Per il controllo metabolico, telemedicina e visita medica hanno efficacia sovrapponibile
(da Doctor33) Tra i pazienti con diabete di tipo 1 (DM1) che hanno un controllo glicemico subottimale, sostituire una visita di controllo dal medico con una sessione di telemedicina non influisce sulla prognosi, almeno secondo quanto conclude uno studio pubblicato su 'Diabetes Care'. Per giungere a queste conclusioni Maria Ruiz de Adana, dell'Ospedale regionale universitario di Malaga in Spagna, e colleghi hanno assegnato in modo casuale 379 pazienti con DM1 e valori di emoglobina glicata [HbA1c] inferiori a 8% a uno dei seguenti trattamenti: tre visite mediche di controllo svolte faccia a faccia con il medico (gruppo di controllo, 167 pazienti); sostituzione di una delle visite con una sessione di telemedicina (gruppo di studio; 163 pazienti). «Le prime esperienze di telemedicina sono iniziate negli anni sessanta in campo radiologico e dermatologico per la trasmissione di immagini e, successivamente, in ambito pneumologico per la trasmissione di reperti auscultatori toracici. In diabetologia la telemedicina è stata impiegata a partire dagli anni Ottanta dopo l'introduzione dell'autocontrollo nella pratica clinica, e rappresenta un mezzo efficace ed economico per seguire pazienti con diabete mellito altamente motivati» spiegano gli autori, che hanno valutato le variazioni medie dei livelli di HbA1c dal basale al sesto mese di follow-up, oltre ad alcuni altri parametri di efficacia e sicurezza. Così facendo hanno scoperto al sesto mese una riduzione media dei livelli di HbA1c di 0,04 punti percentuali nel gruppo di controllo e 0,01 nei pazienti seguiti anche con la telemedicina. Nei due gruppi, il numero di persone che hanno raggiunto valori di HbA1c inferiori a 7% è stato rispettivamente di 73 e 78, senza significative differenze per quanto riguarda gli endpoint di sicurezza. «Infine, non sono state osservate differenze di rilievo nei cambiamenti nella qualità della vita correlata allo stato di salute dalla prima visita a quella di fine studio. E anche le differenze rispetto alla paura dell'ipoglicemia sono rimaste invariate» conclude Ruiz de Adana.
(Diabetes Care 2020. Doi: 10.2337/dc19-0739 https://doi.org/10.2337/dc19-0739)
Demenza: assolte dieta povera e inattività, il responsabile è l’obesità
(da M.D.Digital) Un ampio studio che ha seguito più di un milione di donne per quasi due decenni ha scoperto che l'obesità nella mezza età è collegata a un maggior rischio di demenza in futuro. Al contrario, la cattiva alimentazione e la mancanza di esercizio fisico sarebbero assolte. Alcuni studi precedenti avevano suggerito che una dieta povera o la mancanza di esercizio fisico aumenterebbero il rischio di demenza, ha illustrato l’autrice, tuttavia, questi nuovi risultati sembrano dimostrare che questi fattori sono privi di collegamento con il rischio a lungo termine di demenza. Le associazioni a breve termine tra questi fattori e il rischio di demenza probabilmente riflettono i cambiamenti nel comportamento, come mangiare male ed essere inattivi, che sono tra i primi sintomi di demenza. Il nuovo studio, pubblicato su Neurology, ha coinvolto circa 1.137.000 donne, con un'età media di 56 anni e non presentavano segni di demenza all'inizio dello studio. Sono stati raccolti dati su altezza, peso, dieta ed esercizio fisico. Secondo i criteri dello studio un BMI tra 20 e 25 era considerato desiderabile e un BMI di 30 o superiore era indice di obesità; le donne che facevano esercizio fisico meno di una volta alla settimana sono state considerate inattive; la dieta abituale delle donne è stata utilizzata per calcolare l'apporto calorico. Le donne incluse nello studio sono state seguite per una media di 18 anni. Dopo 15 anni dall'inizio dello studio, a 18.695 donne è stata diagnosticata la demenza. Dopo adeguamento dei risultati per età, istruzione, fumo e molti altri fattori è emerso che le donne che al basale erano obese avevano, a lungo termine, un rischio maggiore di demenza del 21% rispetto alle donne con un BMI desiderabile. Tra le donne obese, nel 2.1% dei casi (3.948 su 177.991 donne), è stata diagnosticata la demenza. A confronto invece nelle donne con BMI desiderabile la percentuale di casi di demenza è risultata dell'1.6% delle donne (7.248 su 434.923 donne). Mentre l'assunzione di calorie basse e l'inattività sono state associate a un rischio più elevato di demenza durante i primi 10 anni di studio, queste associazioni si sono indebolite in modo sostanziale e, dopo 15 anni, nessuna delle due era fortemente legata al rischio di demenza. Altri studi hanno dimostrato che le persone diventano inattive e perdono peso fino a un decennio prima che venga diagnosticata la demenza, ha illustrato l’autrice, aggiungendo che i legami a breve termine tra demenza, inattività e basso apporto calorico sono probabilmente il risultato dei primi segni della malattia, prima che i sintomi inizino a manifestarsi. L'obesità nella mezza età ha un collegamento con la comparsa di demenza a distanza di 15 anni o più: l'obesità è un ben noto fattore di rischio per la malattia cerebrovascolare patologia in grado di contribuire in maniera significativa all’insorgere della demenza. Poiché lo studio è stato condotto su una popolazione femminile, rimane ancora da stabilire se il medesimo nesso è valido anche per gli uomini.
(Floud S, et al. Body mass index, diet, physical inactivity, and the incidence of dementia in 1 million UK women. Neurology 2020; 94: e123-e132. doi: 10.1212/WNL.0000000000008779)
Indagine civica “Il giusto ritmo del cuore”
Concorso Letterario dell’Ordine: la 5a edizione si apre ai colleghi di Ravenna e Rimini
Violenze contro medici, da Cassa Galeno arriva fondo vittime
(da Adnkronos Salute) Un fondo per supportare i medici vittime di aggressioni. È stato messo a disposizione da Cassa Galeno, la società mutua cooperativa e fondo sanitario integrativo dei medici e degli odontoiatri. "Solo nel 2019 in Italia sono state circa 1.200 le violenze denunciate dagli operatori sanitari, come ci racconta il 'Dossier violenza' realizzato da Fimmg continuità assistenziale - ha affermato Aristide Missiroli, presidente di Cassa Galeno - Parliamo di tre aggressioni in media al giorno, allora come cooperativa nata per tutelare i medici e gli odontoiatri non potevamo restare in silenzio di fronte a un fenomeno del genere, purtroppo così attuale". Il fondo, in particolare, offrirà un contributo per le spese sostenute dai soci della cooperativa in caso di aggressione e sarà utilizzato per finanziare attività di prevenzione, formazione e sostegno specifico attraverso coperture di tipo economico, assistenziale, assicurativo e legali. Il lancio dell'iniziativa, che si è svolta nella sala assembleare dell’Enpam, ha coinciso anche con un appuntamento dal valore simbolico: il 'Premio Galeno Cantamessa', arrivato alla sua sesta edizione, che ogni anno assegna ai giovani medici (sotto i 40 anni) tre borse di studio (per progetti inerenti la formazione, la ricerca e il volontariato) del valore di 4 mila euro ciascuna in ricordo della ginecologa Eleonora Cantamessa, medaglia d'oro al valor civile e alla sanità pubblica, che nel 2013 perse la vita fermandosi a soccorrere un uomo pestato in strada.
Contro l’ictus, quanto sonno?
(da Univadis) l rischio di ictus, in particolare di tipo ischemico, aumenta in caso di sonni notturni o pisolini pomeridiani particolarmente lunghi. Anche una cattiva qualità del sonno incrementa il rischio, così come un cambio delle abitudini del sonno da una durata media a una più prolungata. Una corretta durata e una buona qualità del sonno sono importanti strategie di prevenzione del rischio di ictus.
Descrizione dello studio Nello studio sono stati inclusi 31.750 soggetti (età media al basale: 61,7 anni) della coorte Dongfeng-Tongji. Le informazioni su durata e qualità del sonno sono state raccolte attraverso questionari, quelle sull’ictus attraverso registri delle assicurazioni sanitarie. Gli hazard ratio (HR) per ictus incidente sono stati stimati utilizzando modelli di regressione di Cox. Fonte di finanziamento: National Natural Scientific Foundation of China; National Key Research and Development Program of China.
Risultati principali Il rischio di ictus è risultato maggiore nelle persone che dormivano 9 o più ore/notte rispetto a quelle con sonni notturni compresi tra 7 e meno di 8 ore/notte (HR 1,23). Un sonno notturno di durata inferiore a 6 ore non sembra avere un effetto significativo sul rischio di ictus. Il rischio totale di ictus è risultato maggiore anche con pisolini pomeridiani superiori ai 90 minuti vs pisolini compresi tra 1 e 30 minuti (HR 1,25). Per il solo ictus ischemico sono stati ottenuti risultati simili.
Il rischio di ictus totale, ischemico ed emorragico è aumentato rispettivamente del 29%, 28% e 56% nei soggetti con sonno di scarsa vs buona qualità. Sono stati osservati effetti congiunti sull’aumento del rischio di ictus totale per sonni notturni uguali o superiori alle 9 ore + pisolini superiori a 90 minuti (HR 1,85) e per sonni notturni uguali o superiori alle 9 ore + scarsa qualità del sonno (HR 1,82). Rispetto al mantenimento di un sonno di 7-9 ore/notte, un sonno costantemente uguale o superiore a 9 ore/notte o il passaggio da 7-9 ore/notte a 9 o più ore/notte sono risultati associati a un aumento del rischio di ictus totale.
Limiti dello studio Le informazioni su durata e qualità del sonno non sono state misurate, ma riferite dai partecipanti. Non sono stati raccolti dati su disturbi del sonno come l’apnea notturna. La generalizzabilità dei risultati è limitata. Non è possibile escludere la presenza di altri fattori confondenti oltre a quelli presi in considerazione.
Perché è importante Gli studi che mettono in associazione durata e qualità del sonno con rischio di ictus hanno portato a risultati contrastanti. Pochi studi hanno analizzato eventuali differenze nel rischio di ictus emorragico e ischemico associato a durata e qualità del sonno. Comprendere meglio il legame sonno-ictus potrebbe aiutare a mettere in campo strategie di prevenzione efficaci.
(Zhou L, Yu K, et al. Sleep duration, midday napping, and sleep quality and incident stroke. The Dongfeng-Tongji cohort. Neurology 2020. Doi: 10.1212/WNL.0000000000008739 )
“Anche i medici devono sentirsi responsabili della salute dell’ambiente”. Il documento di Fnomceo, Isde, Cipomo e Slow Medicine”
"Le conoscenze a nostra disposizione - si spiega nel documento - rendono ormai eticamente ed economicamente inaccettabile occuparsi solo degli aspetti clinici della medicina, continuando a trascurare le enormi potenzialità della prevenzione primaria e le conseguenze sulla salute dell’ambiente, dei cambiamenti climatici, della produzione di energia, dei mezzi di trasporto, delle tecniche agricole e di allevamento, del modo di alimentarsi e della qualità dei cibi, delle scelte economiche, delle sempre più evidenti disuguaglianze sociali” Leggi l'articolo completo al LINK
http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=81093&fr=n
Altro che Coronavirus. Lo scioglimento dei ghiacci potrebbe rilasciare virus di 15 mila anni fa
(da Agi) Lo scioglimento dei ghiacciai potrebbe rilasciare virus molto vecchi e potenzialmente pericolosi. Un team di ricerca composto da scienziati cinesi e statunitensi ha esaminato due campioni di ghiaccio di 15.000 anni fa prelevati dall'Altopiano tibetano, rilevando 33 virus, molti dei quali sono risultati sconosciuti. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista bioRxiv. Dopo aver scavato per 50 metri nell'Altopiano del Tibet, per indagare su eventuali agenti patogeni giacenti all'interno del ghiacciaio, i ricercatori hanno scoperto 28 nuovi virus dall'azione sconosciuta. Nello scenario peggiore, secondo la ricerca, i virus potrebbero essere rilasciati nell'atmosfera a seguito del riscaldamento globale e dello scioglimento del ghiaccio. Il progetto, durato 5 anni, ha avuto inizio con la rimozione dello strato superiore del ghiaccio (circa mezzo centimetro), successivamente decontaminato con un lavaggio in etanolo e acqua. Il team ha quindi applicato tecniche genetiche e microbiologiche per registrare il Dna all'interno dei due campioni di ghiaccio.