Luce artificiale sempre disponibile nuoce alla salute metabolica

(da M.D. Digital)  Nella società moderna, la luce artificiale è disponibile 24 ore su 24 e la maggior parte delle persone si espone alla luce artificiale e agli schermi dei dispositivi elettronici che emettono luce anche durante le ore di buio del ciclo naturale luce/buio. Tali condizioni di illuminazione non ottimali sono state associate a effetti metabolici avversi e la riprogettazione delle condizioni di illuminazione interna, per imitare più da vicino il ciclo luce/buio naturale, promette di migliorare la salute metabolica.   Un recente studio si è posto l’obiettivo di confrontare le risposte metaboliche a condizioni di illuminazione che assomigliano al ciclo luce/buio naturale contrapposte a quelle generate da esposizione a illuminazione non ottimale negli individui a rischio di sviluppare malattie metaboliche.

Lo studio crossover non in cieco, randomizzato, controllato, ha incluso volontari in sovrappeso insulino-resistenti (n = 14) che sono stati esposti a due sessioni di laboratorio di 40 ore con diversi protocolli di illuminazione di 24 ore: prima sessione con giorno luminoso/sera tenue (illuminazione naturale) e seconda sessione con giorno tenue/sera luminosa (illuminazione artificiale). Nella prima condizione (Bright day-Dim evening), i volontari sono stati esposti a luce elettrica intensa (~1250 lx) durante il giorno (08:00–18:00 h) e a luce fioca (~5 lx) durante la sera (18:00 –23:00). Viceversa, nella condizione Dim day – Bright evening, i volontari sono stati esposti a una luce fioca durante il giorno e a una luce intensa durante la sera. Durante entrambi i protocolli di illuminazione, sono state eseguite la calorimetria indiretta per 24 ore e misurazioni continue della temperatura corporea e cutanea, con prelievi frequenti di campioni di sangue. L'outcome primario era la glicemia valutata nei periodi pre e postprandiali dello studio.

Rispetto alla sessione di illuminazione artificiale, durante la sessione di illuminazione naturale i pazienti presentavano aumentati livelli di trigliceridi post-prandiali, ma ridotta glicemia pre-cena e aumentata glicemia post-cena. Le condizioni di illuminazione artificiale riducevano sia il consumo metabolico durante il sonno rispetto al basale che la secrezione di melatonina. Inoltre, la temperatura cutanea in condizioni di illuminazione naturale rilevata alle ore 18 era ridotta rispetto alle condizioni di illuminazione artificiale. I risultati di questo studio suggeriscono che le condizioni di illuminazione interna modulano la gestione dei substrati metabolici postprandiali, il dispendio energetico e la termoregolazione degli individui insulino-resistenti.

Tutti i pazienti (n=14) sono stati sottoposti a due sessioni della durata di 40 ore durante le quali hanno soggiornato in camere metaboliche che riproducevano la vita quotidiana e varie condizioni di illuminazione: prima sessione con giorno luminoso/sera tenue (illuminazione naturale) e seconda sessione con giorno tenue/sera luminosa (illuminazione artificiale). Durante le sessioni i pazienti sono stati sottoposti a calorimetria indiretta, misurazione della temperatura corporea (TC) e prelievi ematici. Rispetto alla sessione di illuminazione artificiale, durante la sessione di illuminazione naturale i pazienti presentavano aumentati livelli di trigliceridi post-prandiali, ma ridotta glicemia pre-cena e aumentata glicemia post-cena. Le condizioni di illuminazione artificiale riducevano sia il consumo metabolico durante il sonno rispetto al basale che la secrezione di melatonina. Inoltre, la temperatura cutanea in condizioni di illuminazione naturale rilevata alle ore 18 era ridotta rispetto alle condizioni di illuminazione artificiale. I risultati di questo studio suggeriscono che le condizioni di illuminazione interna modulano la gestione dei substrati metabolici postprandiali, il dispendio energetico e la termoregolazione degli individui insulino-resistenti.

(Harmsen J-F, et al. The influence of bright and dim light on substrate metabolism, energy expenditure and thermoregulation in insulin-resistant individuals depends on time of day. Diabetologia 2022; 65: 721–732. https://doi.org/10.1007/s00125-021-05643-9)

In pandemia incremento pazienti con dannoso digrignamento

(da DottNet)   Molti dentisti in Australia riportano un forte incremento nel numero di pazienti con denti danneggiati, dopo averli ripetutamente digrignati durante due anni di lockdown e di restrizioni per il Covid-19, con liste d'attesa ormai interminabili."Andiamo verso una nuova epidemia di denti marci o rotti", ha detto il presidente dell'Australian Dental Association dello stato di Victoria, dott.  Jeremy Sternson, al quotidiano The Age. "La domanda di cure dentistiche è enorme. In gran parte è legata allo stress e all'ansia che le persone hanno provato, che le ha portate a digrignare i denti", ha aggiunto. Il problema è stato aggravato da un flusso di pazienti che avevano mancato i controlli di routine negli ultimi due anni, mentre le cliniche dentistiche erano chiuse durante i lockdown, ha osservato. Secondo il presidente dell'Australian Dental Association del New South Wales, dott. Michael Jonas, mentre la mancanza di dati ufficiali rende difficile determinare la diffusione del digrignamento dei denti, molti dentisti concordano che sia una manifestazione di acuto stress. Lo stress e l'ansia possono portare le persone a digrignare i denti durante il sonno.  Fumare, consumare molto alcool e usare droghe ricreative possono esacerbare tali condizioni. Mancare di trattare il problema può portare a disturbi di lungo termine della mandibola: rottura o usura dei denti, mal di testa, malattie delle gengive e altri problemi.

I contagi reali sono cinque volte di più di quelli ufficiali

(da Fimmg.org e Il Fatto Quotidiano)   Il contact-tracing è completamente saltato. Per questo i casi di Covid-19 sono molti di più di quelli ufficiali. Ad affermarlo è il virologo Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di genetica molecola re del Cnr di Pavia. " Sappiamo che il numero totale dei casi di Covid in Italia è molto sottostimato perché non riusciamo più a fare il tracciamento - dice Maga - . Non utilizziamo più i tamponi come screening: abbiamo soprattutto test o di prima diagnosi o di uscita dall'infezione. Possiamo quindi immaginare che i contagi reali siano almeno2 o3 volte, o addirittura, come dicono alcuni, 5 volte superiori a quelli dichiarati".    Per Maga questa sottovalutazione incide ovviamente sulle percentuali di letalità, anche se " a mio avviso non c'è eccesso di conteggio per i decessi " . Secondo le analisi e gli studi che hanno valutato l'eccesso di mortalità, sottolinea ancora Maga, " globalmente questa è stata sottovalutata in molti Paesi. Anche in questo caso abbiamo un computo a livello globale fortemente sottostimato. Per i nostri Paesi, quelli europei, ci sono chiare evidenze che l ' infezione ha causato un eccesso di mortalità molto rilevante e vanno distinte due categorie di decessi: quelli che possono essere attribuiti al Covid come unica causa di morte e quelli in cui clinicamente è accertato che l ' infezione è stata una concausa di morte fondamentale".    In altre parole: le patologie preesistenti erano compatibili con la sopravvivenza, ma è arrivato il virus e il paziente è morto. "In Italia - dice Maga - computiamo entrambe queste categorie e i numeri sono quelli che vediamo".
Per il virologo, i decessi che vengono registrati sono comunque casi per i quali l ' infezione ha avuto un ruolo rilevante, o come unica causa di morte o come evento fondamentale per l ' esito infausto in presenza con condizioni di fragilità.
È convinto che i casi reali siano molti di più anche Massimo Galli, ex direttore di Malattie infettive all'ospedale Sacco di Milano. " Ne gli ultimi 28 giorni in Italia abbiamo avuto 1.915.490 casi di Covid-19 con 3.855 morti. In Francia sono stati rispettivamente 3.518.383 e 3.195, in Germania 5.284.133 con 6.232 morti. Spiegazione: da noi i casi che non vengono contati sono moltissimi, troppi " .

Multa doppia per chi non accetta il bancomat o la carta di credito: le novità per i medici

Multa doppia per chi non accetta il bancomat o la carta di credito: le novità per i medici

(da DottNet)  Si anticipa il provvedimento sulle multe per chi non accetta i pagamenti con bancomat e carta di credito tra cui i medici; fatturazione elettronica estesa alle partite Iva in regime di flat tax; obbligo di trasmissione delle transazioni digitali all’Agenzia delle Entrate; vincita istantanea per la lotteria degli scontrini; comunicazione preventiva all’Enea dei lavori per il Superbonus. La scadenza passa dal primo gennaio 2023 al 30 giugno di quest’anno, quando entrerà in vigore della doppia sanzione (30 euro più il 4% del valore della transazione) a carico di chi non accetta i pagamenti con moneta elettronica Ed ecco i dettagli del provvedimento:

Per quanto riguarda le modalità, sono state confermate quelle anticipate nei mesi scorsi: 30 euro di ammenda fissa maggiorata del 4% calcolato sul valore della transazione negata. Per esempio:

32 euro (30+2) per una spesa di 50 euro;

34 euro (30+4) per una spesa di 100 euro;

38 euro (30+8) per una spesa di 200 euro.

L’obiettivo da perseguire è doppio. Da una parte si andrebbe a incentivare ulteriormente l’utilizzo dei pagamenti elettronici da parte dei cittadini, trend già in forte crescita nel 2021.  Dall’altra si assesterebbe un’ennesima spallata alla piaga dell’evasione che sottrae risorse preziose alle casse pubbliche. Utilizzare il condizionale è al momento d’obbligo, in attesa di conferme. La norma interesserà tutti coloro che offrono prodotti o servizi al pubblico, dunque anche professionisti come medici, avvocati, tassisti, idraulici e così via. Sempre su questo fronte il Fisco chiederà l’invio obbligatorio di tutti le transazioni avvenute con moneta digitale. In questo modo si punta stanare l’evasione più difficile, ossia quella realizzata senza l’emissione di scontrini, fatture e ricevute. E in non pochi casi con il consenso tra chi compra o usufruisce di un servizio e chi lo effettua o vende. Tra le ipotesi anche un nuovo giro di vite sul bonus 110 per cento: per contrastare le frodi l’ipotesi è di rendere obbligatoria la comunicazione preventiva all’Enea. Giova ricordare che l’obbligo di accettare transazione con POS è in vigore in Italia fin dal 2014 (come previsto dalla legge 179/2012 del Governo Monti). Di fatto, non sono però mai state introdotte multe per gli inadempienti, lasciando così una scappatoia a coloro che preferiscono incassare in contanti.

rSecondo gli ultimi dai i redditi degli autonomi sono più del doppio di quelli dei dipendenti. È quanto emerge dai dati del Dipartimento delle Finanze in merito alle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche presentate nel 2021 e riferite all’anno di imposta 2020, che hanno riguardato circa 41,2 milioni di italiani. Il reddito medio 2020 più elevato, quello appunto da lavoro autonomo, risulta pari a 52.980 euro (il reddito medio dichiarato dagli imprenditori - titolari di ditte individuali, escluse dunque le società - è solo di 19.900 euro), mentre il reddito medio dichiarato dai lavoratori dipendenti è di 20.720 euro e quello dei pensionati di 18.650 euro. Infine, il reddito medio da partecipazione in società di persone ed assimilate risulta di 16.450 euro.

La percezione del dolore è diversa nei due sessi, scoperto il meccanismo fisiologico

(da Univadis)   Nel ratto e nell’essere umano, BDNF, una proteina della famiglia delle neurotrofine, ha un ruolo chiave nella trasmissione sinaptica dei neuroni del midollo spinale di soggetti di sesso maschile, ma non di quelli di sesso femminile. Svelare i meccanismi coinvolti nell’elaborazione dei segnali dolorifici può favorire lo sviluppo di trattamenti per il dolore cronico diversificati e quindi più efficaci.  Uno studio condotto sul midollo spinale mostra che i segnali dolorifici sono elaborati in modo diverso nei due sessi. La ricerca, che ha visto la collaborazione di ricercatori canadesi (Carleton University, Ottawa Hospital) e statunitensi (Yale University), ha particolare valore in quanto condotta sia in un modello animale sia su cellule nervose umane. Questo tipo di informazioni può risultare utile per lo sviluppo di nuovi trattamenti per il dolore cronico, che si sa affliggere in modo particolare il sesso femminile.

“Nonostante manchino studi sui meccanismi neuronali del dolore patologico nel sesso femminile, ci sono evidenze di dimorfismi sessuali nelle funzioni neurofisiologiche dell’elaborazione del dolore nel corno dorsale – spiegano gli autori della ricerca – Abbiamo quindi investigato i meccanismi spinali sottostanti il dolore patologico in ratti adulti maschi e femmine usando un modello di dolore infiammatorio persistente”. Storicamente gli studi sul dolore sono sempre stati condotti nei maschi e ciò ha creato un gap di conoscenza. I ricercatori hanno osservato che, a differenza di quanto avveniva nei maschi, nelle femmine il fattore neurotrofico cerebrale (BDNF, brain-derived neurotrophic factor) non era in grado di potenziare le risposte sinaptiche del recettore del dell'N-metil-D-aspartato (NMDAR) nei neuroni delle corna posteriori.    L’assenza di modelli preclinici umani è un grosso ostacolo allo sviluppo di nuovi approcci terapeutici per il dolore. Per ovviare a questo problema gli autori dello studio avevano precedentemente sviluppato un modello umano ex vivo di dolore patologico usando tessuti donati da donatori deceduti. I risultati degli esperimenti condotti in questo modello hanno dimostrato che la differenza tra i sessi nell’elaborazione del dolore spinale era conservata tra roditori ed esseri umani.   “I nostri risultati evidenziano l’esigenza critica di studi basilari usando entrambi i sessi – concludono gli studiosi – così come l’importanza di usare modelli preclinici umani per favorire la traslazione dalla ricerca di base alla clinica medica nel campo dello studio del dolore e non solo”.

(Dedek A, Xu J, et al. Sexual dimorphism in a neuronal mechanism of spinal hyperexcitability across rodent and human models of pathological pain. Brain, 2022 Mar 23. doi: 10.1093/brain/awab40)

Infortuni: alle tutele dell’Enpam se ne aggiunge una in più

(da Enpam.it)  L’Enpam tutela già gli iscritti per un’ampia casistica di eventi imprevisti, che vanno dagli infortuni alla malattia, fino all’inabilità permanente.  Oltre alle tutele garantite dall’Enpam, per medici e dentisti che vogliano rafforzare la propria protezione, oggi c’è una strada in più.  L’opzione è la polizza Emapi per gli infortuni, che a fronte di una spesa contenuta prevede un risarcimento in caso di eventi in campo professionale ed extra professionale.

UNA TUTELA IN PIÙ    Una soluzione in più, sempre più attuale alla luce del periodo in corso, è la polizza infortuni proposta da Emapi (l’Ente di mutua assistenza per i professionisti italiani) tramite il partner assicurativo Reale Mutua, che ha costi a partire da 109 euro l’anno.  Tra le garanzie previste, a seconda della formula scelta, ci sono una diaria in caso di infortuni che richiedano un periodo di convalescenza, un risarcimento per gli infortuni che determinino una condizione di invalidità permanente e il rimborso delle spese mediche. Un risarcimento è previsto anche in caso di decesso dell’assicurato.  Nella copertura è possibile includere anche familiari e dipendenti dei medici e degli odontoiatri.

TUTELE A MISURA DI CAMICE     La polizza proposta da Emapi presenta anche una serie di opzioni aggiuntive, che ad esempio prevedono un risarcimento in caso di contagio da Hiv ed epatite.  Oppure, solo per medici e dentisti è previsto un risarcimento a seguito di infortunio che impedisca in via permanete l’esercizio della professione, come la perdita di una mano o della vista.

COME ADERIRE     La copertura è rivolta agli iscritti Enpam attivi e ai pensionati e decorre dal 1° marzo di ogni anno. È quindi possibile, sia per i rinnovi che per le nuove adesioni, attivare la copertura per l’intera annualità assicurativa entro 31 marzo. Ma è anche possibile aderire nel corso dell’anno.  Per maggiori informazioni https://www.enpam.it/convenzioni-enpam/emapi-copertura-per-infortuni-professionali-ed-extraprofessionali/ Per aderire è necessario collegarsi al sito www.Emapi.it e seguire le istruzioni.

SOTTO L’OMBRELLO DELL’ENPAM   Dalle indennità ai sostegni specifici, dall’assistenza domiciliare ai sussidi per le case di riposo, l’Enpam garantisce già a tutte le categorie di iscritti ampie tutele sia in caso di malattia e infortunio, indennizzando sia la sospensione temporanea dell’attività professionale sia la non autosufficienza.  In tempi di Covid, la Fondazione ha anche incrementato gli strumenti di supporto ai medici e ai dentisti colpiti dagli effetti dalla pandemia. Migliaia di iscritti hanno, ad esempio, beneficiato del sussidio Enpam per i contagiati Covid da 600 a 5mila euro, che continua a essere un aiuto concreto per i camici bianchi.   Per mettersi al riparo dalle spese delle prestazioni mediche, ospedaliere ed extra ospedaliere, medici e dentisti possono invece accedere ai piani sanitari di SaluteMia, l’associazione di mutuo soccorso di categoria che da quest’anno ha aperto le porte anche ai familiari non conviventi degli iscritti.  Enpam, inoltre, ha stipulato per tutti i contribuenti di quota A un'assicurazione 'long term care' per il rischio non autosufficienza che, in aggiunta alla pensione, garantisce un assegno di 1.200 euro al mese esentasse vita natural durante.

Rapporto Oasi Cergas: sanità pubblica, una lenta agonia

(da Fimmg.org e "il fatto Quotidiano")   L'Italia, fra i Paesi avanzati e con sistemi sanitari universalistici, è uno di quelli con i più bassi livelli di spesa sanitaria, pubblica e privata, pro-capite, sia in termini assoluti che in relazione al Pil. All'interno di questi macro-dati, è interessante fare un'analisi puntuale, che metta in luce non solo come sia mutato il concetto stesso di "assistenza sanitaria", ma anche l'andamento del rapporto pubblico-privato nel tempo. Sono state pubblicate le Schede di dimissione ospedaliera (Sdo) del 2018 (sono dati che richiedono tempi lunghi di verifica) che confermano il drastico decremento dei ricoveri negli ultimi dieci anni.  Pur non disconoscendo il ruolo dell'innovazione tecnologica nel ridurre i tempi dei ricoveri, tra il 2008 e il 2018 ci sono stati 3 milioni e mezzo di ricoveri in meno, segno del calo dell'offerta pubblica in posti letto e figure sanitarie. In un decennio sono stati cancellati 40.000 (18%) letti di degenza nel pubblico, chiusi 200 ospedali e 1.000 presidi di specialistica ambulatoriale e sono venuti a mancare circa 70.000 sanitari tra medici, infermieri e altri addetti alla sanità.   Secondo i dati forniti dal Rapporto Oasi del Cergas, in termini percentuali sul Pil la spesa sanitaria pubblica è passata, dal 6,9% nel 2010 al 6,7% nel 2019, mentre in percentuale sulla spesa pubblica totale è diminuita dal 14,1% nel 2010 al 13,4% nel 2017. Ci si ammala meno? No. In Italia vivono quasi 51 milioni di persone con più di 18 anni di età e, secondo i dati dell'Iss, si può stimare che oltre 14 milioni di persone convivano con una patologia cronica, e di questi 8,4 milioni siano ultra 65enni.    C'è stato uno slittamento tra l'assistenza ospedaliera verso altre strutture assistenziali e anche verso l'assistenza domiciliare, tutte private. La componente privata ha raggiunto il 23-25% con un'offerta di degenza fino al 48% del totale. Oltre ai continui tagli della spesa sanitaria, bisogna tener conto che pesano altri fattori, quali la continua fuga di figure sanitarie dal pubblico a causa di trattamenti economici non adeguati e il conseguente allungamento delle liste d'attesa delle prestazioni sanitarie, che spingono i pazienti a rivolgersi sempre più frequentemente al privato. direttore microbiologia clinica e virologia del "Sacco" di Milano. 

Le statine potrebbero evitare il parkinsonismo

(da M.D. Digital)  Con il termine parkinsonismo ci si riferisce a un gruppo di condizioni neurologiche che causano problemi di movimento tra cui tremori, rallentamento del movimento e rigidità, dove la malattia di Parkinson è una delle manifestazioni più note. Un nuovo studio suggerisce che le persone anziane che assumono statine hanno una probabilità inferiore di sviluppare parkinsonismo rispetto alle persone che non le assumevano. La ricerca, sostenuta dal National Institutes of Health, è pubblicata su Neurology, la rivista medica dell'American Academy of Neurology.  Questi risultati, affermano gli autori, suggeriscono che il minor rischio parkinsonismo potrebbe essere in parte causato dall'effetto protettivo che le statine possono avere sulle arterie del cervello. Si tratta, continuano, di risultati entusiasmanti, perché i problemi di movimento negli anziani che rientrano nell'ambito del parkinsonismo sono comuni, spesso debilitanti e generalmente non curabili.  Lo studio ha esaminato 2.841 persone con un'età media di 76 anni che non avevano parkinsonismo all'inizio dello studio. Di queste, 936 persone (33%), stavano assumendo statine. I ricercatori hanno seguito i partecipanti ogni anno per una media di sei anni per monitorare l’assunzione di statine e l’eventuale comparsa di segni di parkinsonismo. Le persone erano considerate affette da parkinsonismo se soddisfacevano il requisito di una lieve menomazione per due o più dei seguenti sintomi: tremore, rigidità, andatura parkinsoniana (caratterizzata da piccoli passi strascicati e una lentezza generale di movimento) e bradicinesia, cioè la difficoltà a muovere rapidamente il corpo a comando, che è un segno distintivo di parkinsonismo.  Alla fine dello studio, ha sviluppato segni di parkinsonismo il 50% dei soggetti arruolati. Delle 936 persone che assumevano statine, il 45% ha sviluppato parkinsonismo sei anni dopo, rispetto al 53% del gruppo di controllo senza statine. Dopo correzione del risultato per età, sesso e rischi vascolari (come il fumo e il diabete che potrebbero influenzare il rischio di parkinsonismo), i ricercatori hanno scoperto che le persone che avevano assunto statine avevano in media il 16% in meno di rischio di sviluppare parkinsonismo sei anni dopo rispetto a coloro che non le avevano assunte. Circa il 79% dei soggetti in terapia assumeva statine a intensità moderata o alta: è emersa una differenza a favore delle statine a maggiore intensità con un rischio inferiore del 7% di sviluppare parkinsonismo rispetto alle statine a bassa intensità.  I ricercatori hanno anche esaminato il cervello di 1.044 soggetti deceduti nel corso dello studio e hanno scoperto che l’uso di statine era associato al 37% in meno di probabilità di avere aterosclerosi rispetto a coloro che non le avevano utilizzato.    Sono necessarie ulteriori ricerche, commentano gli autori, ma le statine potrebbero in futuro rappresentare un'opzione terapeutica per aiutare a ridurre gli effetti del parkinsonismo nella popolazione generale degli anziani. Inoltre, lo studio suggerisce che le scansioni cerebrali o i test vascolari possono essere utili per gli anziani che mostrano segni di parkinsonismo ma non hanno i classici segni della malattia di Parkinson o non rispondono ai farmaci specifici.   Una limitazione dello studio è che le valutazioni del parkinsonismo non sono state eseguite da specialisti dei disturbi del movimento, quindi i casi di malattia di Parkinson potrebbero essere stati classificati erroneamente.

(Oveisgharan S, et al. Association of Statins With Cerebral Atherosclerosis and Incident Parkinsonism in Older Adults. Neurology 2022. DOI: https://doi.org/10.1212/WNL.0000000000200182)

Precisazioni su esenzioni/differimenti telematici dall’obbligo vaccinale

Su richiesta del segretario provinciale FIMMG Dr. Ragazzini sul tema delle esenzioni/differimenti telematici dall’obbligo vaccinale si precisa quanto segue.

Secondo l’art. 4 del D.L. 44/2021 e successive modifiche, il certificato di esenzione dalla vaccinazione anti Sars – Cov 2 può esser rilasciato “solo in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate, attestata dal medico di medicina generale, nel rispetto delle circolari del Ministero della Salute”.

Il successivo DPCM 04.02.2022 stabilisce che tale certificazione debba essere rilasciata informato digitale, utilizzando il sistema TS, prevedendo altresì che il certificato sia rilasciato dai medici di medicina generale oppure dai medici vaccinatori.

La definizione delle possibili cause di esenzione è contenuta nella circolare del Ministero della Salute 4.8.2021, per cui ci si richiama alla necessità di rispettare le prescrizioni ivi contenute.

Questa è la situazione normativa vigente al momento attuale, per cui si invitano tutti i colleghi ad attenersi a quanto previsto dalle norme sopra ricordate.

Si rammenta che la certificazione di esenzione dalla vaccinazione, al pari di tutti gli altri certificati sottoscritti da qualunque medico, devono rispettare l’obbligo di verità, la cui violazione può dare causa a conseguenze di tipo penale e disciplinare.

Dall’ISS una piattaforma per smettere di fumare

(da DottNet)   Si chiama "smettodifumare" (https://smettodifumare.iss.it/it/) ed è la nuova piattaforma web messa a punto dell'Istituto Superiore di Sanità (Iss) per aiutare le persone che hanno deciso di dire addio alle sigarette. Al suo interno si trovano informazioni e servizi di sostegno concreto, oltre a una serie di strategie utili per vincere la battaglia contro il fumo. "Molti studi dimostrano che senza un sostegno solo il 4% dei tentativi di smettere di fumare avrà successo", evidenzia l'Iss.  La piattaforma rappresenta, dunque, una risorsa per aumentare le possibilità di successo e fornire informazioni di qualità su molti aspetti, a cominciare dagli effetti del fumo sulla salute e sui rischi dell'esposizione al fumo passivo.  Sulla piattaforma è anche disponibile una guida in pdf per chi vuole smettere di fumare. Una sorta di diario in cui è anche possibile appuntare i motivi per cui si è deciso di abbandonare il vizio, in cui si può valutare il proprio livello di dipendenza e anche tenere il conto dei soldi che è possibile risparmiare dicendo addio al pacchetto. La piattaforma offre anche un aiuto per prevenire o far fronte ad una ricaduta. Al suo interno si trovano, poi, gli elenchi dei Centri Antifumo che offrono percorsi dedicati.  Per chi desidera parlare con un operatore è anche possibile chiamare il Telefono Verde contro il Fumo 800 554088, un servizio nazionale, anonimo e gratuito, attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 16:00.

Il Covid e la malattia cardiaca: linee guida per affrontare la Pasc

(da DottNet)   Dolore al petto, palpitazioni e alterazioni del battito, ma anche stanchezza e difficoltà respiratorie sono un problema per il 10-30% dei pazienti. Tanti sono gli strascichi di Covid, soprattutto sul cuore. Dolore al petto, palpitazioni e alterazioni del battito, ma anche stanchezza e difficoltà respiratorie sono un problema per il 10-30% dei pazienti contagiati, anche 4 o più mesi dopo la risoluzione dell'infezione. Esiste un long Covid solo cardiovascolare, classificato con il termine Pasc (Sequele Post Acute da Sars-Cov-2) dagli esperti dell'American College of Cardiology, che ha appena pubblicato sul 'Journal of the American College of Cardiology'un documento di consenso indicando la strada da percorrere per affrontare il long Covid a danno del cuore.   Il documento dovrebbe diventare una guida, che verrà seguita anche al di qua dall'oceano, sottolineano gli esperti della Società italiana di cardiologia (Sic), richiamando l'attenzione sull'opportunità di sottoporsi a un corretto iter diagnostico in presenza di sintomi cardiovascolari dopo il Covid e anche l'importanza di utilizzare l'attività fisica corretta come metodo efficace per tornare a stare bene.  "Il long Covid a livello cardiovascolare viene ormai identificato come Pasc: sono così numerosi i casi di pazienti con un interessamento cardiovascolare dopo l'infezione acuta che si è definita una nuova malattia - spiega Ciro Indolfi, presidente Sic e ordinario di Cardiologia all'Università Magna Graecia di Catanzaro - Si parla di Pasc-Cvd quando dopo i i test diagnostici si individua una vera e propria patologia cardiovascolare, oppure di Pasc-Cvs o sindrome Pasc cardiovascolare quando invece gli esami diagnostici standard non hanno identificato una malattia cardiovascolare specifica, ma sono presenti sintomi tipici come tachicardia, intolleranza all'esercizio, dolore toracico e mancanza di respiro".   "Purtroppo sembra esistere una 'spirale discendente' nel long Covid, come l'hanno definita i colleghi americani - prosegue - la fatica e la ridotta capacità di esercizio portano a una diminuzione dell'attività e del riposo a letto, che comportano a loro volta un peggioramento dei sintomi e una qualità di vita ridotta".

"La consulenza cardiologica è raccomandata per i pazienti con Pasc e risultati anormali dei test cardiaci, in chi ha malattie cardiovascolari note con sintomi nuovi o in peggioramento, se il paziente ha avuto complicanze cardiache documentate durante l'infezione da Sars-CoV-2 o sintomi cardiopolmonari persistenti che non sono spiegati altrimenti - riprende l'esperto - In presenza della sindrome Pasc, in cui quindi non c'è una malattia cardiologica, ma ci sono sintomi come tachicardia o una riduzione della capacità di allenamento rispetto a prima del contagio, si raccomanda inizialmente l'esercizio in posizione sdraiata o semi-sdraiata, come ciclismo, nuoto o canottaggio, per poi passare anche all'esercizio in posizione eretta man mano che migliora la capacità di stare in piedi senza affanno. Anche la durata dell'esercizio dovrebbe essere inizialmente breve (da 5 a 10 minuti al giorno), con aumenti graduali man mano che la capacità funzionale migliora. Nella sindrome Pasc può essere utile anche l'assunzione di sale e liquidi, per ridurre i sintomi come tachicardia, palpitazioni e ipotensione ortostatica; in alcuni casi il medico può prescrivere beta-bloccanti, calcio-antagonisti non diidropiridinici, ivabradina, fludrocortisone e midodrina". 
“Dobbiamo saperne di più da ulteriori studi di follow up, ma l’importante – dichiara Pasquale Perrone Filardi, presidente eletto Sic e Ordinario di Cardiologia all’Università Federico II di Napoli – è non trascurare segni e sintomi cardiovascolari che compaiano e/o perdurino dopo 4 o più settimane dalla guarigione da Covid-19: il virus ha effetti negativi su cuore e vasi ed è essenziale individuare subito un’eventuale ‘sofferenza’ cardiovascolare per poter intervenire al meglio”.

Obbligo vaccinazione medici: le nuove regole del Ministero agli Ordini professionali

(da DottNet)  Sull'obbligo del vaccino ai sanitari, ol ministero della Salute ha inviato una nota dettagliata in cui vengono chiariti diversi aspetti delle normativa relativa a obbligo e sospensione.In particolare il Dicastero ha fornito chiarimenti su 4 questioni: sui termini dai quali decorre l’obbligo della dose di richiamo ai sanitari vaccinati con ciclo primario; sulla decorrenza per l’obbligo per i sanitari mai vaccinati che hanno contratto l’infezione; sulla decorrenza per l’obbligo vaccinale per i sanitari che hanno contratto l’infezione entro 14 giorni dalla somministrazione della prima dose di vaccino bidose; sulla decorrenza per l'obbligo vaccinale per i sanitari che hanno contratto l’infezione successivamente al completamento del ciclo primario. Vediamo dunque quali sono i termini imposti dal Ministero della Salute, come riporta Quotidiano Sanità.

1) Termini dai quali decorre l’obbligo di somministrazione della dose di richiamo
Il Ministero ha confermato che per quanto riguarda l’obbligo di somministrazione della dose di richiamo, i professionisti sanitari risultano inadempienti qualora, allo scadere dei 120 giorni dalla conclusione del ciclo vaccinale primario, non abbiano effettuato la dose di richiamo.
 
2) Termini di decorrenza per obbligo vaccinale per i soggetti mai vaccinati che hanno contratto l’infezione da SARS-CoV-2
Il Ministero ha confermato che per i soggetti mai vaccinati che hanno contratto l’infezione da SARS-CoV-2 documentata da un test diagnostico positivo, è indicata la vaccinazione, a partire da tre mesi (90 giorni) dalla data del test diagnostico positivo, con possibilità di somministrare un’unica dose di vaccino bidose in caso di soggetti non immunocompromessi, sempre che non siano trascorsi più di 12 mesi dalla guarigione (data di fine isolamento). Oltre i 12 mesi dalla guarigione, è raccomandata la somministrazione di un ciclo completo primario (a due dosi per i vaccini bidose o singola dose di vaccino monodose). In ogni caso è possibile comunque procedere con ciclo bidose; in altri termini, anche in caso di pregressa infezione, chi lo desideri può ricevere due dosi di vaccino bidose come ciclo vaccinale primario. In sintesi, il professionista sanitario deve essere considerato inadempiente all’obbligo vaccinale qualora non effettui la dose in questione alla prima data utile (90 giorni) indicata nelle circolari menzionate.
 
3) Termini di decorrenza per obbligo vaccinale per i soggetti che abbiano contratto infezione da SARS-CoV-2 entro 14 giorni dalla somministrazione della prima dose di vaccino bidose
Il Ministero della salute ha chiarito che nel caso di intervenuta infezione da SARS-CoV-2 entro 14 giorni dalla somministrazione della prima dose di vaccino bidose, per completare il ciclo primario occorre la somministrazione di una seconda dose; la prima data utile è individuata considerando 3 mesi (90 giorni) dalla data del test diagnostico positivo; la somministrazione dovrà comunque avvenire preferibilmente entro 6 mesi (180 giorni) dalla data del test diagnostico positivo. In questo caso, vale l’indicazione di 3 mesi (90 giorni) come prima data utile per effettuare la vaccinazione, in quanto tali soggetti vengono equiparati a coloro che hanno avuto la sola infezione. Anche in questo caso è evidente che il professionista sanitario deve essere considerato inadempiente all’obbligo vaccinale qualora non effettui la dose in questione alla prima data utile (90 giorni) indicata nelle circolari menzionate. Pertanto, sia nell’ipotesi del professionista sanitario con infezione mai vaccinato che in quella del professionista che contragga il COVID-19 entro 14 giorni dalla somministrazione della prima dose di vaccino, il sanitario è inadempiente all’obbligo vaccinale qualora non effettui la dose in questione trascorsi 90 giorni dall’infezione.
 
4) Termini di decorrenza per obbligo vaccinale per i soggetti che hanno contratto una infezione da SARS-CoV-2 successivamente al completamento del ciclo primario
Nei soggetti che hanno contratto una infezione da SARS-CoV-2 successivamente al completamento del ciclo primario, il ministero ha chiarito che non viene meno la condizione di soggetti inadempimenti in capo a coloro che non hanno assolto all’obbligo decorsi 120 giorni dalla data del test diagnostico positivo.

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