L’impatto nascosto di ansia e insonnia su infiammazione e tumori

(da M.D,Digital) Un recente studio esplorativo trasversale, su un campione di studentesse universitarie (età compresa tra 17 e 23 anni), ha esaminato l'associazione tra i sintomi auto-riferiti di ansia e insonnia e il numero di cellule Natural Killer (Nk). Le cellule Nk sono una prima linea di difesa contro agenti patogeni e cellule infette; un numero troppo basso di queste cellule può portare a disfunzione immunitaria e aumentare la suscettibilità alle malattie.  I disturbi d'ansia e l'insonnia sono condizioni note per perturbare il normale funzionamento del sistema immunitario e sono attualmente in aumento. Nel campione studiato, il 53% delle partecipanti ha riportato disturbi del sonno suggestivi di insonnia e il 75% ha riportato sintomi di ansia. I risultati, pubblicati su 'Frontiers in Immunology', hanno indicato che l'ansia e l'insonnia possono potenzialmente reprimere la funzione immunitaria abbassando il numero delle cellule Nk. In particolare, le studentesse che presentavano sintomi di insonnia mostravano un declino nel conteggio e nella percentuale delle cellule Nk totali e delle loro sottopopolazioni. Analogamente, le studentesse con sintomi di ansia generale presentavano un numero e una percentuale inferiori di cellule Nk circolatorie e delle loro sottopopolazioni, rispetto alle studentesse asintomatiche. La gravità dei sintomi gioca un ruolo cruciale: le studentesse con sintomi di ansia moderata e grave mostravano una percentuale significativamente più bassa di cellule Nk circolatorie. Una riduzione di queste cellule può portare a una compromissione del sistema immunitario, che può sfociare in malattie, tumori e persino disturbi mentali come la depressione. Comprendere come questi stressor psicologici influenzino le cellule Nk periferiche può fornire preziose intuizioni sui meccanismi sottostanti l'infiammazione e la tumorigenesi. Sebbene stili di vita sani, inclusa l'attività fisica regolare e una dieta equilibrata, possano potenziare le cellule Nk, l'impatto di ansia e insonnia compromette la salute generale e la qualità della vita. Gli autori riconoscono che lo studio ha limiti, poiché ha incluso solo giovani donne – un gruppo in cui ansia e disturbi del sonno sono in aumento sproporzionato – limitando così la generalizzabilità dei risultati. Sono necessarie ricerche future che includano fasce d'età, sessi e regioni diversi per ottenere una visione più completa degli effetti dell'ansia e dell'insonnia sulla proporzione e sulla funzione delle cellule immunitarie. (Alhamawi RA, et al. Insomnia and Anxiety: Exploring Their Hidden Effect on Natural Killer Cells Among Young Female Adults. Frontiers in Immunology 2025. DOI: 10.3389/fimmu.2025.1698155)  

Scrivere a mano non è un vezzo: salva memoria, concentrazione e fantasia

(da Sanitainformazione.it)   il 23 gennaio, si è celebrato il World Handwriting Day, la Giornata Mondiale della Scrittura a Mano, un gesto antico che rischia di scomparire tra le nuove generazioni. La penna sulla carta, però non è solo un modo di comunicare: è una palestra per la mente, capace di stimolare memoria, concentrazione, linguaggio e creatività. In un mondo dominato da tastiere e schermi, neurologi e grafologi avvertono che rinunciare alla scrittura manuale può avere effetti negativi concreti sulle capacità cognitive. Il cervello al lavoro: i benefici neurologici della scrittura manuale     Secondo il neurologo Rosario Sorrentino, scrivere a mano è molto più che un semplice gesto: rappresenta uno stimolo epigenetico che favorisce la neuroplasticità cerebrale, cioè la capacità del cervello di riorganizzarsi e creare nuove connessioni. Molti giovani stanno perdendo questa sana abitudine ma rinunciare a carta e penna, sostituendole esclusivamente con strumenti digitali, può ridurre il livello di creatività e impoverire il linguaggio. “L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario – spiega Sorrentino – ma se diventa l’unico repertorio cognitivo rischia di sostituire l’originalità e la fantasia individuale. La scrittura a mano rimane insostituibile per allenare il cervello e stimolare il pensiero creativo”. Dalla scuola alla vita quotidiana: la scrittura a mano come allenamento pratico della mente    Per Alessandro Padovani, direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Brescia e past president della Società Italiana di Neurologia (SIN), scrivere a mano è un vero allenamento mentale: “Come l’esercizio fisico – afferma – stimola la concentrazione, la coordinazione oculo-manuale e la destrezza, oltre a sviluppare aree cerebrali fondamentali per il linguaggio e l’apprendimento”. Secondo Padovani, la consuetudine della penna non è un semplice retaggio del passato: è una pratica scientificamente dimostrata per migliorare memoria e capacità cognitive, soprattutto nei bambini e nei ragazzi. Anchegrafologi e logopedisti affermano che la scrittura manuale è una palestra sensoriale e cognitiva fondamentale fin dall’inizio della scolarizzazione. Il digitale non basta    Nonostante la comodità di smartphone e computer, sostituire completamente carta e penna con il digitale rischia di ridurre originalità, concentrazione e profondità del pensiero. Il ritorno del corsivo e della calligrafia tra i giovani, anche su piattaforme come TikTok, dimostra che l’interesse per la penna non è scomparso: nel 2024 l’hashtag #calligraphy ha registrato un incremento del 63%, a testimonianza di una riscoperta della scrittura come forma di espressione personale e creativa. Salvaguardare una competenza fondamentale    L’Unesco sta valutando la candidatura del corsivo come patrimonio immateriale dell’umanità. L’iniziativa, promossa da istituti grafologici e associazioni di settore, punta a valorizzare una competenza che unisce cultura, manualità e stimolo mentale. Carta e penna, con tutte le loro sfumature, restano strumenti che rafforzano la concentrazione e stimolano l’inventiva. Una pratica preziosa in ogni fase della vita, oltre la semplice comunicazione.

Le persone si fidano più dei medici che dell’IA

(da Sanitainformazione.it)  La maggior parte delle persone mantiene una maggiore fiducia nei medici umani rispetto all’intelligenza artificiale (IA) per le diagnosi, pur riconoscendo un grande potenziale in questa tecnologia quando viene presentata in un contesto specifico e reale, come la diagnosi del cancro. Lo rivela uno studio guidato da Michael Sobolev, dell’Università della California del Sud, e da Patrycja Sleboda, del Baruch College della City University di New York, presentato al convegno annuale della Society for Risk Analysis, che si è tenuto a Washington. Solo 1 persona su 6 si fida dell’IA per diagnosticare problemi di salute  - La ricerca, basata su due sondaggi rappresentativi a livello nazionale, si è concentrata sulla fiducia, la comprensione, il potenziale, l’entusiasmo e la paura dell’IA in medicina. Secondo lo studio, solo circa 1 persona su 6, il 17%, si fida dell’IA quanto di un esperto umano per diagnosticare problemi di salute. Nonostante la diffidenza generale, quando è stato presentato uno scenario reale, un’IA che analizza le immagini della cervice per rilevare alterazioni precancerose, la maggior parte dei partecipanti ha valutato il potenziale come il fattore più alto. Le persone che hanno avuto un’esposizione personale a strumenti di IA, come ChatGPT, hanno mostrato un atteggiamento più positivo nei confronti della sua applicazione medica. L’istruzione influisce sulla valutazione dell’IA  - Coloro che l’hanno utilizzata hanno espresso una migliore comprensione, maggiore entusiasmo e maggiore fiducia. Nella valutazione dello strumento diagnostico per il cancro, gli elementi di accettazione sono stati classificati come segue, dal più alto al più basso: potenziale, entusiasmo, fiducia, comprensione, paura. La paura è risultata essere il fattore più basso. Essere uomo e possedere una laurea erano associati a maggiore fiducia, entusiasmo e potenziale nell’uso dell’IA in sanità, oltre che a una minore paura generale. In sintesi, lo studio evidenzia un divario tra lo scetticismo generale verso l’IA e l’accettazione che si sviluppa quando il pubblico viene informato su esempi specifici e concreti di come l’IA può aiutare la medicina, in particolare nella diagnosi precoce.

Come andare in pensione con l’Enpam nel 2026

(da enpam.it)    Anno nuovo, requisiti vecchi. Sono quelli di età e di anzianità contributiva che servono a medici e odontoiatri per andare in pensione con l’Enpam nel 2026.  Come detto, quest’anno i requisiti sono rimasti gli stessi del 2025. Ma per chi sta progettando di ritirarsi dall’attività professionale nei prossimi 12 mesi, può essere utili ribadirli.  Innanzitutto, è bene ricordare che la pensione Enpam è composta da una base, di Quota A, che si matura con la contribuzione che versano tutti i medici e dentisti e che spetta quindi a tutti gli iscritti all’Ordine.  A questa, si aggiunge un’ulteriore quota eventuale calcolata sui contributi versati alla gestione di appartenenza, determinata dall’attività professionale specifica svolta: medicina generale, specialistica ambulatoriale, specialistica esterna o libera professione. PER TUTTI – QUOTA A  -  È bene premettere che per fare domanda per il trattamento legato alla Quota A è necessario essere in regola con il versamento dei contributi e aver maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia o per quella anticipata. La pensione di vecchiaia ha come requisito il raggiungimento dei 68 anni di età e condizione necessaria è avere almeno 5 anni di anzianità contributiva.  I requisiti per la pensione anticipata si maturano, invece, a 65 anni, per chi sceglie il metodo di calcolo interamente contributivo, entro il mese del sessantacinquesimo compleanno. Occorre comunque essere ancora iscritti alla gestione e avere almeno 20 anni di contribuzione. PER I CONVENZIONATI  -  Oltre che alla Quota A, i medici convenzionati sono contribuenti del Fondo Enpam della medicina convenzionata e accreditata.  Una volta cessata l’attività in convenzione, medici di famiglia, pediatri di libera scelta, specialisti ambulatoriali o esterni, medici della medicina dei servizi, guardie mediche, medici fiscali o medici convenzionati esterni Inps, hanno a disposizione tre modalità.  La prima prevede di andare in pensione di vecchiaia68 anni.  La seconda, prevede di andare in pensione anticipata a partire dai 62 anni.  Per questa opzione è necessario avere maturato almeno 35 anni di contribuzione effettiva, riscattata o ricongiunta e 30 anni di anzianità laurea.  Infine, come terza opzione, è possibile andare in quiescenza indipendentemente dall’età, con 42 anni di contribuzione effettiva, riscattata e ricongiunta, e 30 anni di anzianità laurea.  Per i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta e gli specialisti ambulatoriali c’è una quarta opzione che prevede di andare in pensione con il sistema dell’App, l’Anticipo della prestazione previdenziale dell’Enpam. PER I LIBERI PROFESSIONISTI   - I medici e i dentisti che nella loro carriera hanno svolto libera professione hanno versato i contributi derivanti dalla loro attività alla Quota B, hanno anche loro tre modalità per andare in pensione.  La prima prevede di andare in pensione di vecchiaia68 anni, purché si abbiano almeno 5 anni di anzianità contributiva sulla Quota A.  La seconda prevede, a 62 anni, di andare in pensione anticipata di Quota B.  Anche in questo caso sono necessari almeno 35 anni di contribuzione effettiva, riscattata o ricongiunta, e 30 anni di anzianità laurea. Infine, come terza opzione, è possibile andare in quiescenza indipendentemente dall’età, con 42 anni di contribuzione effettiva, riscattata e ricongiunta, e 30 anni di anzianità laurea