Case di comunità, ecco standard operativi e carichi di lavoro per i medici

(da Doctor33)   L’attività chiesta alle case di comunità si rivela. In un documento co-firmato con i sindacati della medicina generale e gli ordini di medici, farmacisti, infermieri, Agenas indica compiti, strumenti e personale delle case “hub”. Tutto, partendo da una stratificazione della popolazione. Alle “case hub” afferiranno 34,3 milioni di italiani “apparentemente sani” (57% dei residenti) e 23,5 milioni di cronici non complessi (39%), che in qualche caso potranno fruire di assistenza domiciliare di 1° livello o in ospedale di comunità; invece, per 2,5 milioni di cronici complessi si profilano modelli a più alta intensità di cure (hospice, Adi 1° e 2° livello). Il testo lascia perdere ospedali di comunità, centrali operative territoriali ed altri istituti previsti nel DM 77 di riforma dell’assistenza territoriale da cui origina, e si sofferma su Case “hub”, Adi e telemedicina.

La Casa hub – La proporzione è di una ogni 50 mila abitanti, due per distretto Asl. Ogni casa hub dovrà avere punto unico di accesso (PUA), medici di famiglia, infermieri, specialisti, punto prelievi, diagnostica di base, Cup, telemedicina. Nel PUA, aperto dalle 8 alle 18 per 6 giorni su 7, il cittadino trova accoglienza, orientamento e una prima valutazione dei suoi bisogni sociosanitari grazie al “medico del ruolo unico di assistenza primaria”, all’infermiere di famiglia/comunità (Ifoc), all’assistente sociale. Trova poi servizi specialistici ambulatoriali di 1° e 2° livello per patologie ad elevata prevalenza, tra cui cardiologia, pneumologia, neurologia, diabetologia, oncologia, geriatria, internistica. Ci sarà sempre un punto prelievi: i campioni potranno essere analizzati da un laboratorio collegato alla CdC hub o ci si potrà appoggiare ad un Point of Care Testing (PoCT) esterno, qualitativamente controllato. Alle prestazioni della CdC hub accederanno con priorità i pazienti cronici ed i cittadini del distretto Asl di riferimento. In ogni CdC hub sarà attivo un sistema di prenotazione collegato al CUP dell’Asl. Sarà creato un contatto con le associazioni di pazienti e di aiuto ai fragili.

Il personale – Secondo il DM 77, nella casa di comunità “grande” orbitano 30-35 tra medici di famiglia e pediatri e da 7 ad 11 infermieri garantendo presenza 7 giorni su 7 nelle 24 ore inclusa la continuità assistenziale. Nella casa “spoke” formata dai mmg delle aggregazioni funzionali territoriali invece l’apertura è prevista 6 giorni su 7, da lunedì a sabato, minimo 12 ore al giorno. Nel nuovo testo, si confermano i contingenti e in particolare la presenza di medici “del ruolo unico di assistenza primaria” con operatività H24. La casa “hub” può anche ospitare forme associative o studi singoli di medici di famiglia. I medici di assistenza primaria afferenti alle CdC, appartenenti alle aggregazioni funzionali territoriali di riferimento, saranno collegati tra loro e con la CdC hub, condividendo sistemi applicativi informatici così da scambiare informazioni di diagnosi e cura. Sarà la programmazione regionale ad indicare le ore svolte dai mmg. Nella “casa” ci saranno poi gli infermieri di famiglia-comunità divisi in 3 tipologie: impegnati nelle attività ambulatoriali per i cronici afferenti alla CdC; operativi in attività di triage e di valutazione dei bisogni di salute (inclusi PUA ed unità di valutazione multidimensionali); dedicati all’assistenza a domicilio, in tandem con i medici. Sono previsti poi un assistente sociale del Servizio sanitario, da 5 a 8 unità di supporto (Oss ed amministrativi), e specialisti ambulatoriali “interni e dipendenti in base ai bisogni di salute del territorio”. Altre figure – psicologo e biologo ambulatoriali interni e dipendenti, fisioterapisti – possono essere ricomprese a seconda dei bisogni di paziente e popolazione di riferimento.

Assistenza domiciliare – In media, ogni CdC hub assicura assistenza a 48 mila utenti di cui circa 12 mila over 65. Di essi almeno il 10% (1.200 assistiti) sarà assistito a domicilio. I diversi livelli di intensità, complessità e tempestività dei servizi sono individuati dalla Valutazione Multidimensionale che, effettuata dall’Unità di Valutazione-UVM, esita in un Progetto di Assistenza Individuale (PAI) inclusivo, ove necessario, di Piano di Riabilitazione Individuale (PRI). Condiviso da mmg o pediatra, il PAI include la rivalutazione periodica e detta criteri di chiusura della presa in carico. Il personale va commisurato al tipo di attività erogata. Il servizio di cure domiciliari garantisce la continuità assistenziale 7 giorni su 7 e 24 ore su 24 telemedicina inclusa.

Diagnostica e Telemedicina – Con la casa hub sono in rete i medici di famiglia – single e delle case “spoke”, nonché: Cup Asl, reparti specialistici di ospedali pubblici e privati convenzionati, hospice, Rsa, reti di cure palliative, servizi Asl quali consultori, Sert, salute mentale, igiene e prevenzione. Possono svolgersi in remoto “visite, assistenza, consulti, monitoraggi e persino riabilitazione con sistemi operativi omogenei per ridurre le distanze tra sanitari e paziente”. Come gli ospedali, le CdC dovranno interfacciarsi con le app della Pubblica Amministrazione (da Pago Pa al resto), con il sistema tessera sanitaria, con il fascicolo sanitario, con il portale Sac e quelli regionali, con i software specialistici. In nessuna struttura possono mancare sfigmomanometro digitale, saturimetro, glucometro, bilancia con altimetro per il calcolo del BMI e dotata di impedenzometria, metro sartoriale per la misurazione di BMI e delle anche per la sindrome metabolica, martelletto per riflessi neurologici. I sanitari operanti nelle CdC potranno poi utilizzare elettrocardiografo minimo 12 derivazioni e monitor-defibrillatore. Ma soprattutto, per gestire le patologie a maggior prevalenza, nella casa “hub” sono tassativi: ecografo; elettrocardiografo; event recorder; holter pressorio PA; holter cardiaco; retinoscopio; dermatoscopio; PoCT; OCT; pulsossimetro; spirometro. Il monitoraggio dello stato di implementazione degli standard per lo sviluppo dei servizi citati è assicurato dal Ministero della Salute per il tramite di Agenas.

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Guardare alberi e giardini in città riduce ansia e stress

(da Quotidiano Sanità)    Una ricerca, condotta utilizzando il tracciamento oculare, ha evidenziato che il semplice osservare gli elementi naturali (ad es. giardini e aree verdi) durante le passeggiate in città offre notevoli benefici alla salute mentale, alleviando l’ansia e aumentando la sensazione di recupero dallo stress. Lo studio, condotto da un team della Bangalor University guidato da Whitney Fleming e da un gruppo del Technion-Israel Institute of Technology, è stato pubblicato da ‘People and Nature’.  Nell’indagine sono stati coinvolti 117 residenti in città, che sono stati invitati a fare una passeggiata di 45 minuti indossando occhiali per il tracciamento oculare. Durante la passeggiata, a queste persone è stato chiesto di concentrare lo sguardo su alberi, piante, prati e fiori, sulle strutture create dall’uomo o su entrambi i “paesaggi”.
Dai risultati è emerso che l’attenzione sulla natura si associava a miglioramenti di vari parametri di salute mentale, inclusi i livelli di ansia. Lo studio evidenzia, dunque, un forte legame tra l’osservazione degli elementi verdi, in particolare gli alberi, e un aumento della capacità di recupero percepita, suggerendo che anche brevi interazioni con la natura possono fornire benefici per la salute mentale.  “Abbiamo scoperto che gli individui che sono invitati a dirigere lo sguardo più frequentemente verso gli elementi verdi hanno una significativa riduzione dell’ansia, con la vista gli alberi che gioca un particolare ruolo positivo ”, conclude Fleming.

Il fascicolo sanitario 2.0 entro l’anno online con quattro funzionalità

(da IlSole24Ore)    Da strumento meramente amministrativo a contenitore “vivo” di dati clinici, pienamente accessibili, consultabili e scaricabili da cittadini, aziende, medici ed enti di ricerca, nel rispetto della privacy. Il fascicolo sanitario 2.0, che insieme alla telemedicina è la grande scommessa della sanità digitale tracciata nel Pnrr – da cui incassa 1,3 miliardi – entro l’anno dovrebbe mandare a regime i primi quattro servizi base: consultazione di documenti, prenotazione di visite ed esami, scelta e revoca del medico di famiglia, pagamento di ticket attraverso la piattaforma Pago PA o la App IO. E già si pensa a un upgrading, come ha annunciato ieri a Roma il ministro della Salute Orazio Schillaci nella prima delle tre giornate di presentazione del Fse, organizzate dal governo anche a Cernobbio e a Bari. «Entro il 2026 tutte le Regioni dovranno usarlo ed entro il 2030 tutti i cittadini dovranno poter accedere ai propri dati – ha spiegato il ministro-. Intanto è in lavorazione il decreto per il Fse 2.1, arricchito di servizi come i piani terapeutici, la dichiarazione di volontà sulla donazione di organi e tessuti, i certificati di idoneità allo sport».

Sulla versione attuale però, dopo i quasi due decenni di quiescenza del fascicolo c’è ancora molto da fare. L’adeguamento tecnologico ha riguardato già oltre mille strutture in Italia (tra ospedali e centri privati) ma su altre migliaia si sta ancora lavorando . Quanto alle Regioni, «le abbiamo prese per mano per accompagnarle nella transizione, anche se molte erano ben avviate e oggi 17 sono a buon punto», ha spiegato il sottosegretario per l’Innovazione Alessio Butti presentando il nuovo logo del Fse 2.0 insieme al collega Marcello Gemmato (Salute). Se a giugno 2023 solo il 23% delle installazioni era stato aggiornato, oggi il dato è al 50% ed entro il mese di luglio tutte le Regioni dovrebbero raggiungere l’adeguamento fissato dal primo step del Pnrr. Tra i prossimi obiettivi macro, dopo il decreto-chiave del 7 settembre 2023 che ha disegnato la fisionomia del Fse 2.0, è in fase di definizione l’ecosistema dei dati sanitari necessario per gestire dati standardizzati a livello nazionale.

Snami: tra medici e farmacisti non deve esserci nessuna commistione

(da M.D. Digital)  “Il medico fa la diagnosi, prescrive la cura, e il farmacista eroga il farmaco. Fra le due categorie – dichiara il presidente Snami Angelo Testa – non deve esserci nessuna commistione, così impone il regio decreto del 1934. Novant’anni dopo la Federazione dei titolari di farmacia italiani (Federfarma) sente il bisogno di allargare il raggio di azione: “La farmacia può dare un contributo importante alla riduzione delle liste d’attesa come erogatrice di servizi sanitari qualificati sul territorio.” Vuol dire che il farmacista può sostituire il medico? O è il medico che va in farmacia? C’è qualche passaggio un po’ nebuloso e non del tutto chiaro” .

“La prima riforma che espande l’attività delle farmacie – spiega – è di 15 anni fa, con il governo Berlusconi IV e ministri della Salute Maurizio Sacconi, poi Ferruccio Fazio. È allora che nasce la cosiddetta Farmacia dei Servizi. Per fare cosa? Un tramite con i laboratori analisi per l’esame delle urine e la ricerca di sangue occulto, e tutti quei test di autocontrollo cioè gli esami che il paziente può farsi anche a casa da solo e la farmacia dà un po’ di supporto. Questi ed altri servizi per i quali non serve la ricetta medica e che le farmacie offrono a pagamento. Le norme sono molto chiare: il farmacista non può svolgere, direttamente o per interposta persona, l’attività medica a mezzo di ambulatorio e i medici, in quanto prescrittori di farmaci, non possono esercitare in farmacia. Questi confini ora si stanno allentando. Infatti il Ddl Semplificazioni del 26 marzo 2024 cambia radicalmente le cose. Tra l’altro le farmacie possono somministrare qualunque tipo di vaccino sopra i 12 anni; fare da sportello per la scelta e revoca del medico di famiglia e del pediatra; vengono promossi i servizi di telemedicina come l’elettrocardiogramma e holter pressorio o cardiaco  che  saranno  refertati  da  un  medico  che  lavora  a  distanza”.

“Il Governo – precisa il presidente Snami – riconosce ufficialmente servizi che molti di noi già offrono quotidianamente ai cittadini, ma ponendo al contempo le basi per il loro rimborso da parte del Ssn a fronte della presentazione di una ricetta medica da parte del paziente. Nella pratica le farmacie che hanno specifici requisiti, possono trasformarsi in ambulatori di prossimità dove è possibile fare una diagnosi e poi vendere il farmaco per quella diagnosi. C’è il rischio di aumentare il consumo sanitario, anche quando non c’è una reale necessità, e di correre dal proprio medico curante al primo esame lievemente fuori parametro perché il farmacista, non avendo l’anamnesi che ci riguarda, ma soprattutto  le  competenze  non  può  valutarlo  in  un  quadro  complessivo”. “Come se i medici – conclude – diventassero farmacisti avendo la dispensazione di farmaci all’interno dei propri  studi.  Questa deriva allo Snami non piace”.

Il Covid vaccinazione preventiva per i tumori al seno, fegato, colon e melanoma ?

Il Covid vaccinazione preventiva per i tumori al seno, fegato, colon e melanoma ?

(da DottNet – riproduzione parziale)    Uno studio tutto dell’Istituto dei tumori di Napoli, accettato dalla prestigiosa rivista ‘Frontiers in Immunology’, ha dimostrato, per la prima volta, che il Sars-Cov-2 ha molecole (antigeni) simili a quelle tumorali. Soggetti vaccinati o che hanno contratto l’infezione da Coronavirus mostrano una risposta immune crociata. Di conseguenza, l’esposizione agli antigeni del virus potrebbe rappresentare una “vaccinazione preventiva” per tumori suprattutto del seno, fegato, colon e melanoma.

Il lavoro accettato per la pubblicazione descrive per la prima volta che il virus SARS-CoV-2 presenta nelle sue proteine, frammenti (antigeni) che condividono una elevata omologia di sequenze e di conformazione con antigeni espressi dalle cellule tumorali. In particolare, questi antigeni tumorali sono specificamente espressi dalla cellule del tumore al seno, al fegato, al colon e del melanoma. Inoltre, viene dimostrato che cellule del sistema immunitario (linfociti T), da soggetti vaccinati o che hanno contratto l’infezione da SARS-CoV-2, sono in grado di cross-reagire con gli antigeni virali e tumorali.

Questo fenomeno, definito “mimetismo molecolare” (molecular mimicry), suggerisce che la risposta immunologica indotta dagli antigeni virali e, di conseguenza, la memoria immunitaria che si è venuta a stabilire, può rappresentare una protezione nei confronti dello sviluppo di un tumore.”Questo risultato, ottenuto anche con il supporto dell’Unità del Laboratorio di Patologia Clinica dell’Istituto Pascale, diretto da Ernesta Cavalcanti  – dice Luigi Buonaguro, direttore del Laboratorio di Modelli Immunologici Innovativi, coordinatore dello studio – ha una potenziale ricaduta di notevole rilevanza medica a livello globale. In precedenza, sono stati riportati casi aneddotici di regressione tumorale in soggetti affetti da COVID-19, incluso nel nostro Istituto. Ma questa è la prima volta che viene dimostrato il meccanismo secondo il quale questo fenomeno avverrebbe. Infatti, grazie alla notevole esperienza acquisita dal nostro gruppo di ricerca nel settore specifico del mimetismo molecolare, è la prima volta che non solo vengono descritte in dettaglio le similitudini tra molecole del virus SARS-CoV-2 e quelle tumorali ma anche la capacità delle cellule del sistema immunitario di cross-reagire con tali molecole”.

Ovviamente, i dati epidemiologici dei mesi/anni futuri dovranno confermare il reale impatto di tale mimetismo molecolare sulla incidenza (numero di nuovi casi) dei tumori al seno, al fegato, al colon e del melanoma. Se questo effetto sarà avvalorato, la pandemia avrà avuto anche una ricaduta positiva sulla popolazione mondiale, fornendo uno “scudo protettivo” nei confronti di patologie

(https://www.frontiersin.org/journals/immunology/articles/10.3389/fimmu.2024.1398002/abstract)

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