Le visite fiscali diventano digitali: l’Inps cambia le modalità
(da DottNet) La sentenza della Cassazione (http://www.dottnet.it/file/93686/sentenza-privacy/) che lo scorso 31 gennaio 2018 ha rigettato la richiesta di un dipendente per il risarcimento per danni morali contro il medico fiscale che l'ha visitato e che avrebbe annotato nel verbale di visita, consegnato al datore di lavoro, la prenotazione per un accertamento clinico dallo psichiatra, ha avuto un seguito. Dal prossimo aprile le visite fiscali saranno digitali, proprio per garantire la riservatezza del paziente. La decisione della Corte ha di fatto assolto il medico che aveva visitato l'uomo, ritenendo tuttavia responsabile il datore di lavoro che ha diffuso la notizia nonostante fosse un dato sensibile e quindi soggetto alla legge sulla privacy. Il medico, però, non è uscito del tutto indenne dalla vicenda poiché la Corte di Cassazione ha comunque considerato deplorevole il comportamento del medico Asle ha richiesto all'Inps di modificare la procedura affinché si evitino tali episodi che vanno a discapito della riservatezza dei dipendenti soggetti a visita fiscale. Dunque l'Ente di previdenza ha modificato le procedure introducendo, come detto, la digitalizzazione del controllo. L'Inps ha deciso di fornire ai medici legali un tablet con firma digitale che andrà a sostituire il vecchio netbook o la cartellina medica. Già dai prossimi mesi, quindi, il verbale della visita non sarà più cartaceo ma esclusivamente telematico e potrà essere visionato dal dipendente sul sito dell’Inps. Al paziente sarà comunque data una ricevuta per la visita effettuata, nella quale si potranno leggere solo i dati anagrafici, la prognosi e l’indicazione dell’esito, positivo o negativo e i giorni effettivi che ha concesso il medico. Stessa ricevuta verrà data al datore di lavoro e non ci sarà scritta né la diagnosi, né che tipo di terapia è stata consigliata, né se ci sono o meno ulteriori accertamenti clinici da fare.
Il vaccino anti influenzale in gravidanza protegge anche il neonato
(da Quotidiano Sanità e Reuters Health) La probabilità di contrarre l'influenza o la pertosse sarebbe ridotta tra i bambini nati da madri che si sono vaccinate in gravidanza e non ci sarebbero rischi di sicurezza nel neonato a seguito dell'immunizzazione. A rimarcarlo è stato uno studio coordinato da Lakshami Sukumaran, dei Cdc americani di Atlanta, e pubblicato su 'Pediatrics'. La premessa - Sia l'influenza che la pertosse sono altamente contagiose e i neonati, troppo piccoli per essere vaccinati, quando si ammalano spesso devono essere ricoverati in ospedale per gravi complicanze come la polmonite. Lo studio - I ricercatori hanno esaminato i dati realativi a 413.034 bambini nati tra il 2004 e il 2014, di cui 25.222 ricoverati e 157 morti entro i primi sei mesi di vita. Tra i bambini ricoverati, 4.644, pari al 18%, avevano problemi respiratori, il 2% aveva l'influenza e il 3% aveva la pertosse. Dall'analisi delle informazioni a loro disposizione, i ricercatori hanno così evidenziato che i neonati ricoverati con problemi respiratori avrebbero avuto il 21% in meno di probabilità di avere una madre che si era sottoposta a vaccinazione contro la pertosse in gravidanza, rispetto ai neonati che non erano stati ricoverati. Inoltre, 14 morti, pari al 9%, sarebbero state riconducibili a problemi respiratori, ma nessuna sarebbe stata provocata da influenza o pertosse. La più comune causa di morte sarebbe stata sconosciuta, come la sindrome da morte improvvisa, o per problemi che si sono sviluppati durante la gravidanza o entro una settimana dalla nascita. “Abbiamo condotto questo studio perché le donne in gravidanza sono particolarmente preoccupate di come qualsiasi esposizione a molecole in un periodo così delicato potrebbe avere un impatto negativo sui loro bambini - spiega Sukumaran - Volevamo fornire rassicurazioni sul fatto che questi vaccini, raccomandati per tutte le donne in gravidanza, non creano rischi per il neonato”
Corso FAD gratuito sui Marcatori Tumorali disponibile sulla piattaforma FadInMed
La FNOMCeO, con comunicazione ufficiale N.20, avvisa tutti i medici e gli odontoiatri che è disponibile un corso FAD gratuito sui Marcatori Tumorali, che permette di conseguire 10 crediti ECM, sulla piattaforma www.fadinmed.it
Leggi il comunicato al Link
Infezioni respiratorie nei bambini: meglio gli antibiotici a spettro meno ampio
(da Fimmg.org) Nelle infezioni respiratorie comuni dei bambini, sembra migliore un approccio più selettivo. I ricercatori che hanno studiato il trattamento in 30.000 bambini con mal d'orecchio, mal di gola e altre infezioni respiratorie comuni, hanno scoperto che gli antibiotici a spettro ristretto, che agiscono contro una gamma minore di batteri, hanno meno effetti avversi rispetto agli antibiotici ad ampio spettro. Se valutati dal punto di vista pratico e clinico, gli antibiotici a spettro ristretto hanno un’efficacia identica o addirittura migliore rispetto a quelli ad ampio spettro, con minori interruzioni di trattamento. Lo studio riflette un approccio alla "gestione antimicrobica", che guida gli operatori sanitari a prescrivere l'antibiotico più appropriato per il tipo specifico d’infezione del paziente, con l'obiettivo di migliorare i risultati individuali e ridurre il rischio complessivo di resistenza agli antibiotici stessi. "Molti bambini ricevono inutilmente antibiotici ad ampio spettro per infezioni comuni, che possono portare a resistenza e allo sviluppo di effetti collaterali", dice Jeffrey Gerber, Associate Director for Inpatient Research Activities, Center for Pediatric Clinical Effectiveness, Children's Hospital of Philadelphia (CHOP). "Questo studio ha dimostrato che una prescrizione inappropriata di antibiotici pesa anche sulle famiglie, per l’aumento delle assenze da scuola e lavoro, per gli effetti collaterali e i costi per l'assistenza extra per i bambini". I ricercatori hanno condotto due studi su 31 practices di assistenza primaria pediatrica in Pennsylvania e New Jersey, tra gennaio 2015 e aprile 2016. Hanno estrapolato i dati dalle cartelle cliniche elettroniche di neonati e bambini fino a 12 anni con infezione acuta del tratto respiratorio (acute respiratory tract infection - ARTI) e prescritto un antibiotico orale. Sui circa 30.000 pazienti, il 14% ha ricevuto farmaci ad ampio spettro e l'86% ha ricevuto farmaci a spettro ristretto. Le ARTI, che rappresentano la maggior parte dei trattamenti antibiotici pediatrici, comprendevano otite media acuta, faringite streptococcica di gruppo A e sinusite. Oltre a valutare i risultati clinici retrospettivi sui 30.000 bambini, i ricercatori hanno studiato una coorte prospettica di 2.472 bambini, intervistando telefonicamente i caregiver per misurare i parametri che i genitori avevano identificato come criticità: effetti collaterali, costi aggiuntivi per la cura dei figli, sintomi persistenti e mancati giorni di scuola. E’ stato riscontrato un rischio significativamente più elevato di eventi avversi per gli antibiotici ad ampio spettro rispetto agli antibiotici a spettro ristretto (3,7% vs 2,7% come documentato dai medici e 35,6% vs 25,1%, come riportato da pazienti e famiglie). I tassi di fallimento del trattamento non erano molto differenti in entrambi i tipi di antibiotici. "La ricerca ci dice che i programmi di stewardship sugli antibiotici non solo riducono l'onere complessivo della resistenza, ma migliorano anche i risultati sui pazienti, con una diminuzione dei costi sociali e assicurativi", conclude Gerber.
(Jeffrey S. Gerber et al. JAMA, 2017; 318 (23): 2325.)
Medicina legale, nascerà un albo dei CTU odontoiatrici
(da Odontoiatria33) In vista della predisposizione del protocollo d’intesa tra Consiglio Superiore della Magistratura, Consiglio Nazionale Forense, Federazione Nazionale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri per l’armonizzazione dei criteri e delle procedure di formazione degli albi dei periti e dei consulenti tecnici (ex art. 15, l. 8 marzo 2017, n. 24), i componenti della CAO Nazionale hanno portato in Comitato Centrale la proposta di integrazione al testo predisposto prevedendo la “categoria” degli odontoiatri oltre ai medici chirurghi. Al progetto ha collaborato anche il presidente della CAO L’Aquila Luigi Di Fabio. “Riteniamo –spiega ad Odontoiatria33 Diego Paschina, membro della CAO Nazionale- che in fase di riordino degli albi dei periti e consulenti sia indispensabile prevedere, accanto alla figura del medico chirurgo, anche quella dell’odontoiatra come categoria separata, alla quale potrà accedere soltanto l’iscritto all’albo professionale degli odontoiatri. Una richiesta che non solo serve per rispettare quanto prevede la legge ma anche per la dignità di una professione oramai distinta da quella del medico chirurgo, ma soprattutto per dare più garanzie al cittadino ed al professionista”. La richiesta della CAO Nazionale è quella di creare un albo di periti e CTU appositamente istituito per gli odontoiatri al quale possano iscriversi solo gli iscritti all’Albo che abbiano le competenze identificate per legge. “I casi di perizia o consulenza tecnica attinenti l’area odontoiatrica -continua il dott. Paschina- richiedono anzitutto un'attività diagnostica e valutazioni forensi specifiche (visita odontoiatrica e diagnosi odontoiatrica, valutazioni in ordine alla possibile malpractice, diagnosi specifiche sia anatomiche che su documenti radiografici etc.) che non possono che essere riservati esclusivamente al medico ma deve essere affidato ad un CTU Odontoaitra”. La proposta della CAO è stata approvata dal Comitato Centrale all’unanimità e verrà integrata nel protocollo d’intesa che sarà aggiornato.
L’infezione da virus influenzali aumenta il rischio di infarto miocardico
(da Cardiolink) Le infezioni dell’apparato respiratorio rappresentano un possibile trigger di eventi cardiovascolari, in particolare di infarto miocardico acuto (IMA). Alcuni studi sembrano indicare un’associazione tra il virus influenzale e l’IMA, ma molti di questi presentano possibili bias correlati al disegno di studio e alle metodiche non specifiche di diagnosi dell’infezione. Dal momento che gli eventi correlati al virus influenzale sono potenzialmente prevenibili mediante la vaccinazione, evidenze più forti in merito alla correlazione tra influenza ed eventi cardiovascolari potrebbero indurre ad implementare la copertura vaccinale, estendendola anche ai soggetti ad elevato rischio cardiovascolare. Questo studio ha analizzato l’associazione tra ospedalizzazione per IMA e infezione da virus influenzale, confermata da analisi di laboratorio su liquidi biologici respiratori. I primi 7 giorni successivi al prelievo del campione sono stati definiti come “intervallo temporale di rischio”, confrontato con un “intervallo temporale di controllo”, rappresentato dall’anno precedente e successivo all’intervallo di rischio. Sono stati registrati 364 ricoveri per IMA durante l’anno precedente e successivo il riscontro di test positivi per infezione da virus influenzale (periodo 2009-2014); di questi, 20 (20 ricoveri/settimana) si sono verificati durante l’”intervallo di rischio” e 344 (3.3/settimana) durante l’intervallo di controllo. Il rapporto di incidenza del ricovero per IMA durante l’intervallo di rischio rispetto all’intervallo di controllo era pari a 6.05 (95% CI 3.86-9.5), mentre non è stato osservato un aumento dell’incidenza di IMA dopo il 7° giorno dalla diagnosi di infezione. I rapporti di incidenza di IMA entro 7 giorni dal rilievo del virus erano pari rispettivamente a 10.11 (95% CI 4.37-23.38) per il virus influenzale B, 5.17 (95% CI 3.02-8.84) per il virus A, 3.51 (95% CI 1.11-11.12) per il virus respiratorio sinciziale e 2.77 (95% CI 1.23-6.24) in caso di riscontro di altri virus respiratori.Pertanto, questo studio conferma la presenza di un’associazione significativa tra IMA e infezioni respiratorie, soprattutto da virus influenzali, probabilmente dovuta all’attivazione piastrinica e alla disfunzione endoteliale correlate allo stato infettivo. In accordo con precedenti studi, che dimostrano che la vaccinazione anti-influenzale riduce gli eventi e la mortalità cardiovascolare, questi dati sono a supporto delle linee guida internazionali che raccomandano la copertura vaccinale nei soggetti ultrasessantacinquenni con lo scopo di proteggere anche dagli eventi coronarici, oltre che respiratori.
(Fonte: Kwong JC et al. N Engl J Med. 2018 Jan 25;378(4):345-353. doi: 10.1056/NEJMoa1702090.)
Accordo Adepp-Inps. Via libera al cumulo per i professionisti
L’Inps ha annunciato che entro una decina di giorni metterà a disposizione delle Casse previdenziali dei professionisti la procedura informatica che consentirà di cominciare ad evadere le domande di cumulo inviate dagli iscritti. A garantirlo è stato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, nel corso di una conferenza stampa convocata insieme al presidente dell’Enpam e dell’Adepp Alberto Oliveti per presentare la convenzione quadro che disciplina le modalità per liquidare le pensioni in cumulo. A questo punto possono essere siglati gli accordi tra l’Inps e le singole Casse, che renderanno finalmente operativa la possibilità di cumulare i flussi contributivi delle diverse gestioni. Leggi l'articolo completo al LINK
Crediti ECM. Ecco come verificare quanti raccolti, come eventualmente spostare quelli in eccesso per il prossimo triennio
Direttore sanitario unico, ma chi controlla e quali sono le sanzioni ed il ruolo dell’Ordine?
(da Odontoiatria33) Dal 29 agosto sono in vigore le norme contenute nella Legge sulla Concorrenza, tra queste l'obbligo per le società operanti come attività odontoiatrica di nominare un direttore sanitario unico iscritto all'Albo degli odontoiatri. Nel caso di strutture sanitarie polispecialistiche, presso le quali è presente anche un ambulatorio odontoiatrico -specifica la legge- "ove il direttore sanitario della struttura non abbia i requisiti richiesti per l'esercizio dell'attività odontoiatrica (iscrizione Albo odontoiatri), dovrà essere nominato un direttore sanitario responsabile per i servizi odontoiatrici iscritto all'Albo degli odontoiatri". La mancata osservanza della norma comporterà "la sospensione delle attività della struttura", un successivo decreto che doveva essere emanato entro novanta giorni dall'entrata in vigore della legge (29 agosto) avrebbe dovuto definire le modalità di applicazione della sanzione, per esempio per quanti giorni deve rimanere chiusa la struttura. Ma il problema non è tanto nel fatto che manchino le modalità di applicazione della sanzione, comunque già oggi se viene "scoperto" che il direttore sanitario opera in più strutture scatta la sospensione dell'autorizzazione. Molto probabilmente, dopo aver dimostrato di essersi messa in regola, la struttura odontoiatrica può riaprire. Il problema è come venga verificata l'applicabilità della norma. Le strutture odontoiatriche presenti sul territorio italiano (circa 5mila come aveva rilevato una inchiesta di Odontoaitria33) sono in regola? Abbiamo verificato dai siti ufficiali delle principali catene presenti sul territorio italiano: DentalPro, Caredent, Vitaldent. Se sui siti dei primi due marchi, per ogni clinica presente sul territorio italiano, vengono indicati i nomi dei direttori sanitari (tutti diversi), per Vitaldent non è possibile conoscere le caratteriste delle singole strutture. E la cosa si complica se si cerca indistintamente la parole "cliniche dentali", molti dei siti evidenziati da Google non indicano il nome del direttore sanitario. Poi chi controlla, chi verifica che il tale iscritto all'Albo non abbia assunto più di una direzione sanitaria (magari all'insaputa della struttura che lo ha nominato), quale ruolo ha l'Ordine? L'articolo 69 del Codice di deontologia medica indica che "Il medico che svolge funzioni di direzione sanitaria nelle strutture pubbliche o private ovvero di responsabile sanitario in una struttura privata deve garantire, nell'espletamento della sua attività, il rispetto delle norme del Codice di Deontologia Medica e la difesa dell'autonomia e della dignità professionale all'interno della struttura in cui opera. Egli comunica all'Ordine il proprio incarico e collabora con l'Ordine professionale, competente per territorio, nei compiti di vigilanza sulla collegialità nei rapporti con e tra medici per la correttezza delle prestazioni professionali nell'interesse dei cittadini. Egli, altresì, deve vigilare sulla correttezza del materiale informativo attinente alla organizzazione e alle prestazioni erogate dalla struttura. Egli, infine vigila perché nelle strutture sanitarie non si manifestino atteggiamenti vessatori nei confronti dei colleghi".
Ma questo avviene? "Alcuni iscritti segnalano al proprio Ordine di competenza di aver accettato la direzione sanitaria nella determinata struttura odontoiatrica, ma capisce bene che per un Ordine provinciale è impossibile sapere se tutti lo fanno", dice ad Odontoiatria33 il presidente nazionale CAO Raffele Iandolo .
Per il presidente CAO manca una norma di legge che obblighi chiaramente l'iscritto a comunicare l'assunzione dell'incarico al proprio Ordine e istituisca un registro pubblico tenuto dalle CAO provinciali in cui venga indicato il nome del direttore sanitario per la singola struttura. "Se però si scopre che l'iscritto ha assunto una direzione sanitaria senza comunicarla questo è già oggi passibile di sanzione disciplinare", ricorda Iandolo. "Un registro ad hoc pubblico -spiega il presidente CAO- sarebbe utile anche per i cittadini che potrebbero conoscere il nome del direttore sanitario della struttura dove si recano". Ma il presidente Iandolo evidenza come non sia sufficiente che la comunicazione dell'assunzione della direzione sanitaria avvenga presso l'Ordine in cui è iscritto ma deve essere comunicata anche all'Ordine competente per territorialità, dove l'iscritto esercita e dove la struttura è ubicata. "Molto spesso -dice Iandolo- ci siamo trovati di fronte iscritti che avevano assunto incarichi di direzione sanitaria non solo fuori provincia ma addirittura fuori regione e poi", continua, "si deve prevedere anche un controllo sull' orario in cui il direttore sanitario sta in studio. Deve essere presente per verificare che tutto si svolga correttamente, non si può assumere una direzione sanitaria e poi andarci una volta al mese". "Queste richieste le porteremo al Ministero della Salute chiedendo di inserirle non solo nei decreti attuativi previsti per l'applicazione della Legge Lorenzin ma anche in quello previsto dalla Legge sulla Concorrenza", assicura Iandolo.
Arriva “Dottoremaeveroche”. Il sito della Fnomceo per la buona informazione sulla salute
Il nuovo sito della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, che è già on line, aiuterà i cittadini ad avere risposte affidabili a quelle tante domande su cui spesso cercano risposte su siti, tv o giornali non sempre attendibili. Il presidente Filippo Anelli: "In un mondo dove la gente rischia di rimanere vittima di fake news, vogliamo dare un contributo di certezza partendo dalle evidenze scientifiche". Leggi l'articolo completo al LINK
Iniziativa del Rotary Club di Forlì per raccolta fondi
Anagrafe regionale degli specialisti in Medicina dello sport abilitati al rilascio della certificazione di idoneità alla pratica sportiva agonistica
Informazioni per il recupero dei crediti eccedenti spostandoli al triennio precedente.
Conferma dal ministero. L’Inail deve pagare i medici
Pazienti in cura con antiaggreganti: cosa fare in caso di estrazioni dentarie e chirurgia orale
(da Odontoiatria33) I pazienti in cura continuativa con farmaci antiaggreganti piastrinici sono sempre di più. Questi farmaci vengono somministrati sia per la prevenzione e la gestione della trombosi arteriosa, sia in seguito a patologie cardiovascolari come eventi ischemici a carico delle arterie coronarie, dopo malattie delle arterie cerebrovascolari e periferiche, dopo infarto miocardico e dopo interventi di angioplastica con posizionamento di "stent" e dopo interventi di "bypass¡" coronarico.L'assunzione di farmaci antiaggreganti espone i pazienti a un rischio di sanguinamento tale che devono essere noti agli odontoiatri. Questi rischi spesso inducono, erroneamente, a sospendere le cure per timore di un sanguinamento eccessivo durante estrazioni dentarie o trattamenti di chirurgia orale.Questo timore è da considerarsi infondato. In un recentissimo studio retrospettivo pubblicato sul Journal of American Dental Association del febbraio 2018 si conclude che l'uso di farmaci antiaggreganti -incluso lo schema della doppia anti-aggregazione (DAPT) a base di aspirina (ASA) e clopidogrel (CLO)- non dovrebbe mai essere interrotto per avulsioni dentarie singole o multiple o per interventi chirurgici minori. Anche i pazienti che assumono il nuovo agente antiaggregante TICA possono tranquillamente sottoporsi a procedure chirurgiche dentali senza interruzione della terapia. Da questo studio si riconferma che in pazienti in terapia antiaggregante si sono verificati episodi di sanguinamento postoperatorio controllabile con semplici manovre locali. Gli autori hanno valutato il sanguinamento intra e postoperatorio secondo una scala a 4 livelli, categorizzando il sanguinamento come normale, lieve, moderato e grave. Dopo la procedura dentale da protocollo è stato applicato un tampone di garza sul sito d'estrazione o nell'area chirurgica per 10 minuti. Normale è stato valutato un sanguinamento gestito nell'arco di 10 minuti. Lieve un sanguinamento gestito entro 30 minuti per mezzo di compressione con garza. Moderato se avesse superato i 30 minuti e avesse richiesto l'applicazione di spugna di collagene o cellulosa ossidata, sutura, cauterizzazione o compressione con una garza imbevuta di acido tranexamico (Transamina 10%, 250 milligrammi / 2,5 millilitri, Actavis). Grave qualora il sanguinamento fosse continuato per più di 12 ore o con formazione di ematoma dei tessuti molli che avesse richiesto ricovero ospedaliero, un'altra operazione o trasfusione di sangue. Dopo la procedura, i pazienti sono stati nuovamente esaminati per assicurarsi che l'emorragia fosse sotto controllo prima della dimissione dalla clinica. I pazienti sottoposti a chirurgia orale minore hanno ricevuto inoltre 1.000 mg di amoxicillina ogni 12 ore per 5 giorni e 500 mg di paracetamolo (acetaminofene) da 4 a 6 volte al giorno sono stati raccomandati a tutti i pazienti (inclusi i pazienti sottoposti a estrazione dentale) come analgesico. Tutti i pazienti sono stati esaminati e controllati dopo 7 giorni. I risultati dello studio sono stati i seguenti: Centosessantotto pazienti (75,7%) hanno subito 1 o più estrazioni dentali e 54 pazienti (24,3%) sono stati sottoposti ad altre procedure chirurgiche orali minori. La terapia antiaggregante più frequentemente registrata era quella con aspirina (n = 123; 55,4%), seguita da clopidogrel (n = 22; 9,9%) e ticagrelor (n = 17; 7,7%). Sessanta pazienti (27%) erano in terapia con due farmaci antiaggreganti. Il sanguinamento postoperatorio è stato registrato nel 4,9% dei casi (11 su 222). Le percentuali di sanguinamento postoperatorio nei gruppi di terapia con aspirina, clopidogrel, ticagrelor e doppia antiaggregazione sono stati rispettivamente del 3,2%, 4,5%, 5,9% e 8,3% (P ¡Ý 0,5). Nessuno dei pazienti ha avuto episodi di sanguinamento prolungato. Dai dati di questo studio si può confermare ulteriormente le indicazioni finora sostenute e cioè che i farmaci antiaggreganti, incluso il DAPT, non dovrebbero essere interrotti per estrazioni dentarie singole o multiple o per interventi chirurgici minori. Anche i pazienti che assumono il nuovo agente antiaggregante TICA possono tranquillamente sottoporsi a procedure chirurgiche dentali senza interruzione della terapia.
(Bleeding frequency of patients taking ticagrelor, aspirin, clopidogrel, and dual antiplatelet therapy after tooth extraction and minor oral surgery. Ozge Doganay, Belir Atalay, Erhan Karadag, Ugur Aga, Mehmet Tugrul. The Journal of the American Dental Association Volume 149, Issue 2, February 2018, Pages 132¨C138)
Carenza medici specialisti, la ricetta di Anaao giovani in 5 passaggi
(da Doctor33) La soluzione per superare le criticità della formazione e del fabbisogno di medici specialisti nel Servizio Sanitario Nazionale c'è e Anaao Giovani in un recente studio propone la sua ricetta in5 passaggi:1) facilitare il precoce ingresso nel Ssn; 2) svincolare il percorso formativo dall'Università, almeno in parte; 3) confrontarsi con l'Europa; 4) prevedere una forma di part time ospedaliero in cui il giovane medico, adeguatamente tutorato, gradualmente "sostituisce" l'over 60 che potrà su base volontaria lavorare nel territorio; 5) migliorare l'inquadramento previdenziale.
L'iter di formazione di un medico è tra i più lunghi nell'ambito delle discipline scientifiche. Infatti, dopo il conseguimento di una laurea magistrale a ciclo unico (sei anni, unicum tra le lauree), è obbligatorio, per accedere al Ssn, il superamento dell'esame di stato (circa tre mesi di tirocini obbligatori più la prova finale) e il conseguimento di un diploma di specializzazione o di formazione specifica in medicina generale (della durata variabile, a secondo del percorso scelto, dai tre anni fino a un massimo di cinque anni), con accesso alla formazione post lauream generalmente oltre un anno dopo dal conseguimento della laurea. Pertanto, un medico specialista impiega, nella maggioranza dei casi, circa 11-12 anni per poter lavorare per il Ssn.
Partendo dagli accessi a Medicina la ricetta Anaao prevede di ridurre gli accessi a medicina a 6.200/anno fino al 2022-2023 per assorbire gli eccessi degli iscritti in sovrannumero. Lo Stato sa di quanti medici ha bisogno e interviene programmando esso stesso gli accessi al corso di Laurea in Medicina e Chirurgia e mettendo a bando contratti statali di formazione specialistica. È inutile formarne di più, perché farlo ha un costo non irrisorio. Pertanto, se si conosce il fabbisogno di medici specialisti (numero espresso dalle Regioni triennalmente), la programmazione della formazione medica diventa abbastanza semplice, almeno sulla carta. Per il post lauream? Alla luce dei dati, secondo un obiettivo di pareggio delle cessazioni nei prossimi 10 anni, e un obiettivo di applicazione standard su base Dm 70 a invarianza di "carico di lavoro medio nazionale", il numero di contratti di formazione specialistica attuali (media 6.100) devono essere incrementati nel prossimo quinquennio nell'ottica di potenziare le attuali assunzioni nel Ssn di 3.228 medici/anno.
Fatti salvi i 6.105 contratti pagati con l'attuale fondo statale per la formazione specialistica, sarebbe auspicabile che le Regioni contribuissero all'aumento dei contratti di formazione specialistica - sottolinea l'Anaao - diventando protagoniste della programmazione e del cammino formativo dei giovani medici specializzandi e della sostenibilità generale del sistema. Con il loro aiuto e lo stanziamento di ulteriori 1.862 contratti (differenza tra posti Miur e fabbisogno regionale calcolata sull'ultimo anno accademico), il gap tra partecipanti al concorso e posti a bando si ridurrebbe sensibilmente nei prossimi anni.
Il costo complessivo dell'operazione, secondo lo studio Anaao, è stimabile in quasi 190 milioni di euro (per specializzazioni di durata quadriennale) e ammonterebbe a poco più di 9 milioni di euro per le 20 Regioni italiane. Una cifra oggettivamente alla portata di ogni bilancio regionale. Pertanto, le Regioni dovrebbero farsi carico della differenza tra posti ministeriali e fabbisogno, che esse stesse devono indicare ogni 3 anni.

