con nicotina, le cosiddette e-cig, sono «indubbiamente dannose» e per questo vanno regolamentate. È la posizione espressa dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che, nel Rapporto 'Epidemia globale di tabacco 2019' appena pubblicato, mette in guardia dai rischi di tali prodotti «sebbene - precisa - lo specifico livello di rischio associato alle sigarette elettroniche non sia stato ancora stimato in modo conclusivo». Nel rapporto, nel quale si prendono in considerazione le sigarette elettroniche con rilascio di nicotina e non quelle senza nicotina, l'Oms afferma che «gli Stati membri che non hanno vietato le Ends (Electronic nicotine delivery systems)», ovvero le e-cig con nicotina, «dovrebbero considerare una loro regolamentazione come 'prodotti dannosì». Perplessità, tuttavia, sono espresse anche rispetto alle e-cig senza nicotina poiché, si legge nel Rapporto, «sottoposte a test, molte soluzioni di e-cig a 'nicotina zerò sono risultate invece contenere nicotina». L'Oms rileva inoltre come l'uso delle e-cig sia cresciuto notevolmente tra i giovani, tanto che in Usa il tasso di utilizzo in questa fascia d'età è passato dall'1,5% del 2011 al 20,8% del 2018. I giovani che utilizzano e-cig, avverte l'Oms, «sono esposti alla nicotina, che può avere effetti a lungo termine sul cervello in sviluppo, e c'è un rischio di dipendenza dalla nicotina stessa». Secondo l'organizzazione, inoltre, «ad oggi, il potenziale delle e-cig di giocare un ruolo in qualità di intervento per far cessare il consumo di tabacco nella popolazione, non è chiaro». Al contrario, rileva il Rapporto, le e-cig «hanno il potenziale di minare gli sforzi per il controllo del consumo di tabacco». La nicotina infatti «crea dipendenza e l'uso delle e-cig potrebbe spingere le persone, in particolare i giovani, ad intraprendere forme più dannose di consumo». I Paesi, afferma ancora l'Oms, dovrebbero quindi «vietare la pubblicità» delle e-cig e «l'aggiunta di aromi a tali prodotti per scoraggiarne l'uso tra i giovani». Ed ancora: «I Paesi dovrebbero considerare l'introduzione di misure per obbligare le aziende manifatturiere a rendere i prodotti non attrattivi per i giovani al fine di scoraggiarne l'utilizzo, come ad esempio confezioni bianche». E sempre per prevenire l'utilizzo delle e-cig tra i giovani, «tasse dovrebbero essere applicate a questi prodotti, in linea con gli standard nazionali». Netta la posizione nei confronti delle industrie del settore: «Utilizzando aromi e strategie di branding che si rivolgono ai giovani, le aziende coinvolte nella manifattura e nel marketing di e-cig stanno utilizzando tattiche per espandere la base dei loro consumatori con il pretesto di contribuire al lavoro di sanità pubblica». In generale, nonostante le misure messe in atto in vari Paesi contro il fumo da tabacco, avverte l'Oms, il numero dei fumatori scende a un ritmo decisamente basso e insufficiente a raggiungere tutti gli obiettivi. Per questo, è il monito, «sono necessarie più azioni contro questi prodotti mortali». Nel mondo, nel 2017, c'erano ancora 1,1 miliardi di utilizzatori del tabacco sopra i 15 anni, un numero, conclude l'Organizzazione mondiale della sanità, «caparbiamente alto».

Canone RAI nello studio ed in azienda

(da Odontoiatria33)    Come capita oramai da qualche anno, alcuni studi odontoiatrici ed aziende del settore hanno ricevuto in questi giorni una lettera della RAI che li invita al pagamento del “canone speciale alla televisione”.  Ma in quali casi di deve pagare?

Devono pagare il canone RAI Speciale (costo 407,35) "coloro che detengono uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radio televisive in esercizi pubblici, in locali aperti al pubblico o comunque fuori dell'ambito familiare, o che li impiegano a scopo di lucro diretto o indiretto".Obbligo che se per i dentisti con la televisione in sala d'attesa è certo, sembrerebbe anche esteso al laboratorio odontotecnico in cui è presente un televisore, anche se in laboratorio non è un locale aperto al pubblico.

Niente canone, invece, per studi e laboratori che utilizzano un computer collegato ad un monitor anche per vedere programmi televisivi utilizzando internet. E' invece dovuto se il computer è dotato di un sintonizzatore Tv oppure se si utilizza come monitor un televisore.

Secondo quanto precisato in una nota dal Ministero Sviluppo Economico (febbraio 2012) "solo apparecchi atti od adattabili a ricevere il segnale audio/video attraverso la piattaforma terrestre e/o satellitare sono assoggettabili a canone TV. Ne consegue che di per sé i computer, se consentono l'ascolto e/o la visione dei programmi radiotelevisivi via Internet e non attraverso la ricezione del segnale digitale terrestre o satellitare, non sono assoggettabili a canone".

questo LINK l’elenco degli apparecchi il cui uso è soggetto al pagamento del canone e quelli che invece non lo richiedono

Cassazione Civile Ord. n. 18883/19 – Medici ospedalieri – Licenziamento disciplinare

(da Univadis e Marcello Fontana - Ufficio Legislativo FNOMCeO)   Cassazione Civile Ord. n. 18883/19 –

La Corte di Cassazione ha affermato che è legittimo il licenziamento del medico che, essendo inserito nel turno di c.d. reperibilità, avrebbe dovuto recarsi senza ritardo in reparto e visitare il malato, proprio per accertare, personalmente e in ragione delle proprie competenze lo stato della situazione rappresentatagli e adottare tempestivamente le misure ritenute del caso. Considerando, quindi, la posizione del lavoratore nell’Azienda, il grado di affidamento delle mansioni affidategli anche in relazione alla specifica vicenda (capo equipe e dirigente dell’Unità Operativa di Urologia) e dunque facendo applicazione anche del principio di proporzionalità in relazione alla clausola generale della giusta causa, la Corte d’Appello, applicando correttamente i principi enunciati da questa Corte in materia, ha valutato la legittimità e congruità della sanzione inflitta prevista dalla contrattazione, tenendo conto di ogni aspetto concreto della vicenda, con accertamento dei fatti e successivo giudizio in ordine alla gravità e proporzione della sanzione espulsiva che, in quanto sorretta da adeguata e logica motivazione, si sottrae a censura. Il giudice di appello ha, quindi, affermato che costituisce violazione di tali specifici obblighi, e con essi dei più generali doveri di diligenza e buona fede, il comportamento di un medico che, dopo avere eseguito un delicato intervento chirurgico, ed in servizio di reperibilità (sia pure seconda reperibilità), avendo avuto contezza sin dalla h. 22,30 dell’esistenza di una gravissima sintomatologia che indicava l’esistenza di problemi post-operatori e, segnatamente, dell’esistenza di una consistente emorragia in corso (forte ipotensione, fuoriuscita di sangue dal drenaggio, continue trasfusioni e sinanche arresto respiratorio ed intubazione del paziente) ritardi di ben tre ore il proprio arrivo in ospedale. La Corte d’Appello assume la autonomia tra il procedimento penale concluso con l’assoluzione in relazione all’imputazione di omicidio colposo, e il procedimento disciplinare la cui contestazione non consisteva nell’aver cagionato la morte del paziente.

Sì delle Regioni al decreto della Salute con le regole per registrare le DAT nella banca dati nazionale

Parere favorevole delle Regioni al decreto del ministero della Salute in cui si indica che i dati contenuti nella banca dati nazionale sono utilizzati dal ministero della salute esclusivamente per le funzioni e i compiti amministrativi previsti dalla legge 219/2017 e che i soggetti legittimati trasmettono alla banca dati nazionale le informazioni sulle DAT attenendosi alle modalità individuate nel disciplinare tecnico allegato al decreto stesso  Leggi l'articolo completo al LINK

Bronchiolite: sebbene non servano, in molti Paesi ad alto reddito si continuano a usare farmaci

(da Univadis)   Messaggi chiave   Il 20% dei bambini ricoverati in pronto soccorso per bronchiolite nel 2013 in 8 diversi Paesi ad alto reddito è stato dimesso con la prescrizione di un farmaco, nonostante le linee guida lo sconsiglino per mancanza di prove di efficacia.  Nel Regno Unito e Irlanda si prescrivono meno farmaci in queste situazioni; in Spagna e Portogallo si fa quasi 10 volte più spesso.    In questi ultimi due Paesi non si usano steroidi, in genere poco utilizzati anche altrove; il salbutamolo, invece, arrivava a essere prescritto negli Stati Uniti in un caso su 3.  La prescrizione di farmaci non è risultata associata in maniera significativa al numero di successivi accessi o ricoveri.

Descrizione dello studio   Analisi secondaria dello studio di coorte retrospettivo multinazionale noto come Pediatric Emergency Research Networks.  Sono stati inclusi i bambini di età inferiore a 12 mesi dimessi con bronchiolite tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2013 da 38 pronto soccorsi in Australia e Nuova Zelanda, Canada, Spagna e Portogallo, Regno Unito e Irlanda, e Stati Uniti. L'outcome primario era la prescrizione di una qualche farmacoterapia alla dimissione. Gli esiti secondari erano successivi accessi al pronto soccorso o ricoveri per bronchiolite entro 21 giorni dalla dimissione.

Risultati principali   Su 1.566 bambini dimessi dal pronto soccorso nei diversi Paesi nel periodo considerato, a 317 (20%) sono stati prescritti farmaci per la bronchiolite.  Le prescrizioni di corticosteroidi erano rare, e variavano dallo 0% (0 su 68 bambini) in Spagna e Portogallo, al 6% (25 su 452) negli Stati Uniti.  Le prescrizioni di salbutamolo variavano dal 5% (22 su 432) nel Regno Unito e Irlanda, al 32% (146 su 452) negli Stati Uniti.  Rispetto a Regno Unito e Irlanda, la probabilità di prescrivere farmaci era più alta in Spagna e Portogallo (OR 9,22, IC95% 1,70–49,96), negli Stati Uniti (8,20, 2,79–24,11), Canada (5,17, 1,61–16,67) e Australia e Nuova Zelanda (1,21, 0,36–4,10).  Dopo aggiustamento, la prescrizione alla dimissione è stata associata a una maggiore età del bambino (per ogni mese in più OR 1,23, IC95% 1,16–1,30; P<0,0001), alla bassa saturazione di ossigeno (per ogni 1% di calo dal 100% OR 1,09, IC95% 1,01–1,18 P<0,031), alla presenza di retrazioni toraciche (OR 1,88, 1,26–2,79 P=0,0020), al network di ricerca pediatrica che ha raccolto i dati (P=0,00050) e al singolo Paese (P=0,00050).

Durante il follow-up, 303 (19%) bambini sono tornati al pronto soccorso, e di questi 129 (43%) sono stati ricoverati, ma l’aver ricevuto una farmacoterapia non è stata associata né ai successivi accessi (P= 0,55) né ai successivi ricoveri (P= 0,50).

Perché è importante   La bronchiolite è una delle principali cause di ospedalizzazione dei lattanti nei paesi ad alto reddito. Evitare la prescrizione di farmaci inutili limita costi e potenziali eventi avversi correlati, senza alimentare false aspettative nei genitori.

(Jamal A, Finkelstein Y, et al. Pharmacotherapy in bronchiolitis at discharge from emergency departments within the Pediatric Emergency Research Networks: a retrospective analysis. Lancet Child & Adolesc Health 2019; 3: 539-547. doi: 10.1016/S2352-4642(19)30193-2.)