Pochi, stanchi e delusi. I giovani medici sono in fuga dagli ospedali italiani. Ecco i numeri aggiornati

(da Doctor33)   «Non riusciamo più a erogare cure gratuite a tutti nei tempi utili perché siamo pochi, stanchi, disamorati di una professione che inizia come sogno e diventa un incubo strada facendo». La frase di Pierino Di Silverio segretario generale nazionale di Anaao Assomed, principale sigla dei medici ospedalieri, non va contestualizzata in un comunicato sindacale ma nasce da una riflessione sulla realtà da cui si genera la fuga dei giovani medici in Italia. Una realtà che, scopriamo insieme, interessa l'ospedale più fatiscente come il più avanzato. Uno dei leit motif per giustificare gli esodi prematuri è che non solo da "gettonisti" nelle coop, ma soprattutto all'estero: in Francia, Germania, Olanda un medico ad inizio carriera guadagna circa il doppio che in Italia. Ma il movente non è solo economico, non è solo organizzativo, non si deve immaginare "stanco" solo chi lavora in un ospedale piccolo o decrepito.
Tra il 2012 e il 2018, dicono i dati della Ragioneria dello stato, sono andati via 40 mila professionisti dal Servizio sanitario: in gran parte infermieri e medici. Contratti bloccati e degli stipendi fermi, vero; ma un articolo di fine 2022 sul sito dell'Università Cattolica del Sacro Cuore "Il personale sociosanitario un confronto europeo" ricorda che in Italia c'è perenne carenza di camici, e che abbiamo (dati Ocse) 33 addetti alla sanità ogni 1000 abitanti contro 80-90 della Scandinavia e 60 di Francia e Regno Unito. Alcuni sono pagati il giusto, altri sottopagati. Nel 2020 lo stipendio medio lordo annuo di un infermiere italiano è stato 38.379 dollari mentre quello di un medico specialista di 110.348 dollari; nel resto d'Europa gli infermieri prendono 5 mila dollari esatti in più di media e 3 mila in meno prende il medico specialista. Quindi, le retribuzioni dei medici italiani non sono poi inferiori a quelle registrate in altri paesi ricchi. Se negli anni 2010 è stata giustificata una fuga degli infermieri, perché sono andati via i medici? Pierino Di Silverio, Segretario Generale del sindacato dei medici ospedalieri Anaao Assomed, punta il dito contro una pluralità di motivi specifici: retribuzioni al palo (cioè prospettiva di perdita di potere d'acquisto), reparti affollati di pazienti e svuotati di colleghi, difficoltà di crescita professionale (solo il 7% riesce a fare carriera). Ma non solo. «Ai problemi organizzativi si aggiungono problemi sociali, primo tra tutti la perdita di ruolo del medico nella società che favorisce aggressioni e denunce. Inoltre, il tipo di lavoro e di contratto è ormai una gabbia professionale. I medici in Italia non sono più liberi di vivere, è stato sottratto loro il tempo di vita, è stato imposto il tempo di cura che ha sostituito la cura del tempo».
E qui viene il problema che investe tutti gli ospedali italiani, anche quelli "top", dove la gratificazione di lavorare "bene", in équipe, ricambiata dal paziente, si scontra con la percezione di agire dentro affollate catene di montaggio. «Il rapporto medico-paziente è ormai un rapporto economicistico di venditore-acquirente e la salute è diventata un prodotto. Il medico oggi in Italia si sente abbandonato, solo, non protetto da quelle istituzioni che dovrebbero valorizzarlo in quanto erogatore di cure. È una questione economica, ma non solo», spiega Di Silverio. «Occorre liberare i medici e i dirigenti sanitari dalle catene della burocrazia che occupa e sostituisce tempo di cura, occorre pagare meglio i medici e i dirigenti sanitari defiscalizzando stipendi sui quali grava la pressione fiscale più alta d'Europa. Ma occorre anche reinvestire nelle carriere e nel miglioramento delle condizioni di lavoro. E depenalizzare l'atto medico che solo in Italia sottopone il professionista a ben tre tribunali. Per far tutto ciò occorre investire in sanità, tornando a considerarla un bene e non un prodotto».

Pubblicazione avvisi per procedura APP Medicina Generale e Pediatria di Libera Scelta – Elenco APP dei medici da incaricare

Si comunica che sul BUR - parte terza – n. 90 del 4 aprile 2023 sono pubblicati gli avvisi relativi alla procedura APP per la Medicina Generale e per la Pediatria di Libera Scelta, in attuazione dell’art. 5 - Allegati 5 degli Accordi Collettivi Nazionali per la Medicina Generale e per la Pediatria di Libera Scelta 28.04.2022.

L’Elenco APP dei medici da incaricare, derivante dalle domande pervenute, sarà reso pubblico entro il 31 maggio, sul portale del Servizio Sanitario Regionale “ER-Salute” alla pagina:

https://salute.regione.emilia-romagna.it/ssr/carriera-e-formazione/medicina-convenzionata

Il termine per la presentazione delle domande è il 30 aprile 2023

Si allegano gli avvisi in oggetto ed i moduli di domanda (Modulo C).

Gli odontoiatri riferiscono limiti nel trattamento dei pazienti con disabilità

(da Dental Tribune)   AJMAN, Emirati Arabi Uniti: Uno studio condotto da ricercatori in Iraq e negli Emirati Arabi Uniti ha rilevato che i dentisti che lavorano in questi paesi si sentono inadeguati a fornire un’assistenza orale ottimale ai pazienti con disabilità. I motivi includono l’ansia tra i medici e la mancanza di tempo e formazione adeguati al trattamento. Secondo i ricercatori, occorre una formazione mirata a migliorare la fiducia dei medici e le loro capacità di cura nei confronti dei pazienti con disabilità.    Un campione di 150 dentisti dell’Ajman ha completato un’indagine trasversale atta a indagare la competenza dei medici nel trattamento dei pazienti con disabilità e i fattori che influenzano la loro erogazione di cure e la competenza percepita.   La maggior parte degli intervistati (75,3%) possedeva un’esperienza clinica compresa tra uno e cinque anni e il 46,7% del gruppo campione definiva minima la propria esperienza nel trattamento di pazienti con disabilità. Solo il 2% ha dichiarato di avere una significativa esperienza nel trattamento di pazienti con disabilità.

L’autore principale dello studio, il dott. Afraa Salah, docente di odontoiatria pediatrica e psicologia e scienze comportamentali presso l’Università di Ajman, ha confermato a Dental Tribune International (DTI) che anche i dentisti più anziani del gruppo campione non hanno dimestichezza ed esperienza nel trattamento dei pazienti con disabilità.  Quasi tre quarti (73,3%) degli intervistati hanno dichiarato di voler curare i pazienti con disabilità, ma di essere pronti a rinviarli ad un altro medico qualora la terapia diventasse troppo complicata. Un quinto degli intervistati ha dichiarato di non voler fornire cure e di voler indirizzare il paziente a uno specialista. Quando è stato chiesto se i medici si sentissero a loro agio nel fornire il trattamento, il 45,3% degli intervistati ha dato una risposta neutra, il 32,7% ha risposto positivamente e il 14,7% ha risposto negativamente. Risposte fortemente positive o fortemente negative sono state fornite rispettivamente dal 4,7% e dal 2,0% degli intervistati.

Un significativo numero di intervistati (44,0%) ritiene di essere capace solo in parte a fornire un’assistenza orale ottimale ai pazienti con disabilità, mentre il 35,5% ritiene preoccupante il tempo necessario per il trattamento. La preoccupazione nella capacità di interagire con il paziente è stata espressa dal 38,0% degli intervistati, mentre la paura di provocare un infortunio al paziente o al dentista curante è stata espressa rispettivamente dal 34,7% e dal 30,7%.   Gli autori hanno riportato che «le limitate opzioni terapeutiche dei dentisti che hanno partecipato a questo studio dipendono dalla loro mancanza di tempo e formazione adeguati, dalla limitata capacità di comunicare con i pazienti, dall’adherence del paziente e dalla costante consapevolezza situazionale di come evitare lesioni involontarie ai pazienti che possono portare a possibili infortuni al loro personale clinico».   Il Dott. Salah ha detto alla DTI: «Penso che si debbano istituire e attuare corsi di formazione sul trattamento di questi pazienti all’interno del percorso di laurea, nonché attraverso corsi dal vivo. In particolare, ritengo che sarebbe molto utile una formazione su come trattare al meglio i pazienti affetti da autismo».

(“Dentists’ attitude towards dental treatment of disabled patients”, Advances in Medical Education and Practice 14-12-22)

Dati ISTAT, cresce la spesa sanitaria a carico delle famiglie senza controlli sull’appropriatezza

(da Univadis)   La spesa privata per previdenza e assistenza sanitaria continua a crescere, e con essa aumentano le disuguaglianze sociali: il preoccupante dato è stato confermato nel corso delle recenti audizioni da parte della Commissione affari sociali del Senato di alcuni esperti dell’ISTAT.    Cristina Freguja, della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare dell’istituto di statistica sottolinea che la spesa privata non è distribuita equamente in modo trasversale, ma grava soprattutto sulle fasce più deboli. In questo scenario già squilibrato, le assicurazioni private sono appannaggio quasi esclusivamente delle fasce di reddito più alte, che beneficiano di un welfare aziendale privato di cui non beneficiano i lavoratori a basso reddito.

Le molte voci di spesa per le famiglie         Nel 2021, la spesa sanitaria complessiva – pubblica e privata – ammontava a circa 168 miliardi di euro: per i tre quarti a carico del pubblico (75,6%), per il 21,8% a carico direttamente delle famiglie e per il 2,7% sostenuta dai regimi di finanziamento volontari, ha spiegato Freguja nella sua relazione, riportando i dati più aggiornati disponibili a oggi.   Tra il 2012 e il 2021 la spesa sanitaria pubblica è cresciuta in media dell’1,8% all’anno. Con la pandemia, ha subito un significativo aumento nel 2020 e nel 2021, attestandosi rispettivamente a 121 e 127 miliardi.   Sempre tra il 2012 e il 2021 a spesa direttamente a carico delle famiglie ha registrato un aumento medio dell’1,7% all’anno, raggiungendo nel 2021 i 36,5 miliardi.    Le principali voci di spesa per le famiglie riguardano l’assistenza ambulatoriale per cura e riabilitazione (il 36,5%), l’acquisto di prodotti farmaceutici e altri presidi medici non durevoli (29,3%), l’assistenza (sanitaria) ospedaliera a lungo termine e l’acquisto di apparecchi terapeutici e altri presidi medici durevoli (per entrambe queste ultime due voci l’incidenza è pari al 10,4%).    Quanto alla spesa per i regimi di finanziamento volontari, nel 2021 ha raggiunto i 4,5 miliardi, di cui circa 3,4 per le assicurazioni sanitarie volontarie, con un aumento medio pari al 2,9% annuo. Quasi due terzi della spesa (62,3%) copre l’assistenza ambulatoriale per cura e riabilitazione e il 17,9% le spese per apparecchi terapeutici ed altri presidi medici durevoli.  Nel 2021, il 38% della spesa complessiva per assistenza sanitaria ospedaliera a lungo termine è stata sostenuta dalle famiglie. È da evidenziare, inoltre, che quest’ultima incide per il 76,7% sull’acquisto di apparecchi terapeutici ed altri presidi medici durevoli e per il 36,4% sulla spesa complessiva per prodotti farmaceutici e altri presidi medici non durevoli.   A questo aggravio della spesa per le famiglie si è purtroppo accompagnata la rinuncia a prestazioni sanitarie necessarie, che è passata dal 6,3% nel 2019 al 9,6% nel 2020, fino a raggiungere l’l’11,1% nel 2021, spiega ancora Freguja, secondo la quale alcune stime segnalano un’inversione di tendenza nel 2022, con un ritorno a quote osservate negli anni precedenti la pandemia, anche se rispetto al passato emerge oggi un’inequivocabile barriera all’accesso costituita dalle lunghe liste di attesa.

Il privato fa concorrenza al pubblico       Quando la cosiddetta “riforma Bindi” introdusse i principi dei livelli essenziali di assistenza (LEA) per cui ogni Regione, pur nella sua autonomia, doveva assicurare ai cittadini un paniere di prestazioni ritenute essenziali per la salute, era già chiaro che alcune prestazioni sarebbero state demandate alla copertura di forme integrative, da creare di lì a poco, ha aggiunto Alessandro Solipaca, del Dipartimento disabilità e integrazione sociale dell’ISTAT. Però questo non è accaduto, e gli attesi fondi non si sono mai costituiti e, soprattutto, non hanno operato nello spirito della legge, ovvero coprendo le prestazioni sanitarie non essenziali.     E mentre la spesa sanitaria pubblica è cresciuta lentamente negli anni, quella privata è cresciuta più rapidamente, con le Regioni gravate da deficit sempre più ingenti che hanno aumentato l’importo dei ticket richiesti al cittadino-contribuente, che oggi in molti casi eguagliano il prezzo della prestazione presso una struttura privata.   Anche questo ha favorito all’aumento della spesa privata, con una dinamica nota. Per contrastarla, occorrerebbe rilanciare i fondi integrativi al fine di controllare la spesa privata. Secondo Solipaca i fondi assicurativi integrativi potrebbero favorire l’emersione delle prestazioni oggi erogate in nero e contrastare le prestazioni inappropriate, già tra le priorità ai tempi della riforma Bindi.   "Oggi la spesa privata non trova intermediazione, questo non risponde ai parametri di serietà e correttezza" ha commentato il presidente della commissione Francesco Zaffini, di Fratelli d’Italia, che ha annunciato l’intenzione di predisporre nel giro dei prossimi mesi una proposta di riordino delle forme integrative di previdenza e di assistenza sanitaria nel quadro dell'efficacia complessiva di welfare e di tutela della salute: "C'è da un lato il Fondo sanitario nazionale che pesa oggi intorno ai 127 miliardi di euro, e che ovviamente è intermediato dalla presenza dello Stato nell'erogazione delle prestazioni sanitarie; dall'altro c'è una spesa privata che oggi pesa intorno a 40-45 miliardi, ma qualcuno dice anche di più, che trova intermediazione per una misura irrilevante, intorno al 4-5%. Questa cosa non è possibile e non risponde ai parametri degli altri Paesi UE, ma soprattutto non risponde ai parametri di serietà e correttezza. La sanità integrativa non deve fare concorrenza alla sanità pubblica, ma nello stesso tempo deve garantire prestazioni importanti, pensiamo alle cure odontoiatriche".