Inquinamento. In Italia è strage: nel 2019 quasi 64mila morti evitabili. In tutta Europa 307 mila morti ma 178mila si sarebbero potute evitare con aria più pulita.
I dati dell’Agenzia europea dell’ambiente ci pongono in testa alla classifica. Le malattie più comuni provocate dall'inquinamento e per le quali si registra la maggiore mortalità evitabile sono quelle cardiache, l’ictus, le polmonarie e il cancro ai polmoni. L’Italia è al secondo posto per morti evitabili da particolato e ozono tra i grandi Paesi dopo la Germania, ma al primo posto per le morti da biossido da azoto. Ma la via per abbattere tutte queste morti c’è: rispettare i livelli massimi Oms che se fossero stati rispettati avrebbero ridotto la mortalità evitabile complessiva del 55%. Leggi L'articolo completo al LINK
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Covid-19, quanto sono affidabili i tamponi rapidi per la rilevazione del virus?
(da Doctor33) In 1 caso su 2 danno come risultato un falso negativo. Sono i tamponi antigenici rapidi, al centro dell'attenzione per la scarsa affidabilità del risultato. Indicati come «il tallone d'Achille» da Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute Roberto Speranza, i test antigenici rapidi sono da tempo additati come un anello debole nella catena delle contromisure per arginare la circolazione del virus SarsCoV2. Non riescono infatti a vedere il virus se non quando è presente in quantità massicce.
«Bloccate i tamponi rapidi per non chiudere l'Italia». È l'appello di Claudio Giorlandino direttore scientifico del Centro ricerche Altamedica di Roma, dove è stato condotto uno studio su 332 pazienti, pubblicato sulla rivista "Future virology", dal quale emerge che il test antigenico rapido per la rilevazione del Covid-19 sbaglia quasi una volta su due, fornendo un alto tasso di falsi negativi. Questo studio ha messo a confronto i risultati del test rapido immunocromatografico dell'antigene del virus con quelli del tampone molecolare Rt-qPcr, a oggi considerato il gold standard per la rilevazione dell'infezione. I test sono stati eseguiti nello stesso laboratorio e dagli stessi operatori. Dei 332 casi selezionati per il confronto, 249 campioni erano risultati positivi al tampone molecolare e 83 negativi. Tra i 249 campioni positivi, solo 151 erano stati rilevati dal test rapido antigene, con una sensibilità complessiva del 61%. In tutti gli altri 98 casi il test antigienico rapido immunocromatografico era risultato negativo. «La letteratura internazionale già da tempo mette in luce i limiti dei test qualitativi immunocromatografici rapidi. La novità di questo studio - spiega Giorlandino - sta nella assoluta correttezza metodologica che, per primo, ha svelato che i limiti già conosciuti sono in realtà estremamente maggiori. L'enorme numero di falsi negativi che questi test, eseguiti in farmacia o in piccoli studi o laboratori, produce è pericolosissimo perché - sottolinea l'esperto - determina nei soggetti negativi un falso senso di sicurezza che induce ad allentare il rispetto delle misure di prevenzione quali il mantenimento della distanza e il rigido utilizzo di mascherine». «Invece purtroppo quasi una persona su due che risulta negativa - ammonisce - è ancora infettiva, con l'effetto controproducente della diffusione del contagio. La scarsa sensibilità dei semplici test rapidi ne consente semmai l'utilizzo solo come test in prima linea per la diagnosi di Covid-19, limitatamente al primo controllo di massa in condizioni particolari, per intercettare immediatamente almeno una parte di altamente positivi dove non è possibile attendere le 12 o 24 ore di un test molecolare che necessita di essere trasportato ed eseguito in laboratorio specializzato. Il suo uso - insiste il medico - dovrebbe essere limitato nei porti ed aeroporti ma, tutti i soggetti negativi, debbono comunque essere avvertiti di osservare strettamente le precauzioni per evitare di trasmettere il contagio perché non è certo che non siano portatori», aggiunge.
Si aggiunge all'appello anche il virologo Francesco Broccolo, dell'Università di Milano Bicocca. «Sono test con una sensibilità estremamente bassa, tanto che i casi positivi sono attualmente rilevati dallo 0,2% dei test rapidi e dal 6% dei molecolari. Inoltre, abbiamo oltre il 50% di falsi negativi», sostiene. Uno dei motivi per cui ci sono tanti falsi negativi è che «quando un soggetto si infetta, l'infezione si palesa al test dopo 48 ore, mentre sappiamo che l'infezione deve prendere piede e che il virus ha bisogno di tempo per replicarsi. Per questo - dice l'esperto - non è il caso di fare il test subito dopo avere avuto un contatto». Quando, a distanza di 48 ore dal contagio, «il virus inizia a replicarsi, dopo 48 ore diventa visibile al test molecolare, che è in grado di scattare una fotografia molto dettagliata; a confronto il test rapido fornisce un'immagine sgranata. Riesce infatti a vedere il virus solo se la carica virale è di almeno 1 milione di copie per millilitro di fluido biologico prelevato con il tampone».
Questa, aggiunge, è «una grande criticità. L'altra, secondo Broccolo, è nel fatto che «con le attuali regole per il Green pass, chi è vaccinato non viene distinto da chi ha fatto il test rapido ed entrambe le categorie si espongono agli stessi eventi, dimenticando che chi non è vaccinato ha quindi rischio maggiore di ammalarsi». Un'altra criticità è nei tempi di validità del Green pass: «nel mondo ideale, il test rapido andrebbe fatto tutti i giorni perché, se mi infetto oggi, per 48 ore non si potrà vedere l'infezione con nessun test». «Anche le 72 ore di validità del test molecolare sono teoriche perché, seppur questo sia ultrasensibile, non si esime dall'eventualità che l'infezione venga contratta dopo poche ore dal test»
Infezione delle vie respiratorie: terapia antibiotica immediata rispetto a ritardata
(da Univadis) Uno studio ha condotto una metanalisi dei dati individuali di circa 55.700 pazienti ambulatoriali arruolati in 9 sperimentazioni randomizzate e 4 studi osservazionali, tutti condotti in un contesto comunitario. Lo studio ha dimostrato che, nel caso di infezione delle vie respiratorie, la terapia antibiotica ritardata (delayed antibiotic therapy, DAT) iniziata dopo alcuni giorni, e la terapia antibiotica immediata (immediate antibiotic therapy, IAT), sono comparabili in termini di gravità dei sintomi e incidenza di complicanze. La durata dei sintomi era marginalmente maggiore con la DAT (11,4 vs. 10,9 giorni). Tuttavia, la gravità dei sintomi era leggermente maggiore con la DAT nei bambini di <5 anni. Inoltre, la metanalisi raggruppava pazienti con condizioni eterogenee (bronchite, otite media, faringite, ecc.).
(Delayed antibiotic prescribing for respiratory tract infections: individual patient data meta-analysis. https://www.bmj.com/content/373/bmj.n808)
Covid, il vaccino induce immunità più forte rispetto a infezione naturale
(da Doctor33) Nei soggetti vaccinati l'immunità al virus Sars-Cov-2 è più forte e duratura rispetto a quella sviluppata naturalmente da chi contrae il virus e, in generale, è legata al livello di anticorpi circolanti che si formano in ognuno di noi. È quanto emerge dal primo studio di monitoraggio di un campione significativo della popolazione sanitaria attraverso tutto il periodo del Covid-19.
Ideata e realizzata dall'Istituto europeo di oncologia (Ieo) e finanziata dalla Fondazione Guido Venosta, l'iniziativa ha visto oltre 2000 dipendenti e collaboratori dello Ieo operativi negli ambiti sanitario, amministrativo e ricerca, sottoporsi (nel periodo da maggio 2020 a settembre 2021) a test molecolari per l'infezione da Sars-CoV-2 e a test sierologici per misurare la risposta immunitaria contro il virus. «Abbiamo osservato che il livello di anticorpi circolanti anti-Sars-CoV2 è un indicatore attendibile del rischio di infezione; dunque i test sierologici potrebbero essere utili nella programmazione delle campagne vaccinali», commenta Pier Giuseppe Pelicci, direttore della ricerca Ieo e coordinatore dello studio. «La correlazione tra bassi livelli di anticorpi e aumentato rischio di infezione è stata ottenuta nella intera popolazione dei vaccinati e su dati retrospettivi. Non ha quindi ancora un valore predittivo nel singolo individuo. Potrebbe invece essere molto utile se applicata, per esempio, alle popolazioni di individui esposti ad alto rischio di infezioni o più fragili», spiega Pelicci. Nella fase pre-vaccinazione sono state osservate 266 persone con infezioni da Sars-CoV-2, vale a dire il 17,8% delle 1493 persone testate in fase pre-vaccinale. Tra i circa 2000 soggetti che sono stati vaccinati, abbiamo invece identificato solo 30 casi di infezione (1,5%), che in tutti i soggetti si è presentata con una sintomatologia minima e capacità di contagio molto limitata per carica virale e durata. Il test molecolare è infatti risultato positivo in media per soli due giorni invece dei 16 giorni medi di una infezione in soggetti non vaccinati, con ovvie implicazioni sulla diffusione del contagio. Nel complesso, la frequenza di infezione nei soggetti che hanno sviluppato anticorpi dopo vaccinazione è stata significativamente più bassa (1.5%) rispetto ai soggetti vaccinati che non hanno sviluppato anticorpi (5,7%), ma in entrambi i casi più bassa rispetto ai soggetti non vaccinati che hanno contratto una infezione naturale (9%). Il vaccino, quindi, induce una immunità più forte rispetto alla infezione naturale.
Dato confermato anche da uno studio australiano su vaccinazioni e ricoveri in terapia intensiva nel pieno dell'ondata della variante Delta del Covid che colpì Sydney in agosto e settembre scorsi indica che le persone non vaccinate e contagiate avevano una probabilità 16 volte maggiore di essere ricoverate in terapia intensiva rispetto a chi aveva ricevuto la doppia dose di vaccino. L'analisi dello status di vaccinazioni nello stato del New South Wales indica inoltre che le persone pienamente vaccinate avevano una probabilità sostanzialmente minore di ammalarsi gravemente se contagiate. Il rapporto del National Centre for Immunisation Research and Surveillance indica che le persone pienamente vaccinate costituivano una minuscola frazione dei ricoveri in terapia intensiva e dei decessi, durante le prime 16 settimane dell'ondata di Delta. I dati hanno indotto le autorità sanitarie dello Stato ad avvertire le persone giovani non vaccinate che si espongono al rischio evitabile di ammalarsi gravemente. Quando i ricoveri in terapia intensiva per Covid-19 raggiunsero il picco massimo, il tasso di persone pienamente vaccinate in terapia intensiva e decedute per il virus è stato dello 0,9 per 100 mila, contro il 15,6 per 100 mila tra i non vaccinati - una differenza di oltre 16 volte.
Il rapporto mette in luce la significativa protezione che il vaccino assicura alle persone giovani. Solo il 3,7% delle persone tra 20 e 30 anni e il 6,1% di quelle fra 30 e 40 anni contagiate dal virus durante le 16 settimane erano pienamente vaccinate - ha osservato la direttrice sanitaria statale Kerry Chant. «I giovani con due dosi di vaccino hanno subito tassi minori di infezione e quasi nessuna malattia grave, mentre i non vaccinati in quelle classi di età erano a rischio notevolmente maggiore di contrarre il Covid e di richiedere ricovero in ospedale», ha aggiunto.
Sindrome post-COVID-19 in pazienti con malattia lieve
(da Univadis) In uno studio di coorte prospettico olandese, il 16,4% (1 su 6) dei pazienti con COVID-19 lieve ha riferito≥1 sintomo associato al COVID-19 12 mesi dopo l’insorgenza della malattia.
(Wynberg E, van Willigen HDG, Dijkstra M, Boyd A, Kootstra NA, van den Aardweg JG, van Gils MJ, Matser A, de Wit MR, Leenstra T, de Bree G, de Jong MD, Prins M; RECoVERED Study Group. Evolution of COVID-19 symptoms during the first 12 months after illness onset. Clin Infect Dis. 2 set 2021 [Pubblicazione online prima della stampa]. doi: 10.1093/cid/ciab759. PMID: 34473245)
Stretta di mano: non più di tre secondi
(da DottNet) Se si vuole utilizzare la stretta di mano bisogna stare attenti che non superi i 3 secondi di durata. E’ un gesto che soprattutto nella fase più complessa della pandemia è stato messo da parte, in favore di altre forme di saluto. La durata di tre secondi rende l’approccio e l’incontro con la persona che abbiamo davanti nel complesso maggiormente piacevole. Diversamente, una presa più salda e duratura può generare ansia nell’interlocutore. Lo rileva una ricerca dell’Università di Dundee pubblicata su Perceptual and Motor Skills. Emese Nagy, che ha guidato lo studio, afferma che i risultati evidenziano l’importanza di presentarsi in modo appropriato. “Le strette di mano -specifica- sono un saluto importante e possono avereconseguenze a lungo termine per le relazioni che creiamo. Prove suggeriscono che molti comportamenti, come gli abbracci, rientrano in una finestra di circa 3 secondi e il nostro studio ha confermato che le strette di mano che si mantengono in questo lasso di tempo sono più naturali per coloro che partecipano al saluto. Tuttavia, anche se stringere la mano più a lungo può sembrare un gesto caloroso, può influenzare negativamente il comportamento deldestinatario” . “I politici – aggiunge Nagy – sono interessati alle strette di mano prolungate, spesso usate anche come mezzo per dimostrare autorità. Tuttavia, i risultati suggeriscono che ciò potrebbe potenzialmente mettere a repentaglio la qualità delle loro relazioni lavorative e personali fin dall’inizio, cosa che potrebbe avere ripercussioni su milioni di persone”. Per la ricerca, 36 partecipanti sono stati intervistati da studenti del Master in merito alle loro prospettive lavorative e di carriera. Successivamente, sono stati presentati a un secondo ricercatore, che ha stretto loro la mano in modo “normale” (meno di 3 secondi), “prolungato” (più lungo di 3 secondi) o per niente. I partecipanti non erano a conoscenza del significato della stretta di mano durante il periodo di studio e sono state analizzate le loro reazioni successive. E’emerso che a seguito di una lunga stretta di mano, hanno mostrato meno divertimento nell’interazione, ridendo di meno e mostrando maggiori livelli di ansia. Le strette di mano di meno di 3 secondi hanno provocato meno sorrisi successivi, ma sono state percepite come più naturali.
Il Long Covid può portare la fibromialgia, lo svela uno studio del Rizzoli di Bologna
Secondo gli studiosi, che hanno definito ‘FibroCovid’ questa sindrome, tra i principali fattori di rischio per svilupparla ci sono in particolare il sesso maschile e l’obesità. “Mentre l’obesità è un noto fattore predisponente per la fibromialgia e per le malattie muscoloscheletriche in generale- spiegano i ricercatori- il sesso maschile è generalmente meno interessato da questa condizione”. Leggi L'articolo completo al LINK
http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=98918&fr=n
Antibioticoresistenza: 18 azioni per sconfiggerla. Ecco il nuovo piano della Task force Usa/Ue
La resistenza antimicrobica, sottolinea Ema, è un problema di salute pubblica di crescente entità e importanza, con azioni necessarie per i medicinali per uso umano e veterinario a livello globale e nazionale. Sono urgentemente necessari nuovi agenti antimicrobici per un certo numero di agenti patogeni umani e fino ad oggi sono in fase di sviluppo pochissime nuove classi di antibiotici. Leggi L'articolo completo al LINK
Dalla Conferenza Stato-Regioni arrivano le nuove linee di indirizzo per l’attività fisica
(da DottNet) Il lockdown e lo smart working, Dad e lo stop agli spostameti hanno limitato l'attività fisica di intere fasce della popolazione provocando un ulteriore incremento della sedentarietà tra gli anziani. In tale ottica è necessaria una riflessione su come poter rimettere in moto la popolazione nella fase post pandemica. È quanto si legge nelle nuove Linee d’indirizzo sull’attività fisica appena approvate dalla Conferenza Stato-Regioni
Bambini: I bambini da 1 a 4 anni dovrebbero praticare almeno 180 minuti al giorno di attività fisica. Per quelli di 1 anni niente tv, tablet o smartphone mentre per quelli di 2-3-4 anni massimo 1 ora davanti allo schermo. Per quanto riguarda la fascia tra i 5 e i 17 anni dovrebbero raggiungere una media di 60 minuti al giorno di attività fisica di intensità moderata-vigorosa e esercizi di rafforzamento dell’apparato moscolo-scheletrico almeno 3 volte alla settimana. Consigliati sport aerobici.
Adulti. Nel corso della settimana le raccomandazioni parlano di almeno 150-300 minuti a settimana di attività fisica aerobica di intensità moderata. In ogni caso come minimo la raccomandazione è di svolgere 30 minuti al giorno di attività fisica.
Anziani. Anche per loro standard dovrebbe essere tra i 150 e i 300 minuti a settimana. Il tutto senza esagerare con gli sforzi ma cercando al massimo di limitare la sedentarietà.
Gravidanza. Per le future mamme anche viene raccomandato uno stile di vita attivo attraverso la pratica (camminare, ginnastica dolce e in generale senza sforzi eccessivi) minima di 150 minuti a settimana. Le linee d’indirizzo poi in ogni caso forniscono ulteriori indicazioni anche per chi ha specifiche patologie come diabete, malattie cardio-cerebrovascolari, neoplasie, malattie respiratorie.