Rideterminazione delle scadenze di trasmissione telematica dei dati al Sistema Tessera Sanitaria

(da fimmg.org)   Com’è noto, ai sensi dell’art. 7, comma 1, del D.M. 19.10.2020 – come modificato dal D.M. 16.02.2023 -  la trasmissione dei dati delle spese sanitarie al Sistema Tessera Sanitaria, ai fini della predisposizione delle dichiarazioni dei redditi precompilate da parte dell’Agenzia delle entrate, avrebbe dovuto essere mensile a far data dal 1° gennaio 2024 .   Tale disposizione normativa è stata espressamente abrogata dall’art. 2, comma 2, del D.M. 8.02.2024, senza, di fatto, divenire mai operativa.

Conseguentemente, a far data dal 1° gennaio 2024, per effetto dell’entrata in vigore dell’art. 12 del d. Lgs. 8 gennaio 2024 - c.d. Decreto Adempimenti – i dati relativi alle spese sanitarie devono essere trasmessi, in modalità telematica, con una cadenza semestrale .

La tempistica di trasmissione è stata, invece, disposta con il D.M. 8 febbraio 2024, il quale, introducendo  nel corpo dell’art. 7 del D.M. 19.10.2020, il comma 1-bis, ha disposto che, a far data dal 1° Gennaio 2024, la trasmissione al Sistema Tessera Sanitaria deve avvenire :

a)     per le spese sanitarie sostenute nel 1° semestre – periodo gennaio/giugno - del medesimo anno, entro il 30 settembre;

b)     per le spese sanitarie sostenute nel secondo semestre – periodo luglio/dicembre – entro il 31 gennaio dell’anno successivo.

Ema: meno batteri resistenti in Paesi che riducono antibiotici

(da AGI)   I Paesi che hanno ridotto il consumo di antibiotici sia negli animali che negli esseri umani hanno visto una riduzione dei batteri resistenti agli antibiotici. Lo afferma il quarto rapporto congiunto sull''analisi integrata del consumo di agenti antimicrobici e della comparsa di resistenza antimicrobica (AMR) nei batteri provenienti da esseri umani e animali da produzione alimentare (JIACRA IV), pubblicato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. (ECDC), l''Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e l''Agenzia europea per i medicinali (EMA). Adottando un approccio One Health, che riconosce la connessione tra la salute delle persone e degli animali, il rapporto presenta dati raccolti principalmente tra il 2019 e il 2021 sul consumo di antibiotici e sulla resistenza antimicrobica in Europa. 

L’attività fisica può ridurre il dolore in chi ha avuto un tumore

(da DottNet)   Le persone che hanno avuto il cancro spesso sperimentano dolore continuo, ma un nuovo studio rivela che essere fisicamente attivi può aiutare a ridurne l'intensità. La ricerca, guidata dall'American Cancer Society, è pubblicata sulla rivista 'Cancer'. Sebbene sia stato dimostrato che l'attività fisica riduce vari tipi di dolore, i suoi effetti sul dolore correlato al cancro non sono chiari. Per indagare su questo, il team di ricerca ha analizzato le informazioni relative a 51.439 adulti senza una storia di cancro e 10.651 con una diagnosi di neoplasia pregressa. Ai partecipanti è stato chiesto come valutassero in media il loro dolore, con risposte che andavano da 0 (nessun dolore) a 10 (il peggior dolore immaginabile) e se praticassero attività fisica abitualmente. Sulla base delle risposte dei partecipanti, la ricerca ha evidenziato che, per le persone che avevano avuto il cancro in passato e per quelle senza una storia di neoplasia, una maggiore attività fisica era collegata a una minore intensità del dolore. 

L'entità dell'associazione era simile per entrambi i gruppi studiati, cosa che indica che l'esercizio fisico può ridurre il dolore correlato al cancro proprio come fa per altri tipi di dolore studiati in passato. Le linee guida statunitensi raccomandano da 150 minuti (2 ore e 30 minuti) a 300 minuti (5 ore) a settimana di attività aerobica a intensità moderata, o da 75 minuti (1 ora e 15 minuti) a 150 minuti (2 ore e 30 minuti) a settimana di attività aerobica a intensità vigorosa. Tra i partecipanti con una diagnosi di cancro in passato, quelli che superavano i termini fissati dalle linee guida avevano il 16% in meno di probabilità di riportare dolore da moderato a grave rispetto a quelli che non riuscivano a soddisfarli. Inoltre, rispetto alle persone rimaste inattive, coloro che erano costantemente attivi o lo sono diventati in età adulta hanno riferito meno dolore.

HARD TO REACH, una iniziativa AISM dedicata ai medici del territorio

“HARD TO REACH”, che si sviluppa su tutto il territorio nazionale al fine di conoscere in modo completo e capillare la condizione delle persone con SM che vivono in condizioni di autonomia ridotta, con l’uso ricorrente di ausili.
Il titolo del Progetto sottolinea la difficoltà a raggiungere le persone affette dalla patologia in modo esaustivo e attuale. 

AISM ha la opportunità di poterlo fare attraverso FISM, la sua Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, la quale, disponendo di un finanziamento statale, può mettere in campo un elevato numero di intervistatori, i quali potranno recarsi presso le residenze di coloro che accetteranno di venire coinvolti.
Queste persone, opportunamente formate, saranno in grado di raccogliere l'opinione dei pazienti attraverso domande mirate che riguardano i problemi ed i bisogni che si devono affrontare quotidianamente.
Il progetto è rivolto alle persone affette da SM e ai loro familiari, e richiede la collaborazione dei medici di Medicina Generale e, ovviamente, di tutti gli specialisti in Neurologia e branche affini, che possono scaricare i documenti allegati e consegnarli ai pazienti per informarli della iniziativa


Vegetariani e B12

(da La Nutrizione)   I tassi di prevalenza della carenza di vitamina B12 nei vegetariani adulti statunitensi possono superare il 30%, cosa preoccupante dato il ruolo di questa vitamina in numerose funzioni del sistema nervoso, inclusa la sintesi delle guaine mieliniche.  La sintesi e la riparazione della mielina sono direttamente collegate alla neuropatia periferica; tuttavia, poche ricerche hanno esaminato come gli indicatori fisici della neuropatia periferica (ad esempio, la destrezza della mano, la sensibilità alle vibrazioni e l’equilibrio) siano influenzati negli individui che aderiscono a diete vegetariane.

Lo studio    I ricercatori hanno coinvolto 38 adulti sani (19-40 anni di età) che hanno riferito di aver seguito esclusivamente una diete vegetariana o vegana per 3 anni.  La neuropatia periferica è stata misurata utilizzando una piastra per valutare l’equilibrio, un tester per la sensibilità alle vibrazioni e test su pannello forato per valutare la destrezza della mano. La vitamina B12 e il folato sierici sono stati misurati utilizzando tecniche di dosaggio radioimmunologico standard.  Il 26% del campione mostrava uno stato di vitamina B12 carente o border line (vitamina B12 sierica <221 pmol/L). I partecipanti con un adeguato stato di vitamina B12 hanno ottenuto un punteggio superiore del 10% nel test di assemblaggio del pannello forato Purdue e del 20% nel test di destrezza funzionale della mano sinistra, rispetto ai partecipanti con uno stato di vitamina B12 da marginale a carente (p <0,05).

Significato clinico       La vitamina B12 sierica non è un indicatore definitivo di carenza vitaminica poiché i sintomi clinici di carenza possono verificarsi al di sopra dei limiti standard.   Questi dati forniscono prove preliminari che la neuropatia periferica può essere rilevata in individui con uno stato di vitamina B12 da border line a carente.

( Front. Nutr., 18 December 2023, Volume 10 - 2023 | https://doi.org/10.3389/fnut.2023.1304134 )

Corte dei Conti: ridare lustro a medici e insegnanti, bisogna investire

(da fimmg.org)   "Il tema deve divenire parte delle riflessioni sull'efficienza del sistema sanitario che, dopo aver sostenuto l'impatto della pandemia, soffre di una crisi sistemica - accentuata dalla 'fuga' del personale sanitario, non adeguatamente remunerato - cui si dovrebbe rispondere, a livello nazionale e regionale, con decisioni ed investimenti non più rinviabili, nei campi dell'organizzazione, delle strutture, della formazione e delle retribuzioni, capaci di ridare lustro a una professione che, assieme a quella degli insegnanti, misura il senso civile di un Paese". Lo afferma Pio Silvestri, procuratore generale della Corte dei Conti nel giorno dell'inaugurazione dell'Anno giudiziario.

Lombalgia cronica, pubblicate dall’OMS le linee guida per la gestione in assistenza primaria e di comunità

(da Doctor33)   L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) pubblica le sue prime linee guida in assoluto sulla gestione della lombalgia (LBP, low back pain) nelle strutture di assistenza primaria e comunitaria, elencando gli interventi che gli operatori sanitari devono utilizzare o meno durante le cure di routine. La lombalgia – riporta il documento - è la principale causa di disabilità a livello globale. Nel 2020, circa 1 persona su 13, pari a 619 milioni di persone, hanno sperimentato LBP, con un aumento del 60% rispetto al 1990. Si prevede che i casi di LBP saliranno a circa 843 milioni entro il 2050. Gli impatti e i costi personali e comunitari associati alla LBP sono particolarmente elevati per le persone che sperimentano sintomi. La lombalgia primaria cronica si riferisce al dolore che dura per più di 3 mesi e che non è dovuto a una malattia sottostante o a un'altra condizione; rappresenta la stragrande maggioranza della presentazione della lombalgia cronica nelle cure primarie, comunemente stimata per rappresentare almeno 90% dei casi. Per questi motivi, l'OMS sta emanando linee guida sulla lombalgia primaria cronica.

«Per raggiungere una copertura sanitaria universale, il problema della lombalgia non può essere ignorato, in quanto è la principale causa di disabilità a livello globale» ha affermato Bruce Aylward, vicedirettore generale dell'OMS, Universal Health Coverage, Life Course. «I Paesi possono affrontare questa sfida onnipresente ma spesso trascurata incorporando interventi chiave e realizzabili, rafforzando i loro approcci all'assistenza sanitaria di base».

Con queste linee guida, l'OMS raccomanda interventi non chirurgici per aiutare le persone che soffrono di lombalgia primaria cronica. Questi interventi includono:
1) programmi educativi che supportino la conoscenza e le strategie di cura di sé;
2) programmi di esercizi;
3) alcune terapie fisiche, come la terapia manipolativa spinale e il massaggio;
4) terapie psicologiche, come la terapia cognitivo-comportamentale; 5) farmaci, come quelli antinfiammatori non steroidei (FANS).

Le linee guida delineano i principi chiave dell'assistenza per gli adulti con lombalgia primaria cronica, raccomandando che sia olistica, centrata sulla persona, equa, non stigmatizzante, non discriminatoria, integrata e coordinata. L'assistenza deve essere personalizzata per affrontare il mix di fattori (fisici, psicologici e sociali) che possono influenzare l’esperienza cronica di lombalgia primaria nel paziente. In un paziente potrebbe essere necessaria una serie di interventi per affrontare in modo olistico la lombalgia primaria cronica, piuttosto che singoli interventi usati in modo isolato.

Le linee guida delineano anche 14 interventi che non sono raccomandati per la maggior parte delle persone nella maggior parte dei contesti. Questi interventi non dovrebbero essere offerti di routine, poiché la valutazione dell'OMS delle prove disponibili indica che i potenziali danni probabilmente superano i benefici. L'OMS sconsiglia interventi come: 1) tutori, cinture e/o supporti lombari; 2) alcune terapie fisiche, come la trazione su una parte del corpo; 3) alcuni farmaci, come gli antidolorifici oppioidi, che possono essere associati a sovradosaggio e dipendenza.

La lombalgia è una condizione comune sperimentata dalla maggior parte delle persone a un certo punto della vita. Nel 2020, il LBP ha rappresentato l'8,1% di tutte le cause di anni vissuti con disabilità a livello globale. Tuttavia, le linee guida per la gestione clinica sono state sviluppate prevalentemente nei Paesi ad alto reddito. Per le persone che provano dolore persistente, la capacità di partecipare alle attività familiari, sociali e lavorative è spesso ridotta, potendo influire negativamente sulla salute mentale e comportare costi sostanziali per le famiglie, le comunità e i sistemi sanitari. I Paesi potrebbero aver bisogno di rafforzare e trasformare i loro sistemi e servizi sanitari per rendere disponibili gli interventi raccomandati, accessibili e accettabili attraverso la copertura sanitaria universale, interrompendo al contempo l'erogazione di routine di determinati interventi. Il successo dell'attuazione delle linee guida si baserà su messaggi di salute pubblica relativi all'assistenza appropriata per il LBP, costruendo la capacità di forza lavoro per affrontare la cura della lombalgia cronica, adattando gli standard di assistenza e rafforzando l'assistenza sanitaria di base, compresi i sistemi di invio agli specialisti. «Affrontare la lombalgia cronica richiede un approccio integrato e centrato sulla persona. Ciò significa considerare la situazione unica di ogni persona e i fattori che potrebbero influenzare la loro esperienza del dolore» ha affermato Anshu Banerjee, direttore dell'OMS per la salute materna, neonatale, infantile e adolescenziale e l'invecchiamento. «Stiamo utilizzando questa linea guida come strumento per supportare un approccio olistico alla cura del dolore da lombalgia cronica e per migliorare la qualità, la sicurezza e la disponibilità delle cure».

La lombalgia influisce sulla qualità della vita ed è associata a comorbilità e rischi di mortalità più elevati. Individui che soffrono di lombalgia cronica. Soprattutto le persone anziane, hanno maggiori probabilità di essere in povertà, uscire prematuramente dall’attività lavorativa e accumulare meno risorse per la pensione. Allo stesso tempo, le persone anziane hanno maggiori probabilità di andare incontro a eventi avversi correlati agli interventi, rafforzando l'importanza di adattare l'assistenza alle esigenze di ogni singola persona. Affrontare la lombalgia cronica tra le popolazioni più anziane può facilitare un invecchiamento sano, in modo che le persone anziane abbiano la capacità funzionale di mantenere il proprio benessere.

( https://www.who.int/publications/i/item/WHO-FWC-ALC-19.1
https://iris.who.int/bitstream/handle/10665/374726/9789240081789-eng.pdf )

La sedentarietà è legata al rischio di demenza

(da Univadis)  Il comportamento sedentario è legato alle malattie cardiometaboliche e alla mortalità, ma la sua associazione con la demenza non è chiara. Secondo uno studio retrospettivo su dati raccolti prospetticamente dalla UK Biobank, sono stati inclusi 49.841 adulti di 60 anni o più (follow-up medio, 6,72 anni) che hanno indossato un accelerometro al polso 24 ore al giorno per una settimana. L'apprendimento automatico è stato utilizzato per calcolare il tempo di sedentarietà in base alle letture dell'accelerometro. Il sonno non è stato considerato come tempo di sedentarietà.

I risultati hanno mostrato che, rispetto alle 9,27 ore al giorno di sedentarietà, il rischio di demenza aumentava dell'8% con 10 ore al giorno (hazard ratio aggiustato [aHR] 1,08 [1,04-1,12]; p<0,001) e del 63% con 12 ore al giorno (aHR 1,63 [1,35-1,97]; p<0,001). In particolare, quando gli individui si dedicavano a 15 ore di sedentarietà al giorno, il rischio di demenza era più che triplicato (aHR 3,21 [2,05-5,04]; p<0,001).

(Raichlen DA, Aslan DH, Sayre MK, et al. Sedentary behavior and incident dementia among older adults. JAMA. 2023;330(10):934-940. doi:10.1001/jama.2023.15231    https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2809418)

Sima, da surriscaldamento globale effetti sulla salute umana

(da DottNet)  L'aumento delle temperature "ha effetti diretti sulla salute umana e incrementa il rischio di malattie trasmesse attraverso acqua, cibo, insetti e parassiti".    Lo affermano gli esperti della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), commentando l'allarme lanciato da Copernicus secondo cui il 2023 si conferma l'anno più caldo mai registrato a partire dal 1850.   "Il surriscaldamento globale altera l'equilibrio di tutti gli ecosistemi minacciando gli elementi essenziali della vita umana come acqua, aria e cibo, e modifica la frequenza e la distribuzione di molte malattie infettive - spiega Sima - L'aumento delle temperature medie crea le condizioni ideali per la trasmissione di molteplici agenti patogeni: grazie alla maggiore umidità proliferano ad esempio zecche, zanzare e parassiti che diffondono malattie anche gravi come il virus Zika, la febbre dengue e la malaria. 

Ma a crescere è anche il rischio di malattie idrotrasmesse: piogge intense e alluvioni, eventi direttamente connessi al cambiamento climatico, fanno straripare corsi d'acqua e mandano in tilt le reti fognarie, diffondendo tra la popolazione agenti virali quali virus delle epatiti A ed E, Enterovirus, Adenovirus, Norovirus, Rotavirus, contaminando anche la catena alimentare".    E proprio sul fronte del cibo, "l'innalzamento delle temperature medie incrementa la sopravvivenza delle cisti di protozoi patogeni e i batteri responsabili di alcune sindromi gastroenteriche, anche a causa della contaminazione di alcuni prodotti alimentari, come ad esempio i prodotti ittici".    A tali fenomeni "si associa quello psicologico, che non deve essere sottovalutato - afferma il presidente Sima, Alessandro Miani - E' stato di recente coniato il termine 'solastalgia' per indicare proprio l'angoscia provocata dal drastico cambiamento del clima: gli eventi climatici estremi provocano uno stato di stress e ansia tra i cittadini più vulnerabili che può sfociare in disturbi post-traumatici e addirittura in suicidi".

Chi si muove si ama!

(da salute.regione.emilia-romagna.it)  “Chi si muove, si ama!” è il titolo della campagna promossa dalla Wellness Foundation insieme alla Regione Emilia-Romagna nell’ambito del Piano regionale della Prevenzione 2021-2025. Avviata in Romagna nel 2023 grazie alla collaborazione con gli Ordini dei Medici e gli Ordini dei Farmacisti di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, Agifar e con il supporto dell'Azienda Usl Romagna, l'iniziativa è rivolta alla popolazione nella fascia 40-60 anni e mira ad estendersi nel 2024 su tutto il territorio regionale.  L’obiettivo è di promuovere la pratica dell’attività fisica come strumento di miglioramento della qualità della vita e prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili.  L’attività fisica regolare offre, infatti, numerosi benefici per la salute, aiuta a prevenire patologie croniche come ipertensione, cancro, diabete di tipo 2 e osteoporosi e favorisce uno stile di vita autonomo e in salute a lungo termine. Praticare attività fisica ha, inoltre, anche un impatto positivo sul benessere mentale, aiutando a ridurre lo stress e l’ansia.

Cinque buone abitudini quotidiane
• Dedica 30 minuti al giorno all’attività fisica
• Muoviti a piedi o in bici ogni volta che puoi
• Usa le scale invece dell’ascensore
• Fai una passeggiata dopo pranzo o cena
• Evita di stare seduto per ore senza alzarti

 Per approfondire:

• la campagna "Chi si muove si ama!" presentata sul sito della Wellness Foundation
• la Mappa della Salute, una serie di reti e alleanze per promuovere sul territorio il movimento, l'alimentazione sana e i centri antifumo.

La campagna è partita nel 2023 dalla Romagna coinvolgendo Medici di medicina generale, farmacie, Palestre della Salute, Gruppi di cammino: una rete per offrire alle persone informazioni, consigli e opportunità per restare in salute. L'intento per il 2024 è estendere su scala regionale l'approccio e i materiali dell'iniziativa (almeno un Distretto socio-sanitario per ogni Azienda Usl), coinvolgendo anche i Medici competenti per proporre i contenuti anche nei luoghi di lavoro.

link alla pagina ufficiale della campagna

Bambini all’aperto, nessun problema

(da AdnKronos Salute)    L'arrivo di temperature più rigide non è un problema per i bambini più piccoli che, con le giuste precauzioni, "devono poter fare le loro passeggiate: non è certo una controindicazione farli uscire quando è più freddo fuori. Mi spaventa di più che i piccoli siano tenuti lungamente in un ambiente chiuso, magari con una temperatura che va abbondantemente sopra i 20 gradi, che è una cosa non fisiologica nel periodo invernale". Lo spiega all'Adnkronos Salute Rino Agostiniani, vicepresidente della Società italiana di pediatria (Sip), mentre le previsioni meteo annunciano l'inverno 'vero' in arrivo in Italia nei prossimi giorni.

Quindi i piccoli, "coperti bene rispetto al clima, devono poter assolutamente andare fuori all'aria aperta. In questo periodo non ci si ammala perché si è preso un po' freddo, ma perché, nelle forme respiratorie, qualche altro essere umano ci trasmette l'agente infettivo. Vediamo che spesso i genitori hanno questi timori. 'Coprilo altrimenti si ammala', 'tienilo dentro casa per non farlo raffreddare'. Sono frasi che sentiamo spesso rispetto al bambino. Ma non è così che ci si ammala. Il problema è il contagio. Quindi tenerlo a lungo in posti chiusi è più rischioso".

Agostiniani ricorda che, in ogni caso, "noi siamo un Paese mediterraneo, non abbiamo temperature estreme e anche le modalità con le quali devono essere coperti i bambini deve essere adeguata". L'esperienza del pediatra, però, evidenzia che i genitori italiani - "ma soprattutto le nonne" - tendono a coprire molto. "A volte, scherzando, dico ai genitori: 'ma voi andreste a giro in città vestiti da sci?' Lo dico quando vedo dei bambini completamente rinchiusi in quelle tute in cui si vedono solo gli occhi ed è assolutamente un eccesso. In questo modo - conclude - si crea una situazione sfavorevole. Il bambino suda e allora invece di proteggerlo dal freddo lo metto nella condizione di disagio dovuto al troppo caldo".

Oms: Dal 2021 raddoppiate le carenze di farmaci

(da DottNet)   Da settembre 2021, il numero di molecole segnalate in carenza in due o più Paesi è aumentato del 101%. Queste carenze di farmaci sono una forza trainante riconosciuta per i farmaci contraffatti o di qualità inferiore agli standard e comportano il rischio che molte persone cerchino di procurarsi i farmaci con mezzi non ufficiali come Internet". È quanto ha affermato l'Organizzazione Mondiale della Sanità.   Emblematico, secondo l'Oms, è il caso della classe di farmaci, che, inizialmente approvata per il trattamento del diabete di tipo II, si è rivelata efficace anche per la perdita di peso (i cosiddetti analoghi del GLP-1). "Nell'ultimo anno, la carenza globale di prodotti indicati per la gestione del diabete di tipo II e talvolta approvati anche per la perdita di peso - sottolinea l'Oms - è stata associata a un aumento delle segnalazioni di agonisti del GLP-1 contraffatti.

Queste versioni falsificate vengono spesso vendute e distribuite attraverso punti vendita non regolamentati, comprese le piattaforme di social media".   Per l'Organizzazione Mondiale della Sanità, la situazione rischia di aggravarsi: "la prolungata carenza di prodotti agonisti del GLP-1 autentici e la crescente circolazione di versioni falsificate avranno probabilmente conseguenze sproporzionate sui pazienti con diabete di tipo II. Gli operatori sanitari dovrebbero - osserva - rispettare le buone pratiche di prescrizione e distribuzione".

Cambiare nome ai tumori, la proposta degli esperti: stop riferimenti agli organi

(da ADN Kronos)   Dimenticate il cancro al polmone, al seno o alla prostata: la sua denominazione dovrebbe cambiare. A chiedere una riflessione sul nome dei tumori è un gruppo di esperti dalle pagine della rivista 'Nature'. Non è una questione di 'toponomastica. Secondo gli autori, specialisti e ricercatori dell'istituto francese Gustave Roussy, nell'era delle target Therapy e della profilazione molecolare delle neoplasie, il modo convenzionale di classificarle, quando metastatiche, in base al loro organo di origine, rischiando di negare alle persone l'accesso ai farmaci che potrebbero aiutarle. Nel secolo scorso i due principali approcci al trattamento delle persone affette da cancro - chirurgia e radiazioni - si sono concentrati sulla sede del tumore nell'organismo. Questo ha portato gli oncologi medici e altri operatori sanitari, le agenzie regolatorie, le compagnie assicurative, le aziende farmaceutiche - ei pazienti stessi - a classificare i tumori in base all'organo in cui avevano avuto origine. Tuttavia esiste una crescente disconnessione tra questa classificazione e gli sviluppi nell'oncologia di precisione, che utilizza appunto la profilazione molecolare delle cellule tumorali e immunitarie per guidare le terapie. 

Più di dieci anni fa, ad esempio, alcuni ricercatori negli Stati Uniti hanno dimostrato in uno studio clinico che il farmaco nivolumab può migliorare gli esiti in alcuni individui affetti da cancro. Lo studio includeva persone con diversi tipi di cancro (come convenzionalmente definiti), dal melanoma al cancro del rene. Nivolumab ha ridotto i tumori di alcune persone di oltre il 30%, ma ha avuto poco o nessun effetto sui tumori di altre. Nivolumab ha come target Pd1, recettore di una proteina chiamata Pd-L1, che aiuta le cellule tumorali a sfuggire all'attacco del sistema immunitario. Dei 236 partecipanti allo studio valutati, 49 hanno risposto positivamente al trattamento. Il fattore determinante era se le loro cellule tumorali esprimessero o meno alti livelli di Pd-L1. Il passo logico successivo sarebbe stato quello di condurre studi clinici che testassero gli effetti di questo e altri inibitori di Pd1 in persone con tumori metastatici che esprimono fortemente Pd-L1, indipendentemente dall'organo in cui il cancro aveva avuto origine, ripercorrono gli esperti. Ma seguendo il modo in cui i tumori vengono classificati - al seno, ai reni, ai polmoni e così via - i ricercatori hanno dovuto condurre studi clinici in sequenze per ciascun tipo di neoplasia. Per circa un decennio, si legge nell'articolo, milioni di persone con tumori che esprimevano alti livelli di Pd-L1 non hanno potuto accedere ai farmaci pertinenti perché i trial non erano ancora stati condotti per il loro tipo di cancro. Le pazienti con determinati tumori al seno o ginecologici che esprimevano Pd-L1 hanno dovuto attendere 7-10 anni per accedere ai farmaci in questione.


Triplicati in 20 anni i decessi cardiovascolari legati all’obesità

(da Univadis)   Tra il 1999 e il 2020 i decessi per cause cardiovascolari legati all’obesità sono triplicati negli Stati Uniti, secondo i risultati di una ricerca recentemente pubblicata sul Journal of the American Heart Association. “L’obesità rappresenta un importante fattore di rischio per malattie cardiovascolari, con un impatto differenziato tra le popolazioni” spiegano gli autori, coordinati da Mamas A. Mamas, professore di cardiologia alla Keele University (Regno Unito) e ultimo nome dell’articolo.  “La crescente prevalenza di obesità rappresenta una vera e propria crisi sanitaria” aggiungono, ricordando che negli Stati Uniti le stime di prevalenza dell’obesità tra il 2017 e il 2020 si attestavano al 41,9%, con un incremento del 10% rispetto al decennio precedente.   E la tendenza non è molto diversa negli altri paesi, compresa l’Italia. Secondo le stime riportate sul sito di Epicentro, il portale di epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità, nel biennio 2020-2021 il 43% degli italiani aveva problemi di eccesso di peso, con il 33% di persone in sovrappeso e il 10% obese. 

La parola ai numeri

Per avere una fotografia più dettagliata del legame tra obesità e decessi cardiovascolari, Mamas e colleghi hanno portato a termine uno studio epidemiologico descrittivo che ha messo in luce le tendenze del fenomeno e le differenze legate a diversi fattori quali origine razziale e luogo di residenza. In particolare, sono stati utilizzati i dati del Multiple cause of Death Database, dal quale sono stati identificatigli adulti deceduti per cause cardiovascolari che presentavano obesità come fattore che aveva contribuito al decesso.  Nell’analisi sono stati inclusi 281.135 decessi cardiovascolari legati a obesità che hanno mostrato un incremento di tre volte (da 2,2 a 6,6 per 100.000 soggetti nella popolazione) nei tassi di mortalità nell’arco di due decenni, dal 1999 al 2020.  “I tassi più elevati sono stati registrati nella popolazione di colore, mentre i nativi dell’Alaska e gli Indiani d’America hanno mostrato il più alto incremento temporale, con un aumento del 415%” osservano gli autori che hanno notato altre differenze legate alla razza.  Nella popolazione di colore, infatti, i tassi sono risultati più elevati nelle donne rispetto agli uomini, a differenza di quanto osservato negli altri sottogruppi come Asiatici, Indiani d’America, nativi dell’Alaska o delle Isole del Pacifico e bianchi.   Diverso anche l’impatto dell’obesità sui decessi cardiovascolari in base al luogo di residenza. Per le persone di colore i tassi più elevati sono stati osservati tra gli abitanti delle aree urbane, mentre per gli altri gruppi il peso dell’obesità si è fatto sentire maggiormente nelle aree rurali. 

Un fenomeno sfaccettato

“Le cause principali di decesso cardiovascolare legato all’obesità sono state malattia ischemica e malattia ipertensiva, quest’ultima la più comune nei pazienti d colore (31%)” scrivono gli autori, ricordando la complessità dei fattori che determinano l’obesità e di conseguenza il suo impatto sulle malattie e i decessi cardiovascolari.  Al di là di fattori di tipo clinico o genetico, secondo gli autori sono molti i fattori di tipo socio-economico che possono essere chiamati in causa per giustificare i risultati ottenuti.  La difficoltò di accesso alle cure, il razzismo, il reddito e l’istruzione giocano senza dubbio un ruolo nel determinare la presenza di obesità e il rischio cardiovascolare. “Ad oggi pochi studi hanno puntato a caratterizzare importanti fattori sociali come razzismo e disuguaglianze sanitarie nella relazione tra obesità e decessi cardiovascolari” affermano i ricercatori, che poi aggiungono “Serve una maggior attenzione ai bisogni sanitari dei cittadini”. Un’attenzione che si deve tradurre, come auspicano gli autori, in strategie di prevenzione ad hoc sia a livello di popolazioni che di singolo individuo.

(Raisi-Estabragh Z, Kobo O, Mieres JH, et al. Racial Disparities in Obesity-Related Cardiovascular Mortality in the United States: Temporal Trends From 1999 to 2020 [published online ahead of print, 2023 Sep 6]. J Am Heart Assoc. 2023;e028409. doi:10.1161/JAHA.122.028409 )

Tumori, il fruttosio potrebbe potenziare la risposta immunitaria

(da Doctor33)    Uno studio cinese, condotto da ricercatori dello Shanghai Chest Hospital e dell'università Jiao Tong di Shanghai, indica che una dieta ricca di fruttosio è in grado di rafforzare la risposta immunitaria contro i tumori, riducendone la progressione e la letalità. Sui risultati della ricerca, pubblicati su 'Cell Metabolism' e commentati in un editoriale su 'Nature Immunology', fa chiarezza, in una nota, l'oncologo Paolo Ascierto: "Lo studio non indica che fare incetta di zuccheri aiuti automaticamente a contrastare il tumore", spiega, sottolineando come siano "necessari ulteriori studi che ci aiutino a comprendere se e come possiamo sfruttare il fruttosio per rafforzare l'azione del nostro sistema immunitario contro il cancro".

Gli autori del lavoro - riassume una nota - hanno nutrito un gruppo di topi affetti da melanoma con una dieta ricca di fruttosio e un altro gruppo con una dieta normale. Si è così osservato che già dopo 2 settimane i roditori alimentati con una dieta ad alto contenuto di fruttosio hanno registrato una significativa riduzione della crescita tumorale e della letalità indotta dal cancro, rispetto a quelli del gruppo di controllo. Anche uno studio precedente condotto su topi con carcinoma polmonare ha dimostrato che nutrire gli animali con una dieta ad alto contenuto di fruttosio ha ridotto le dimensioni del tumore e aumentato la sopravvivenza.

"Che il fruttosio sia associato alla crescita di alcuni tumori, come quelli intestinali, e delle metastasi lo sapevamo da tempo - afferma Ascierto dell'Istituto nazionale tumori Fondazione Pascale di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma - Quello che fino ad oggi risultava ancora poco chiaro è il suo impatto sulla risposta immunitaria antitumorale. Il nuovo studio colma in parte questa lacuna e mostra che una dieta ricca di fruttosio è in grado di rafforzare la risposta immunitaria contro il cancro, controllandone la crescita. Il fruttosio alimentare, dunque, promuove l'immunità antitumorale delle cellule".

"Nel nuovo studio - dettaglia Ascierto - i ricercatori cinesi hanno osservato che il fruttosio alimentare aumenta la risposta immunitaria dei linfociti T denominati CD8+, che hanno la funzione di identificare e uccidere le cellule tumorali, controllando così la progressione della malattia. In particolare, il consumo di fruttosio ha innescato la produzione di leptina, l'ormone prodotto dal tessuto adiposo che segnala al cervello la sensazione di sazietà, sia nel sangue che nel tessuto tumorale. L'aumento della leptina è associato all'incremento dell'attività dei linfociti T antitumorali, potenziandone così la risposta immunitaria contro il cancro". Gli autori hanno anche rilevato che i livelli più elevati di leptina nel plasma sono correlati con l'aumentata attività delle cellule T antitumorali nei pazienti con cancro ai polmoni.

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