Televisita e certificato di malattia, siamo al paradosso
(da M.D. Digital) Il certificato di malattia non è rilasciabile dopo una televisita. Per la 'Legge Brunetta' il medico lo può compilare solo dopo aver effettuato una visita in presenza. A evidenziare ciò Sergio Pillon, Vicepresidente Associazione italiana Sanità Digitale e Telemedicina (AiSDeT). Una contraddizione in essere, precisa Pillon sul sito dell'associazione, "perché la Televisita è riconosciuta come Atto medico e ha valore legale". Inoltre sottolinea che il referto della Televisita viene depositato nel Fascicolo Sanitario Elettronico attraverso la piattaforma di telemedicina "e può essere integrato automaticamente nel Certificato telematico di malattia, che oggi, invece, può essere compilato ed inviato all’INPS solo dopo una visita in presenza". “La Televisita – aggiunge Pillon – si chiude sempre con un referto, che vale come attestazione di malattia, sia in campo assicurativo che come giustificativo per l’assenza dal luogo di lavoro, ma paradossalmente non può essere compilato ed inviato per via telematica dopo una televisita". Chiediamo, dunque - conclude Pillon - che su questo aspetto, che appesantisce il processo di assistenza e che crea un onere inutile all’assistito e al medico curante, si intervenga per adeguare la Legge Brunetta, conformando il referto in Televisita a quello in presenza per gli aspetti legati all’ambito assicurativo e di giustificazione INPS”.
Malasanità, 7 volte su 10 il medico non c’entra
(da enpam.it - riproduzione parziale) Ogni 10 accertamenti su casi di presunta malasanità solo 3 chiamano in causa direttamente i medici. È questa una delle conclusioni a cui giunge la ricerca “La legge Gelli-Bianco e l’accertamento tecnico preventivo. Un primo bilancio sull’accertamento della responsabilità sanitaria nel Tribunale di Roma”, presentata mercoledì mattina a Roma nella Sala del Museo Ninfeo.
PRIMO TAGLIANDO PER LA “GELLI-BIANCO” L’indagine sul campo è stata realizzata dall’Eurispes in collaborazione con la XIII sezione del Tribunale di Roma, l’Enpam e lo studio legale Di Maria Pinò, ed è la prima realizzata in questo particolare ambito in Italia. La XIII sezione del Tribunale di Roma (ve ne è solo una analoga presso il Tribunale di Milano), è composta da 16 magistrati che si occupano in via esclusiva di responsabilità professionale. Nell’àmbito di tale responsabilità, quella sanitaria è pari a circa l’85/90 per cento del totale dei casi. Inoltre, il Tribunale di Roma è quello che tratta il maggior numero di cause di responsabilità medica e delle strutture sanitarie tra tutti quelli italiani (il 35 per cento circa del totale), i risultati dell’indagine sono dunque ben rappresentativi del dato nazionale. La consultazione dell’archivio della XIII sezione, partendo da circa duemila Accertamenti tecnici preventivi (Atp) svolti dal 1° aprile 2017 (data di entrata in vigore della “legge Gelli-Bianco”) al 31 dicembre 2021, ha permesso di repertare gli Accertamenti tecnici preventivi effettuati da 336 medici legali. Gli accertamenti tecnici considerati sono complessivamente 1.380.
10 MILIARDI PER LA MEDICINA DIFENSIVA L’indagine ha reso possibile una prima, accurata, valutazione dell’impatto della “legge Gelli”, relativamente agli Accertamenti tecnici preventivi volti alla conciliazione della lite che rappresentano il primo livello della sua applicazione. La Legge Gelli si prefiggeva, tra gli altri, un obiettivo ben preciso: quello di combattere la cosiddetta “medicina difensiva”, cioè una serie di comportamenti tenuti dall’operatore sanitario nei confronti del paziente con il solo fine di evitare il rischio della insorgenza dei contenziosi civili e penali a carico del medico e/o della struttura sanitaria. La medicina difensiva, oltre a costringere i medici in trincea, incide sul Servizio sanitario nazionale per circa 10 miliardi l’anno, il che è pari allo 0,75 per cento del Pil (dati aggiornati al 2014).
RESPONSABILITÀ ACCERTATA IN 2 CASI SU 3 A cinque anni dall’entrata in vigore della legge, nonostante alcune previsioni necessitino ancora dei decreti attuativi per poter dispiegare i propri effetti, dai risultati emersi appare come, almeno in parte e specularmente per il settore della responsabilità civile, la norma abbia raggiunto alcuni degli obiettivi prefissati. Il dato di maggiore rilevanza è che nell’analisi dei 1.380 Atp esaminati, i medici non risultano essere personalmente coinvolti nel 70,3 per cento dei casi, mentre lo sono nel 29,7 per cento. Dalla ricerca emerge che gli Atp che si concludono positivamente per il paziente sono il 65,3 per cento, mentre l’esito è stato positivo per la struttura il 31,1 per cento delle volte; nei due terzi dei casi, dunque, la responsabilità professionale della struttura sanitaria e/o del medico risultano effettive. L’Atp, che rappresenta il vero fulcro e cardine del procedimento, non è altro, sostanzialmente, che un giudizio che dei medici danno sull’operato di altri medici. Nel 29 per cento degli Atp vi è stata una chiamata in causa dell’assicurazione.
ORTOPEDIA IN CIMA ALLE CONTESTAZIONI Guardando alla tipologia di convenuto, il 40,4 per cento delle volte risulta trattarsi di una struttura pubblica, il 36,1 per cento di struttura privata e, nell’11 per cento dei casi, di medico persona fisica/assicurazione. Analizzando il dettaglio dei settori specialistici interessati, emerge che il settore coinvolto più spesso è Ortopedia (16,3 per cento), seguito da Chirurgia (13,2 per cento) e da Infettivologia (11,7 per cento). Nel complesso, dunque, il 41,2 per cento degli Atp interessa questi tre settori. I dati indicano dunque, da un lato, come la maggioranza delle richieste di accertamento non sia pretestuosa ed evidenzi responsabilità mediche e delle strutture sanitarie, dall’altro come i medici specialisti chiamati a valutare, in qualità di consulenti tecnici di ufficio, siano corretti e trasparenti nell’accertamento delle responsabilità dei colleghi. Si evidenzia – si legge nel documento – come in alcuni casi vi sia un problema di funzionamento delle strutture mediche e ospedaliere piuttosto che una responsabilità dei medici. Il contrasto al fenomeno della medicina difensiva necessita anche e soprattutto di un intervento sociale e culturale di sistema, incentrato sul diritto a un’adeguata informazione dei cittadini sulla efficacia degli interventi sanitari, costruito mediante il dialogo tra il paziente e il medico. Un particolare sforzo – conclude la ricerca – dovrà essere fatto in questa direzione.
Rumore del traffico determina aumento della pressione sanguigna
(da Quotidiano Sanità) Vivere vicino a una strada trafficata provoca un aumento della pressione sanguigna, ma la causa è il rumore, non l’inquinamento. A chiarirlo è uno studio pubblicato da 'JACC: Advances' e coordinato da Jing Huang dell’Università di Pechino, in Cina. “Siamo rimasti un po’ sorpresi quando abbiamo scoperto che l’associazione tra rumore del traffico stradale e l’ipertensione era robusta anche dopo l’aggiustamento per l’inquinamento atmosferico”, osserva l’autore principale dello studio. Studi precedenti avevano già mostrato una connessione tra strade trafficate e aumento del rischio di ipertensione. Tuttavia non era chiaro se fosse il rumore o piuttosto l’inquinamento ad avere un ruolo nello sviluppo dell’ipertensione.
Lo studio cinese Per analizzare questi aspetti, i ricercatori dell’Università di Pechino hanno raccolto dati relativi a più di 240mila persone tra 40 e 69 anni, senza ipertensione al basale. Il team ha stimato il rumore dovuto al traffico sulla base della residenza, utilizzando un sistema di valutazione europeo, il Common Noise Assessment Method. Dopo un follow-up di 8,1 anni, i ricercatori hanno individuato quante persone sviluppavano ipertensione, cercando di valutare anche un’eventuale associazione con la ”quantità” di rumore ai quali erano esposti. Dai risultati è emerso che il rumore da traffico è collegabile e a un aumento della pressione arteriosa; un risultato che, secondo gli stessi autori, deve essere tenuto in considerazione a livello di decisioni di misure di salute pubblica.