È ora di stanziare l’8% del Pil per la sanità pubblica

da Fimmg.org e IlSole24Ore)   Assente. Nel dibattito politico preelettorale, la sanità sembra scomparsa. Come se la lezione imparata in due anni di pandemia fosse stata archiviata. Occorre, invece, ribadire la centralità delle politiche sanitarie pubbliche per il Paese e, in una logica di assunzione piena di responsabilità per il ruolo che la Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso) riveste, vogliamo cominciare a proporre qualche elemento di riflessione, partendo da tre cose da fare nella prossima legislatura.

Le fasi più dure della pandemia sono state per l'opinione pubblica l'occasione per scoprire gli effetti di anni di definanziamento del Ssn. L'Italia si è mantenuta, in termini di risorse destinate alla sanità, stabilmente al di sotto di molti altri Paesi europei. La copertura pubblica della spesa sanitaria attualmente è ancora elevata (73,9%) ma ha registrato nel corso del decennio 2010-2019 una riduzione significativa (- 4,5%). Nonostante nella Nadef 2021 si annunci che con la prossima legge di Bilancio sarà rafforzato il sistema sanitario nazionale e che «risorse aggiuntive saranno destinate ai rinnovi dei contratti pubblici», le previsioni sull'andamento della spesa sanitaria rispetto al Pil per i prossimi anni, contenuti nello stesso documento, non lasciano spazio all'ottimismo. Si prevede che a legislazione vigente la spesa sanitaria scenda al 6,7% nel 2022, al 6,3% nel 2023, al 6,1% nel 2024, tornando a percentuali pre-pandemia.

Che il Paese tenda a dimenticare in fretta quanto è stato condiviso in editoriali, indagini sui magazine, talk televisivi, prese di posizione in Parlamento e che nei giorni della santificazione dell'eroismo di medici e infermieri sembrava un punto di non ritorno, non stupisce. Ma non è detto che ci si debba rassegnare. La strada è attestare il nostro Paese su uno stanziamento dell'8% del Pil dedicato al Fondo sanitario nazionale. Si tratta di un valore superiore al 7,3% del 2021 e al 7,5% del 2020, ma che terrebbe conto di situazioni congiunturali alle quali il Ssn dovrà fare fronte, come i rincari del costo della energia, delle tante questioni ancora in sospeso, come per esempio la stabilizzazione del personale, per le quali saranno necessari ulteriori fondi.

Una spesa sanitaria attestata sul valore dell'8% del Pil, inoltre, ci riporterebbe in linea con la media dei Paesi europei più avanzati e significherebbe per i cittadini più personale e meno liste d'attesa.

È arrivato il momento di lasciarsi definitivamente alle spalle la stagione dei blocchi e dei tetti di spesa, puntando con determinazione su investimenti, programmazione e formazione per ridisegnare servizi, ripensare profili e mix di competenze professionali, riallocare risorse e allineare il Ssn ai bisogni di salute, utilizzando al meglio la spinta della innovazione tecnologica ed organizzativa. Nel decennio successivo all'avvio della crisi finanziaria del 2008, le Aziende sanitarie hanno potuto contare su finanziamenti ridotti, disponendo di risorse tra le più basse tra i Paesi occidentali avanzati. Eppure sono riuscite ad affrontare quella congiuntura lunga e impegnativa senza mettere in discussione i livelli essenziali di assistenza. Tuttavia, in quel decennio si è accumulato di fatto tutto il deficit di personale, quasi 40mila unità in meno.

A partire dagli effetti dei provvedimenti della legge di bilancio 2010, con il tetto alla spesa del personale ancorato al costo del 2004 (-1,4% ogni anno) e il blocco del turnover che hanno pesato non poco sul quadro odierno.

Quelle misure hanno consentito di ottenere più agevolmente il contenimento della spesa, ma sono state tra le cause dell'incremento dell'età media del personale, per cui più della metà dei medici del Ssn ha oggi più di 55 anni, la percentuale più elevata d'Europa, superiore di oltre 16 punti alla media Ocse. Il tetto di spesa sul personale mal si concilia con la necessità di tornare a programmare di quali e quante unità di personale, così come di quali profili professionali ci sia necessità per garantire i servizi sanitari a breve, medio e lungo termine.

L'eliminazione del tetto sul personale consentirebbe alle Aziende di poter programmare senza i vincoli dell'ultimo decennio, guardando come riferimento prioritario alle necessità dei servizi per rispondere ai bisogni di cura e di assistenza dei cittadini.

In attesa di una riforma strutturale che consenta il superamento dei tetti di spesa, occorre fronteggiare l'emergenza dovuta alla carenza di personale che manda in crisi soprattutto gli ospedali di provincia e apre a svariate iniziative di reclutamento. Si consenta, con un provvedimento legislativo straordinario per un periodo di tempo di 24-36 mesi, l'assunzione dei laureati in medicina abilitati all'esercizio della professione e anche degli specializzandi durante il loro percorso formativo con contratti libero-professionali. Si tratta di una soluzione temporanea, necessaria per tamponare le carenze di organico, nell'attesa che l'incremento delle borse di studio per le specializzazioni mediche produca i suoi effetti tra 4-5 anni.

Covid-19, variante Centaurus a confronto con Omicron 5 su contagio e pericolosità. Ecco le differenze

(da Doctor33)   La variante del Sars-Cov-2 detta Centaurus, non è più resistente agli anticorpi rispetto alla variante omicron 5 attualmente dominante, "il che è una notizia positiva". Lo evidenzia uno studio pubblicato sulla rivista 'The Lancet Infectious Diseases', che ha caratterizzato la nuova variante di omicron BA.2.75, confrontando la sua capacità di eludere gli anticorpi contro le varianti attuali e precedenti.
Nel maggio 2022 è stata rilevata una nuova variante di omicron, BA.2.75, che sta guidando un'ondata di infezioni in India e si è diffusa a livello internazionale. Nelle ultime settimane la variante BA.2.75 è stata rilevata anche in Svezia.
"Identificare quanto sia vulnerabile la popolazione, in questo momento, alle varianti emergenti è fondamentale", afferma Daniel Sheward, ricercatore presso il Dipartimento di microbiologia, biologia dei tumori e delle cellule, Karolinska Institutet, e primo autore dello studio. "Producendo uno pseudovirus per BA.2.75, - aggiunge - siamo stati in grado di testarne la sensibilità agli anticorpi presenti nei donatori di sangue".
I test sono stati effettuati utilizzando 40 campioni di sangue prelevati a caso a Stoccolma, sia prima che dopo la prima ondata da omicron. "Il nostro studio mostra che omicron BA.2.75 ha approssimativamente lo stesso livello di resistenza agli anticorpi della variante dominante BA.5, il che è una notizia rassicurante, qualora dovessimo subire un'onda BA.2.75 in Svezia", afferma Ben Murrell, assistente professore presso il Dipartimento di microbiologia, del Karolinska Institutet, e autore senior dello studio. I ricercatori hanno anche studiato se gli anticorpi monoclonali antivirali, che sono usati clinicamente per trattare pazienti già infetti, perdono il loro effetto contro omicron BA.2.75, rispetto a BA.5. Anche qui i ricercatori non hanno riscontrato differenze allarmanti.

Gli endocrinologi contro ipotesi ora legale tutto l’anno: “20% in più rischio diabete e obesità”

Secondo i dati dell’American Time Use Survey spostando le lancette in avanti di un’ora per tutti i 12 mesi, può determinare ripercussioni sulla salute anche negative: comporterebbe un ‘taglio’ alle ore di sonno di 115 ore in meno all’anno, con un maggior rischio di obesità, sovrappeso e patologie metaboliche come il diabete. Colao (Sie): “Ulteriori studi aiuteranno a comprendere se sia meglio per la salute scegliere l’ora solare o quella legale”  Leggi L'articolo completo al LINK

Stili di vita errati contribuiscono a circa la metà dei decessi per tumore a livello globale

(da Doctor 33) Circa la metà dei decessi per cancro nel mondo sarebbero dovuti a stili di vita errati (fattori di rischio), come, ad esempio, l'alcolismo e il tabagismo. Ad affermarlo è uno studio pubblicato sul 'Lancet', che ha preso in considerazione a livello globale i tassi di mortalità generale combinati con i DALYs del WHO. Questi nello specifico indicano il carico complessivo della malattia utilizzando l'anno di vita aggiustato per la disabilità (DALY), una misura basata sul tempo che combina gli anni di vita persi a causa della mortalità prematura (YLL), gli anni di vita persi a causa del tempo vissuto in stati di non piena salute o gli anni di vita in buona salute persi a causa di disabilità (YLD). Un DALY rappresenta la perdita dell'equivalente di un anno di piena salute. Utilizzando i DALY, l'impatto delle malattie che causano morte prematura, ma scarsa disabilità (ad esempio come l'annegamento o il morbillo), può essere paragonato a quello delle malattie che non causano la morte, ma causano disabilità (come ad esempio la cataratta che causa cecità).
In sintesi, lo studio ha analizzato i risultati del Global Burden of Diseases, Injuries, and Risk Factors Study (GBD) 2019, che sono stati utilizzati per stimare il carico dei tumori attribuibili a fattori di rischio comportamentali, metabolici, ambientali e occupazionali tra il 2010 e il 2019. I risultati hanno mostrato che nel 2019 il numero totale di decessi per cancro a livello globale attribuibili a tutti i fattori di rischio stimati è stato di 4,45 milioni. Il numero totale di DALY per tumore a livello globale, attribuibili ai fattori di rischio stimati dallo studio, è stato di 105 milioni solo nel 2019, rappresentando il 42% di tutti i DALY per cancro. Gli autori dello studio hanno sottolineato che I principali fattori di rischio nel 2019 sono stati comportamentali, mentre i fattori di rischio metabolico (obesità) hanno registrato i maggiori aumenti tra il 2010 e il 2019. Come fattore di rischio, sia per il genere maschile che femminile, il tabacco risulta al primo posto. Per il genere maschile, altri fattori di rischio principali sono risultati l'uso di alcool, l'errata alimentazione e l'inquinamento atmosferico. Invece, per il genere femminile altri fattori di rischio principali sono risultati l'attività sessuale non sicura, rischi dietetici, sovrappeso e glicemia elevati. Gli autori hanno inoltre sottolineato quanto questi risultati potrebbero aiutare i responsabili politici e i ricercatori a identificare nuove strategie di salute pubblica per diminuire i decessi e i problemi dovuti al cancro a livello globale.
Anche l'Unione Europea sta guardando con attenzione sempre maggiore alla prevenzione dei tumori nelle nostre regioni e per questo è stato istituito un piano europeo contro il cancro nel 2021. In UE nel 2020, a circa 2,7 milioni di persone è stato diagnosticato un cancro. Di questi, circa 1,3 milioni di persone sono decedute. Ad oggi l'Europa rappresenta circa un decimo della popolazione mondiale, ma un quarto dei casi di cancro nel mondo. Dal piano si evince che oltre il 40% dei casi di tumore può essere prevenuto. Senza invertire le attuali tendenze, il cancro potrebbe diventare la principale causa di morte nell'UE. Il piano europeo di lotta contro il cancro punta a ridurre l'onere che i tumori impongono ai pazienti, alle loro famiglie e ai sistemi sanitari. Affronterà le disuguaglianze in materia di salute tra le varie regioni europee e al loro interno con azioni di sostegno, coordinamento e integrazione degli sforzi degli Stati membri.
(https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(22)01438-6/fulltext
https://www.who.int/data/gho/indicator-metadata-registry/imr-details/158
https://health.ec.europa.eu/system/files/2022-02/eu_cancer-plan_en_0.pdf)

“Wellness week 2022”: torna la settimana dedicata al benessere

Nell'ambito della collaborazione che il nostro Ordine mantiene da anni con la 'Wellness Foundation' di Cesena, desideriamo informare tutti i nostri iscritti, e soprattutto coloro che risiedono nel territorio cesenate che dal aal 17 al 24 settembre torna in tutta la Romagna la Wellness Week, la settimana del movimento e dei sani stili di vita promossa dalla stessa 'Wellness Foundation' e dalla Regione Emilia-Romagna con il patrocinio dell’Università di Bologna.

La settimana presenta un vasto calendario di iniziative gratuite e aperte alla popolazione che comprendono camminate rigenerative in spiaggia lungo i fiumi e sugli Appennini, tour in e-bike, trekking, percorsi vita nei parchi, attività sportive per bambini e adulti in tutte le discipline (squash, pattinaggio, ciclismo, rugby, basket, vela, calcio, nuoto subacqueo, running, mountain bike, skate, basket, beach tennis, padel, beach volley, arti marziali).
Protagonisti di questa settima edizione saranno i centri fitness e wellness della Romagna, una vasta rete di strutture di professionisti dell’esercizio fisico e laureati in scienze motorie pronti ad accogliere la popolazione per una settimana open di corsi e prove gratuite.

Tra i principali eventi in programma da segnalare “Cesena in Wellness” dal 14 al 18 settembre al Club Ippodromo di Cesena che richiama ogni anno migliaia di persone per una immersione completa nello sport fitness e nel benessere grazie alle attività organizzate dalle palestre e centri sportivi sul territorio.

Sul fronte della salute, sabato 24 settembre il Prime Center, il nuovo centro dell’Istituto Oncologico Romagnolo dedicato alla medicina integrativa, invita tutti all’evento “Be in your Prime”: i partecipanti saranno coinvolti in testa circuito per verificare la propria condizione fisica con rilascio di attestato con votazione sul livello di fitness e wellness.

LEGGI IL PROGRAMMA COMPLETO DEGLI EVENTI AL LINK     https://www.wellnessvalley.it/it/main-events/la-wellness-week/

Cimo-Fesmed: in 10 anni chiusi 111 ospedali, tagliati 37 mila posti letto e -2,5 milioni di ricoveri

(da DottNet)    Tra il 2010 e il 2020, in Italia sono stati chiusi 111 ospedali e 113 Pronto soccorso. Sono stati tagliati 37 mila posti letto e, nonostante le assunzioni per far fronte al Covid-19, nelle strutture ospedaliere mancano all’appello ancora oltre 29 mila professionisti, di cui 4.311 medici. Numeri che, a cascata, hanno comportato una riduzione drastica dell’attività sanitaria: gli accessi in Pronto soccorso risultano in calo, ma il tasso di mortalità è aumentato dell’85%; tra il 2010 e il 2019 si sono registrati 1,36 milioni di ricoveri ordinari in meno (dato che scende a -2,13 milioni nel 2020, primo anno di emergenza sanitaria).

Un calo che non viene compensato – come si potrebbe immaginare - da un aumento di ricoveri di day hospital e day surgery: anch’essi infatti risultano diminuiti, rispetto al 2010, di 1,27 milioni nel 2019 e di 1,73 milioni nel 2020. Sul territorio la situazione è altrettanto critica, considerato che nel 2020 sono state erogate 282,8 milioni di prestazioni in meno rispetto a dieci anni prima: -19% di indagini di laboratorio, -30% di attività di radiologia diagnostica e -32% di attività clinica ambulatoriale. Sono solo alcuni dei numeri che emergono dall’analisi condotta dal sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED (aderente a CIDA e a cui aderiscono le sigle ANPO-ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED), confluita nel dossier “Sanità: allarme rosso. Gli effetti sul Servizio Sanitario Nazionale di dieci anni di tagli”: dall’analisi delle strutture, dei posti letto e delle risorse umane del SSN, il documento passa in rassegna l’offerta sanitaria degli ultimi 10 anni e analizza rapidamente i cambiamenti registrati in termini di risorse economiche.

Nonostante il taglio delle attività, delle strutture e del personale, i costi del SSN infatti sono aumentati, rispetto al 2010, del 9% nel 2019 e del 13,7% nel 2020, a fronte di entrate incrementate dell’11% fino al 2019 e del 16,2% nel 2020. Ma tutto questo che effetto ha sulla salute della popolazione? Oltre ai disservizi che quotidianamente i pazienti subiscono negli ospedali di tutta Italia a causa della carenza di personale sanitario, l’Istat inizia anche a rilevare segnali che, seppur lievi, dovrebbero far riflettere: la mortalità per tumori è aumentata, così come quella per diabete mellito, malattie del sangue e disturbi immunitari, malattie del sistema nervoso e del sistema circolatorio, polmonite e influenza. Nel 2010, il 38,6% della popolazione aveva almeno una malattia cronica e il 20,1% ne aveva almeno due. Nel 2020, entrambi i dati risultavano aumentati rispettivamente fino al 40,9% e al 20,8%.

Un trend di crescita destinato a proseguire nei prossimi anni, che renderà necessario un livello maggiore di assistenza sanitaria. «Sono questi i numeri drammatici che dovrà affrontare il prossimo Ministro della Salute – commenta Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED e Vicepresidente CIDA -. Dispiace, invece, che questi temi non siano nemmeno stati sfiorati in campagna elettorale, tutta incentrata, per quanto riguarda la sanità, su slogan vuoti, dall’abolizione del numero chiuso a Medicina alla promessa di risolvere le liste d’attesa con non si sa quale metodo miracoloso, senza affrontare l’argomento in modo sistematico. Ci auguriamo, in queste ultime settimane che ci separano dal voto, un cambio di passo», conclude.

Abolire il numero chiuso a Medicina?

(da Univadis - Roberta Villa)   Se per un qualunque problema si intravede una possibile soluzione che sembra a prima vista a costo zero, spesso la politica non perde tempo e la adotta senza preoccuparsi se e quanto efficace possa essere, e nemmeno se e quanti finanziamenti di fatto richieda, al di là delle apparenze.   È il caso dell’abolizione del numero chiuso per entrare a Medicina, vista come una risposta facile ed economica alla carenza di medici, di cui abbiamo ripetutamente parlato in questa rubrica: da un lato quelli di famiglia, che vanno in pensione a frotte senza che vi sia un possibile ricambio, per cui larghe aree del Paese stanno rimanendo, o sono già rimaste, private dell’assistenza sanitaria di base; dall’altro gli anestesisti e rianimatori, i medici di pronto soccorso e tutti quelli assegnati alle varie funzioni dell’emergenza e urgenza, che dopo i salti mortali fatti durante la pandemia, privi di riconoscimento sociale ed economico, messi a fronteggiare con turni insostenibili la marea montante che viene dal territorio rimasto sguarnito, appena possono abbandonano il campo, per cercare una diversa collocazione.

Detto questo, è proprio vero che in Italia mancano medici? Come al solito, è bene partire dai dati: e questi, in particolare quelli di Eurostat (https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Health_statistics_at_regional_level#Health_care_personnel_and_health_care_facilities),ci dicono che non è proprio così. Nel 2019 ne avevamo 405 ogni 100.000 abitanti, già in aumento rispetto ai 395 del 2016, e comunque sopra la media europea, che è di circa 390 ogni 100.000 abitanti. Il record è della Grecia, con 616, ma anche Portogallo e Austria ne hanno più di 500. Tra i grandi Paesi dell’Europa occidentale, poco sopra di noi ci sono Spagna e Germania, intorno ai 440, ma la Francia e il Belgio, al contrario, sono parecchio al di sotto. E come fanno? Difficile rispondere in poche righe, ma la prima ipotesi a cui si può pensare è che la loro organizzazione del lavoro sia più efficiente. Che ai medici siano risparmiati i compiti burocratici, che possono essere svolti da personale amministrativo; che un maggior numero di infermieri specializzati e pagati adeguatamente possa svolgere una serie di attività che in Italia sono ancora appannaggio del medico. Sul territorio la medicina di gruppo aiuta molto a ottimizzare questo genere di risorse, e forse anche negli ospedali si potrebbero studiare modelli più funzionali.

Ma il vero ostacolo, la barriera che impedisce a tanti giovani e meno giovani colleghi di accedere al mondo del lavoro e a uscire dal precariato è quella della scuola di specializzazione, condizione quasi indispensabile per poter esercitare.   Non sono i medici che mancano, ma gli specialisti, e in particolare alcuni specialisti, come appunto anestesisti rianimatori o medici di pronto soccorso. Eppure i concorsi per queste figure professionali spesso vanno a vuoto. Qualcuno che si chiede perché? A questi medici si chiede molto di più, in termini di impegno, di fatica, di stress, senza una sufficiente differenza di trattamento economico e di altro tipo rispetto ad altri colleghi che possono conciliare molto più facilmente lavoro e vita privata. È abbastanza comprensibile che non ci sia la coda. Forse occorrerebbero maggiori incentivi, e magari, anche qui, potrebbero essere più logistici che esclusivamente economici.

Sappiamo che ci sono stati anche errori di programmazione in passato ma oggi che sappiamo di cosa abbiamo bisogno, si fa di meglio? Per l’accesso alle scuole di specialità non basta una norma, ma ci vogliono i fondi per pagare le borse di studio. Anche spalancare gli accessi al primo anno, bisognerebbe far sapere ai politici, richiederebbero docenti, aule, strutture in più. Ma soprattutto, visto che l’imbuto è a valle, significa aumentare il numero di coloro che tra un po’, dopo sei anni di sacrifici, si ritroveranno a combattere per entrare in specialità. Già molti ragazzi lamentano il clima di competizione che si vive in facoltà. Più saranno, più questo peggiorerà. E, col sistema della classifica nazionale, sempre di più finiranno a doversi accontentare di una strada che non fa per loro, aumentando così anche le probabilità che diventino professionisti peggiori di quelli che potrebbero essere.

Ambiente, l’inquinamento può provocare infarto anche a coronarie sane.

(da Doctor33)   L'aria inquinata può causare infarto anche a chi ha coronarie 'pulite', cioè senza aterosclerosi significativa, determinando uno spasmo prolungato dei vasi. È quanto dimostra, per la prima volta, uno studio firmato da Rocco Antonio Montone e da Filippo Crea, cardiologi della Fondazione Policlinico Agostino Gemelli Irccs-Università Cattolica, campus di Roma appena presentato al congresso della Società Europea di Cardiologia (ESC) a Barcellona e pubblicato in contemporanea su JACC, rivista ufficiale dei cardiologi americani (American College of Cardiology). «Questo studio dimostra per la prima volta - dichiara Montone, dirigente medico dell'Unità operativa complessa di Terapia intensiva cardiologica del Gemelli Irccs - un'associazione tra esposizione di lunga durata all'aria inquinata e comparsa di disturbi vasomotori delle coronarie, suggerendo così un possibile ruolo dell'inquinamento sulla comparsa di infarti a coronarie sane; in particolare, l'inquinamento da particolato fine (Pm2.5) nel nostro studio è risultato correlato allo spasmo delle grandi arterie coronariche».
«Abbiamo studiato il fenomeno - spiega Montone, dirigente medico dell'Unità operativa complessa di Terapia intensiva cardiologica del Gemelli Irccs - su 287 pazienti di entrambi i sessi di età media 62 anni; il 56% di loro era affetto da ischemia miocardica cronica in presenza di coronarie 'sane' (i cosiddetti Inoca), mentre il 44% aveva addirittura avuto un infarto a coronarie sane (Minoca). La loro esposizione all'aria inquinata è stata determinata in base all'indirizzo di domicilio. Tutti sono stati sottoposti a coronarografia, nel corso della quale è stato effettuato un test 'provocativo' all'acetilcolina. Il test è risultato positivo (cioè l'acetilcolina ha provocato uno spasmo delle coronarie) nel 61% dei pazienti; la positività del test è risultata molto più frequente tra i soggetti esposti all'aria inquinata, in particolare se anche fumatori e dislipidemici». «Gli spasmi dei vasi del cuore - spiega Massimiliano Camilli, dottorando di ricerca all'Istituto di Cardiologia dell'università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma - potrebbero essere dovuti al fatto che l'esposizione di lunga durata all'aria inquinata determina uno stato di infiammazione cronica dei vasi, con conseguente disfunzione dell'endotelio, lo strato di rivestimento della parete interna dei vasi».
«Alla luce dei risultati di questo lavoro - ha concluso Crea, ordinario di Malattie dell'apparato cardiovascolare all'Università Cattolica, campus di Roma e direttore dell'Uoc di Cardiologia del policlinico Gemelli - limitare l'esposizione all'inquinamento ambientale, possibilmente riducendone le emissioni, potrebbe ridurre il rischio residuo di futuri eventi cardiovascolari correlati alla cardiopatia ischemica, sia su base aterosclerotica, che da spasmo delle coronarie». Crea raccomanda, dunque, l'utilizzo «di purificatori di aria in casa e l'utilizzo delle mascherine facciali quando ci si trova immersi nel traffico delle grandi città - continua l'esperto - potrebbe dunque già essere consigliato ai soggetti a rischio, in attesa di studi che ne valutino il reale impatto sulla riduzione del rischio. E naturalmente ribadiamo il divieto di fumo e la necessità di uno stretto controllo dei fattori di rischio per tutti, ma ancora di più a chi è esposto all'inquinamento, come chi vive in una grande città».

L’età della menopausa importante per la valutazione del rischio cardiaco

(da Univadis)   Le donne che vanno in menopausa prima dei 40 anni, ma anche quelle con un’età alla menopausa inferiore ai 45 anni, potrebbero avere un rischio aumentato di scompenso cardiaco e fibrillazione atriale.  Il rischio aumenta al diminuire dell’età della menopausa.  Quando si deve valutare il rischio di queste due condizioni, è necessario tenere conto della storia riproduttiva.  

Tra le donne in post-menopausa, quelle con una storia di menopausa prematura, e cioè avvenuta prima dei 40 anni di età, hanno un rischio più alto di scompenso cardiaco del 33% e di fibrillazione atriale del 9%. Anche la menopausa precoce, prima dei 45 anni, si associa a un aumento di rischio. Sono, in sintesi, i risultati di uno studio coreano pubblicato su European Heart Journal che mostra l'importanza della durata dell'esposizione agli estrogeni per la salute cardiaca.   “Le donne in pre-menopausa traggano beneficio dall’effetto protettivo degli estrogeni sul sistema cardiovascolare” scrivono gli autori precisando che, prima del loro studio, era ancora poco chiara l’associazione eziologica tra scompenso, fibrillazione atriale e menopausa prematura. Hanno così deciso di analizzare la situazione nella popolazione asiatica, in particolare nelle donne in Corea, anche perché la maggior parte degli studi precedenti erano stati condotti nei paesi occidentali.   Grazie all’uso di un database del sistema sanitario nazionale coreano, sono state coinvolte più di 1,4 milioni di donne in post-menopausa, il 2% delle quali aveva una storia di menopausa prematura, con un’età media alla menopausa di 36,7 anni. In un follow-up medio di 9,1 anni, il 3% (42.699) è andato incontro a scompenso e il 3.2% (44.834) a fibrillazione atriale. L’incidenza di entrambe le condizioni è maggiore nelle donne con una storia di menopausa rispetto a quelle senza. In un’analisi aggiustata per diverse variabili confondenti, tra cui alcune condizioni di salute (ipertensione, diabete di tipo 2, malattia renale cronica e altre), le donne che sono andate in menopausa prima dei 40 anni hanno, rispetto alle altre, un rischio più elevato del 33% per lo scompenso e del 9% per la fibrillazione atriale.

Rispetto a chi aveva almeno 50 anni al momento della menopausa, le donne di 45−49, 40−44 e meno di 40 anni alla menopausa hanno un rischio più alto pari a 11% e 4%, 23% e 10%, 39% e 11%. Dall’analisi dei sottogruppi emerge che l’associazione tra la menopausa prematura e il rischio di fibrillazione atriale è più forte nel gruppo con meno di 65 anni, nelle donne che non hanno mai fumato e in quelle obese.  Per gli autori quindi, nella valutazione del rischio bisognerebbe considerare, oltre cai tradizionali fattori di rischio, anche la storia ginecologica, così da poter stabilire strategie preventive e terapeutiche.  Inoltre, spiegano che esistono diversi meccanismi che potrebbero spiegare l’associazione osservata. Gli estrogeni potrebbero non essere gli unici colpevoli, come fa notare un editoriale correlato.

(Shin J, Han K et al. Age at menopause and risk of heart failure and atrial fibrillation: a nationwide cohort study Get access Arrow. European Heart Journal 2022. Doi: 10.1093/eurheartj/ehac364.    Torbati T, Shufelt C et al. Premature menopause and cardiovascular disease: can we blame estrogen?  European Heart Journal 2022. Doi: 10.1093/eurheartj/ehac321.)

Antiipertensivi: indifferente assumerli di mattino o di sera. Ecco cosa cambia secondo i medici

(da Doctor33)   Gli antiipertensivi si possono assumere in qualunque momento della giornata senza che questo cambi l'andamento clinico dei pazienti. Questi gli straordinari risultati dello studio TIME durato 5 anni e appena concluso.
Il trial clinico, che contraddice diversi studi precedenti che suggerivano un possibile miglioramento con il dosaggio serale, è stato presentato il 26 agosto al Congresso 2022 della Società Europea di Cardiologia (ESC) tenutosi a Barcellona.
Lo studio non ha mostrato alcuna differenza statisticamente significativa tra le persone che assumevano i farmaci antidepressivi la mattina o la sera per tutti gli endpoint analizzati.   Lo studio ha anche dimostrato che la somministrazione serale non era dannosa in termini di cadute o altri effetti avversi. L'assunzione del farmaco di notte potrebbe comportare un aumento dell'ipotensione notturna che potrebbe tradursi in più vertigini e cadute se i pazienti si alzano per usare il bagno durante la notte. Tuttavia, sottolinea Tom MacDonald, professore di farmacologia clinica e farmacoepidemiologia presso l'Università di Dundee, c'erano più vertigini durante il giorno e il tasso di fratture e ricoveri erano identici nei due gruppi.
Lo studio TIME ha randomizzato 21.104 pazienti con ipertensione trattata per assumere i loro farmaci antipertensivi al mattino o alla sera. La durata mediana del follow-up è stata di 5,2 anni, ma alcuni pazienti sono stati seguiti per oltre 9 anni.    I risultati mostrano che quando si assumono farmaci antipertensivi al mattino, la pressione sanguigna è più alta al mattino e più bassa la sera mentre con il dosaggio serale avviene l'esatto contrario. La differenza rilevata, notano gli autori, è minima, solo da 1 a 2 mmHg, e questo non si è tradotto in alcuna differenza nello stato clinico dei pazienti.
"Il messaggio da portare a casa è che i pazienti possono assumere le compresse per la pressione sanguigna in qualsiasi momento, quando è più conveniente, purché le prendano. Probabilmente è meglio prendere una routine di assunzione delle compresse alla stessa ora ogni giorno. In questo modo è più probabile che ti ricordi di prenderli, ma non importa se è al mattino o alla sera", ha concluso MacDonald.
Tuttavia, l'autore principale della revisione ISH, George Stergiou ha commentato in maniera critica questo consiglio: "Non sono molto favorevole all'indicazione che i pazienti facciano ciò che vogliono. La stragrande maggioranza degli studi indica migliori risultati se noi medici guidiamo il paziente sull'assunzione dei farmaci al mattino".

Miocardite, il rischio è più alto con infezione Covid che con vaccino

Miocardite, il rischio è più alto con infezione Covid che con vaccino

(da Sanitainformazione)  Arrivano nuove conferme sull’efficacia e la sicurezza dei vaccini anti-Covid. Un nuovo studio condotto dall’Università di Oxford conclude che il rischio di miocardite, tanto temuto da coloro che esitano a vaccinarsi, è più alto tra coloro che vengono infettati dal virus Sars-CoV-2 e non sono immunizzati rispetto a coloro che si sono vaccinati contro Covid-19. I risultati, pubblicati sulla rivista Circulation, suggeriscono che per proteggersi da questa infiammazione cardiaca è meglio vaccinarsi contro il Covid-19.

Il rischio miocardite è 11 volte più alto dopo l’infezione Covid rispetto al vaccino

La ricerca condotta sulle informazioni di milioni di individui di età pari o superiore a 13 anni in Inghilterra ha portato a stimare che il rischio di sviluppare una miocardite negli individui non vaccinati dopo l’infezione Covid-19 – nel periodo che va tra il primo dicembre 2020 e il 15 dicembre 2021 – sia stato almeno 11 volte superiore rispetto alle persone che hanno ricevuto un vaccino Covid-19 o una dose di richiamo. «Abbiamo scoperto che in questo ampio set di dati, l’intera popolazione dell’Inghilterra vaccinata contro il Covid-19 durante un importante periodo di 12 mesi della pandemia, quando i vaccini contro il Covid-19 sono diventati disponibili per la prima volta, il rischio di miocardite dopo la vaccinazione contro il Covid-19 era piuttosto piccolo rispetto al rischio di miocardite dopo l’infezione Covid-19», afferma la prima autrice dello studio Martina Patone dell’Università di Oxford.

Nello studio sono state coinvolte quasi 43 milioni di persone

Nello studio i ricercatori hanno valutato il database delle vaccinazioni Covid-19 per tutte le persone di età pari o superiore a 13 anni che avevano ricevuto almeno una dose di AstraZeneca, del vaccino Pfizer-BioNTech o del vaccino Moderna tra il primo dicembre 2020 e il 15 dicembre 2021. Questo set di dati ha totalizzato quasi 43 milioni di persone, di cui oltre 21 milioni che avevano ricevuto una dose di richiamo di uno qualsiasi dei vaccini Covid-19. Quasi 6 milioni di persone sono risultate positive al Covid-19 prima o dopo la vaccinazione durante il periodo di studio. I dati del database di vaccinazione sono stati quindi incrociati e abbinati con ulteriori dati sulle infezioni Covid-19, sui certificati di ricovero ospedaliero e di morte per lo stesso periodo, dal primo dicembre 2020 al 15 dicembre 2021.

Il rischio miocardite correlata all’infezione è più basso dopo la vaccinazione

Dai risultati è emerso che 2.861 persone, ovvero lo 0,007 per cento, sono state ricoverate in ospedale o sono morte per miocardite durante il periodo di studio di un anno. Le persone che sono state infettate da Covid-19 prima di ricevere qualsiasi dose dei vaccini erano 11 volte più a rischio di sviluppare miocardite durante i giorni 1-28 dopo un test positivo per Covid-19. Il rischio di miocardite correlata all’infezione da Covid-19 è risultato dimezzato tra le persone infettate dopo la vaccinazione. «Non c’è alcun motivo di temere un nuovo richiamo di vaccino anti-Covid», dice Ciro Indolfi, presidente delle Società Italiana di Cardiologia, a pochi giorni dall’inizio dell’ESC 2022, il meeting annuale dell’European Society of Cardiology, che si svolgerà a Barcellona dal 26 al 29 agosto. «Ora abbiamo ulteriori conferme che l’infezione Covid-19 è più pericolosa per il cuore rispetto alla vaccinazione», conclude.

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