Covid, ISS: lieve aumento casi tra sanitari ma sotto 2% da febbraio

(da AdnKronos Salute)   E' "stabilmente sotto il 2%" da febbraio il tasso di casi Covid tra gli operatori sanitari in Italia, nonostante il lieve aumento dei contagi registrato da luglio in corrispondenza della crescita dei contagi nella popolazione generale. E' il dato diffuso dall'Istituto superiore di sanità che ha ricalcolato questa voce nel suo ultimo report. "Analizzando l'andamento dei casi diagnosticati fra gli operatori sanitari - si legge nel testo - si rileva un lieve aumento in corrispondenza dell'aumento del numero dei casi nella restante popolazione a inizio luglio. Tale valore in termini percentuali oscilla, dalla seconda settimana di luglio alla seconda settimana di settembre, tra l'1.6% e l'1.9%, in leggero aumento rispetto ai due mesi precedenti", e infatti la media tra aprile e giugno era pari all'1,2%, "e comunque da inizio febbraio 2021 risulta essere stabilmente sotto il 2%".

Percezione del rischio per Covid, cosa la influenza?

(da M.D.Digital)   Con l’aumento dei contagi da variante Delta, gli spostamenti da un paese all’altro per le vacanze, gli assembramenti per eventi sportivi o spettacolari, la frequentazione dei locali e tutto ciò che in questa nuova fase della pandemia da Covid stiamo vivendo, è fin troppo evidente a tutti che il nostro atteggiamento collettivo rispetto al coronavirus è drasticamente cambiato rispetto a non molti mesi fa.  Se questo è vero e sotto gli occhi di tutti, la domanda immediatamente successiva è: cosa influenza la nostra percezione del rischio rispetto al Covid? Un gruppo di ricercatori italiani di varia formazione, sia medica che psicologica, è partito da questa domanda per svolgere una ricerca in merito.  Lo studio, pubblicato da 'Frontiers in Psychology', che nasce da una collaborazione multicentrica tra l’Istituto Auxologico Italiano, l'Istituto Europeo di Oncologia, l’Università degli Studi di Bergamo e Milano e l’Ospedale San Paolo e Policlinico di Milano, ha indagato la percezione del rischio per Covid nella popolazione italiana, in un campione di 911 cittadini adulti intervistati tramite un questionario online.

Obiettivo dello studio    L'obiettivo dello studio è duplice: da un lato mettere in evidenza quali fattori, soprattutto psicologici, influenzano tale percezione, dall'altro, verificare se la percezione del rischio fosse associata alla misura in cui i cittadini si sono attenuti alle misure preventive.

Risultati dello studio    Come sottolineato dalla dott.ssa Barbara Poletti, responsabile del Centro di Neuropsicologia di Auxologico San Luca di Milano: "i nostri risultati suggeriscono che la percezione del rischio per Covid è un fenomeno complesso, determinato dall’interazione di molteplici fattori". In particolare, situazioni di maggiore “prossimità” al pericolo contribuiscono ad aumentare la percezione del rischio. Come suggerito dalla dott.ssa Sofia Tagini, psicologa e ricercatrice del Servizio di Neuropsicologia e Psicologia Clinica di Auxologico: "ciò è probabilmente dovuto al fatto che determinate circostanze rendono tangibili le possibili conseguenze del contagio". Infatti, un maggiore rischio percepito è stato osservato in coloro che hanno vissuto il lutto di amici o familiari o coloro che hanno una maggiore esposizione al Covid a causa del proprio lavoro.

Inoltre, la prof.ssa Gabriella Pravettoni, professoressa ordinaria di Psicologia generale in Statale e direttore della Divisione di Psiconcologia all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, spiega che i risultati dello studio dimostrano come "persone più ansiose tendono a percepire un rischio maggiore, probabilmente poiché sono generalmente più sensibili nel cogliere potenziali pericoli. Infatti, abbiamo osservato che persone che adottano maggiormente una modalità ansiosa di relazione e comportamento in risposta a potenziali pericoli (ad esempio, caratterizzata da una risposta emotiva particolarmente accentuata, nel tentativo di attirare un possibile supporto sociale) tendono a percepire un rischio maggiore. Al contrario, persone che adottano una modalità più evitante tendono a percepire minor rischio, probabilmente poiché tendono a negare il problema e de-attivare le emozioni rilevanti".  In aggiunta, lo studio dimostra che sentirsi ben informati rispetto ai sintomi, alla prognosi e alle modalità di contagio incrementa il rischio percepito. Come sottolinea la dott.ssa Roberta Ferrucci, ricercatrice presso l'Università degli Studi di Milano, "questo risultato è particolarmente rilevante per le istituzioni, considerata la responsabilità nel promuovere una comunicazione il più possibile chiara e coerente".

Non di meno, è interessante notare che la ricerca ha dimostrato come persone che tendono a percepire la propria salute come qualcosa che dipende dagli altri, al di fuori dal loro controllo, si sentono più a rischio. Così come una personalità molto “aperta”, creativa, e intellettuale contribuisce a diminuire il rischio percepito. I ricercatori ipotizzano infatti che un’elevata creatività potrebbe facilitare la definizione di molteplici “vie d’uscita” e, possibilmente, scenari più ottimistici.    Infine, il prof. Vincenzo Silani, professore ordinario di Neurologia dell’Università degli Studi di Milano e primario di Neurologia all’Auxologico San Luca, evidenzia che "i risultati di questo studio mostrano come un’elevata percezione del rischio si associa a una maggiore adesione ai comportamenti preventivi, sottolineando l’utilità pratica e non solo teorica di studiare tale fenomeno. Tali risultati potrebbero facilitare e ottimizzare la gestione della situazione attuale, ma anche circostanze simili in futuro".

(Tagini S, et al.  Attachment, Personality and Locus of Control: Psychological Determinants of Risk Perception and Preventive Behaviors for COVID-19. Front Psychol 2021; 12: 634012.  doi: 10.3389/fpsyg.2021.634012)  

Chi vive nelle aree più disagiate consuma più farmaci. Il primo rapporto Aifa sulle “Disuguaglianze sociali nell’uso dei farmaci”

Il direttore dell'Agenzia del farmaco Magrini: “In particolare per i farmaci utilizzati per il diabete, l’ipertensione, le dislipidemie, l’iperuricemia e la gotta sono infatti proprio i soggetti residenti nelle aree più deprivate a far registrare i più alti tassi di consumo pro capite; non è quindi l’uso del farmaco ciò che discrimina lo stato socioeconomico, quanto piuttosto la condizione di salute associata al proprio status. E probabilmente a causa del peggior stato di salute di questi soggetti (che potrebbe essere associato a uno stile di vita non corretto)”     Leggi L'articolo completo al LINK

http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=98209&fr=n