Alzheimer: dormire poco potrebbe aumentare rischio demenza

(da AGI)   Oltre a far male al sistema cardiovascolare e a quello immunitario, dormire male per lunghi periodi di tempo potrebbe aumentare il rischio di sviluppare demenza. E’ quanto emerso in occasione di un incontro nell’ambito del Future of Health Summit del Milken Institute  a Washington. “I disturbi del sonno e l’insufficienza di sonno contribuiscono all’Alzheimer decenni prima che le persone sviluppino il disturbo”, spiega Ruth Benca, psichiatra dell’Università della California, Irvine. Il lavoro di Benca ha tracciato la relazione tra il sonno, in particolare il sonno profondo noto come Rem, e  lo sviluppo della demenza più avanti nella vita. Nel 2017, il suo team ha pubblicato uno studio in cui sono stati seguiti individui sani con una variante di un gene chiamato APOE che li espone a un rischio maggiore di sviluppare l’Alzheimer. Hanno così scoperto che gli individui che hanno riportato un sonno di qualità inferiore tendevano ad avere accumuli più grandi di proteine associate alla malattia di Alzheimer, chiamate amiloide e tau, nel liquido che circonda il cervello rispetto a quelli che hanno riferito di dormire bene.

Certificati idoneità al lavoro, ecco a chi spetta rilasciarli e qual è la procedura

(da Doctor33)  «Il nuovo datore di lavoro mi chiede un certificato medico di idoneità generica al lavoro e il mio medico di famiglia dice che non è lui a dovermelo rilasciare. Sono tra due fuochi. Come faccio?» Sul social o nei blog ogni tanto la domanda arriva. Non tutti i datori sanno che dal 2013 l’Asl non rilascia più il certificato di idoneità generica al lavoro. Né lo sanno tutti i medici di famiglia. Molti di essi continuano a compilare vecchi prestampati o a scrivere su carta intestata che l’assistito “non presenta patologie”. In Abruzzo il Tribunale dei Diritti e Doveri del Medico all’ennesima richiesta delle Poste di un certificato di idoneità generica al lavoro rilasciato dal medico curante e registrato presso l’Asl, propedeutico all’assunzione di un portalettere, ha preso l’iniziativa. Il medico legale dottor Florindo Lalla ha scritto alla Direzione Generale Risorse Umane regionale ricordando che il certificato spetta al medico competente attivato dal datore di lavoro per la sorveglianza sanitaria. Infatti almeno due leggi hanno abolito gli anni scorsi il certificato in questione: il testo unico sul lavoro, legge 81/2008, che ha abolito il concetto di “idoneitaÌ generica al lavoro” ed introdotto quello di “idoneità alla mansione specifica” il cui rischio lavorativo e valutazione spettante al Datore di lavoro e il certificato di idoneità è appannaggio esclusivo del Medico competente aziendale; e la legge 98 del 2013 che all’articolo 42 nel settore pubblico «ha tolto alle Usl/Asl la competenza per quei certificati di “idoneità lavorativa generica” assimilabili al “Certificato di sana e robusta costituzione” prima di allora richiesto dalla quasi totalità degli Enti pubblici per le assunzioni nel settore».
«Il fatto è che molti enti pubblici starebbero continuando a chiedere il certificato di idoneità generica al lavoratore come se le nuove norme fossero disconosciute – dice il responsabile del Tribunale dei Diritti del Medico in Abruzzo Walter Palumbo – e per le Poste in particolare non è la prima volta». «Il lavoratore malcapitato va dal medico curante e quest’ultimo a sua volta non sempre conosce la novità, o comunque nel dubbio gli scrive il certificato e glielo fa pagare perché prestazione di libera professione. Altresì -continua Palumbo- è anche possibile che non glielo faccia pagare. In ogni caso, il lavoratore avrebbe diritto a visita e certificato a carico del datore di lavoro pubblico, e a non pagare la prestazione». In particolare, l’articolo 42 della legge 98 sui dipendenti pubblici abolisce i certificati di sana e robusta costituzione per le assunzioni di addetti a lavorazioni non a rischio, i certificati comprovanti la sana costituzione fisica per i farmacisti, quelli di idoneitaÌ psico-fisica all’attività di maestro di sci… e poi abolisce il certificato di idoneità fisica per l’assunzione nel pubblico impiego e per i concorsi pubblici. In altre parole, qualunque ente pubblico (e privato) deve dotarsi di un proprio medico competente aziendale che, all’assunzione del lavoratore, «ne verifichi le condizioni di salute e ne certifichi l’idoneità alla mansione specifica». I certificati richiesti al medico convenzionato con il Ssn, come spiega Lalla nella sua lettera alle Poste, «non hanno nessun valore legale perché afferenti al lavoro generico, non più medicalmente tutelato, ed emessi da Strutture pubbliche (le Asl) cui è stata tolta la potestà certificativa o dal Medico curante cui non è mai stata data dal Legislatore». «Ora sarebbe interessante capire se la medicina di famiglia è informata di questi cambiamenti», dice Palumbo. «Come TDME abbiamo lanciato il tema sui siti legali medici. Sulle certificazioni nulla va dato per scontato ma bisogna tenersi aggiornati».

Cure termali: nuovo accordo per l’erogazione delle prestazioni con maggiori risparmi, più controlli e innalzamento della qualità

Via libera in Stato-Regioni all’accordo 2019-2021. Tra le prevsioni, la revisione dei Lea relativi alle cure termali, tariffe senza aumenti, ricerca scientifica, clicli ulteriori di cure per le categorie protette, ricette dematerializzate e la nascita della figura dell’operatore termale.  Leggi l’articolo completo al LINK

http://www.quotidianosanita.it/regioni-e-asl/articolo.php?articolo_id=77944&fr=n

Stile di vita, fattori sociali e rischio di emicrania

(da M.D. Digital)  La scarsa attività fisica è un fattore di rischio legato allo stile di vita, potenzialmente modificabile, che potrebbe influenzare il tasso di emicrania sia negli uomini che nelle donne. A sostenerlo uno studio pubblicato su Headache. Inoltre, lo studio ha rilevato che l’orientamento sessuale e lo stato sociale percepito potrebbero influire sulla prevalenza del disturbo.  Per la realizzazione della ricerca sono stati raccolti i dati al basale del Canadian Longitudinal Study on Aging, che riguardavano 22.176 donne e 21.549 uomini. I pazienti inclusi nell’analisi avevano un’età compresa fra 45 e 85 anni e riportavano una diagnosi di emicrania.  Per gli uomini e le donne, la prevalenza pesata di emicrania è stata 7.5% e 19.6% rispettivamente. Nelle donne, la percezione di un più elevato stato sociale è risultata correlata a un tasso di emicrania inferiore del 3%. Rispetto agli uomini eterosessuali, gli uomini che si identificavano come gay o bisessuali riportavano un tasso di emicrania superiore del 50%. Anche l’attività fisica è risultata in qualche modo influire sul tasso di emicrania: per le donne che camminavano in media fra 30 minuti e un’ora al giorno si registrava un tasso di emicrania ridotto del 13%. Un minore tasso di emicranie nelle donne è inoltre associato alla partecipazione ad attività sportive leggere per meno di 30 minuti (OR, 0.86; p =0.048) e per un tempo compreso fra 1 e 2 ore (OR, 0.85; p = 0.018), come anche la partecipazione a sport intensi da 30 minuti a un’ora (OR, 0.79) e tra 1 e 2 ore (OR, 0.82; p = 0.001). Più alti tassi di emicrania sono invece stati rilevati negli uomini che si dedicavano a passeggiate quotidiane nel tempo libero fino a 30 minuti (OR, 1.21; p = 0.042), tra 2 e 4 ore (OR, 1.42; p = 0.005) e per almeno 4 ore (OR, 1.65; p = 0.004).

(Hammond NG, Stinchcombe A. Health behaviors and social determinants of migraine in a Canadian population-based sample of adults aged 45-85 years: findings from the CLSA Headache 2019; doi:10.1111/head.13610 )

E’ necessario un nuovo vaccino ?

(testo a cura del Dott. Giovanni Colaneri, Medico di MG in Brianza)   L’unico vaccino di cui ha veramente bisogno l’Italia è quello contro una famigerata famiglia di virus: i Pontoviridae.  Oggi è straordinariamente attivo il pontovirus3110 . La particolarità di questi virus è quella di essere calendarotropi. Proliferano infatti in prossimità di feste e ponti. Sono molto più aggressivi dei weekendovirus con il quale condividono comunque alcuni aspetti clinici e antigeni di superficie. Rispondono in modo eccezionale alla Tachipirina, consigliata telefonicamente. Infatti alla visita medica domiciliare nessuno dei pazienti ha i 39 di febbre paventati al telefono

Gli allergologi: “Occhio alle spezie e alle reazioni crociate con i cibi”

(da http://www.nutrientiesupplementi.it)   Il pepe rosa può causare reazioni in chi è allergico agli anacardi. Il pepe Sichuan, che si ottiene da una pianta del genere Zanthoxylum, ha, invece, una “parentela” con gli agrumi e può scatenare allergia in chi ha problemi con arance, mandarini o limoni. E cosa succede con il curry? Una delle sue più comuni componenti, il fieno greco, è un elemento pericoloso per chi è allergico alle arachidi.  Sono solo alcuni esempi del potenziale allergenico delle spezie, tra gli argomenti principali di discussione del Congresso nazionale Aaiito (Associazione allergologi e immunologi italiani territoriali e ospedalieri) appena conclusosi a Milano.  “Gli allergologi americani hanno recentemente stimato che le allergie alle spezie colpiscano il 2-3% degli adulti e fino all’8% dei bambini con meno di sei anni, considerando quindi l’allergia alle spezie come la responsabile di circa il 2% di tutte le allergie alimentari”, sottolinea Valerio Pravettoni, allergologo presso l’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. “Altro dato interessante è che le più esposte a questo tipo di allergie sono le donne perché di solito utilizzano, con maggiore frequenza rispetto agli uomini, prodotti per la cosmesi e per la cura del corpo, dove spesso si nascondono le spezie. In Italia per fortuna la situazione non è esattamente uguale a quella degli Stati Uniti, ma le tendenze alimentari e l’omologazione degli stili di vita nel mondo occidentale, ci stanno rapidamente portando in quella direzione. Diagnosticare un’allergia alle spezie infatti non è sempre semplice, perché anche noi siamo portati sempre più a consumare cibi lavorati o industriali, in cui la presenza delle spezie non sempre è evidente e dichiarata.”     Ma quante sono le spezie? Esiste una classificazione abbastanza dibattuta, messa a punto dagli esperti americani che tendenzialmente include nella categoria “spezie” non solo quelle classiche e universalmente conosciute come pepe, cannella e peperoncino, ma anche tutti quei sapori che sulle tavole degli italiani sono di uso assolutamente comune, come il basilico, l’aglio, il rosmarino o il sedano. Cercando di restringere il campo alle sole spezie che vengono macinate e setacciate per ottenere in genere la consistenza di una polvere, l’International organization for standardization (Iso) ne conta 109 tipi diversi, delle quali circa la metà è prodotta e lavorata in India.  Le proteine allergeniche contenute nelle spezie sono riconducibili a quattro grosse categorie: Pr10, Profilline, Storage Protein ed Ltp. La presenza di queste molecole, quindi, costituisce una mappa per determinare quali allergeni sono presenti nelle diverse spezie e per districarsi nel complesso settore delle allergie crociate.  Pepe vero, pepe finto e il “caso curry”  Tra le spezie più famose c’è certamente il pepe. Quello che usiamo oggi, specificano gli allergologi, ha diversi livelli di maturazione: pepe verde, pepe bianco, pepe nero. Pochi però sanno che altre varietà come il pepe rosa e il pepe di Sichuan in realtà non sono pepe ma appartengono ad altre famiglie botaniche e possono dare avvio ad allergie crociate. Il pepe rosa si ricava da una specie diversa, Schinus molle, pianta sudamericana della famiglia delle Anacardiacee: può quindi causare reazioni in chi è allergico agli anacardi. Il pepe Sichuan, invece, si ottiene da una pianta del genere Zanthoxylum. Oltre al sapore pungente ha una “parentela” con gli agrumi e potenzialmente può essere allergenico per chi ha problemi con arance, mandarini o limoni. Le miscele di spezie composite, infine, sono le più ostiche per l’allergologo, perché è più difficile risalire a tutti i potenziali elementi allergenici. Se si pensa al curry, per esempio, pochi sanno che una delle sue più comuni componenti, il fieno greco, è un elemento potenzialmente pericoloso per chi è allergico alle arachidi, perché appartiene alla stessa famiglia delle Fabaceae.

“Nessun medico dovrebbe mai essere forzato a prender parte a procedure di eutanasia o suicidio assistito”.

La risoluzione della World Medical Association. L’Associazione che rappresenta i medici di 112 Paesi prende posizione sul fine vita: “Il medico che rispetta il diritto fondamentale del paziente di rifiutare trattamenti medici, non agisce contro deontologia nel non mettere in atto o nell’interrompere tali trattamenti indesiderati al paziente, anche se tale atto esita nel decesso”.  Leggi l’articolo completo al LINK

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