Successo per l’investimento Enpam in Banca MPS

(da enpam.it)   L’investimento dei medici e degli odontoiatri in Mps ha fruttato il 20 per cento, in tre mesi. Il Portafoglio strategico Italia, di proprietà dell’Enpam, ha raggiunto l’obiettivo prefissato e ha venduto le azioni della banca senese acquistate a fine ottobre per 15 milioni di euro, incassando 18 milioni.   “Siamo felici di aver sostenuto l’aumento di capitale di Monte dei Paschi contribuendo al rilancio dell’istituto – commenta il presidente dell’Enpam Alberto Oliveti ­–, a riprova che l’investimento era fondato dal punto di vista finanziario. I primi a beneficiare di quest’operazione saranno i figli neonati dei medici e dei dentisti, visto che gli aiuti che l’Ente eroga per la genitorialità sono finanziati proprio con i proventi degli investimenti patrimoniali”, aggiunge Oliveti.

Diffamazione verso i medici diabetologi, Amd e Sid parte civile nel processo contro Panzironi

Diffamazione verso i medici diabetologi, Amd e Sid parte civile nel processo contro Panzironi

(da Doctor33)  È iniziata davanti al tribunale Penale di Roma la fase dibattimentale del processo contro Adriano Panzironi, divulgatore di diete e stili di vita non riconosciuti dalla comunità scientifica. Panzironi è chiamato a rispondere penalmente dalla Società italiana di diabetologia (Sid) e dall’Associazione medici diabetologi (Amd) – annunciano le due società scientifiche in una nota – per il reato di “diffamazione nei confronti della categoria dei medici diabetologi, ingiustificatamente attaccata nel corso di sue esternazioni pubbliche e dannose”. Amd e Sid sono assistite dagli avvocati Raffaele Bava e Marcello Macaluso.
Panzironi è stato in passato rinviato a giudizio per abuso della professione medica. L’inventore del metodo Life 120 è stato anche sanzionato due volte dall’Antitrust. La prima volta nel 2018, quando le sue società hanno ricevuto multe per 476 mila euro complessivi per la comunicazione ingannevole e la pubblicità occulta degli integratori della linea Life 120. La seconda, da 250 mila euro, è arrivata nel settembre 2019 sempre per pubblicità ingannevole.

Il trattamento parodontale risulta inefficace nei forti fumatori con parodontite grave

(da Dental Tribune)  Il fumo può influenzare notevolmente il trattamento della parodontite: questi sono i risultati di un recente studio che ha esaminato l’influenza dei diversi livelli di esposizione al fumo sui risultati clinici della terapia parodontale non chirurgica. Oltre ad evidenziare gli effetti negativi del consumo di tabacco sulla salute orale, lo studio ha sottolineato la necessità di ripensare le attuali pratiche di trattamento parodontale.

Lo studio è stato condotto presso l’Università di Aarhus e ha coinvolto 80 fumatori affetti da parodontite, ai quali è stato offerto un programma individuale di cessazione volontaria al fumo e  un trattamento parodontale. In base alla loro dipendenza dal fumo, i partecipanti sono stati classificati come fumatori leggeri o che erano in procinto di smettere di fumare (cioè coloro che hanno smesso durante lo studio), fumatori moderati e forti fumatori. I ricercatori hanno poi osservato la loro guarigione parodontale per 12 mesi in relazione ai parametri clinici parodontali quali il livello di attacco clinico, la profondità della tasca parodontale e il sanguinamento al sondaggio, e hanno fornito assistenza parodontale di supporto ogni tre mesi.

I ricercatori hanno notato che i forti fumatori presentavano a inizio studio con un livello medio di attaccamento clinico più elevato di 1,1 mm e dieci siti in più con parodontite grave rispetto ai fumatori leggeri o ai fumatori che erano in procinto di smettere. Essi hanno dichiarato che i fumatori leggeri e i fumatori moderati hanno ottenuto una riduzione media di 0,6 mm della profondità delle tasche parodontali e un guadagno medio di 0,7 mm nei livelli di attacco clinico, mentre i forti fumatori hanno sperimentato una perdita di attacco di 0,5 mm.

I risultati mostrano che i forti fumatori con forme più gravi d’infiammazione non hanno beneficiato del trattamento e che i parametri parodontali di questo gruppo, a cui era stata diagnosticata una parodontite moderata, sono migliorati solo del 50% rispetto a quelli che fumavano meno.

«Con nostra sorpresa, abbiamo notato che la malattia era effettivamente peggiorata in alcuni parametri nel gruppo più colpito, nonostante che questo particolare gruppo abbia beneficiato di un trattamento più esteso e personalizzato», ha detto in un comunicato stampa la coautrice Julie Pajaniaye, igienista dentale e ricercatrice presso il Dipartimento di Odontoiatria e Salute Orale dell’Università.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le malattie parodontali gravi colpiscono circa il 19% della popolazione adulta globale, rappresentando oltre un miliardo di casi. Secondo l’autorità sanitaria danese, nel 2020 circa il 18% dei danesi fumava tabacco quotidianamente o occasionalmente.

I dentisti e gli igienisti dentali possono o meno indirizzare i pazienti a programmi di cessazione dal fumo nell’ambito del trattamento della parodontite. Alla luce dei risultati dello studio, Pajaniaye ritiene che l’adozione di misure volte a smettere di fumare siano essenziali per migliorare la risposta dei pazienti al trattamento parodontale e pertanto tale consulenza deve essere parte integrante della terapia.

«Si tratta di una conoscenza completamente nuova per le cliniche dentali del paese, e dovrebbe essere presa in considerazione quando si pianificano le cure per i singoli pazienti», ha commentato. «Come fumatrice affetta da parodontite, è molto importante capire che impegnarsi a smettere di fumare è un passo fondamentale per curare efficacemente la malattia», ha concluso.

(Effect of smoking exposure on nonsurgical periodontal therapy: 1-year follow-up”, Journal of Dental Research)

La figura istituzionale del medico è stata distrutta

(da M.D. Digital)  “È come sparare alla croce rossa”, si diceva. Eppure è quello che sta accadendo nei nostri ospedali, visto il triste bilancio degli atti di violenza che nel 2022 è arrivato a un totale di 85 casi rispetto ai 60 dell’anno precedente. “Quello che sta succedendo è il risultato del rifiuto della morte e della sofferenza – precisa Enrico Zanalda, Presidente della Società Italiana di Psichiatria Forense, commentando i dati dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza delle professioni sanitarie e sociosanitarie – sommato allo scadimento della figura del Medico che viene messo in discussione perché ritenuto non all’altezza dei risultati attesi dal paziente che è sempre più condizionato dal dr. Google”.  La perdita del ruolo sociale. Sin dagli anni ’90 si è assistito a un’aggressione sistematica della figura del medico che era misurabile dall’incremento delle cause contro operatori sanitari ed Ospedali.

“Per impedire che questo fenomeno potesse bloccare l’assistenza, la legge è intervenuta già due volte: prima con la legge Balduzzi e poi con quella Gelli/Bianco. Dall’aggressione mediata dagli avvocati, siamo passati a quella diretta. E’ stata distrutta la figura istituzionale del Medico – prosegue Zanalda – che non è rispettato nonostante sia incaricato di pubblico servizio. Questa è una carica insufficiente a difenderlo dalle aggressioni. Si ripete quanto successo negli anni 70 con la categoria degli insegnanti a cui viene data la colpa dell’insuccesso scolastico dei figli. Anche per i Medici è venuto meno quel ruolo sociale che incuteva rispetto: se il malato non guarisce la colpa è del medico o dell’organizzazione sanitaria che non è stata efficiente”.

La legge inapplicata. L’Osservatorio nazionale sulla sicurezza delle professioni sanitarie e sociosanitarie alla presenza del Ministro della Salute Orazio Schillaci ha sottolineato l’importanza della applicazione della legge 113 del 2020 sulla sicurezza degli operatori. A breve partirà anche il tavolo dedicato ai pronto soccorso, dove si verificano con più frequenza i casi di aggressione, per dare risposte concrete in termini di riorganizzazione con particolare attenzione al problema del sovraffollamento.

“La legge 113 del 2020 contiene delle buone proposte per tutelare i professionisti della sanità, anche se tuttavia non è sufficiente perché serve investire sulla professionalità e sulla tecnologia per rendere attrattivo il servizio sanitario. Oggi assistiamo a una fuga dallo stesso – commenta Zanalda – perchè lavorarci ha perduto dignità. Inoltre le leggi, oltre che promulgate, vanno poi applicate. Nella Legge 113/2020 è previsto che vi siano dei protocolli tra le ASL e le Forze dell’Ordine ma non mi risulta siano stati applicati. Attualmente la gran parte delle aggressioni (verbali e non solo), non vengono denunciate perché è il sanitario che deve effettuare l’esposto. Questo oltre che un’ulteriore perdita di tempo, rende il medico visibile all’autore del reato che potrebbe in futuro effettuare delle ritorsioni. Numerosi sono gli operatori sanitari che hanno il timore ad esporsi presentando la denuncia”.

Gli effetti dello sconvolgimento emotivo dovuto alla malattia. I luoghi più colpiti sono i centri di medicina d’urgenza e psichiatria. Nella classifica delle segnalazioni giunte, dopo Puglia e Sicilia a quota 20, seguono Toscana (8), Campania e Piemonte (7), Lombardia (6), Calabria (5).

“La malattia, specie se acuta, determina uno sconvolgimento emotivo oltre che nel malato anche nelle persone vicine a lui. Quando i pazienti giungono in Pronto Soccorso accompagnati dai parenti, il livello emotivo è molto elevato. Aumenta ancora di più quando si tratta della salute dei figli o della donna in gravidanza. Basta una piccola incomprensione o un ritardo in una risposta organizzativa per determinare l’aggressione. Nei reparti di psichiatria invece – continua Zanalda – la questione è legata soprattutto alla mancanza di consapevolezza della malattia che, se presente, determina una mancata collaborazione alle cure e talvolta il rifiuto delle stesse. Questi aspetti poi vengono talvolta enfatizzati dalla scarsa diffusione culturale delle problematiche collegate alla salute mentale”

Investire sul nostro personale. L’Osservatorio ha sottoposto all’attenzione del ministro le principali problematiche su cui sono impegnati i gruppi di lavoro (raccolta dei dati per un monitoraggio puntuale, collaborazione con le regioni, campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini per una maggiore consapevolezza del rapporto di fiducia con i medici e gli operatori sanitari, formazione per il personale sanitario).

“Ritengo che siano iniziative lodevoli se accompagnate a un corretto investimento di risorse per il Servizio Sanitario Pubblico. Viceversa saranno dei palliativi che non giungono all’essenza del problema. Bisogna permettere ai professionisti della salute di operare in condizioni ottimali sia come ambiente che come condizioni di lavoro. La salute è il bene principale di tutte le persone e bisogna che investiamo sull’organizzazione in modo che torni a essere attrattiva. Le ultime notizie di cronaca – conclude Zanalda – riportano il reclutamento di medici cubani presso alcuni ospedali del nostro territorio: non è così che si risolve il problema dei gettonisti in Pronto Soccorso. Premiamo economicamente il personale che lavora in condizioni svantaggiate come orari e luoghi, determinando così il desiderio di lavorarci da parte di chi si laurea e si specializza”.

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