Covid-19, da chi potrà spostarsi ai tempi previsti ecco il passaporto vaccinale UE

(da Doctor33)   Certificato digitale di viaggio o "certificato digitale verde": è il nome "politicamente corretto" del passaporto vaccinale che l'Unione europea vorrebbe varare a giugno a beneficio dei cittadini che si spostano per lavoro o turismo e devono dimostrare di non essere portatori di coronavirus. Per la dimostrazione bisognerà attestare una delle seguenti tre condizioni: aver fatto il vaccino contro il Covid-19; essere guariti nei sei mesi precedenti con certificazione in tal senso; o essersi sottoposti a un tampone che attesti di non essere affetti dal virus. Sono tre iter diversi che stanno un po' complicando l'iter di approvazione della proposta inoltrata a marzo dalla Commissione Ue all'Europarlamento. Infatti, un minimo di uniformità nella modulistica degli stati membri sarebbe richiesto e allo stesso modo si richiederebbe l'informatizzazione dei sistemi ospedalieri di rilascio.
Nelle scorse ore il Commissario Ue al mercato interno, Thierry Breton alla tv francese ha sottolineato che l'entrata in vigore del certificato potrebbe spostarsi alla seconda quindicina di giugno, ma una cosa è certa: il certificato dovrà essere accettato nello stesso momento dappertutto in Europa. Prima, non è escluso un periodo di prova di "pass" negli stati membri, e l'Italia è in prima fila. In conferenza stampa il premier Draghi venerdì scorso, ha confermato che, se gli spostamenti tra regioni gialle saranno consentiti senza bisogno di autocertificazione, con un "pass" si potrà andare nelle regioni arancioni e rosse. In settimana dovrebbe tenersi una cabina di regia con il premier e le forze di maggioranza volta ad introdurre dal 26 aprile, data delle riaperture, una soluzione sostitutiva provvisoria interna quanto meno per gli spostamenti e per la partecipazione a eventi. Come ribadito nell'evento "Riapri Italia" organizzato da Fratelli d'Italia, unica forza di opposizione, il passaporto deve essere al primo posto nelle priorità del governo. E tre sono anche i criteri da seguire per introdurre il certificato in armonia con gli altri paesi europei come ha spiegato Carlo Fidanza, capodelegazione FdI all'Europarlamento: reciprocità di trattamento, volontarietà e riservatezza nella conservazione dei dati. Chi è in possesso di certificato andrà esentato da ogni restrizione alla libera circolazione in tutti i paesi in cui esiste una reciprocità in materia, e godrà degli stessi diritti del cittadino dello stato membro che va a visitare, a meno che quest'ultimo non giustifichi all'Unione europea eventuale decisione in senso contrario.
Il "certificato verde" europeo conterrà nome del portatore, data di nascita e di rilascio con modalità (ad esempio, informazioni sull'eventuale vaccinazione o tampone o sulla guarigione attestata dall'Asl). Sarà gratuito, nella lingua nazionale ed in inglese, disponibile su smartphone, avrà un codice Qr fotografabile, conterrà una firma digitale anti-falsificazione dell'autorità che lo rilascia, e sarà valido in tutti e 27 gli stati dell'Unione europea. Il criterio di rilascio è ancora da definire: secondo Bruxelles potrebbe assegnarlo l'autorità sanitaria locale, ad esempio attraverso l'hub che ha provveduto alla vaccinazione del cittadino, magari già all'uscita dalla seduta vaccinale. Più probabile che si riceva in un secondo tempo, in formato digitale scaricabile sul cellulare, o direttamente su carta. Il governo italiano con i Ministeri di Salute ed Innovazione valuta la possibilità di caricare i dati sulla tessera sanitaria, o di creare una card ad hoc ma serve un'infrastruttura digitale dedicata.
Per chi non avrà il vaccino o non ha contratto il virus lo spostamento non sarebbe comunque vietato, nemmeno a livello continentale. Nel sito dell'Unione europea si sottolinea che il certificato non costituirà un prerequisito per la libera circolazione, "che costituisce un diritto fondamentale nell'Ue": affermazione importante, considerando che difficilmente tutti i cittadini saranno vaccinati (o ex malati) per inizio estate, e che eventuali discriminazioni negli spostamenti potrebbero essere in odore di incostituzionalità. In altre parole, circoleranno per l'Europa anche cittadini senza vaccino né tampone né documentazione di aver contratto il virus, ma è evidentemente presumibile che in tal caso dovranno adattarsi ad eventuali condizioni poste dallo stato membro.

Fast food, alcol, bevande zuccherate: i nemici del microbiota intestinale

(da Nutrienti e Supplementi)  Un cibo di scadente qualità facilita la selezione di una popolazione microbica intestinale in grado di promuovere uno stato infiammatorio nell’organismo. La conferma giunge da uno studio osservazionale condotto da un gruppo di ricercatori olandesi e publicato su 'Gut'. Gli Autori hanno esaminato l'interazione tra dieta, popolazione microbica intestinale e marker infiammatori in 1.425 soggetti divisi in quattro gruppi: persone con malattie infiammatorie intestinali (morbo di Crohn o colite ulcerosa); con sindrome dell'intestino irritabile o sane.

Ciascun partecipante ha fornito un campione di feci per l’analisi dei gruppi microbici e di eventuali marker infiammatori come la calprotectina fecale, nonché compilato un questionario sulle abitudini alimentari, sia qualitative che quantitative. Le tipologie di alimenti sono state aggregate in 25 gruppi.   “I nostri risultati evidenziano come i cibi trasformati e quelli di origine animale siano sempre associati ad abbondante presenza a livello intestinale di specie batteriche opportunistiche, in particolare appartenenti a generi quali Clostridium, Ruminococcus, Blautia e Firmicutes, a loro volta associati a elevati indici di marker infiammatori quali, per esempio, la calprotectina fecale. Il consumo di proteine di origine vegetale sembra invece favorire vie metaboliche a carattere antinfiammatorio, grazie all’abbondante presenza di generi quali Bifidobacterium e Lactobacillus, a discapito di Bacteroides e Clostridium.

Il consumo di noci, pesce azzurro, frutta, verdura e cereali si lega a una maggiore abbondanza di batteri produttori di acidi grassi a catena corta, in grado di controllare l'infiammazione e proteggere l'integrità della barriera intestinale. Lo stesso consumo di vino rosso ha evidenziato questa peculiarità, probabilmente per la presenza di polifenoli, visto che, in generale, alcol e superalcolici hanno mostrato effetti opposti. Positivo l’impatto del caffèsulla presenza di specie ad azione antinfiammatoria, così come i prodotti fermentati del latte, legati ad abbondanza di Bifidobacterium, Lactobacillus ed Enterococcus sp. Cibi da fast food, dalla carne processata alle patatine fritte, dalla maionese alle bevande analcoliche zuccherate, presentavano una stretta correlazione con specie ostili quali Clostridium bolteae, Coprobacillus e Lachnospiraceae”.  Uno degli aspetti più interessanti è che le osservazioni sono risultate sovrapponibili tra i quattro gruppi di partecipanti coinvolti, senza distinzioni tra soggetti più o meno a rischio, segno che un cambiamento delle abitudini alimentari può incidere su diversi fronti nell’ambito delle malattie infiammatorie.

Tra i limiti riconosciuti dello studio, il fatto che, trattandosi di modello osservazionale, non è possibile trarre conclusioni di causa/effetto ma, a detta degli Autori vi è la certezza che “da tali risultati si possano derivare modelli dietetici correlati a popolazioni microbiche intestinali in grado di proteggere la mucosa e favorire effetti antinfiammatori. Il fatto, poi, che tale azione si sia verificata in tutti e quattro i gruppi, evidenzia la potenzialità di estendere le conclusioni anche ad altri quadri clinici in cui l'infiammazione gioca un ruolo chiave”.

(https://gut.bmj.com/content/early/2021/03/08/gutjnl-2020-322670)