Long Covid: quei sintomi sfuggenti che nessuno capisce

(da Univadis)   I pazienti che continuano a lamentare sintomi di COVID-19 a distanza di mesi dalla fase acuta sono stati trattati spesso alla stregua di ansiosi ipocodriaci, o di lunatici, ma nelle ultime settimane anche le riviste accademiche hanno cominciato a prendere sempre più seriamente il fenomeno della cosiddetta "long haulers covid", una forma della malattia a lunga persistenza, anche per merito di uno studio italiano pubblicato in agosto sulla rivista JAMA.  In quello studio, un gruppo di ricercatori dell'Università Cattolica di Roma aveva osservato che tra i pazienti che si presentavano alla clinica Day Hospital Post-Covid del Policlinico Gemelli dopo essere stati dimessi con doppio tampone negativo, solo una esigua minoranza, pari al 12,6%, era del tutto libero da sintomi, mentre il 32% aveva uno o due sintomi e addirittura il 55% ne aveva tre o più, pur non presentando né febbre né altri segni o sintomi di malattia acuta. In 44 casi su cento, la sintomatologia era tale da compromettere la qualità della vita. I pazienti lamentavano spossatezza (53,1%), dispnea (43,4%) dolori articolari (27,3%) e dolori toracici (21,7%), in media a 60 giorni dall'esordio dei sintomi.

Non solo i più gravi      "A oggi il numero di pazienti seguiti è salito a circa 400, con una sostanziale conferma dei dati, nonostante il tempo mediano del follow-up sia salito da 60 a 90 giorni" spiega a Univadis Medscape Italia Angelo Carfì, tra gli autori dello studio. "Sono pazienti che hanno avuto la malattia in forma moderata o grave, e che in maggioranza avevano avuto bisogno di ossigeno o ventilazione". Con il crescere dei numeri, sono emersi anche casi di sintomatologia persistente persino in assenza di conferma diagnostica dell'avvenuta infezione, quindi con tampone negativo, come quello di una giovane dottoressa del Massachusetts General Hospital in Boston: "Ancora oggi esito a identificarmi con i 'long-haulers', incapace di conciliare l'adesione della mia mente all'evidence oggettiva con i sintomi del mio corpo. Ma condivido i loro tormenti" ha raccontato Pooja Yerramilli alla rivista americana STAT "Ai medici si insegna a dare più peso al dato obiettivo che all'esperienza soggettiva, ma forse dovremmo ammettere umilmente l'incertezza e mantenere l'apertura mentale e la curiosità necessarie per porre le domande giuste".

Sindrome post-virale     “A livello aneddotico non c'è dubbio che un numero considerevole di individui abbia una sindrome post-virale che davvero, per molti aspetti, li rende inabili per settimane o mesi dopo la cosiddetta guarigione con scomparsa del virus" ha spiegato Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. Qualcosa di simile era accaduto anche con la prima SARS, nel 2002: "Alcune persone che erano state ricoverate con SARS presentavano ancora una funzione polmonare ridotta a distanza di due anni" ricordava un articolo, ancora su Jama. Ma in tutto il mondo le diagnosi di SARS erano state solo 8.096.  Uno studio in corso di pubblicazione che sta aiutando a fare chiarezza è stato condotto da Marco Rizzi, direttore dell’Unità di Malattie Infettive dell'Ospedale di Bergamo Papa Giovanni XXIII: il progetto di follow-up Surviving Covid-19 ha reclutato circa 1.500 pazienti dimessi tra marzo e settembre dall'ospedale bergamasco, in una delle zone più seriamente colpite dalla prima ondata della pandemia. A differenza dell'indagine della Cattolica, basata su questionari, il gruppo di Rizzi ha richiamato tutti i pazienti dimessi per sottoporli a una approfondita batteria di esami.  Il follow-up è stato realizzato in media dopo tre mesi e mezzo circa dalla comparsa dei sintomi, e ha comportato due accessi per la prima valutazione a cura di un infermiere (che ha effettuato ecg, prelievi ematici, radiografia e valutazione della funzionalità respiratoria eventualmente seguita da TC torace), da uno psicologo per la valutazione psicosociale e da un fisioterapista per la valutazione dei bisogni riabilitativi. Tre giorni dopo, la seconda valutazione a cura dell'infettivologo con i risultati degli esami comportava il rinvio al MMG o l'avvio di percorsi specialistici.  "Mediamente il 30% dei pazienti presentava dispnea, il 28% prove respiratorie di diffusione patologiche e il 36% astenia e fatigue" ha spiegato Rizzi a Univadis Medscape Italia. "L'anosmia, che era presente nel 18% dei ricoverati in fase acuta, persisteva nel 3% a distanza di 105 giorni. Molto diffuse erano anche sindrome post-traumatica da stress (circa il 30% dei pazienti), ansietà (11%) e depressione (4,5%)".  Rizzi e colleghi hanno osservato una correlazione chiara rispetto all'episodio acuto per quanto riguarda il quadro respiratorio, ma non per l’astenia. Oltre la metà dei pazienti visitati è stato affidato al medico di medicina generale.

Ma se è normale aspettarsi sintomi duraturi in chi ha trascorso settimane in un reparto di terapia intensiva, spesso intubato, alcune indagini americane hanno sorprendentemente suggerito che la forma persistente di Covid potrebbe addirittura prediligere pazienti con sintomi lievi o moderati che non sono stati ricoverati, o lo sono stati per brevi periodi, e non hanno avuto bisogno di terapia intensiva.  Molti di loro lamentano perdita di memoria e difficoltà di concentrazione, spesso accompagnate da estrema spossatezza: sintomi che hanno spinto Anthony Fauci ad associare questi casi alla cosiddetta "nebbia post-virale" comune nella sindrome da stanchezza cronica/encefalomielite mialgica (ME/CFS), di cui si sa che spesso il fattore scatenante è un'infezione da mononucleosi, malattia di Lyme o appunto SARS, un'altra malattia da coronavirus.

“Non mi credono”     Di certo, come per le prime vittime di CFS, anche per i pazienti con Covid persistente è molto comune l'esperienza frustrante di non essere presi sul serio: soprattutto alle donne è capitato di essere viste come ansiose con la tendenza a drammatizzare.   Anche per questo, in alcuni casi sono stati gruppi di autoaiuto dei pazienti a mobilitarsi per provare a fare chiarezza. Dopo una prima indagine che ha raccolto i dati di 640 long haulers (https://patientresearchcovid19.com/research/report-1/), un gruppo di ricerca oggi coordinato da Athena Akramy dell'University College di Londra ha da poco lanciato una nuova raccolta dati via web, con anche interfaccia in italiano, chiamando a raccolta chi "ha avuto o sta avendo sintomi compatibili con la COVID-19, come risultato di un'infezione da SARS-CoV-2 presunta o confermata".    Rizzi ha già preso parte a numerosi incontri di formazione e condivisione con i medici del territorio lombardo, ma si dice convinto che molto rimanga da fare: "Abbiamo avviato un confronto nazionale sulle necessità del follow-up, perché gli ambulatori sono pochi", conclude.

(https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2768351     https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2771111)

Consumare cibi antinfiammatori riduce rischio CV

(da Quotidiano Sanità e Reuters Health)  Le persone che consumano una grande quantità di alimenti che promuovono l’infiammazione sono a maggior rischio di malattie cardiovascolari. È la conclusione cui è arrivato uno studio pubblicato dal 'Journal of the American College of Cardiology' (JACC) da un gruppo di ricercatori del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School di Boston (USA), guidato da Frank Hu.
Il team ha sviluppato e convalidato il punteggio EDIP (empirical dietary inflammatory pattern) basato sull’assunzione di 18 gruppi di alimenti associati a diversi livelli di marcatori infiammatori, con i cibi pro-infiammatori che includono carne rossa, carne lavorata, carne di organi, carboidrati raffinati e bevande zuccherate, e i cibi antinfiammatori che comprendono verdure a foglie verdi, verdure giallo scuro, cereali integrali, frutta, tè, caffè e vino.
Nello studio, Hu e colleghi hanno confrontato il punteggio EDIP con il rischio cardiovascolare in 74.578 donne dello studio Nurses’ Health Study (NHS), 91.656 donne dello studio NHS II e 43.911 uomini dello studio Health Professionals Follow-up Study. In totale, sono stati registrati 15.837 nuovi casi di malattia cardiovascolare, inclusi 9.794 casi di malattia coronarica e 6.174 casi di ictus.
Dopo aver preso in considerazione l’uso di farmaci antinfiammatori e fattori di rischio cardiovascolare, gli autori hanno scoperto che i partecipanti nel quintile più alto al punteggio EDIP, rispetto a quelli nel quintile più basso, avevano un rischio maggiore del 38% di soffrire di malattia cardiovascolare, un rischio maggiore del 46% di soffrire di malattia coronarica e un 28% di rischio più elevato di andare incontro a ictus. Infine, l’analisi di un sottogruppo di partecipanti allo studio ha mostrato un’associazione tra EDIP più alto e trigliceridi nel sangue più elevati, colesterolo ad alta densità (HDL) più basso e una piccola riduzione del colesterolo totale.
Sullo stesso numero di JACC è stata poi pubblicata una lettera che riporta una ricerca su 324 anziani sani che, consumando da 30 a 60 grammi di noci al giorno, avevano concentrazioni ridotte di sei biomarcatori infiammatori su dieci a due anni, rispetto ai coetanei che non ne mangiavano.
“È scientificamente provato che mangiare noci abbassa il colesterolo LDL e ora è incoraggiante sapere che può ridurre anche l’infiammazione, un altro fattore di rischio cardiovascolare”, ha spiegato Sujatha Rajaram, della Loma Linda University, in California. “Includere le noci nella dieta è un semplice consiglio che i medici possono dare ai pazienti che hanno un colesterolo alto o altri fattori di rischio cardiovascolare”, ha concluso l’esperto.
 

Enpam: allo studio tutele anti-Covid anche per i libero professionisti

(da Enpam.it)   Secondo le indicazioni emerse dal Comitato Consultivo del Fondodella libera professione, tenutosi il 20 novembre scorso, l’Enpam si avvierebbe a coprire l’unico vuoto rimasto nell’architettura dei propri interventi a tutela dei soggetti colpiti dall’emergenza sanitaria in atto. Come abbiamo avuto occasione di sottolineare, infatti, i liberi professionisti sono finora tutelati con una specifica indennità se sono posti in quarantena o in isolamento domiciliare dall’autorità sanitaria competente per territorio, ma in caso di malattia vera e propria da Covid-19 la loro copertura è invece assimilata a quella della normale malattia, e quindi scatta dal 31° giorno di inabilità.

Risultati elezioni Ordine dei Medici e Odontoiatri di Forlì-Cesena: Michele Gaudio confermato Presidente

Durante la Assemblea Elettorale tenutasi nei giorni 21 e 22 Novembre, è uscita vincitrice la lista guidata dal Presidente uscente Michele Gaudio. Nel corso del Consiglio Direttivo dedicato alla attribuzione delle cariche per il quadriennio 2021-2024, il Dott. Gaudio è stato confermato Presidente dell'OMCeO di Forlì-Cesena. Gli altri membri del Consiglio Direttivo della Provincia sono i seguenti: Vice Presidente: Gian Galeazzo Pascucci, Segretario: Morena Contri, Tesoriere: Fabio Balistreri. Consigleri: Enrico Maria Amadei, Umberto Castellani, Angelo Castellini, Giorgio Ercolani, Roberta Gunelli, Leonardo Lucchi, Paolo Paganelli (Presidente CAO), Veronica Pasini, Annalisa Prati, Marco Ragazzini, Mario Raspini (consigliere CAO), Claudio Simoni e Gilberto Vergoni .

Due pubblicazioni molto interessanti

Ricevo, edito dal Dott. Fosco Foglietta, con grande piacere, due pubblicazioni di estrema attualità.

Il Dott. Fosco Foglietta, per chi non lo conoscesse, vanta una lunga carriera di Manager nel mondo della sanità concretizzatasi, tra le tante attività con il ruolo di Direttore Generale dal 1998 al 2010 dell’Azienda USL di Bologna Sud prima e dell’Asl di Ferrara poi.

In seguito ha ricoperto il ruolo di Presidente del Consiglio di Amministrazione della CUP 2000 S.C.P.A., Società di Sanità Elettronica della Regione Emilia-Romagna.

E’ autore di sette monografie e di oltre un centinaio di articoli su riviste specializzate.

Il primo volume: “Rivoluzione Covid – Cambiamenti e riforme del SSN ai tempi della pandemia” offre una chiara analisi di fatti che si sono rivelati cruciali nel determinare le azioni dei sistemi sanitari e sociosanitari, sia nazionali che regionali, per fronteggiare la pandemia da Covid 19. Ampio spazio è dedicato anche all’analisi dei cambiamenti già in agenda, ai quali l’emergenza ha imposto una forte accelerazione.

Scopo finale dell’autore è trarre dalla lunga fase emergenziale che stiamo vivendo spunti utili e concetti per rinnovare e migliorare il SSN.

Il secondo volume dal titolo “MANGEMENT IN SANITA’” costituisce una vera e propria bibbia dell’argomento, fornendo una visione complessiva ed organica non solo dei principali assetti che delineano l’attuale architettura del nostro SSN ma ne ripercorre con puntuale esaustività l’evoluzione storica partendo dalla ormai lontana legge istitutiva (833/78) fino ai giorni nostri.

Uno strumento indispensabile per tutti i medici, oggi chiamati sempre più a funzioni complementari di management, ma soprattutto per i giovani laureati che si accingono ad intraprendere la carriera professionale purtroppo privi della conoscenza del quadro complessivo dell’aspetto organizzativo e giuridico del sistema sanitario e sociosanitario causa una scarsa attenzione sul tema nei piani di studio curriculari delle Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Il Presidente

Dott. Michele Gaudio

Studi medici e tamponi: ecco le linee guida da adottare

(da DottNet)  Esporre un avviso all'ingresso dello studio con chiare istruzioni sulle modalità di accesso, stabilendo rigorosi percorsi di entrata, di attesa e di uscita e specificando giorni e orari in cui si prevede l'esecuzione del test antigenico rapido. Esclusivamente previo appuntamento; in un locale dedicato, con una buona aereazione e che non sia di passaggio; preferibilmente al termine dell'attività ordinaria, per evitare il contatto tra soggetti con possibile infezione da SarsCov2 e chi accede allo studio per altri motivi; sanificare le superfici tra un prelievo e l'altro; evitare ogni forma di assembramento dei pazienti.  Sono queste alcune delle principali raccomandazioni contenute nella Nota tecnica "Esecuzione dei test diagnostici negli studi dei Pediatri di Libera Scelta e dei Medici di Medicina Generale" (https://www.inail.it/cs/internet/docs/alg-esecuz-tes-diagnostici-pediatri-lib-sce-medici-med-gen.pdf)realizzata dall'Istituto superiore di sanità (Iss) in collaborazione con il Ministero della salute, la Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei Medici) e l'Inail, online sul sito dell'Iss.

"Abbiamo voluto contribuire fattivamente alla sicurezza degli operatori sanitari e dei cittadini con un documento agile e operativo che possa rispondere ai dubbi dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta chiamati a contribuire fattivamente in questo momento di grande richiesta di test diagnostici", dichiara Paolo D'Ancona, ricercatore del Dipartimento di Malattie infettive dell'Iss. "Siamo da tempo all'interno dei Gruppi di Lavoro con l'Istituto Superiore di Sanità. Una collaborazione fattiva, che in questo 2020, funestato dalla pandemia di Covid si è fatta sempre più intensa e proficua, con incontri a cadenza settimanale - spiega il Segretario della Fnomceo, Roberto Monaco -. Questo Documento è l'occasione per apportare il nostro contributo professionale. Ad esso si affiancheranno due video-tutorial sulle modalità per effettuare i tamponi, negli adulti e nei bambini". Il documento include diversi temi, dalle misure generali di prevenzione e controllo dell'infezione - dall'igiene delle mani alla pulizia e disinfezione degli strumenti e degli ambienti, passando per la gestione dei rifiuti e l'organizzazione delle modalità di accesso allo studio medico - alla spiegazione delle procedure per l'esecuzione dei test rapidi antigenici che, analogamente a quelli molecolari, valutano direttamente la presenza del virus nel campione clinico.

A differenza dei test molecolari, però, i test antigenici rilevano la presenza del virus non tramite il suo acido nucleico (RNA), ma tramite le sue proteine (antigeni). Il risultato dei test rapidi antigenici può essere direttamente visibile a occhio nudo o letto mediante uno strumento analizzatore compatto e trasportabile. Proprio per tali caratteristiche questo tipo di test può essere eseguito in uno studio medico o in aree dedicate senza la necessità di essere effettuato in un laboratorio.  Il tampone deve essere processato nel più breve tempo possibile, generalmente entro un'ora dal prelievo. Il risultato si ottiene in 15-30 minuti. Il test può risultare negativo se la concentrazione degli antigeni è inferiore al limite di rilevamento del test come ad esempio nella fase tardiva dell'infezione o risultare falsamente positivo per problemi di specificità, e per tale motivo, il test antigenico rapido positivo può necessitare di conferma mediante test molecolare.

Negli studi pediatrici, qualche raccomandazione in più: separare gli accessi riservati ai bilanci di salute e alle attività vaccinali dagli accessi per l'esecuzione del test diagnostico per SARS-CoV-2; raccomandare che l'accesso ai locali dello studio sia consentito ad un solo accompagnatore per bambino e che l'accompagnatore sia in buona salute; prevedere un percorso prioritario per l'esecuzione del test a bambini immunodepressi o con patologie pregresse e, sotto i 6 anni, a quelli che frequentano la comunità infantile; prevedere un approccio differente nella procedura di prelievo in relazione all'età e alla compliance del bambino, prevedendo il supporto del personale infermieristico.