I numeri dell’obesità in Italia. Negli ultimi anni casi in aumento. Il 12 aprile l’Obesity Barometer Summit

(da Doctor33)   La popolazione italiana è in sovrappeso, una condizione che coinvolge sia l'età infantile, sia quella adulta: si stima che un bambino italiano su quattro sia obeso o in sovrappeso (dati Istat 2018) e che lo sia ben il 46,1% degli adulti. E si tratta di numeri in crescita. Fra il 1991 e il 2018 si è registrato un incremento del 18% dell'eccesso di peso e del 60% dell'obesità, soprattutto a carico del sesso maschile; complessivamente si stima che l'incremento dell'eccesso di peso verificatosi negli ultimi trent'anni nella popolazione adulta italiana sia stato circa del 30%, di cui solo un terzo riconducibile all'invecchiamento della popolazione.
Questi numeri rappresentano un motivo di allarme per gli operatori sanitari e per le istituzioni che devono iniziare a considerare l'obesità un problema prioritario, non solo per le conseguenze negative di questa patologia sulla salute, ma anche per il suo impatto economico. È dunque venuto il momento di sensibilizzare su questa emergenza e individuare delle possibili soluzioni. Obiettivi che verranno perseguiti in occasione del 3rd Italian Obesity Barometer Summit previsto per il 12 aprile. Si calcola che in Europa i costi diretti (per ricoveri e terapie) determinati dall'obesità e dal sovrappeso nella popolazione adulta rendano ragione dell'8 per cento della spesa sanitaria, cui si aggiunge una cifra almeno doppia determinata dai costi indiretti, conseguenti alla perdita di vite umane, di produttività e dei guadagni correlati. Al di là degli aspetti economici, l'obesità si correla a una serie di problemi sanitari e sociali. Questa condizione è strettamente connessa a importanti comorbilità, quali il diabete, l'ipertensione, la dislipidemia, le malattie cardio e cerebrovascolari, i tumori e la disabilità, ma chiama anche in causa le diseguaglianze socioculturali e i comportamenti conseguenti. Il tutto è ulteriormente complicato dallo stigma legato a questa condizione e che determina il manifestarsi di comportamenti e atteggiamenti negativi nei confronti di un individuo unicamente a causa del suo peso eccessivo. Il fatto che lo stigma non risparmi neanche i sanitari rappresenta un ulteriore ostacolo a una corretta gestione dell'obesità, sia per l'atteggiamento dei sanitari nei confronti degli obesi, sia perché responsabile di un minor impegno da parte delle istituzioni.
A rendere ancor più complessa la gestione dell'obesità nel nostro Paese contribuiscono inoltre una serie di criticità che, anche grazie a iniziative come quella del summit previsto per il prossimo 12 aprile, si dovrebbe cercare di identificare e per le quali si dovrebbero individuare delle possibili soluzioni. I punti essenziali sono rappresentati dal fatto che l'obesità non è presente nella lista delle malattie croniche, che le prestazioni riguardanti l'obesità non sono inserite nei Lea e che non esiste una rete nazionale di cura per l'obesità, né un Piano nazionale sull'obesità.

Online la domanda per il possibile esonero contributivo

(da enpam.it)   Un clic nell’area riservata degli iscritti all’Enpam potrebbe evitare di dover pagare i contributi previdenziali.  È infatti online la domanda per individuare i possibili beneficiari dell’esonero dei contributi stabilito dalla legge di Bilancio 2021.   Accogliendo le richieste degli enti di previdenza privati, lo Stato ha infatti deciso di venire incontro ai professionisti iscritti agli Ordini facendosi carico dell’esonero parziale dal versamento dei contributi   “Siamo contenti di questo risultato, che rappresenta un segnale molto positivo di attenzione da parte del governo verso tutto il mondo del lavoro autonomo”, ha commentato Alberto Oliveti nella sua veste di presidente dell’Enpam e dell’Adepp, l’associazione delle Casse dei professionisti.

BENEFICIARI FATEVI AVANTI     “Non essendo ancora uscite le norme attuative ci troviamo comunque in una situazione d’incertezza che il consiglio di amministrazione dell’Enpam ha affrontato anche deliberando un rinvio di 30 giorni dei contributi nelle more dell’auspicata attuazione dell’esonero”, ha aggiunto Oliveti.   In attesa che i ministeri competenti, con un decreto attuativo, definiscano nel dettaglio i criteri e le modalità per poter essere esonerati dal pagamento, oltre che l’importo, la Fondazione si sta portando avanti con il lavoro.  L’obiettivo – se le norme arriveranno in tempo – è quello di non spedire bollettini o di procedere ad addebiti sul conto corrente nei confronti dei medici e dei dentisti che avranno diritto di non pagare interamente o in parte i contributi.  Per candidarsi tra i potenziali beneficiari è necessario compilare da subito il questionario online all’interno dell’area riservata del sito dell’Enpam. Per farlo è necessario selezionare dalla colonna di sinistra la voce Domande e dichiarazioni online e cliccare su Esonero contributivo.   Chi compilerà il questionario dovrà anche dichiarare di essere consapevole che dovrà versare all’Enpam i contributi previdenziali se da eventuali verifiche fatte dalla Fondazione, o da altri soggetti, dovesse risultare che non ha i requisiti per chiedere l’esonero.

IDENTIKIT DEI BENEFICIARI      La platea dei possibili beneficiari, secondo quanto stabilito dalla Legge di Bilancio 2021, è composta dai professionisti che nel 2019 hanno percepito un reddito complessivo di massimo 50mila euro.   In aggiunta, bisogna dichiarare che si è subito nel 2020 un calo del fatturato o dei corrispettivi pari o superiore al 33 per cento rispetto a quelli del 2019.  Potrebbero essere esonerati, ma la questione deve essere ancora chiarita, anche i pensionati presso l’Enpam o un altro Ente di previdenza obbligatorio che sono stati assunti per l’emergenza Covid-19.  Tutte le informazioni sull’esonero dei contributi si trovano a https://www.enpam.it/comefareper/covid-19/richiesta-di-esonero-contributivo/

Ordini medici, ‘non solo furbetti del vaccino, politica ammetta responsabilità

(da Adnkronos Salute) - "Sicuramente ci sono i furbetti del vaccino che hanno 'saltato' la fila, scavalcato chi aveva più diritto a essere immunizzato. Quelli che si sono dichiarati volontari o si sono fatti passare per chi non erano. Ma il problema più grosso è politico: c'è stato un ministero della Salute che ha deciso un piano vaccinale. E poi c'è stato qualcuno che lo ha sovvertito interpretandolo liberamente. La responsabilità non può limitarsi ai furbetti". A dirlo, all'Adnkronos Salute, Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo), commentando i dati della Nucleo ispettivo regionale sanitario (Nirs) della Regione Puglia, secondo i quali tra tutti i vaccini fatti agli operatori sanitari 1 su 5 è andato a persone che non appartenevano alla categoria, "un dato non solo pugliese", dice Anelli.

"La politica si assuma la sua responsabilità ammettendo di aver interpretato diversamente il piano, anche pensando, probabilmente, di far bene", rincara Anelli che spiega: "ancora oggi ho segnalazioni di medici che non sono stati vaccinati, pur chiedendolo. Questo perché, in molti casi, c'è stato una libera interpretazione di chi amministra le Regioni. E' stato interpretato il 'socio sanitario', come abbiamo denunciato sin dall'inizio, come ospedale 'free Covid'. E' stato vaccinato così anche il personale amministrativo, prima che si completassero i medici e le altre categorie previste. Credo che sia stata una gravissima scorrettezza che ha messo in crisi l'intero impianto del piano vaccinale, al punto che chi aveva la priorità non è stato vaccinato. E ne parliamo ancora oggi". Infatti, "sono passati 4 mesi e ancora dobbiamo occuparci di quelli che dovevano essere vaccinati a gennaio, operatori sanitari, Rsa e ultraottantenni", conclude Anelli.

Covid-19: gli esperti dicono no alla profilassi anti-coagulante prima (e dopo) la vaccinazione

(da Univadis)   “I benefici del vaccino Covid-19 Astra Zeneca superano i rischi nonostante un possibile collegamento con casi molto rari di trombi associati ad un livello basso di piastrine” si legge in una nota informativa dell’Agenzia italiana del Farmaco (AIFA) del 24 marzo 2021. Nonostante le caute rassicurazioni dell’AIFA, già presenti in un comunicato dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), la sospensione temporanea del vaccino Astra Zeneca ha lasciato uno strascico di incertezza riguardo la sicurezza della vaccinazione anti Covid-19, soprattutto per quanto riguarda proprio il farmaco anglo-svedese e il rischio di eventi trombotici.  E questo ha portato, di conseguenza, molti pazienti a chiedere al proprio medico di essere sottoposti a una profilassi con terapie anti-trombotiche prima della vaccinazione e in alcuni casi a ricorrere addirittura al “fai da te”, con l’assunzione di aspirina o eparina a basso peso molecolare.    “Un rischio di trombosi generico, in particolare di tromboembolismo venoso, è stato del tutto escluso. Sono stati segnalati alcuni rarissimi casi di trombosi in sedi inusuali, in particolare di trombosi venose cerebrali, in alcuni soggetti, prevalentemente di sesso femminile, vaccinati nelle due settimane precedenti, tuttavia non è ancora stato stabilito un nesso certo di causalità con il vaccino” spiega Paolo Gresele, Professore Ordinario di Medicina Interna all’Università di Perugia e presidente della Società Italiana per lo Studio dell'Emostasi e della Trombosi (SISET) che ci ha aiutati a comprendere meglio i reali rischi e le misure da adottare questo delicato momento della campagna vaccinale

Se il rimedio è peggiore del “male”    Dare il via a una profilassi anti-trombotica prima o dopo la vaccinazione rischia di creare più danni che benefici, di essere appunto un “rimedio peggiore del male”, pur premettendo che in questo caso il “male” è la vaccinazione anti Covid-19, in realtà una spinta fondamentale verso l’uscita dalla pandemia. Per chiarire questo concetto e comprendere meglio il reale rischio legato alla vaccinazione può essere utile affidarsi ai pareri esperti della SISET, che sin dalle prime segnalazioni di casi di trombosi in sedi inusuali (in particolare trombosi venosa cerebrale) si sono adoprati per monitorare la situazione, accingendosi anche a istituire un registro nazionale dei casi di trombosi nei pazienti in precedenza vaccinati.     “Qualora naturalmente non esistano indicazioni preesistenti a una profilassi anti-trombotica, una profilassi inappropriata può dar luogo a complicazioni che possono essere, in termini di frequenza, molto più comuni dei casi di trombosi sopra citati” afferma Gresele, che poi precisa: “I rischi di una profilassi ‘fai da te’ sono significativi, l’uso incontrollato senza un’indicazione precisa di eparina a basso peso molecolare potrebbe portare fino a 4.000 eventi emorragici per ogni milione di persone che effettuano profilassi”.  In un comunicato pubblicato sul proprio sito web, SISET ribadisce la propria posizione nel dibattito sulla presunta attività pro-trombotica della vaccinazione, rafforzando la raccomandazione già espressa: no alla profilassi anti-trombotica (a meno che le terapie non siano già assunte per prescrizione medica precedente) e agli esami di laboratorio o strumentali per controllare un supposto rischio trombotico. Raccomandazioni valide sia per il pre- che per il post-vaccinazione. Come si deve comportare quindi un medico di medicina generale di fronte a un paziente che richiede una profilassi in vista della vaccinazione (o in seguito ad essa)? “Deve spiegare al paziente che al momento non esistono indicazioni in tal senso e che un uso ‘fai da te’ della profilassi potrebbe portare a complicazioni, anche gravi, che si potrebbero verificare con una frequenza assai maggiore di quella dei rari casi di trombosi cerebrale segnalati, e la cui associazione con la vaccinazione non è ancora provata” dice Gresele.

Consigli pratici     Il fatto che il legame diretto tra vaccinazione ed eventi trombotici non sia stato dimostrato non significa che bisogna abbassare la guardia. Le autorità regolatorie nazionali e internazionali proseguono senza sosta il monitoraggio attento degli eventi avversi ed è importante che medici e pazienti segnalino eventuali sintomi suggestivi di problemi di coagulazione.  “Si conferma la raccomandazione a prestare attenzione (come sempre e indipendentemente dalla pratica vaccinale) a sintomi evocativi di tromboembolismo quali edema o dolore agli arti, dolore toracico, difficoltà respiratoria, cefalea persistente, in particolare se associata a disturbi della visione o della parola o a disturbi motori. Bisogna inoltre prestare attenzione alla presenza di sanguinamento muco-cutaneo quale segno di possibile piastrinopenia” spiegano gli esperti SISET, che hanno preparato anche un documento con alcune indicazioni pratiche sulle vaccinazioni anti Covid-19 per pazienti con trombosi/trombofilia.    Nato in seguito alle richieste dei pazienti sui possibili rischi della vaccinazione e sulla possibilità per loro di essere identificati come pazienti a rischio data la loro patologia, il documento si riferisce in particolare a tre categorie: 1) pazienti in trattamento anticoagulante orale e pazienti con malattie emorragiche gravi, 2) pazienti con pregressa trombosi e 3) pazienti con trombofilia asintomatici e pazienti con malattie emorragiche congenite meno gravi.  Un ulteriore guida per orientarsi nel complesso scenario del rischio trombotico legato a Covid-19 e alla relativa vaccinazione.

Le donne sono più a rischio?     La domanda sul rischio al femminile è sorta soprattutto in relazione al fatto che i casi sospetti si sono verificati proprio nella popolazione femminile e che molte donne fanno ricorso a terapie ormonali (contraccettive o sostitutive) che possono, così come la gravidanza stessa, modificare il rischio trombotico. Ebbene, anche in questo caso la risposta è “no”, se il quesito riguarda l’aumento del rischio di eventi trombotici associato al vaccino.  Lo affermano in un Position Paper ad Interimdatato 22 marzo 2021 diverse società scientifiche italiane che si occupano in particolare della salute delle donne. Il documento è infatti firmato da Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO), Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI) e Associazione Ginecologi Universitari Italiani (AGUI) e condiviso con Società Italiana Menopausa (SIM), Società Italiana della Contraccezione (SIC) e Società Italiana Ginecologia Terza Ettà (SIGITE).  La sostanza è chiara sin dal primo dei sette punti elencati nel relativo comunicato stampa: “non vi è nessun dato in letteratura che evidenzi un aumento del rischio trombotico nella popolazione sottoposta al vaccino anti Covid-19, ed in particolare Astra Zeneca, rispetto alla popolazione generale”.  Entrando più nello specifico, il documento spiega anche che “non vi è nessuna controindicazione alla vaccinazione nelle donne che assumono estroprogestinici quale contraccezione ormonale o terapia ormonale sostitutiva”. Non serve inoltre, come ricordano gli esperti, eseguire indagini preliminari o attuare profilassi antitrombotica con aspirina a basso dosaggio o eparina a basso peso molecolare in seguito alla vaccinazione. Infine, la vaccinazione non è controindicata nelle donne ad aumentato rischio trombotico, anche se, durante la gravidanza deve essere effettuata una profilassi antitrombotica personalizzata.