Covid-19 ha un impatto durevole sulla funzione cognitiva. Ecco quali sono le conseguenze

(da Doctor33)     Secondo uno studio appena pubblicato sul 'New England Journal of Medicine' l’infezione da Covid-19 potrebbe lasciare conseguenze durevoli e significative sulle funzioni cognitive. L’ampio studio ha valutato gli effetti del Covid-19 sulla cognizione e la memoria, focalizzandosi sulle differenze osservabili nei pazienti post-infezione.
La ricerca, diretta da Adam Hampshire del dipartimento di Salute Pubblica dell'Imperial College di Londra, ha coinvolto 800.000 adulti in Inghilterra, invitati a svolgere valutazioni cognitive online, con l'obiettivo di quantificare eventuali deficit cognitivi globali e specifici legati alla memoria e all'esecuzione. Tra i 141.583 partecipanti che hanno avviato la valutazione, 112.964 l'hanno completata. L'analisi ha evidenziato deficit cognitivi globali lievi ma misurabili in individui con sintomi di Covid-19 risolti ma durati per almeno 12 settimane, paragonabili a quelli con sintomi risolti e di breve durata (meno di 4 settimane), ma significativamente maggiori in soggetti con sintomi persistenti e non risolti.

"In questo studio osservazionale, abbiamo riscontrato deficit cognitivi misurabili oggettivamente che possono persistere per un anno o più dopo il Covid-19” sottolineano Hampshire e colleghi. “Abbiamo anche scoperto che i partecipanti con sintomi persistenti risolti avevano piccoli deficit nei punteggi cognitivi, rispetto al gruppo senza Covid-19, che erano simili a quelli nei partecipanti con malattia di breve durata” aggiungono. I periodi iniziali della pandemia, una maggiore durata della malattia e il ricovero ospedaliero mostravano le associazioni più forti con i deficit cognitivi globali. “Le implicazioni della persistenza a lungo termine dei deficit cognitivi e la loro rilevanza clinica rimangono poco chiare e richiedono un monitoraggio continuo” concludono gli autori.

(NEJM 2024. Doi: 10.1056/NEJMoa2311330  http://doi.org/10.1056/NEJMoa2311330

Troppe proteine fanno male alle arterie

(da Univadis)    Da qualche tempo a questa parte, a giudicare dalla sempre maggior offerta di prodotti “high protein” e di integratori, sembra che consumare elevate quantità di proteine sia un must per essere in forma. Ma è veramente così? Superare le quantità giornaliere raccomandate dagli esperti può in realtà essere dannoso, come suggerisce uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Metabolism.  (https://www.nature.com/articles/s42255-024-00984-2)   Alcuni ricercatori dell’Università di Pittsburgh hanno infatti osservato che una dieta troppo ricca di proteine fa aumentare i livelli di leucina circolante che, agendo sui monociti/macrofagi, esercita un effetto pro-aterogeno.

Proteine e aterosclerosi 

L’associazione tra diete ad alto contenuto di proteine e aterosclerosi è già stata ampiamente dimostrata in modelli animali. Una ricerca precedente dello stesso gruppo di ricerca aveva mostrato che le diete high-protein promuovono l’aterosclerosi in topi geneticamente predisposti tramite l’attivazione di una particolare via di segnalazione cellulare, la via mTOR (mammalian target of rapamycin). L’assunzione di elevate quantità di proteine attiva la proteinchinasi mTOR nei monociti/macrofagi e inibisce il processo di autofagia, favorendo la formazione delle placche aterosclerotiche. I ricercatori statunitensi hanno ipotizzato che l’attivazione di mTOR potesse dipendere da specifici amminoacidi “patogenici”.

Il pathway “incriminato” 

Sono stati condotti due studi clinici che hanno coinvolto in tutto 23 adulti di entrambi i sessi. Ai partecipanti, in due diverse occasioni, è stato somministrato un pasto liquido ad alto o basso contenuto di proteine (studio 1) o un pasto standard in cui le proteine rappresentavano il 15% o il 22% dell’energia assunta (studio 2). Dopo i pasti sono stati effettuati dei prelievi di sangue per dosare gli amminoacidi plasmatici e per isolare i monociti, misurando poi l’attivazione di mTOR e l’attività autofagica. I ricercatori hanno stabilito che l’attivatore chiave di mTOR nei monociti/macrofagi era la leucina e che la via si segnalazione veniva attivata solo quando il consumo di proteine e i livelli di leucina circolante superavano una certa soglia.   Per verificare questa ipotesi sono stati condotti degli esperimenti in vivo, alimentando i topi con diete che fornivano quantità diverse di proteine, in alcuni casi addizionate di leucina. Gli esperimenti hanno confermato il ruolo delle proteine nell’attivazione di mTOR e che la leucina è necessaria e sufficiente per mediare gli effetti dannosi dell’elevato consumo proteico sull’aterogenesi. Anche in questo caso è emerso un effetto soglia. 

Quante proteine bisognerebbe consumare 

“I livelli di assunzione di proteine raccomandati variano in funzione di diversi parametri (genere ed età) e si riferiscono al peso corporeo" spiega Erna C. Lorenzini, professoressa aggregata di Scienze Tecniche dietetiche applicate presso l’Università degli Studi di Milano. "In generale si raccomanda 0.8-1 g/kg di peso/giorno, per gli adulti sani. Richiedono un maggior apporto proteico (fino a 1,5-2 g/kg peso/giorno) condizioni di malnutrizione con sarcopenia o condizioni in cui il fabbisogno energetico è molto elevato, come alcune patologie cronico degenerative (es. BPCO, cachessia). L’insufficienza renale richiede, invece, una restrizione proteica in relazione al suo stadio”.   “Per quanto riguarda la leucina , un amminoacido essenziale, il fabbisogno per gli adulti è di 14 mg/kg di peso corporeo – prosegue nella spiegazione – circa 1 grammo al giorno per un individuo di 70 kg”. Sono ricchi di leucina (e degli altri amminoacidi ramificati) sia alimenti di origine animale, come carne, pesce, uova, latticini, sia alimenti di origine vegetale, come i legumi e la soia.   Gli aminoacidi ramificati sono tra gli integratori alimentari più utilizzati dagli sportivi, sebbene solo in casi specifici siano utili e necessari. “Una dieta varia e corrispondente ai fabbisogni garantisce le proteine e tutti gli amminoacidi necessari, soprattutto quelli essenziali, compresa la leucina, anche per gli sportivi non agonisti" avverte Lorenzini. "Integrazioni inopportune, sia di proteine sia di amminoacidi, possono causare intake eccessivi”.

Microplastiche, uno studio evidenzia il danno alle arterie. Rischi cardiovascolari raddoppiati

(da Doctor33)     Per la prima volta sono state identificate nanoplastiche nelle placche aterosclerotiche delle arterie e dè stato provato anche il danno per la salute umana con gravissimi effetti. Lo rivela uno studio ideato e coordinato dall'Università della Campania 'Vanvitelli', in collaborazione con vari enti. Pubblicato su 'The New England Journal of Medicine', lo studio fornisce la prova del pericolo delle plastiche: le placche 'inquinate' sono più infiammate e causano un aumento di oltre 2 volte del rischio di infarti e ictus.

Lo studio è stato condotto in collaborazione con numerosi enti di ricerca, tra cui Harvard Medical School di Boston, IRCSS Multimedica di Milano, le università di Ancona, della Sapienza di Roma e di Salerno e l'IRCSS INRCA di Ancona. I risultati dimostrano per la prima volta non solo la presenza di un mix di inquinanti nelle placche aterosclerotiche, ma soprattutto provano la loro pericolosità, con aumento del rischio di infarto e ictus rispetto a chi ha placche 'non inquinate'. La scoperta è definita "rivoluzionaria" dal New England Journal of Medicine perché fornisce per la prima volta la prova che le microplastiche e le nanoplastiche ingerite o inalate sono associate a esiti di malattie cardiovascolari nell'uomo, indicando che le materie plastiche hanno costi sempre più elevati, ormai visibili, per la salute umana e l'ambiente. Nello studio, 257 over 65 sono stati seguiti per 34 mesi dopo un intervento di endoarterectomia alle carotidi, procedura chirurgica per rimuovere le placche aterosclerotiche che occludono i vasi, poi osservate al microscopio elettronico per valutarvi la presenza di micro e nanoplastiche. I dati mostrano quantità misurabili di polietilene (PE) nel 58.4% dei casi e di polivinilcloruro (PVC) nel 12.5%. In questi pazienti il rischio di eventi cardiovascolari come infarti, ictus e di mortalità per tutte le cause è risultato fino a 2 volte più alto rispetto a chi all'interno delle placche non aveva accumulato micro e nanoplastiche, la cui presenza è risultata associata anche a una maggiore infiammazione locale che rende tali placche 'da inquinamento' più instabili e friabili.

Aumentare gli investimenti pubblici per la sanità, a chiederlo sono gli italiani

(da M.D. Digital)   ll 69% dei cittadini intervistati da IPSOS per il sondaggio d’opinione “Priorità e aspettative degli italiani per un nuovo Ssn” mette gli investimenti in salute al primo posto, davanti a lavoro e costi per l’energia: un dato in crescita rispetto agli ultimi due anni. Pronto Soccorso, Assistenza Ospedaliera e Prevenzione le aree su cui intervenire con maggiore urgenza. Quasi 9 italiani su 10 ritengono che la Sanità pubblica rappresenti una priorità strategica per il Paese e che sia necessario un aumento del suo finanziamento.

Alto il riconoscimento dello sforzo di Ricerca&Sviluppo messo in campo dalle aziende farmaceutiche. Quasi 7 italiani su 10 ritengono che il settore farmaceutico possa rappresentare uno stimolo per la ripresa dell’economia italiana e il 73% della popolazione ritiene che lo Stato debba investire di più nell'assistenza farmaceutica pubblica.

Quasi 8 italiani su 10 sono convinti che i vaccini salvino le vite e sostengono che essi siano importanti per proteggere anche chi non può vaccinarsi. Nettamente in maggioranza la quota di italiani favorevole a un maggior coinvolgimento delle farmacie nelle vaccinazioni (78%).  Diminuisce la quota di italiani che ritiene utili la telemedicina, la trasformazione digitale e l’intelligenza artificiale nel campo sanitario (da 79% a 68%).

Il sondaggio è stato presentato a Roma nel corso della sesta edizione di “Inventing for Life Health Summit” organizzato da MSD Italia e dedicato al tema “Investing for Life: la Salute conta”  https://shorturl.at/eosR2

L'indagine IPSOS completa è nel documento qui sotto

Senza il dentista che cura le persone, lo studio non può stare aperto

(da Odontoiatria33 - di Norberto Maccagno)   Sembra una ovvietà ma non credo che questa affermazione sia un percepito di voi dentisti quando si parla di società odontoiatriche, di “Catene”.  Invece l’aveva chiaro il legislatore quanto nel 2017, con la Legge sulla Concorrenza, ha messo ulteriori “paletti” per l’imprenditore proprietario dello studio, ribadendo che la cura la può fare solo un iscritto all’Albo degli odontoiatri ed a vigilare che tutto si svolga nella tutela del paziente deve essere un altro iscritto all’Albo degli odontoiatri che decide di assumere l’incarico di direttore sanitario.  

Se una di queste due figure viene meno, lo studio non può svolgere le funzioni per cui è stato autorizzato: curare le persone.   Quindi, se il dentista o il direttore sanitario non accettano le regole che impone il “padrone” dello studio (imprenditore odontoiatria o imprenditore esterno poco cambia), se ne vanno e se nessuno accetta di lavorare a quelle regole, lo studio è costretto a chiudere. 

Da sempre quando sento i vostri rappresentanti sindacali invocare il rischio che l’imprenditore punti solo al profitto imponendo al dentista di scegliere e indicare al paziente le terapie più convenienti all’impresa-studio e non alla salute (ed al portafogli) del paziente penso: ma se il dentista non è convinto, se ne vada, senza di lui lo studio non può esistere e se rimane diventa connivente. Ed invocare il “tengo famiglia”, il "sono costretto perché se non accetto arriva un altro al mio posto", non mi sembra una scusante valida, oltre a dimostrare di avere una bassa considerazione dell’etica e della deontologia dei propri colleghi. 

Il coltello dalla parte del manico l’avete voi dentisti. Se tutti i dentisti decidessero che le “catene” sono il male, e nessuno va più a lavorarci, queste chiudono.   “Ma dai”, direte voi con tono ironico ricordandomi che questo è reale solo sulla carta.   Certo, e forse anche perché in molte “catene” vi trovate bene ed il rapporto è onesto e deontologicamente corretto. 

Ma la prova che il mio ragionamento è realistico, arriva da Oristano dove un centro odontoiatrico, appartenente ad una società veneta proprietaria di alcuni studi, ha chiuso.    Le motivazioni che Odontoiatria33 ha raccolto sono che lo studio era in vendita, i tre dentisti che ci lavoravano non sembra abbiano più voluto comprarlo e se ne sono andati. L’altra voce dice che i dentisti se ne sono andati perché non venivano pagati, magari in realtà le indagini faranno emergere che lo studio era in sofferenza economica, non rendeva, e non rendeva neppure per i dentisti che ci lavoravano probabilmente a percentuale. Ma qualsiasi sia la motivazione che ha spinto i dentisti a lasciare, e non ha invogliato altri a collaborare, non fa differenza, lo studio ha chiuso perché non c’erano dentisti che potevano curare i pazienti. 

Come sempre ad avere i problemi sono però i pazienti, lasciati con le cure iniziate, gli acconti versati ed i finanziamenti attivati da onorare ogni mese. Il caso Dentix ha dimostrato che anche i dentisti che ci lavoravano potrebbero venire chiamati in giudizio, ma questa è un’altra storia.

Quindi, a mio parere ma l’ho già scritto più volte, la questione da normare è come tutelare il paziente da improvvise chiusure e non tanto il rispetto del Codice di deontologia medica da parte degli imprenditori, obbligo già normato dal legislatore indicando nel direttore sanitario il responsabile se le regole non sono rispettate e demandando all’Ordine il controllo e gli eventuali atti sanzionatori nei suoi confronti. 

Una questione, quella della necessità di garantire che venga portata a termine la cura che è molto odontoiatrica e difficilmente paragonabile ad altri ambiti della sanità privata.

Il paziente malato entra in una casa di cura privata e ne esce quando ha terminato di usufruire dei servizi, delle cure. La clinica, prima di chiudere, dovrà ovviamente terminare le cure e dimettere i pazienti, anche perché questi sono degenti, fisicamente all’interno della clinica. Ad essere penalizzati saranno dipendenti, collaboratori, creditori, ma difficilmente i pazienti. Così come capita quando fallisce qualsiasi società in qualsiasi ambito.   

Ma i pazienti di una società odontoiatrica, come tutti i pazienti odontoiatrici, cominciano una cura che si protrae per un arco di tempo molto ampio: almeno per mesi, spesso anche per anni.  

Il paziente non ha nessuna garanzia che quella cura iniziata verrà terminata e neppure che i soldi che man mano vengono spesi (o finanziati) gli possano essere restituiti, soprattutto se fallisce.

Una soluzione, ne ho già scritto più volte e lo riscrivo, potrebbe essere una norma che obbliga le società a versare un fondo di garanzia (o una assicurazione obbligatoria che garantisca), magari sulla base del fatturato annuo, da utilizzare per rimborsare i pazienti qualora rimanessero con le cure interrotte in caso di fallimento o chiusura improvvisa. 

Soluzione che permetterebbe anche di evitare di porci un altro quesito: ma i dentisti che stanno curando i pazienti che si sono rivolti al centro odontoiatrico di Oristano sono legittimati ad abbandonarli e non terminare le cure perché il “padrone del centro” non li paga o per qualsiasi altro motivo?  

SaluteMia aumenta la protezione in caso di malattia per i medici, gli odontoiatri e le loro famiglie

Anche a 2024 inoltrato è possibile aderire a SaluteMia, la società di mutuo soccorso fatta dai medici per i medici, che ha ampliato nuovamente le tutele per i propri iscritti. Infatti, alla miriade di garanzie offerte, SaluteMia ha aggiunto una copertura infortuni gratuita per tutti i soci.

Tutta la famiglia sotto l’ombrello di SaluteMia

Tutelarsi con SaluteMia è un gesto di cura nei propri confronti e nei confronti dei propri cari. Per garantire a se stessi e al proprio nucleo, ma anche ai familiari non conviventi, la serenità di poter accedere alle migliori opportunità di cura, in tempi ridotti.

Copertura a misura per le tue esigenze

SaluteMia offre 6 Piani sanitari che garantiscono copertura dalle spese mediche per un ampio ventaglio di prestazioni ospedaliere ed extraospedaliere: dagli esami diagnostici ai grandi interventi. Ogni socio può in questo modo costruire la propria copertura sanitaria su misura per sé e per i propri familiari.

Ad esempio, tra le moltissime tutele offerte, ci sono la possibilità di avviare programmi di prevenzione e di miglior controllo e stabilizzazione di patologie croniche; beneficiare di un programma di assistenza nel periodo della maternità e di un sostegno economico per quando si diventa genitori. Nelle garanzie mutualistiche gratuite è compresa anche la copertura “critical illness”, che garantisce almeno 4.000 euro in caso di patologie gravi.

C’è inoltre la possibilità di adesione diretta per gli universitari, con piani dedicati e scontati, oltre a borse di studio per i più meritevoli.

Con questo, SaluteMia non vuole sostituirsi al Sistema sanitario nazionale, ma offrire un’ulteriore opportunità, una “rete di protezione aggiuntiva”, con efficienza e qualità.

Da quest’anno ancora più tutele e opportunità

Per il biennio 2024-2025, SaluteMia ha deciso di offrire gratuitamente a tutti i Soci una copertura infortuni, valida per eventi sia in ambito lavorativo che extraprofessionale, in Italia o all’estero.

Inoltre sul sito www.salutemia.net è stata aperta una pagina dedicata alle Convenzioni, dove i soci trovano agevolazioni su servizi di Medicina dello sport, apparecchi acustici e lenti, occhiali, finanziamenti e prestiti.

Meglio di una semplice polizza

SaluteMia rientra nel progetto di assistenza voluto da Enpam per gli Iscritti, è un ente del terzo settore, senza scopo di lucro ed offre numerosi vantaggi rispetto alle polizze assicurative sulla malattia proposte dalle società di assicurazione.

Con SaluteMia, infatti, non esistono barriere di età o salute per aderire e la mutua non può rescindere il contratto anche in caso di gravi patologie.

Un’opportunità anche per abbassare le tasse

Uno o più piani sanitari di SaluteMia aiutano anche a pagare meno tasse. Infatti, il contributo versato è fiscalmente detraibile fino all’importo di 1.300 euro l’anno.

Come iscriversi o rinnovare

Per iscriversi (o per rinnovare l’adesione, così da non perdere la continuità nelle tutele acquisite) bisogna compilare il modulo che si può scaricare direttamente da www.salutemia.net. Sul sito di SaluteMia è anche possibile aderire ai piani sanitari, trovare il dettaglio di offerte e novità, oltre alle guide e alle regole di accesso ai sussidi.

Il personale di SaluteMia è a disposizione di medici e odontoiatri, per assisterli nel costruire il sistema aggiuntivo di garanzie più adeguato alle loro esigenze e aspettative. Per qualsiasi chiarimento, aiuto o informazione, è possibile contattare SaluteMia presso gli uffici di Roma, in via della Mercede 33, e telefonicamente al numero 06.21.011.350.

Incremento pensionistico per i MMG post 68 anni

(da fimmg.org)   Nell'attesa di misure strutturali che risolvano il problema della carenza di medici, la fondazione Enpam interviene con un 'provvedimento tampone' per incentivare i camici bianchi vicini alla pensione a restare al lavoro più a lungo.
Per effetto di due delibere dell'Enpam entrate in vigore il 1° marzo 2024, i medici di medicina generale che decideranno di andare in pensione dopo i 68 anni matureranno una pensione significativamente più alta.
Visualizza l'incremento QUI SOTTO

Responsabilità professionale. Pronto il decreto con requisiti polizze assicurative per strutture e esercenti la professione sanitaria

l testo 'bollinato' e firmato da Schillaci, Giorgetti e Urso, oltre a dettagliare i massimali minimi di garanzia per strutture e operatori sanitari, prevede la variazione in aumento o diminuzione del premio di tariffa in relazione al verificarsi o meno di sinistri, con specifico riferimento alla tipologia e al numero di sinistri chiusi con accoglimento della richiesta. E gli assicuratori avranno due anni di tempo per adeguare i contratti ai nuovi requisiti minimi. 

Leggi L'articolo completo al LINK

Schillaci: lo scudo penale per i medici deve diventare strutturale

(da Ansa.it)   «Tra un mese circa la cosiddetta commissione Nordio terminerà i propri lavori. Credo che sia necessario rendere strutturale il provvedimento dello scudo penale per la responsabilità penale dell'atto medico, che ora è esteso a tutto il 2024, anche sulla base delle conclusioni della commissione». Lo ha detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, rispondendo alle domande in audizione in commissione Affari sociali alla Camera nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla Medicina di emergenza ed i Pronto soccorso. Rispetto alle cause temerarie, ovvero senza fondamenti effettivi, «sono uno degli aspetti su cui la commissiona sta lavorando per cercare di disincentivare appunto il ricorso alle cause», ha sottolineato Schillaci. Tutto questo, ha concluso, «va a favore dei cittadini. Oggi, per la medicina difensiva, si fanno troppi esami spesso inutili».

Rideterminazione delle scadenze di trasmissione telematica dei dati al Sistema Tessera Sanitaria

(da fimmg.org)   Com’è noto, ai sensi dell’art. 7, comma 1, del D.M. 19.10.2020 – come modificato dal D.M. 16.02.2023 -  la trasmissione dei dati delle spese sanitarie al Sistema Tessera Sanitaria, ai fini della predisposizione delle dichiarazioni dei redditi precompilate da parte dell’Agenzia delle entrate, avrebbe dovuto essere mensile a far data dal 1° gennaio 2024 .   Tale disposizione normativa è stata espressamente abrogata dall’art. 2, comma 2, del D.M. 8.02.2024, senza, di fatto, divenire mai operativa.

Conseguentemente, a far data dal 1° gennaio 2024, per effetto dell’entrata in vigore dell’art. 12 del d. Lgs. 8 gennaio 2024 - c.d. Decreto Adempimenti – i dati relativi alle spese sanitarie devono essere trasmessi, in modalità telematica, con una cadenza semestrale .

La tempistica di trasmissione è stata, invece, disposta con il D.M. 8 febbraio 2024, il quale, introducendo  nel corpo dell’art. 7 del D.M. 19.10.2020, il comma 1-bis, ha disposto che, a far data dal 1° Gennaio 2024, la trasmissione al Sistema Tessera Sanitaria deve avvenire :

a)     per le spese sanitarie sostenute nel 1° semestre – periodo gennaio/giugno - del medesimo anno, entro il 30 settembre;

b)     per le spese sanitarie sostenute nel secondo semestre – periodo luglio/dicembre – entro il 31 gennaio dell’anno successivo.

Ema: meno batteri resistenti in Paesi che riducono antibiotici

(da AGI)   I Paesi che hanno ridotto il consumo di antibiotici sia negli animali che negli esseri umani hanno visto una riduzione dei batteri resistenti agli antibiotici. Lo afferma il quarto rapporto congiunto sull''analisi integrata del consumo di agenti antimicrobici e della comparsa di resistenza antimicrobica (AMR) nei batteri provenienti da esseri umani e animali da produzione alimentare (JIACRA IV), pubblicato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. (ECDC), l''Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e l''Agenzia europea per i medicinali (EMA). Adottando un approccio One Health, che riconosce la connessione tra la salute delle persone e degli animali, il rapporto presenta dati raccolti principalmente tra il 2019 e il 2021 sul consumo di antibiotici e sulla resistenza antimicrobica in Europa. 

L’attività fisica può ridurre il dolore in chi ha avuto un tumore

(da DottNet)   Le persone che hanno avuto il cancro spesso sperimentano dolore continuo, ma un nuovo studio rivela che essere fisicamente attivi può aiutare a ridurne l'intensità. La ricerca, guidata dall'American Cancer Society, è pubblicata sulla rivista 'Cancer'. Sebbene sia stato dimostrato che l'attività fisica riduce vari tipi di dolore, i suoi effetti sul dolore correlato al cancro non sono chiari. Per indagare su questo, il team di ricerca ha analizzato le informazioni relative a 51.439 adulti senza una storia di cancro e 10.651 con una diagnosi di neoplasia pregressa. Ai partecipanti è stato chiesto come valutassero in media il loro dolore, con risposte che andavano da 0 (nessun dolore) a 10 (il peggior dolore immaginabile) e se praticassero attività fisica abitualmente. Sulla base delle risposte dei partecipanti, la ricerca ha evidenziato che, per le persone che avevano avuto il cancro in passato e per quelle senza una storia di neoplasia, una maggiore attività fisica era collegata a una minore intensità del dolore. 

L'entità dell'associazione era simile per entrambi i gruppi studiati, cosa che indica che l'esercizio fisico può ridurre il dolore correlato al cancro proprio come fa per altri tipi di dolore studiati in passato. Le linee guida statunitensi raccomandano da 150 minuti (2 ore e 30 minuti) a 300 minuti (5 ore) a settimana di attività aerobica a intensità moderata, o da 75 minuti (1 ora e 15 minuti) a 150 minuti (2 ore e 30 minuti) a settimana di attività aerobica a intensità vigorosa. Tra i partecipanti con una diagnosi di cancro in passato, quelli che superavano i termini fissati dalle linee guida avevano il 16% in meno di probabilità di riportare dolore da moderato a grave rispetto a quelli che non riuscivano a soddisfarli. Inoltre, rispetto alle persone rimaste inattive, coloro che erano costantemente attivi o lo sono diventati in età adulta hanno riferito meno dolore.

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