WhatsApp per lavorare? No, grazie. Ecco perché è uno strumento fragile e insicuro

(da Il Fatto Quotidiano - di Umberto Rapetto)  “Te lo giro su WhatsApp” è una delle frasi più comuni, ricorrente come il prezzemolo nelle ricette di cucina o almeno nelle espressioni che sottolineano una presenza insistente, magari eccessiva o addirittura fuori luogo. Le relazioni personali sono state facilitate (anche se stravolte nella loro componente “umana”) dal frequente o addirittura costante ricorso alla messaggistica istantanea. Per contaminazione quasi naturale anche molti rapporti di lavoro hanno rapidamente trovato in WhatsApp un comodo strumento che – pur non professionale – poteva risultare efficiente (non efficace e tanto meno idoneo, attenzione!) nelle dinamiche quotidiane. WhatsApp ha così rapidamente conquistato una leadership incrinata solo dalla famelicità di dati di Mark Zuckerberg e dei suoi accoliti che con la pianificazione di nuove voraci regole di utilizzo hanno messo in fuga una larga fetta dell’utenza, ma nonostante le orribili premesse continua a costituire uno degli strumenti cui la gente fa abitualmente ricorso.  E’ fin troppo ovvio, e persino pleonastico, evidenziare che la “sicurezza” e la “privacy” si sono ferocemente contese il ruolo di Cenerentola nell’inquietante fiaba che aziende, enti pubblici e organizzazioni di qualsivoglia genere sono chiamati a vivere tutti i giorni.    Comodità (forse più compiutamente “pigrizia”) e parsimonia (leggasi “tirchieria” o semplicemente naturale predisposizione ad avvalersi di soluzioni gratuite) hanno dirottato il traffico dei più diversi contenuti (testi, documenti, immagini, video…) nelle vene di WhatsApp e di tante altre applicazioni utili per sentirsi vicini, connessi o comunque “partecipi”.

Non preoccupa certo lo scambio di comunicazioni “facete” dei gruppi di ex-colleghi che non esitano a spedire foto e filmati con cui esprimono una vocazione ginecologica non soddisfatta nel corso della carriera, ma spaventano i dialoghi “business-oriented” in cui gli interlocutori dimenticano di essere loro tragicamente “nudi” dinanzi ad un pubblico dai contorni indefiniti. Su WhatsApp hanno così cominciato a viaggiare (oltre a popputi ritratti capaci di deformare il display e all’immancabile gentleman di colore con tre gambe come un tavolino da seduta spiritica) una valanga di elementi la cui criticità non fatica a turbare chi finora sorrideva. Prescindendo dagli invii “erronei” che fanno pervenire ai destinatari meno opportuni i messaggi che – indirizzati a ben altre persone – era preferibile non muovessero nella direzione sbagliata, la questione è caustica anche per la “corrispondenza” deliberatamente inoltrata e correttamente recapitata.  Lo smartphone ha rapidamente conquistato il ruolo di propaggine dell’ufficio e – senza nemmeno rendersene conto – ne ha assunto la corrispondente morfologia: le cartelle sono equivalenti ai cassetti della scrivania, ma non sempre esistono serratura e chiave per proteggerne il contenuto. Questa prima mutazione non è stata coscientemente rilevata dagli interessati, che non si sono nemmeno accorti del “peso specifico” di quel che spediscono o ricevono immaterialmente attraverso quel dispositivo.

Molta gente non si rende conto della fragilità dell’ecosistema virtuale in cui è stata catapultata da una evoluzione tecnologica subita passivamente e guardata solo negli entusiasmanti aspetti positivi. Ecco quindi scattare la molla del “mi sbrigo subito” e “faccio prima” che porta a servirsi di WhatsApp non solo per scherzare con amici e parenti, ma per assicurarsi una sorta di tessuto connettivo i cui gangli sono destinati a muovere “materiale” che probabilmente è meritevole di differente attenzione e di un briciolo di cautela in più.  Un progetto, una offerta economica, un accordo commerciale, un disegno tecnico, un qualunque file in formato “Office”, un’immagine di un prodotto in lavorazione: la lista potrebbe proseguire all’infinito e non riuscirebbe ad elencare le opportunità di spedizione.

Se non si crede alla violabilità di certi sistemi di comunicazione, si provi a pensare a qualcosa di banale. Non si facciano voli pindarici. Si immagini banalmente cosa succede se il destinatario smarrisce o si fa rubare il telefonino. Qualcuno riterrà questa considerazione esagerata. Nulla da imputargli. Insensibile? Niente affatto. Probabilmente non conosce nessuno cui hanno fregato lo smartphone zeppo di informazioni che era meglio non finissero in giro.

Camminare aumenta l’afflusso di sangue al cervello

(da DottNet)   Svolgere un'attività fisica, come camminare a passo sostenuto, non fa bene solo al corpo ma anche al cervello. E il motivo è che ne aumenta l'afflusso di sangue e l'ossigenazione. A evidenziarlo è uno studio pubblicato online sul 'Journal of Alzheimer's Disease' e condotto su anziani con una lieve perdita di memoria, che hanno seguito un programma di esercizi per un anno.  Circa il 25% delle persone dopo i 65 anni inizia ad avere un lieve decadimento cognitivo che ne influenza la memoria e le capacità di ragionamento e che, in alcuni casi progredisce verso la demenza. Come studi hanno mostrato, questo è collegato a un ridotto afflusso di sangue al cervello dovuto a un irrigidimento dei vasi sanguigni che portano ossigeno alle cellule. Lo studio è stato condotto su 48 tra uomini e donne dai 55 a 80 anni con una diagnosi di lieve decadimento cognitivo. I volontari sono sottoposti a test e risonanza magnetica al cervello e sono stati assegnati casualmente a un gruppo impegnato in un programma di esercizi aerobici moderati (da 3 a 5 sessioni da 30-40 minuti di esercizio come una camminata) o a uno che ha fatto solo stretching per un anno. Coloro che hanno eseguito un esercizio aerobico hanno mostrato una minore rigidità dei vasi sanguigni nel collo e un aumento del flusso globale di sangue al cervello, mentre questi cambiamenti non sono stati trovati nelle persone che hanno seguito il programma di stretching. I ricercatori stanno ora indagando se possano precedere anche cambiamenti nelle capacità di memoria e ragionamento. "Abbiamo dimostrato per la prima volta con un esperimento randomizzato che, negli anziani, l'esercizio fisico porta un flusso maggiore di sangue verso il cervello" ma "questo fa parte di un corpo crescente di prove che collega l'esercizio alla salute del cervello", afferma il coautore senior dello studio Rong Zhang, professore di neurologia all'University of Texas Southwestern, negli Usa.

Corso FAD ECM ISS “Campagna vaccinale Covid-19: la somministrazione in sicurezza del vaccino anti SARS-CoV-2/Covid-19”

Il corso FAD "Campagna vaccinale Covid-19: la somministrazione in sicurezza del vaccino anti SARS-CoV-2/Covid-19" è RISERVATO al personale incaricato di somministrare il vaccino anti-Covid19 e di svolgere attività correlate alla somministrazione stessa (Medici, Farmacisti, Infermieri e infermieri pediatrici, Assistenti sanitari, Biologi, Fisioterapisti, Ostetriche/ci, Psicologi, Tecnici sanitari di laboratorio biomedico, Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, Odontoiatri. Personale amministrativo, Operatori di supporto (OSS) e Medici in specializzazione (del 1° e del 2° anno).