Regione E/R: Incarichi provvisori, a tempo determinato o per sostituzione in medicina generale e pediatria di libera scelta – graduatorie aziendali: avvisi e moduli

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Si comunica che sul BUR – parte terza – n. 87 del 31 marzo 2023 sono pubblicati gli avvisi relativi agli incarichi vacanti – per l’anno 2023 – per:

  • medici del ruolo unico di assistenza primaria a ciclo di scelta (ex Assistenza Primaria);
  • medici del ruolo unico di assistenza primaria a rapporto orario (ex Continuità Assistenziale);
  • pediatri di libera scelta.

E’, inoltre, pubblicato l’avviso relativo agli incarichi vacanti per il settore emergenza sanitaria territoriale riguardante il 1° semestre 2023.  

La compilazione e l’invio delle domande dovrà avvenire esclusivamente in modalità “on line”, mediante l’utilizzo del programma informatico appositamente sviluppato, che consente la ricezione e la gestione delle domande in via telematica e disponibile al seguente link:

Altre modalità di trasmissione saranno ritenute causa di esclusione della domanda.

Si evidenzia che gli avvisi di pubblicazione contengono già le date di convocazione per l’assegnazione degli incarichi vacanti, nonché le indicazioni relative alle modalità di scaglionamento orario di convocazione. 

Il termine per la presentazione delle domande è il 20 aprile 2023

Si allegano gli avvisi, gli allegati riguardanti gli incarichi vacanti, la “guida all’utilizzo” del programma informatico.

Cordiali saluti. 

Alfonso Buriani

Il passo indietro del Servizio Sanitario Nazionale, corre il privato

(da DottNet)  l Servizio Sanitario Nazionale dispone di oltre 214 mila posti letto per degenza ordinaria, di cui il 20,5% nelle strutture private accreditate. A livello nazionale sono disponibili 4,0 posti letto ogni 1.000 abitanti. Questi alcuni dei dati, relativi al 2021, evidenziati nell’ultima edizione dell’Annuario statistico del Servizio Sanitario Nazionale (LINK al documento completo a fine articolo), realizzato dall’Ufficio di statistica del Ministero della Salute. La pubblicazione presenta i dati statistici sulle strutture della rete di offerta sanitaria e sui servizi connessi, sulle caratteristiche organizzative, sui fattori produttivi e i dati sull’attività di assistenza territoriale e ospedaliera. Le informazioni vengono elaborate sulla base dei flussi informativi rilevati in base al D.M. 5 dicembre 2006 “Variazione dei modelli di rilevazione dei dati delle attività gestionali delle strutture sanitarie”, che disciplina la trasmissione dei dati da Regioni e Province autonome al Ministero della Salute.

L’assistenza ospedaliera    Nel 2021 l’assistenza ospedaliera si è avvalsa di 995 istituti di cura, di cui il 51,4% pubblici e il rimanente 48,6% privati accreditati. Il 63,6% delle strutture pubbliche è costituito da ospedali direttamente gestiti dalle Aziende Sanitarie Locali, il 10,4% da Aziende Ospedaliere e il restante 26,0% dalle altre tipologie di ospedali pubblici. Il Servizio Sanitario Nazionale dispone di oltre 214 mila posti letto per degenza ordinaria, di cui il 20,5% nelle strutture private accreditate, 12.027 posti per day hospital, quasi totalmente pubblici (88,6%) e di 8.132 posti per day surgery in grande prevalenza pubblici (76,7%). A livello nazionale sono disponibili 4,0 posti letto ogni 1.000 abitanti, in particolare i posti letto dedicati all’attività per acuti sono 3,4 ogni 1.000 abitanti. Nell’analizzare i dati dell’assistenza ospedaliera occorre tenere presente l’impatto che l’emergenza pandemica ha avuto in alcune regioni, che ha comportato la riorganizzazione delle strutture e delle attività ospedaliere. Nell’Annuario è stato inserito, come per il 2020, un focus specifico relativo ai posti letto e alle strutture dedicate all’assistenza dei pazienti Covid-19. E dopo il Covid si torna a tagliare: Rispetto a 10 anni fa tra pubblico e privato sono stati tagliati 5.818 letti tra degenze ordinarie, day hospital e day surgery. Merito del 2020 quando con lo scoppio della pandemia c’è stato un elevato aumento di posti. Ma è da notare che in appena un anno, passato il momento più duro del Covid, ne sono stati tagliati 20 mila: nel 2020 i posti letto erano 257.977 contro i 236.481 del 2021

Le strutture per l’assistenza specialistica ambulatoriale erano 9.481 nel 2011 e sono scese a 8.778 dieci anni dopo. In crescita, ma solo grazie al privato quelle di assistenza Territoriale Residenziale che a fronte delle 6.383 strutture presenti nel 2011 ne conta 7.984 nel 2021 (pubbliche sono appena il 16,5%). Stesso trend per quanto riguarda le strutture di assistenza territoriale semi residenziale che vede crescere le strutture: erano 2.694 nel 2010 e sono 3.005 nel 2021. Stesso dicasi per la Riabilitativa che da 993 strutture è passata 1.154. In crescita anche i numeri per l’altra assistenza territoriale. Ma ciò che più fa effetto è che i tagli hanno riguardato il settore pubblico che nel 2021 annovera il 43% delle strutture totali contro il 46,1% di 10 anni prima.

L’assistenza distrettuale: medici di medicina generale e pediatri di libera scelta. Numeri in calo     L’assistenza distrettuale, che coordina e integra tutti i percorsi di accesso ai servizi sanitari da parte del cittadino, si avvale soprattuttos dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. In media a livello nazionale ogni medico di base ha potenzialmente come pazienti 1.295 adulti residenti. A livello regionale esistono notevoli differenziazioni. l numero medio potenziale per pediatra è a livello nazionale di 985 bambini, con un’ampia variabilità territoriale (da un valore di 842 bambini per pediatra in Puglia a 1.262 bambini per pediatra nella Provincia Autonoma di Bolzano).  Il contratto dei medici di medicina generale e di pediatria prevede, salvo eccezioni, che ciascun medico di medicina di base assista al massimo 1.500 pazienti adulti (di età superiore ai 13 anni) e ciascun pediatra 800 bambini (di età compresa fra 0 e 13 anni). I medici di famiglia dai 46.061 che erano nel 2011 sono diventati 40.250 nel 2021 (-5.811). In calo anche i pediatri (-694 in 10 anni per un totale nel 2021 di 7.022 unità). In frenata anche i medici di continuità assistenziale (ex guardia medica) che dagli 11.921 che erano nel 2011 sono diventati 10.344 nel 2019 (-1.577).

Una febbre lieve aiuta a eliminare le infezioni più velocemente

(da Quotidiano Sanità)   Lasciare fare” il suo corso” a una lieve febbre può aiutare l’organismo a combattere più in fretta le infezioni. È la conclusione cui è arrivato un team dell’Università dell’Alberta con uno studio pubblicato da ‘eLife’.
Lo studio è stato condotto su pesci infettati con batteri, il cui comportamento veniva monitorato e valutato attraverso tecniche di apprendimento automatico. I sintomi erano simili a quelli dell’uomo, con la febbre che portava gli animali a immobilità, stanchezza e malessere. Questi effetti venivano poi analizzati alla luce dei meccanismi immunitari nell’animale.   La ricerca ha mostrato che il decorso naturale della febbre offre una risposta integrativa che non serve solo ad attivare le difese contro l’infezione, ma anche a controllarla. I ricercatori hanno scoperto, inoltre, che la febbre ha aiutato i pesci a combattere l’infezione in sette giorni, circa la metà del tempo impiegato dagli animali ai quali era stata curata la febbre. E la febbre, infine, ha contribuito anche a spegnere l’infiammazione e a riparare i tessuti danneggiati.

Prevenire il diabete di tipo 2 senza farmaci è possibile

da M.D.Digital)    Dieci minuti di attività fisica al giorno o meno tempo trascorso davanti a uno schermo sono tutto ciò che serve per ritardare l’insorgenza del diabete di tipo 2 e rallentare il suo sviluppo nei giovani, secondo uno studio condotto dai ricercatori dell’Université de Montréal. I tassi di obesità sono in aumento tra i canadesi di età inferiore ai 19 anni e stanno raggiungendo livelli allarmanti. Con il numero di bambini con diabete di tipo 2 che dovrebbe quadruplicare in Canada nei prossimi decenni, questo studio offre un barlume di speranza quantificando come l’attività fisica e i comportamenti sedentari influenzano gli indicatori chiave del diabete.
“Con soli 10 minuti di attività fisica da moderata a vigorosa al giorno, si osserva una diminuzione dei rischi associati allo sviluppo del diabete di tipo 2 nei bambini “, ha detto Soren Harnois-Leblanc, primo autore dello studio, pubblicato su Lancet Child Adolescent Health.
Cambiare le proprie abitudini di vita può essere complicato, tuttavia. Il corpo ha meccanismi incorporati per mantenere il suo peso, rendendo difficile il calo ponderale. Ecco perché è così importante agire presto con bambini e adolescenti che hanno una storia familiare di obesità, dicono i ricercatori.
C’è un urgente bisogno di sviluppare e attuare politiche di prevenzione dell’obesità che mirano a promuovere l’attività fisica e ridurre i comportamenti sedentari per prevenire il diabete nelle popolazioni vulnerabili, affermano i ricercatori.
Lo studio ha incluso un totale di 630 bambini del Quebec con una storia familiare di obesità, che sono stati monitorati per un periodo di sette anni in tre cicli di età: 8-10, 10-12 e 15-17 anni. Diversi test sono stati utilizzati per misurare gli indicatori chiave del diabete, tra cui la sensibilità all’insulina, la secrezione di insulina e i livelli di glicemia. L’attività fisica e il tempo sedentario totale sono stati misurati mediante accelerometria e il tempo libero trascorso davanti a uno schermo (computer, tv, videogiochi, social) è stato valutato utilizzando un questionario auto-riferito.
Sulla base dei risultati dell’esposizione cumulativa, gli effetti medi stimati dell’attività fisica moderata-intensa sono stati del 5.6% sulla sensibilità all’insulina e di -3,8% sulla secrezione di insulina per incremento giornaliero di 10 minuti dall’età di 8-10 anni fino all’età di 15-17 anni. Gli effetti medi del trattamento per il tempo sedentario e il tempo riportato davanti allo schermo hanno determinato una ridotta sensibilità all’insulina (–8·2% e –6·4% rispettivamente), aumento della secrezione insulinica (5.9% e 7.0%, rispettivamente) e glicemia a digiuno più elevata (0.03 mmol/L e 0.02 mmol/L, rispettivamente) per ora giornaliera aggiuntiva dall’età di 8-10 anni a 15-17 anni.
(Harnois-Leblanc S, et al. Estimating causal effects of physical activity and sedentary behaviours on the development of type 2 diabetes in at-risk children from childhood to late adolescence: an analysis of the QUALITY cohort. The Lancet Child & Adolescent Health 2022; 7: 37-46. DOI: 10.1016/S2352-4642(22)00278-4

Medici, orario di lavoro deve coincidere con tutela della salute.

(da Doctor33)  La Cassazione, con una recente ordinanza (28/02/2023 n° 6008) ha sancito la legittimità del risarcimento del danno biologico per il superlavoro del medico, stabilendo che “il limite dell’orario di lavoro deve coincidere con la tutela della salute, con un alleggerimento dell’onere probatorio in capo al lavoratore”. Una decisione salutata con favore dal presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, che la ritiene “importante” perché “evidenzia come i ritmi e gli orari di lavoro dei medici, derivanti dalla carenza di personale, incidano non solo sulla qualità dell’assistenza e su quella della vita privata e familiare, ma abbiano conseguenze dirette sulla salute. Non si tratta più di una mera rivendicazione contrattuale, ma di una questione di salute e di sicurezza sul lavoro”, afferma.
La sentenza riguarda un dirigente medico di primo livello, dipendente di una Asl, che ha chiamato in giudizio l’azienda datrice di lavoro per chiederne la condanna al risarcimento del danno biologico conseguente all’infarto del miocardio subito “a causa del sottodimensionamento dell’organico che l’aveva costretto per molti anni a intollerabili ritmi e turni di lavoro”. La Corte d’Appello respinge il ricorso contro la sentenza di primo grado, sotto diversi profili attinenti al mancato assolvimento dell’onere della prova, onerandone oltre misura il dipendente. Ora la Cassazione ribalta la pronuncia di merito, rimandando il caso alla Corte d’Appello in diversa composizione. In particolare, afferma che il lavoratore è tenuto ad allegare rigorosamente tale inadempimento, evidenziando i relativi fattori di rischio (ad esempio modalità qualitative improprie per ritmi o quantità di produzione insostenibili, ovvero secondo misure temporali eccedenti i limiti previsti dalla normativa o comunque in misura irragionevole).
Secondo i giudici di legittimità, spetta invece al datore dimostrare che i carichi di lavoro erano normali, congrui e tollerabili o che ricorreva una diversa causa che rendeva l’accaduto non imputabile a sé. Inoltre, evidenzia che “il fatto che sia stata riconosciuta in sede amministrativa la causa di servizio ai fini dell’equo indennizzo e che sia stata prodotta in giudizio la relativa documentazione, se non vale come prova legale (vincolante per il giudice) del nesso causale, ben potrebbe essere prudentemente apprezzata, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., come prova sufficiente di quel nesso, in mancanza di elementi istruttori di segno contrario”.
“Tale decisione si inserisce in quel filone giurisprudenziale maggioritario – osserva Anelli – che afferma che il limite dell’orario di lavoro deve coincidere con la tutela della salute e con un alleggerimento dell’onere probatorio in capo al lavoratore. Serve dunque un intervento del legislatore che elimini il tetto ancora oggi previsto per le assunzioni di personale medico e sanitario, e che valorizzi il lavoro dei professionisti sia per condizioni e contesto, sia con un’adeguata remunerazione. E questo non solo in un’ottica di risanamento del Servizio sanitario nazionale e di sicurezza delle cure e degli operatori, ma anche per preservare il sistema da un punto di vista della sostenibilità economica. In altre parole, meglio investire risorse per prevenire il danno biologico che essere costretti a spenderle per risarcirlo, perdendo risorse umane prima ancora che finanziarie”.
“Non dimentichiamo – conclude il presidente Fnomceo – che anche la violenza ha conseguenze sulla salute, immediate, ma anche indirette e a lungo termine: eventi cardiovascolari, disturbi post traumatici da stress sono effetti collaterali delle aggressioni, provati dalle evidenze scientifiche e per i quali la stessa Cassazione ha, più volte, riconosciuto un nesso causale. Anche in questo senso chiediamo un intervento, che permetta di applicare pienamente la Legge 113/2020 sulla sicurezza dei professionisti sanitari”.

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