Il Covid e la malattia cardiaca: linee guida per affrontare la Pasc

(da DottNet)   Dolore al petto, palpitazioni e alterazioni del battito, ma anche stanchezza e difficoltà respiratorie sono un problema per il 10-30% dei pazienti. Tanti sono gli strascichi di Covid, soprattutto sul cuore. Dolore al petto, palpitazioni e alterazioni del battito, ma anche stanchezza e difficoltà respiratorie sono un problema per il 10-30% dei pazienti contagiati, anche 4 o più mesi dopo la risoluzione dell'infezione. Esiste un long Covid solo cardiovascolare, classificato con il termine Pasc (Sequele Post Acute da Sars-Cov-2) dagli esperti dell'American College of Cardiology, che ha appena pubblicato sul 'Journal of the American College of Cardiology'un documento di consenso indicando la strada da percorrere per affrontare il long Covid a danno del cuore.   Il documento dovrebbe diventare una guida, che verrà seguita anche al di qua dall'oceano, sottolineano gli esperti della Società italiana di cardiologia (Sic), richiamando l'attenzione sull'opportunità di sottoporsi a un corretto iter diagnostico in presenza di sintomi cardiovascolari dopo il Covid e anche l'importanza di utilizzare l'attività fisica corretta come metodo efficace per tornare a stare bene.  "Il long Covid a livello cardiovascolare viene ormai identificato come Pasc: sono così numerosi i casi di pazienti con un interessamento cardiovascolare dopo l'infezione acuta che si è definita una nuova malattia - spiega Ciro Indolfi, presidente Sic e ordinario di Cardiologia all'Università Magna Graecia di Catanzaro - Si parla di Pasc-Cvd quando dopo i i test diagnostici si individua una vera e propria patologia cardiovascolare, oppure di Pasc-Cvs o sindrome Pasc cardiovascolare quando invece gli esami diagnostici standard non hanno identificato una malattia cardiovascolare specifica, ma sono presenti sintomi tipici come tachicardia, intolleranza all'esercizio, dolore toracico e mancanza di respiro".   "Purtroppo sembra esistere una 'spirale discendente' nel long Covid, come l'hanno definita i colleghi americani - prosegue - la fatica e la ridotta capacità di esercizio portano a una diminuzione dell'attività e del riposo a letto, che comportano a loro volta un peggioramento dei sintomi e una qualità di vita ridotta".

"La consulenza cardiologica è raccomandata per i pazienti con Pasc e risultati anormali dei test cardiaci, in chi ha malattie cardiovascolari note con sintomi nuovi o in peggioramento, se il paziente ha avuto complicanze cardiache documentate durante l'infezione da Sars-CoV-2 o sintomi cardiopolmonari persistenti che non sono spiegati altrimenti - riprende l'esperto - In presenza della sindrome Pasc, in cui quindi non c'è una malattia cardiologica, ma ci sono sintomi come tachicardia o una riduzione della capacità di allenamento rispetto a prima del contagio, si raccomanda inizialmente l'esercizio in posizione sdraiata o semi-sdraiata, come ciclismo, nuoto o canottaggio, per poi passare anche all'esercizio in posizione eretta man mano che migliora la capacità di stare in piedi senza affanno. Anche la durata dell'esercizio dovrebbe essere inizialmente breve (da 5 a 10 minuti al giorno), con aumenti graduali man mano che la capacità funzionale migliora. Nella sindrome Pasc può essere utile anche l'assunzione di sale e liquidi, per ridurre i sintomi come tachicardia, palpitazioni e ipotensione ortostatica; in alcuni casi il medico può prescrivere beta-bloccanti, calcio-antagonisti non diidropiridinici, ivabradina, fludrocortisone e midodrina". 
“Dobbiamo saperne di più da ulteriori studi di follow up, ma l’importante – dichiara Pasquale Perrone Filardi, presidente eletto Sic e Ordinario di Cardiologia all’Università Federico II di Napoli – è non trascurare segni e sintomi cardiovascolari che compaiano e/o perdurino dopo 4 o più settimane dalla guarigione da Covid-19: il virus ha effetti negativi su cuore e vasi ed è essenziale individuare subito un’eventuale ‘sofferenza’ cardiovascolare per poter intervenire al meglio”.

Obbligo vaccinazione medici: le nuove regole del Ministero agli Ordini professionali

(da DottNet)  Sull'obbligo del vaccino ai sanitari, ol ministero della Salute ha inviato una nota dettagliata in cui vengono chiariti diversi aspetti delle normativa relativa a obbligo e sospensione.In particolare il Dicastero ha fornito chiarimenti su 4 questioni: sui termini dai quali decorre l’obbligo della dose di richiamo ai sanitari vaccinati con ciclo primario; sulla decorrenza per l’obbligo per i sanitari mai vaccinati che hanno contratto l’infezione; sulla decorrenza per l’obbligo vaccinale per i sanitari che hanno contratto l’infezione entro 14 giorni dalla somministrazione della prima dose di vaccino bidose; sulla decorrenza per l'obbligo vaccinale per i sanitari che hanno contratto l’infezione successivamente al completamento del ciclo primario. Vediamo dunque quali sono i termini imposti dal Ministero della Salute, come riporta Quotidiano Sanità.

1) Termini dai quali decorre l’obbligo di somministrazione della dose di richiamo
Il Ministero ha confermato che per quanto riguarda l’obbligo di somministrazione della dose di richiamo, i professionisti sanitari risultano inadempienti qualora, allo scadere dei 120 giorni dalla conclusione del ciclo vaccinale primario, non abbiano effettuato la dose di richiamo.
 
2) Termini di decorrenza per obbligo vaccinale per i soggetti mai vaccinati che hanno contratto l’infezione da SARS-CoV-2
Il Ministero ha confermato che per i soggetti mai vaccinati che hanno contratto l’infezione da SARS-CoV-2 documentata da un test diagnostico positivo, è indicata la vaccinazione, a partire da tre mesi (90 giorni) dalla data del test diagnostico positivo, con possibilità di somministrare un’unica dose di vaccino bidose in caso di soggetti non immunocompromessi, sempre che non siano trascorsi più di 12 mesi dalla guarigione (data di fine isolamento). Oltre i 12 mesi dalla guarigione, è raccomandata la somministrazione di un ciclo completo primario (a due dosi per i vaccini bidose o singola dose di vaccino monodose). In ogni caso è possibile comunque procedere con ciclo bidose; in altri termini, anche in caso di pregressa infezione, chi lo desideri può ricevere due dosi di vaccino bidose come ciclo vaccinale primario. In sintesi, il professionista sanitario deve essere considerato inadempiente all’obbligo vaccinale qualora non effettui la dose in questione alla prima data utile (90 giorni) indicata nelle circolari menzionate.
 
3) Termini di decorrenza per obbligo vaccinale per i soggetti che abbiano contratto infezione da SARS-CoV-2 entro 14 giorni dalla somministrazione della prima dose di vaccino bidose
Il Ministero della salute ha chiarito che nel caso di intervenuta infezione da SARS-CoV-2 entro 14 giorni dalla somministrazione della prima dose di vaccino bidose, per completare il ciclo primario occorre la somministrazione di una seconda dose; la prima data utile è individuata considerando 3 mesi (90 giorni) dalla data del test diagnostico positivo; la somministrazione dovrà comunque avvenire preferibilmente entro 6 mesi (180 giorni) dalla data del test diagnostico positivo. In questo caso, vale l’indicazione di 3 mesi (90 giorni) come prima data utile per effettuare la vaccinazione, in quanto tali soggetti vengono equiparati a coloro che hanno avuto la sola infezione. Anche in questo caso è evidente che il professionista sanitario deve essere considerato inadempiente all’obbligo vaccinale qualora non effettui la dose in questione alla prima data utile (90 giorni) indicata nelle circolari menzionate. Pertanto, sia nell’ipotesi del professionista sanitario con infezione mai vaccinato che in quella del professionista che contragga il COVID-19 entro 14 giorni dalla somministrazione della prima dose di vaccino, il sanitario è inadempiente all’obbligo vaccinale qualora non effettui la dose in questione trascorsi 90 giorni dall’infezione.
 
4) Termini di decorrenza per obbligo vaccinale per i soggetti che hanno contratto una infezione da SARS-CoV-2 successivamente al completamento del ciclo primario
Nei soggetti che hanno contratto una infezione da SARS-CoV-2 successivamente al completamento del ciclo primario, il ministero ha chiarito che non viene meno la condizione di soggetti inadempimenti in capo a coloro che non hanno assolto all’obbligo decorsi 120 giorni dalla data del test diagnostico positivo.

Vaccini anti – covid: ecco i Centri vaccinali che cambiano sede e orari dal 1 aprile

DAL 1 APRILE  I SEGUENTI CENTRI VACCINALI DELL’AUSL ROMAGNA SARANNO APERTI NELLE SEDI ED ORARI DI SEGUITO SPECIFICATI:

Faenza: dal 1 aprile la sede Hub Distrettuale si trasferirà nella Casa della Salute Centro Nord, presso il Punto prelievi – Piano Terra,  garantendo l'attività vaccinale  il martedì, il giovedì ed il sabato dalle ore 14 alle 19,30.

Forlì: dal 1 aprile il Centro vaccinale provinciale di Forlì si trasferirà all'Ospedale Morgagni-Pierantoni, presso il Padiglione Vallisneri, Punto prelievi, garantendo l'attività vaccinale dal lunedì al sabato dalle ore 14 alle 19.

Cesena: dal 1 aprile il Centro vaccinale provinciale si trasferirà alla Piastra Servizi dell’Ospedale Bufalini, presso il Punto prelievi,  garantendo l'attività vaccinale il lunedì, mercoledì, venerdì e sabato dalle ore 14 alle 19.

Cesenatico. dal 1 aprile il Centro vaccinale distrettuale si trasferirà dalla sede di Savignano all’Ospedale Marconi,  presso la Pediatria di Comunità, garantendo l’attività vaccinale il martedì e giovedì dalle ore 14 alle19.    

Riccione: dal 1 aprile la sede Hub Distrettuale si trasferirà all'Ospedale di Riccione, presso i locali dell’Igiene Pubblica via Formia (Palazzina Direzione Medica), garantendo l'attività vaccinale il martedì, il venerdì  e il sabato dalle ore 8.30 alle 14.

Nessuna variazione nei Centri Vaccinali di Ravenna, Lugo e Rimini.

VACCINAZIONI ANTI - COVID FASCIA 5 – 11 ANNI:  ECCO LE SEDI, GLI ORARI E LE MODALITA’ DI ACCESSO DAL 1 APRILE 

Ravenna: stessa sede, CMP Pediatria di Comunità primo piano, tutti i martedì dalle 14.30 alle 16.30, in libero accesso.

Lugo: dal 1° aprile  l’attività vaccinale fascia 5 – 11 anni si trasferisce alla Pediatria di Comunità (Viale Masi 20) e sarà garantita in libero accesso  tutti i mercoledì 14.30-16.30

Faenza: dal 1° aprile l’attività vaccinale fascia 5 – 11 anni si trasferisce alla Pediatria di Comunità (Via della Costituzione 28/51) e sarà garantita in libero accesso tutti i martedì 14.30- 16.30.

Forlì: dal 1 aprile l’attività vaccinale fascia 5 – 11 anni sarà effettuata in libero accesso solo presso la Pediatria di Comunità, via Colombo 11, ingresso C primo piano, giovedì 14 aprile e giovedì 28 aprile dalle ore 14.30 alle 18.30.  Il giorno 31 marzo le vaccinazioni saranno effettuate dalle ore 14:30 alle 18:30. 

Rimini: dal 1° aprile l’attività vaccinale fascia 5 – 11 anni si trasferisce presso la Pediatria di Comunità, c/o Colosseo – piano terra e sarà garantita su prenotazione il martedì dalle ore 14.30 alle 16.30

Riccione: dal 1° aprile l’attività vaccinale fascia 5 – 11 anni si trasferisce presso i locali della Pediatria di Comunità, via Formia 14 (Palazzina Direzione Medica) e sarà garantita su prenotazione  il giovedì dalle ore 14.30 alle 16.30

Cesena: è in atto la chiamata attiva nelle seguenti sedi della Pediatria di Comunità: Cesena, Mercato Saraceno, San Piero, Savignano, Cesenatico.

Esercizio e perdita di peso: fondamentale il ruolo del Mmg

(da M.D. Digital)  Secondo uno studio pubblicato oggi da The BMJ, gli interventi di esercizio erogati nelle cure primarie sembrano aumentare i livelli di attività di intensità da moderata a vigorosa negli adulti di una media di 14 minuti a settimana.  Sebbene questo effetto possa sembrare modesto, i ricercatori affermano che anche piccoli aumenti dell'attività fisica di intensità da moderata a vigorosa sono importanti, per aiutare a ridurre il rischio di malattie e morte. Le linee guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (aggiornate nel 2020) raccomandano un minimo di 150-300 minuti di attività fisica di intensità moderata (es. camminare a passo svelto, ballare o falciare il prato) o 75-150 minuti di attività fisica di intensità vigorosa (es. corsa, nuoto o salire le scale) a settimana e incoraggia le persone a superare questi obiettivi.  Ma l'evidenza suggerisce che nella maggior parte dei paesi, i programmi di attività fisica sono stati inefficaci, con un adulto su quattro insufficientemente attivo e nessun miglioramento nei tassi di partecipazione evidente negli ultimi due decenni.    Poiché la maggior parte degli adulti visita il proprio ambulatorio una volta all'anno, gli operatori sanitari delle cure primarie sono in una buona posizione per sollecitare e incentivare l’attività fisica dei loro pazienti. Tuttavia, studi precedenti sugli interventi mirati all’attività fisica erogati nelle cure primarie hanno riportato risultati contrastanti e pochi hanno studiato il loro effetto sull'aumento dell'attività fisica di intensità da moderata a vigorosa (MVPA).   Per affrontare questo problema, un team di ricercatori del Regno Unito ha esaminato 51 studi che hanno coinvolto oltre 16.000 adulti confrontando gli interventi per l’attività fisica basata sull'aerobica erogati nelle cure primarie con le cure abituali (controlli). Nella maggior parte dei casi medici di medicina generale, infermieri e fisioterapisti hanno fornito direttamente indicazioni, in altri casi sono stati coinvolti anche educatori o consulenti sanitari, specialisti dell'esercizio, dietisti e ricercatori.  L'MVPA è stato misurato utilizzando l'autovalutazione in 37 prove e utilizzando un dispositivo in 14 prove. La durata del follow-up dello studio variava da un mese a cinque anni.   Nel complesso, i ricercatori hanno scoperto che i partecipanti ai gruppi di intervento aumentavano l'MVPA di 14 minuti a settimana in media rispetto ai controlli ed erano anche più propensi dei controlli a soddisfare gli obiettivi delle linee guida per l'MVPA.   Le prove che hanno misurato l'attività fisica con i dispositivi, non hanno riscontrato differenze significative nell'MVPA tra i gruppi, mentre le prove basate sull'attività auto-riferita hanno mostrato un aumento di 24 minuti a settimana nei gruppi di intervento. Gli interventi che prevedevano cinque o più contatti con professionisti sanitari, follow-up più lunghi o quelli erogati dalle cure primarie più altri professionisti sono stati associati a maggiori miglioramenti.   Infine, negli studi che hanno misurato il peso, i partecipanti all'intervento pesavano 1 kg in meno rispetto ai controlli al follow-up. Anche se questo può sembrare un dato di entità modesta, secondo i ricercatori questa quantità di perdita di peso è importante perché in genere gli adulti guadagnano circa 0.5-1 kg all'anno, il che può contribuire allo sviluppo dell'obesità nel tempo. Nelle loro conclusioni gli autori sottolineano che gli interventi per l’incremento dell'attività fisica forniti dagli operatori sanitari nelle strutture di assistenza primaria sembrano efficaci nell'aumentare la partecipazione all'esercizio misurata con autovalutazione e nel ridurre il peso negli adulti.

(Kettle VE, et al. Effectiveness of physical activity interventions delivered or prompted by health professionals in primary care settings: systematic review and meta-analysis of randomised controlled trials. BMJ 2022; 376: e068465. http://dx.doi.org/10.1136/ bmj-2021-068465)

Strumenti diagnostici e terapeutici: li stiamo usando in modo appropriato?

(da Univadis)    C’è un grande divario tra le cure che le persone dovrebbero ricevere e quelle che ricevono realmente. Lapidaria e sotto molti aspetti anche preoccupante la conclusione riportata sulle pagine del Canadian Medical Association Journal (CMAJ) a commento dei risultati di una metanalisi di 174 studi che valutavano l’utilizzo appropriato di diverse pratiche diagnostiche e terapeutiche in Canada.   “In un contesto nel quale i sistemi sanitari devono fare i conti con la sostenibilità, molte delle cure che i pazienti ricevono sono inappropriate” esordiscono gli autori, guidati da Janet E. Squires della University of Ottawa, in Ontario (Canada). “Parliamo di cura inappropriata quando pratiche cliniche efficaci sono sotto-utilizzate, pratiche non efficaci sono sovra-utilizzate o quando, più in generale, le pratiche cliniche sono usate in modo scorretto” precisano gli autori che nella loro analisi hanno valutato l’utilizzo di ben 228 di tali pratiche su un totale di 28,9 milioni di persone.  Come spiegano Squires e colleghi, conoscere gli “errori” che ancora oggi si compiono nell’utilizzo di test diagnostici, trattamenti e altre procedure mediche è fondamentale per migliorare l’approccio alla salute sotto diversi punti di vista. Un utilizzo inappropriato delle pratiche cliniche si traduce infatti in esperienze negative vissute dai pazienti, scarsi esiti di salute e un utilizzo poco efficiente delle già scarse risorse di cui i sistemi sanitari dispongono.  Ecco allora una breve panoramica di quanto emerso dalla metanalisi canadese e degli strumenti oggi disponibili per poter scegliere in modo più accurato. Una fotografia d’insieme dalla quale anche i medici italiani possono cogliere spunti di riflessione da portare nella loro routine quotidiana di confronto con i pazienti.    “In Italia il Decreto Lorenzin pubblicato in Gazzetta Ufficiale ne l gennaio 2016 elenca le ‘Condizioni di erogabilità e indicazioni di appropriatezza prescrittiva delle prestazioni di assistenza ambulatoriale erogabili nell'ambito del Servizio sanitario nazionale’ e supporta almeno in parte i medici nella loro ricerca dell’appropriatezza prescrittiva” spiega Marta Ponciroli, medico di medicina generale presso la ATS Milano Città metropolitana, Distretto Ovest Milanese, che ci ha aiutato a leggere i dati canadesi alla luce dello scenario italiano. “Non dimentichiamo che in Italia il Sistema Sanitario Nazionale è in realtà composto da diverse realtà regionali che differiscono tra di loro sotto molti aspetti” aggiunge, sottolineando che la sua esperienza si riferisce in particolare all’area geografica nella quale opera e potrebbe non essere generalizzabile ad altre realtà locali.

A chi troppo, a chi troppo poco   In base ai dati della metanalisi condotta da Squires e colleghi, la percentuale mediana di cure inappropriate in Canada si attesta al 30%. Quasi un caso su tre. Un numero in linea con quello emerso da altre valutazioni simili svolte in altri paesi e che, a onor del vero, presenta valori molto variabili a seconda della pratica clinica/terapia presa in considerazione: ad esempio le percentuali di cure inappropriate variano dal 51% al 97% nel Regno Unito e dal 10% all’87% in Australia.  Entrando più in dettaglio, la metanalisi ha mostrato che nella pratica clinica canadese il sotto-utilizzo delle cure (43,9%) è più comune del sovra-utilizzo (13,6%), ancora una volta con grandi differenze a seconda della pratica analizzata. E questa differenza è presente sia per quanto riguarda la diagnosi che il trattamento, le due grandi aree sulle quali si sono concentrati i ricercatori canadesi.   Tra gli esami diagnostici sotto-utilizzati più studiati emergono il test ematico per l’emoglobina glicata (sotto-utilizzo 18%-85,7%), quello per i lipidi (3,2%-47,0%) e la valutazione oculistica nel diabete (22,9%-80,5%). Tra i test diagnostici sovra-utilizzati spiccano invece il test per i livelli di ormone tiroido-stimolante (3,0%-35,1%), la radiografia del torace (2,4%-34,0%), il Pap Test (8,0%-15,7%).  Se ci si sposta invece nell’ambito terapeutico, le statine occupano i primi posti nella classifica delle cure più studiate e sotto-utilizzate (3,3%-98,8%), mentre gli antibiotici sono tra le terapie più studiate e sovra-utilizzate (11,8%-76,0%), assieme ad antipsicotici (5,6%-76,5%) e oppioidi (0,1%-23,9%).   In sintesi i dati mostrano che la strada verso l’appropriatezza terapeutica è ancora molto lunga, anche se alcuni passi in avanti sono stati compiuti: dalla metanalisi emerge infatti che l’uso inappropriato delle cure si è ridotto negli anni più recenti, passando dal 32,6% del periodo 2009-2027 al 25,9% del 2018-2020. “Merito soprattutto di un uso più appropriato delle cure in ambito terapeutico” spiegano gli autori, ricordando che l’inappropriatezza in questo settore è scesa di ben 17,7 punti percentuali tra i due periodi presi in esame

Verso scelte “di valore”    Quali sono le azioni da intraprendere per migliorare l’utilizzo degli strumenti di cui i medici dispongono e ridurne di conseguenza l’uso inappropriato?    La prima strategia alla quale verrebbe da pensare è quella di basarsi sempre sulle più aggiornate linee guida pubblicate dalle diverse società scientifiche. “A tutti gli effetti sul portale internet della ATS presso la quale opero sono disponibili linee guida aggiornate e percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) che possiamo consultare” dice Ponciroli.   Senza dubbio però contano anche la formazione e l’atteggiamento dei medici che giocano un ruolo di primo piano nell’evitare l’utilizzo di cure “di basso valore”, ovvero tutte quelle procedure che non portano a un beneficio netto quando si confrontano i benefici e i rischi, inclusi i possibili problemi di tipo economico. Quello delle cure di basso valore è a tutti gli effetti un tema di rilievo nella comunità medico-scientifica, come dimostra per esempio un recente statement della American Heart Association Scientific, pubblicato su Circulation: Cardiovascular Quality and Outcomes che affronta il problema in ambito cardiovascolare, fornendo anche consigli su come migliorare la qualità e l’efficienza delle cure.   Inoltre la qualità delle cure è un puzzle formato da tanti differenti tasselli, tra i quali sicurezza, efficacia, tempismo, efficienza, uguaglianza e centralità del paziente. “I medici si concentrano soprattutto sull’efficacia, che dal punto di vista operativo potrebbe essere definita come la percentuale di pazienti che riceve le cure raccomandate dalle linee guida. Ma solo il 50% dei pazienti riceve tali cure” spiega Kaveh G. Shojania, del Sunnybrook Health Sciences Centre e della University of Toronto (Canada) in un editoriale di commento alla metanalisi di Squires e colleghi. Secondo Shojana però, le linee guida da sole non sono la soluzione: “Anche cure raccomandate e legate ad ampi benefici per la salute come gli screening oncologici possono avere un basso impatto se poi non è possibile trattare i tumori diagnosticati in modo tempestivo a causa per esempio di mancanza di posti letto o di personale medico” spiega. Per raggiungere una elevata qualità delle cure servono, secondo l’esperto anche una maggiore attenzione ai tanti e diversi determinanti sociali della salute e una trasformazione della sanità verso sistemi più resilienti.

Choosing wisely, anche in Italia   “Fare di più non significa fare meglio”. È il motto del progetto Choosing Wisely Italia (https://choosingwiselyitaly.org/)  che, sull’esempio di quello USA, “ha l’obiettivo di favorire il dialogo dei medici e degli altri professionisti della salute con i pazienti e i cittadini su esami diagnostici, trattamenti e procedure a rischio di inappropriatezza in Italia, per giungere a scelte informate e condivise”.    Il progetto Choosing Wisely nasce nel 2012 in USA, lanciato da ABIM Foundation e si è allargato nel corso degli anni fino ad essere presente oggi in 25 nazioni, coordinate a livello organizzativo dal Canada.   In Italia, il progetto Choosing Wisely è promosso da Slow Medicine e mette a disposizione sul proprio sito internet (e anche attraverso una app) alcune raccomandazioni da Società Scientifiche e Associazioni Professionali italiane che possono aiutare i professionisti sanitari a dialogare con i propri pazienti in particolare quando si tratta di procedure a rischio di utilizzo inappropriato.  A conferma del loro valore, tutte le raccomandazioni Choosing Wisely Italy sono parte delle Buone Pratiche clinico-assistenziali nel Sistema Nazionale - Linee Guida-SNLG dell’Istituto Superiore di Sanità e vengono periodicamente aggiornate.

Cure e informazione, messo a punto il Manifesto per l’etica nella salute orale

(da DottNet)    Informazione chiara, cure basate sull'evidenza scientifica e il più possibile su misura' rispetto al paziente, che rischia di essere disorientato da un crescendo di campagne pubblicitarie sulle cure della salute orale diffuse sui social e il web. Questi i punti principali del Manifesto Ethics in Perio & Implants, elaborato dalla Società Italiana di Parodontologia e implantologia (Sidp) e distribuito in occasione del 22/mo congresso nazionale in corso a Rimini. Negli anni Sidp, spiega il presidente Nicola Sforza, "si è impegnata a diffondere, in modo autorevole ed indipendente da vincoli commerciali, la formazione tra i professionisti, oltre che a comunicare alla popolazione la necessità di prevenzione e cura delle malattie parodontali, fattore chiave per la salute orale e generale. Purtroppo, sempre più spesso il paziente appare disorientato dalla miriade di proposte pubblicitarie da parte di strutture sanitarie e di colleghi che, nel mondo dei social e dell'online, puntano alla compravendita di prestazioni piuttosto che alla informazione sanitaria corretta basata su prove di efficacia dell'evidenza scientifica. Questo disorienta la popolazione e assume connotanti contrari al rispetto del prossimo e all'etica della professione".  Il manifesto sottolinea quindi l'impegno del clinico a ristabilire e mantenere la salute orale del paziente "in maniera efficace ed efficiente attraverso una terapia appropriata e personalizzata, volta al ripristino della funzione e dell'estetica", così come a "promuoverne la salute sistemica attraverso il miglioramento degli stili di vita, la prevenzione, la diagnosi e la terapia". Obiettivi che può raggiungere informando "il paziente sul suo stato di salute parodontale ed orale, al fine di ottenere una collaborazione partecipe", ma anche proponendogli cure "basate sulle prove d'efficacia derivate da evidenza scientifica" e tenendone considerazione "richieste e bisogni", secondo un concetto di "appropriatezza della terapia".

La stagione dei pollini sarà più lunga e intensa

La stagione dei pollini sarà più lunga e intensa

(da fimmg.org)   Arrivano brutte notizie per chi soffre di allergie: la stagione dei pollini sarà sempre più intensa e duratura. A dare oggi un'ulteriore conferma di questa previsione già evidenziata da ricerche precedenti, sono stati alcuni esperti dell'Università del Michigan che, nel loro studio appena pubblicato su Nature Communications, sono giunti a una conclusione: se le tendenze dei cambiamenti climatici continueranno ai questi ritmi, si verificherà nei prossimi anni un aumento significativo del polline totale.   In particolare, sostengono i ricercatori, la stagione dei pollini comincerà fino a 40 giorni prima in primavera e si prolungherà fino a 19 giorni in più rispetto a oggi, avendo un impatto non solo sulla nostra salute, ma anche sulla società e sull'economia, dai costi sanitari ai giorni lavorativi persi.

Nel nuovo studio, i ricercatori hanno simulato in che modo 15 diversi tipi di polline di piante, come querce e betulle, influenzeranno le regioni degli Stati Uniti. Per farlo sono partiti dal presupposto che la produzione di polline dipende da come cresce la pianta: l'aumento delle temperature globali, infatti, aumenterà la crescita delle piante in molte aree e questo, a sua volta, influenzerà la produzione dei pollini. Ma la temperatura, sottolineano gli esperti, non è l'unica responsabile.  Il principale motore dell'aumento futuro dei pollini sarà l'incremento delle emissioni di anidride carbonica. Se da una parte, infatti, le temperature più elevate prolungheranno la stagione di crescita, dando alle piante più tempo per produrre il polline, dall'altra l'anidride carbonica alimenterà la fotosintesi, in modo tale che le piante possano crescere di più e produrre maggiori quantità di polline.

Dalle analisi, inoltre, è emerso che le stagioni dei pollini per molti alberi si sovrapporranno sempre più con l'aumento delle temperature e delle emissioni di anidride carbonica. Se in passato le querce rilasciavano il polline prima della betulla, ora invece si osservano sovrapposizioni delle loro stagioni polliniche. In generale, spiegano i ricercatori, la stagione dei pollini cambierà più nelle regioni a nord che a sud, a causa dei maggiori aumenti delle temperature nelle zone settentrionali. “Ci sono ancora alcune incognite quando si tratta di proiezioni del polline a lungo termine”, raccontano i ricercatori a The Conversation. Per esempio, “non è del tutto chiaro come risponderanno le piante se i livelli di anidride carbonica supereranno la soglia limite”.

MMG, la pensione si chiede due mesi prima

(da enpam.it)   Gli iscritti alla gestione della Medicina generale possono fare domanda online di pensione nel momento in cui presentano le dimissioni e non devono più attendere di aver concluso il loro rapporto di lavoro.  È la nuova opzione disponibile nell'Area riservata per il servizio di presentazione della domanda di pensione di vecchiaia o anticipata della gestione della Medicina generale (medici di famiglia, pediatri di libera scelta, addetti alla continuità assistenziale e all’emergenza territoriale).

RISPARMIO DI TEMPO E CERTEZZE   Fino ad oggi i medici di Medicina generale che volevano presentare domanda di pensione dovevano prima avere cessato l’attività in convenzione.  Per porre termine al rapporto con la Azienda sanitaria, era necessario presentare le proprie dimissioni con un preavviso di 60 giorni.  Trascorsi due mesi, era quindi possibile rivolgersi all’Enpam per la presentazione della domanda di pensione.  La data di cessazione faceva fede anche per l’avvio dei calcoli ai fini della determinazione dell’importo di pensione spettante.  Oggi, grazie alla nuova procedura online – che come detto permette di presentare la domanda già al momento della presentazione delle dimissioni – i tempi si abbreviano.  Inoltre, la nuova procedura consente di accorciare quel periodo in cui l’iscritto si ritrovava in un limbo in cui non riceveva più lo stipendio dall’Asl e non ancora la pensione dall’Enpam (che sarebbe comunque arrivata con gli arretrati, ma successivamente).  Non si presenteranno più nemmeno i casi estremi – capitati in passato – di medici venuti a mancare durante i 60 giorni di preavviso ma prima di poter fare domanda per la pensione e per l’eventuale anticipazione in capitale.

Dati personali, dal Garante privacy via libera all’Anagrafe nazionale assistiti

(da Doctor33)  Il Garante per la protezione dei dati personali ha dato via libera al ministero della Salute sullo schema di decreto del presidente del Consiglio dei ministri che disciplina l'Anagrafe nazionale degli assistiti (Ana). Lo schema è stato elaborato tenendo conto delle indicazioni fornite dall'Autorità privacy nell'ambito di numerose interlocuzioni con il ministero della Salute, volte a garantire il rispetto della protezione dei dati personali trattati. Il via libera del Garante introduce un importante strumento di innovazione che agevola il sistema di monitoraggio della spesa sanitaria, accelera il processo di automazione amministrativa e migliora i servizi per i cittadini e le Pa.
La nuova banca dati, realizzata dal ministero della Salute in accordo col Mef, assicura infatti alle singole Asl la disponibilità delle informazioni esatte e aggiornate sugli assistiti per lo svolgimento delle funzioni di propria competenza. Importanti le novità introdotte dal decreto: l'Ana subentra alle anagrafi e agli elenchi degli assistiti tenuti dalle singole Aziende sanitarie locali, che mantengono la titolarità dei dati di propria competenza e ne assicurano l'aggiornamento. Le Asl cessano di fornire ai cittadini il libretto sanitario personale e, in caso di trasferimento di residenza, l'Ana ne dà immediata comunicazione telematica alle aziende sanitarie locali interessate. In questo modo l'Asl della nuova residenza prende in carico il cittadino, e aggiorna i dati di propria competenza nell'Ana, senza che l'interessato debba fornire ulteriori comunicazioni alle Aziende sanitarie coinvolte.
Lo schema di Dpcm definisce anche i contenuti dell'Anagrafe nazionale degli assistiti, tra i quali devono essere inclusi le scelte del medico di medicina generale e del pediatra di libera scelta e il codice esenzione e il domicilio. Lo schema stabilisce inoltre il piano per il graduale subentro dell'ANA alle anagrafi e agli elenchi degli assistiti tenuti dalle singole Asl e le garanzie e le misure di sicurezza. È previsto poi che gli interessati possano accedere in rete ai propri dati personali contenuti nell'Ana, ovvero richiederne copia cartacea presso l'Asl competente. L'adozione del provvedimento consente, tra l'altro, di dare attuazione all'investimento ''Potenziamento del Fascicolo sanitario elettronico'', previsto dalla missione 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

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