Dalla SIMG un interessante documento sulla terapia domiciliare dei casi di Covid-19
Caro Collega Presidente OMCeO,
in seguito ad un percorso di revisione critica della letteratura la SIMG ha pubblicato alcune raccomandazioni per il trattamento domiciliare della sindrome da COVID-19. Trattandosi di materia in forte evoluzione il documento verrà periodicamente aggiornato.
Si tratta di un documento perseguito con determinazione anche per fornire ai colleghi dei riferimenti di rapida consultazione e la possibilità di approfondimento attraverso la bibliografia citata.
I ringraziamenti ai collaboratori sono in calce al documento.
Cordiali saluti
Luigi Galvano
Giunta esecutiva nazionale
SIMG
Covid-lungo, quando gli effetti della malattia si protraggono nel tempo
(da M.D.DigitalI) quadri clinici dell’infezione da SARS-CoV-2 sono estremamente variegati, compresi nello spettro che va dall’asintomaticità ai quadri clinici di estrema gravità che talvolta, ineluttabilmente, conducono all’exitus. In alcuni pazienti la regressione del quadro sintomatologico non è completa ed essi continuano a lamentare la persistenza di sintomi prolungati, condizione per la quale è stata inizialmente coniata la definizione di Covid-lungo e che ora viene con più precisione definita come sequele post-acute di infezione da SARS-CoV-2 (PASC). Non è chiara quale sia la percentuale di questi casi ma è certo che i sintomi più frequenti includono grave stanchezza, mancanza di respiro, anosmia e disgeusia persistenti e deterioramento cognitivo. Poiché i criteri diagnostici non sono stati ancora sviluppati, le stime di prevalenza sono estremamente varie: vanno infatti dal 13% all’87%.
Un gruppo di ricercatori dagli Stati Uniti ha recentemente studiato la prevalenza di PASC in un gruppo ben caratterizzato dei pazienti per dettagliare ciò che accade a seguito di un’infezione acuta SARS-CoV-2. SI tratta Del Michigan Covid19 Recovery Surveillance Studio (MI CreSS), che ha arruolato circa 600 pazienti con Covid-19 e PCR positiva, sintomi o ricovero. Oltre la metà dei soggetti era di sesso femminile, mentre quasi il 70% aveva un’età di 45 anni o più; quasi la metà erano bianchi non ispanici e poco più di un terzo erano neri. L’obesità è stata segnalata in oltre la metà dei casi, nel 43% i pazienti erano ipertensi, il 25% era diabetico, il 17% aveva asma e poco più di un decimo aveva malattie cardiovascolari. La malattia grave era segnalata nel 40% circa dei casi, oltre il 25% era invece aveva malattia malattia molto grave. Il 53% e il 35% dei pazienti presentava ancora sintomi, rispettivamente, a 30 e 60 giorni. La maggiore prevalenza di PASC è stata registrata nei pazienti anziani e quelli con malattia più grave. Nei soggetti pià giovani (18-34) le prevalenze di sintomi a distanza di 30 e 60 giorni erano rispettivamente del 35% e del 20%, rispettivamente dopo 30 e 60 giorni.
I sintomi che erano più spesso osservati sono stati la stanchezza (circa la metà dei casi) e le difficoltà respiratorie (44%). L’analisi ha evidenziato che età avanzata, etnia ispanica e basso reddito annuale reddito familiare sembravano essere associati a una maggiore prevalenza di PASC a 30 e 60 giorni. Dopo aggiustamento per fattori demografici, altre malattie e gravità del Covid, alcuni di questi apparenti fattori di rischio hanno perso il loro significato. SI sono confermati fattori di rischio il basso reddito familiare (rischio maggiore del 40% a 30 giorni) e la presenza di una malattia psicologica (che ha sancito una prevalenza superiore del 42% a 60 giorni). Il fattore di rischio più importante era la gravità della malattia: i pazienti con sintomi molto severi avevano 2,25 volte più probabilità di avere PASC a 30 giorni e 1.7 volte più probabilità di avere sintomi a 60 giorni, rispetto a quelli con sintomi lievi. Il ricovero ha conferito un aumento del rischio di circa il 40% a 30 e 60 giorni. Tra i pazienti non ospedalizzati, quelli con malattie cardiovascolari avevano a prevalenza maggiore del 54% di PASC a 30 giorni.
(Peluso MJ, et al. Rapid implementation of a cohort for the study of post-acute sequelae of SARS-CoV-2 infection/Covid-19. medRxiv, 2021.03.11.21252311; doi: https://doi.org/10.1101/2021.03.11.21252311; https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.03.11.21252311v1)
Vaccini, Anelli: sono requisiti per operatori sanitari
(da Ansa.it) La sentenza del Tribunale di Belluno, che ha dichiarato legittima la sospensione, da parte di una Rsa, di operatori sanitari che avevano rifiutato la vaccinazione anti-Covid, «si muove nel solco di altre precedenti sentenze, che hanno dichiarato inidonei alla funzione i professionisti che non si vaccinano. Quello vaccinale, infatti, per gli operatori sanitari che lavorano a contatto con i pazienti, non è, o perlomeno non è ancora, un obbligo vero e proprio ma un requisito per svolgere questa attività professionale». Lo afferma all’ANSA il presidente della Federazione nazionale dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli. «Se infatti, in carenza di una Legge specifica, nessun cittadino può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, la Legge 81, per la Sicurezza sul Lavoro, e la Legge 24/2017 per la sicurezza delle cure – spiega Anelli – impongono, in situazioni particolari, agli operatori sanitari di vaccinarsi. E questo, sia per la sicurezza dell’operatore sia per la tutela dell’utenza, in particolare dei soggetti più fragili». Per quanto riguarda la sentenza di Belluno, i ricorrenti non erano medici. Per i medici, sottolinea, «la vaccinazione è anche un dovere deontologico, in quanto hanno il dovere etico di tutelare se stessi e gli altri. I vaccini sono presidi fondamentali perché hanno salvato milioni di vite e debellato malattie pericolosissime. Sono uno strumento fondamentale che la scienza ci mette a disposizione e del quale i medici, come componenti della comunità scientifica, devono avvalersi». Un medico che, «in mancanza di controindicazioni, rifiuta il vaccino – conclude il presidente Fnomceo – è come un ingegnere che rifiuta di progettare un ponte perché non si fida dei calcoli matematici».
Il ruolo del Mmg è decisivo per ridurre l’impatto dell’infezione da Covid-19 nei pazienti fragili
(da M.D.Digital) Il medico di medicina generale (Mmg) che svolge un ruolo attivo nella gestione dei contatti con pazienti Covid è in grado di ridurre l’impatto dell’infezione sugli anziani e sui soggetti clinicamente più vulnerabili? Lo studio, pubblicato su ‘BMJ Open’: Strategy to reduce adverse health outcomes in subjects highly vulnerable to Covid-19: results from a population-based study in Northern Italy , con solidi dati statistici, risponde “sì” alla domanda. Si tratta di uno studio di coorte retrospettivo sulla popolazione residente in provincia di Milano e Lodi (127.735 arruolati), di età superiore ai 70 anni, con condizioni croniche specifiche. Attraverso un algoritmo predittivo per rischio di mortalità globale, basato sulle caratteristiche demografiche e cliniche, gli arruolati sono stati stratificati in classi di livello di rischio di morte per infezione da Covid-19.
I pazienti con aumentato rischio di morte erano 127.735; i 495.669 pazienti non ad alto rischio non sono stati inclusi nell’intervento. Il gruppo ad alto rischio è stato assegnato al Mmg per il triage telefonico e la consultazione. La coorte ad alto rischio è stata divisa in due gruppi in base all’intervento: non contattati vs contattati. Tra i soggetti ad alto rischio, 79.110 sono stati inclusi, ma non contattati dai loro Mmg, mentre 48.625 sono stati inclusi e contattati dai medici di medicina generale. Le differenze tra il gruppo di intervento del Mmg attivo e il gruppo non trattato sono sorprendenti e hanno confermato un sistema informativo funzionante, particolarmente necessario nelle ondate epidemiche future. I pazienti ad alto rischio contattati dai Mmg infatti hanno mostrato una riduzione del rischio del 50% di mortalità per Covid-19 e una riduzione del rischio del 70% di morbilità e ospedalizzazione per Covid-19 rispetto ai pazienti non contattati. (https://www.md-digital.it/site/files/pdf/8509.pdf)