Fast food, alcol, bevande zuccherate: i nemici del microbiota intestinale
(da Nutrienti e Supplementi) Un cibo di scadente qualità facilita la selezione di una popolazione microbica intestinale in grado di promuovere uno stato infiammatorio nell’organismo. La conferma giunge da uno studio osservazionale condotto da un gruppo di ricercatori olandesi e publicato su 'Gut'. Gli Autori hanno esaminato l'interazione tra dieta, popolazione microbica intestinale e marker infiammatori in 1.425 soggetti divisi in quattro gruppi: persone con malattie infiammatorie intestinali (morbo di Crohn o colite ulcerosa); con sindrome dell'intestino irritabile o sane.
Ciascun partecipante ha fornito un campione di feci per l’analisi dei gruppi microbici e di eventuali marker infiammatori come la calprotectina fecale, nonché compilato un questionario sulle abitudini alimentari, sia qualitative che quantitative. Le tipologie di alimenti sono state aggregate in 25 gruppi. “I nostri risultati evidenziano come i cibi trasformati e quelli di origine animale siano sempre associati ad abbondante presenza a livello intestinale di specie batteriche opportunistiche, in particolare appartenenti a generi quali Clostridium, Ruminococcus, Blautia e Firmicutes, a loro volta associati a elevati indici di marker infiammatori quali, per esempio, la calprotectina fecale. Il consumo di proteine di origine vegetale sembra invece favorire vie metaboliche a carattere antinfiammatorio, grazie all’abbondante presenza di generi quali Bifidobacterium e Lactobacillus, a discapito di Bacteroides e Clostridium.
Il consumo di noci, pesce azzurro, frutta, verdura e cereali si lega a una maggiore abbondanza di batteri produttori di acidi grassi a catena corta, in grado di controllare l'infiammazione e proteggere l'integrità della barriera intestinale. Lo stesso consumo di vino rosso ha evidenziato questa peculiarità, probabilmente per la presenza di polifenoli, visto che, in generale, alcol e superalcolici hanno mostrato effetti opposti. Positivo l’impatto del caffèsulla presenza di specie ad azione antinfiammatoria, così come i prodotti fermentati del latte, legati ad abbondanza di Bifidobacterium, Lactobacillus ed Enterococcus sp. Cibi da fast food, dalla carne processata alle patatine fritte, dalla maionese alle bevande analcoliche zuccherate, presentavano una stretta correlazione con specie ostili quali Clostridium bolteae, Coprobacillus e Lachnospiraceae”. Uno degli aspetti più interessanti è che le osservazioni sono risultate sovrapponibili tra i quattro gruppi di partecipanti coinvolti, senza distinzioni tra soggetti più o meno a rischio, segno che un cambiamento delle abitudini alimentari può incidere su diversi fronti nell’ambito delle malattie infiammatorie.
Tra i limiti riconosciuti dello studio, il fatto che, trattandosi di modello osservazionale, non è possibile trarre conclusioni di causa/effetto ma, a detta degli Autori vi è la certezza che “da tali risultati si possano derivare modelli dietetici correlati a popolazioni microbiche intestinali in grado di proteggere la mucosa e favorire effetti antinfiammatori. Il fatto, poi, che tale azione si sia verificata in tutti e quattro i gruppi, evidenzia la potenzialità di estendere le conclusioni anche ad altri quadri clinici in cui l'infiammazione gioca un ruolo chiave”.
(https://gut.bmj.com/content/early/2021/03/08/gutjnl-2020-322670)
Non voglio vaccinarmi: come condurre il colloquio col paziente che rifiuta il vaccino
(da Univadis) Nel mese di dicembre scorso, uno studio condotto dall’Engage Minds HUB dell’Università di Cremona rilevava che il 41% degli italiani aveva dubbi riguardo all’opportunità di farsi vaccinare contro Covid-19. I più esitanti nei confronti del vaccino erano le donne e i giovani, mentre i più intenzionati a vaccinarsi restavano gli over60. Se l’indagine fosse replicata oggi, probabilmente i dati sarebbero ancora più allarmanti e anche gli anziani mostrerebbero percentuali a due cifre di rifiuti della vaccinazione, in particolare dopo che le vicende riguardanti i vaccini Astra Zeneca e Johnson&Johnson, tra blocchi, ritiri e reimmissione nei circuiti vaccinali con indicazioni non sempre chiare e univoche, hanno minato ulteriormente la fiducia dei cittadini nella loro sicurezza. “Gestire l’esitanza vaccinale seguendo le norme di precauzione che giustamente gli enti regolatori applicano quando ci sono segnalazioni di effetti collaterali può essere sfidante” spiega Robb Butler, esperto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. “Esiste una relazione diretta tra la fiducia nelle istituzioni e la percentuale di popolazione che accetta di farsi vaccinare: se i cittadini hanno l’impressione che chi si occupa delle campagne di immunizzazione risponde a logiche poco trasparenti o incoerenti, è difficile poi convincerli della bontà dell’atto medico in sé”. Lo dimostra uno studio pubblicato su 'Lancet' e che riguarda la crescita dell’esitanza vaccinale, secondo il quale il fenomeno, negli Stati Uniti al mese di giugno scorso, era pari al 20% (meno del 27% della Francia e più del 5% dell’Australia) per poi salire al 49% secondo un sondaggio del mese di settembre scorso. A far crescere coloro che sono restii avrebbe contribuito soprattutto la discussione intorno alla diversa efficacia dei vaccini approvati, le difficoltà di produzione e di distribuzione e, soprattutto, le mosse incerte della politica.
Poca attenzione alla comunicazione
Mentre tutte le istituzioni sono preoccupate per la gestione degli effetti collaterali dei vaccini e per l’organizzazione della sua distribuzione, sembrano esserlo molto meno per quel che riguarda la mitigazione dell’esitanza vaccinale, che è invece l’altra faccia della medaglia di una campagna ben riuscita. Per raggiungere un livello di protezione tale da consentire riaperture costanti degli esercizi commerciali, delle scuole e dei luoghi di socialità è necessario che sia vaccinata almeno metà della popolazione, con tassi di oltre il 70% tra le categorie a rischio. Un paziente anziano che rifiuta il vaccino, quindi, mette in pericolo se stesso, prima di tutto, ma anche la tenuta dell’intero sistema. “Purtroppo il tema dei vaccini è diventato poco scientifico e molto politico” spiega Gabriella Bottini, docente di neuropsicologia cognitiva all’Università di Pavia che studia i processi decisionali in medicina. “In alcuni casi anche personaggi molto noti sono entrati nell’arena del dibattito pubblico con buone intenzioni, ma di fatto acuendo il problema. Questo è un effetto della convinzione errata che gli esseri umani siano decisori razionali e che basti spiegare i numeri e la scienza dietro i vaccini per convincere le persone. Purtroppo non è così: non siamo decisori razionali e, come hanno dimostrato molto bene gli studiosi di psicologia dell’economia, la nostra valutazione del rischio e di guadagni e perdite potenziali legati a una scelta non si basa su elementi fattuali ma su valori, emozioni e fiducia”. Infatti la fiducia nei vaccini cala laddove c’è instabilità politica oppure estremismo religioso e può anche essere selettiva, come vediamo bene in questi giorni. “La maggior parte di quelli che rifiutano i vaccini contro Covid-19 non sono antivaccinisti convinti” spiega ancora Bottini. “Sono persone che hanno paura o che sono sfiduciate”.
Informazione efficace da persone conosciute
Per contrastare l’esitanza vaccinale, fornire numeri e dati in modo trasparente e chiaro è comunque un primo passo, che spetterebbe innanzitutto alle istituzioni. L’informazione più efficace, però, è quella che viene dal proprio medico, o da un medico nel quale si ha fiducia. Ecco perché è essenziale che i medici (e in particolare quelli di famiglia) sappiano come parlare ai pazienti indecisi. L’American Medical Association, per esempio, ha fornito 10 consigli pratici per la gestione del colloquio con il paziente esitante.
1. Capire i timori del proprio paziente
La prima parte del colloquio deve essere dedicata alla comprensione dei timori che spingono il paziente a rifiutare la vaccinazione. Non è necessario rispondere in modo puntuale a ciascuna obiezione: lo scopo è soprattutto quello di raccogliere il vissuto del paziente, magari prendendo nota di punti specifici ai quali si darà risposta in una fase successiva del colloquio. Il medico può rispondere su aspetti tecnici ma anche su aspetti regolatori (ruolo delle istituzioni sanitarie) e di sanità pubblica2
2. Chiedere al paziente perché rifiuta il vaccino
Se il paziente si limita a dire che non vuole vaccinarsi, è importante che il medico chieda perché in un modo che non sia giudicante: “Posso chiederle perché? Che tipo di informazioni sono circolate tra le sue conoscenze che le hanno fatto prendere questa decisione?”
3. Fare controinformazione
Solo dopo aver ascoltato il paziente, il medico deve spiegare quali sono le convinzioni non scientifiche. È essenziale anche in questo caso non usare tino paternalistici od offensivi, non sottolineare eventuali carenze nelle conoscenze mediche e biologiche ma fornire informazioni chiare, puntuali e, soprattutto, non edulcorate. Frasi come “i vaccini sono sempre sicuri” non vanno mai pronunciate perché è ovvio che non è così. È importante spiegare perché accettiamo un rischio più piccolo in cambio di un beneficio più grande.
4. Essere consapevoli del proprio ruolo
Tutte le indagini sulla fiducia nella scienza vedono i medici curanti al primo posto tra le fonti affidabili. Questa consapevolezza può aiutare a condurre a buon fine il colloquio.
5. Spiegare al paziente perché ha bisogno di essere vaccinato
Mettere in luce i benefici individuali sulla base dell’anamensi. Evidenziare eventuali fattori di rischio che possono rendere il paziente suscettibile alle forme più gravi di Covid-19. Sottolineare il fatto che anche le forme lievi di malattia possono lasciare strascichi di cui non sono ancora noti tutti i contorni.
6. Personalizzare il messaggio
Per raggiungere le persone, indipendentemente dalla loro visione politica - se credono che il vaccino sia una scelta personale o una responsabilità collettiva – è utile focalizzare la discussione su come vaccinarsi possa aiutare a proteggere una persona cara come un nonno, un bambino o qualcuno che è immunocompromesso.
7. Affrontare le paure dei pazienti sugli effetti collaterali
È utile iniziare la conversazione chiedendo al paziente come si è sentito dopo l'ultima vaccinazione, per esempio un vaccino antinfluenzale, se hanno avuto effetti collaterali o altre reazioni. In seguito si può spostare spostare la conversazione sul vaccino COVID-19, per spiegare loro che gli effetti collaterali più comuni sono simili a quelli del vaccino antinfluenzale, ma che in alcuni casi possono essere più intensi. Spiegare che febbre, brividi e spossatezza sono effetti comuni e che, se possibile, è bene non restare soli in casa la notte dopo la vaccinazione. Suggerire eventuali farmaci sintomatici come il paracetamolo, spiegando quando e come assumerlo. Preparare i pazienti alla possibile comparsa di dolori muscolari, ribadendo che questi non sono effetto della malattia ma della reazione del sistema immunitario. Affrontare il capitolo degli effetti collaterali gravi, facendosi trovare preparati sui numeri e sulle categorie a maggior rischio.
8. Segnalare gli effetti collaterali
Spiegare ai pazienti come funziona la farmacovigilanza e, se è il caso, mostrare loro come possono eventualmente inviare le proprie segnalazioni. Sapere che le segnalazioni sono aperte anche ai comuni cittadini rassicura sulla trasparenza del processo. Non tutti i pazienti si faranno convincere. Non è necessario insistere, né adirarsi. Talvolta questi colloqui hanno bisogno di tempo perché le informazioni si sedimentino e portino a una decisione.
Victor Insurance – polizza del medico vaccinatore
Buongiorno
sono lieto di informarvi che abbiamo attivato una nuova collaborazione con Victor Insurance che colloca la polizza del medico vaccinatore con un premio di €200, anche a garanzia dei medici in pensione richiamati per il programma di vaccinazione Covid19.
A disposizione per qualsiasi chiarimento porgo i migliori salut
Nicola D'Alessandro
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ENPAM: Quota A rinviata di un mese (ma resta a rate)
La Fondazione Enpam ha rinviato di un mese il termine per il pagamento della Quota A 2021. La scadenza inizialmente prevista per il 30 aprile è stata spostata al 31 maggio.
La decisione è stata presa per dare tempo a tutti i medici e dentisti che ritengono di averne diritto, di fare domanda per l’esonero dei contributi previdenziali previsto dallo Stato con l’ultima legge di Bilancio. Quest’aiuto riguarda i professionisti che nel 2019 hanno avuto un reddito inferiore a 50mila euro e che nel 2020 hanno avuto un calo di fatturato o dei corrispettivi di almeno un terzo.
NUOVE DATE
Il rinvio riguarda anche la seconda rata della Quota A, che viene spostata al 31 luglio. Restano invece invariate le altre scadenze.
Diversamente dall’anno scorso, quest’anno pur essendoci un rinvio, il pagamento potrà avvenire in quattro volte.
Riepilogando, nel 2021 le date per il pagamento della Quota A saranno:
- 31 maggio (prima rata o rata unica, per chi paga in unica soluzione)
- 31 luglio (seconda rata)
- 30 settembre (terza rata)
- 30 novembre (quarta rata)
Chi ha attivato la domiciliazione bancaria riceverà l’addebito diretto sul conto corrente in queste date. Invece chi ha preferito mantenere l’opzione dei bollettini, potrà pagarli appena saranno disponibili nell’area riservata, anche prima delle scadenze indicate.
PER CHI CHIEDE L’ESONERO
Diverso il caso se si hanno i requisiti per mettere i contributi previdenziali a carico dello Stato. Per chi chiederà l’esonero dai contributi entro il 15 maggio, l’addebito diretto verrà infatti sospeso. Allo stesso modo chi avrà fatto domanda di esonero non dovrà pagare i bollettini. Il tutto temporaneamente, nella speranza che nel frattempo arrivi il decreto attuativo che ancora manca per rendere certi gli importi massimi e le condizioni affinché Enpam possa accordare ufficialmente l’esonero a chi ne ha diritto.
WhatsApp per lavorare? No, grazie. Ecco perché è uno strumento fragile e insicuro
(da Il Fatto Quotidiano - di Umberto Rapetto) “Te lo giro su WhatsApp” è una delle frasi più comuni, ricorrente come il prezzemolo nelle ricette di cucina o almeno nelle espressioni che sottolineano una presenza insistente, magari eccessiva o addirittura fuori luogo. Le relazioni personali sono state facilitate (anche se stravolte nella loro componente “umana”) dal frequente o addirittura costante ricorso alla messaggistica istantanea. Per contaminazione quasi naturale anche molti rapporti di lavoro hanno rapidamente trovato in WhatsApp un comodo strumento che – pur non professionale – poteva risultare efficiente (non efficace e tanto meno idoneo, attenzione!) nelle dinamiche quotidiane. WhatsApp ha così rapidamente conquistato una leadership incrinata solo dalla famelicità di dati di Mark Zuckerberg e dei suoi accoliti che con la pianificazione di nuove voraci regole di utilizzo hanno messo in fuga una larga fetta dell’utenza, ma nonostante le orribili premesse continua a costituire uno degli strumenti cui la gente fa abitualmente ricorso. E’ fin troppo ovvio, e persino pleonastico, evidenziare che la “sicurezza” e la “privacy” si sono ferocemente contese il ruolo di Cenerentola nell’inquietante fiaba che aziende, enti pubblici e organizzazioni di qualsivoglia genere sono chiamati a vivere tutti i giorni. Comodità (forse più compiutamente “pigrizia”) e parsimonia (leggasi “tirchieria” o semplicemente naturale predisposizione ad avvalersi di soluzioni gratuite) hanno dirottato il traffico dei più diversi contenuti (testi, documenti, immagini, video…) nelle vene di WhatsApp e di tante altre applicazioni utili per sentirsi vicini, connessi o comunque “partecipi”.
Non preoccupa certo lo scambio di comunicazioni “facete” dei gruppi di ex-colleghi che non esitano a spedire foto e filmati con cui esprimono una vocazione ginecologica non soddisfatta nel corso della carriera, ma spaventano i dialoghi “business-oriented” in cui gli interlocutori dimenticano di essere loro tragicamente “nudi” dinanzi ad un pubblico dai contorni indefiniti. Su WhatsApp hanno così cominciato a viaggiare (oltre a popputi ritratti capaci di deformare il display e all’immancabile gentleman di colore con tre gambe come un tavolino da seduta spiritica) una valanga di elementi la cui criticità non fatica a turbare chi finora sorrideva. Prescindendo dagli invii “erronei” che fanno pervenire ai destinatari meno opportuni i messaggi che – indirizzati a ben altre persone – era preferibile non muovessero nella direzione sbagliata, la questione è caustica anche per la “corrispondenza” deliberatamente inoltrata e correttamente recapitata. Lo smartphone ha rapidamente conquistato il ruolo di propaggine dell’ufficio e – senza nemmeno rendersene conto – ne ha assunto la corrispondente morfologia: le cartelle sono equivalenti ai cassetti della scrivania, ma non sempre esistono serratura e chiave per proteggerne il contenuto. Questa prima mutazione non è stata coscientemente rilevata dagli interessati, che non si sono nemmeno accorti del “peso specifico” di quel che spediscono o ricevono immaterialmente attraverso quel dispositivo.
Molta gente non si rende conto della fragilità dell’ecosistema virtuale in cui è stata catapultata da una evoluzione tecnologica subita passivamente e guardata solo negli entusiasmanti aspetti positivi. Ecco quindi scattare la molla del “mi sbrigo subito” e “faccio prima” che porta a servirsi di WhatsApp non solo per scherzare con amici e parenti, ma per assicurarsi una sorta di tessuto connettivo i cui gangli sono destinati a muovere “materiale” che probabilmente è meritevole di differente attenzione e di un briciolo di cautela in più. Un progetto, una offerta economica, un accordo commerciale, un disegno tecnico, un qualunque file in formato “Office”, un’immagine di un prodotto in lavorazione: la lista potrebbe proseguire all’infinito e non riuscirebbe ad elencare le opportunità di spedizione.
Se non si crede alla violabilità di certi sistemi di comunicazione, si provi a pensare a qualcosa di banale. Non si facciano voli pindarici. Si immagini banalmente cosa succede se il destinatario smarrisce o si fa rubare il telefonino. Qualcuno riterrà questa considerazione esagerata. Nulla da imputargli. Insensibile? Niente affatto. Probabilmente non conosce nessuno cui hanno fregato lo smartphone zeppo di informazioni che era meglio non finissero in giro.
Camminare aumenta l’afflusso di sangue al cervello
(da DottNet) Svolgere un'attività fisica, come camminare a passo sostenuto, non fa bene solo al corpo ma anche al cervello. E il motivo è che ne aumenta l'afflusso di sangue e l'ossigenazione. A evidenziarlo è uno studio pubblicato online sul 'Journal of Alzheimer's Disease' e condotto su anziani con una lieve perdita di memoria, che hanno seguito un programma di esercizi per un anno. Circa il 25% delle persone dopo i 65 anni inizia ad avere un lieve decadimento cognitivo che ne influenza la memoria e le capacità di ragionamento e che, in alcuni casi progredisce verso la demenza. Come studi hanno mostrato, questo è collegato a un ridotto afflusso di sangue al cervello dovuto a un irrigidimento dei vasi sanguigni che portano ossigeno alle cellule. Lo studio è stato condotto su 48 tra uomini e donne dai 55 a 80 anni con una diagnosi di lieve decadimento cognitivo. I volontari sono sottoposti a test e risonanza magnetica al cervello e sono stati assegnati casualmente a un gruppo impegnato in un programma di esercizi aerobici moderati (da 3 a 5 sessioni da 30-40 minuti di esercizio come una camminata) o a uno che ha fatto solo stretching per un anno. Coloro che hanno eseguito un esercizio aerobico hanno mostrato una minore rigidità dei vasi sanguigni nel collo e un aumento del flusso globale di sangue al cervello, mentre questi cambiamenti non sono stati trovati nelle persone che hanno seguito il programma di stretching. I ricercatori stanno ora indagando se possano precedere anche cambiamenti nelle capacità di memoria e ragionamento. "Abbiamo dimostrato per la prima volta con un esperimento randomizzato che, negli anziani, l'esercizio fisico porta un flusso maggiore di sangue verso il cervello" ma "questo fa parte di un corpo crescente di prove che collega l'esercizio alla salute del cervello", afferma il coautore senior dello studio Rong Zhang, professore di neurologia all'University of Texas Southwestern, negli Usa.
Corso FAD ECM ISS “Campagna vaccinale Covid-19: la somministrazione in sicurezza del vaccino anti SARS-CoV-2/Covid-19”
Il corso FAD "Campagna vaccinale Covid-19: la somministrazione in sicurezza del vaccino anti SARS-CoV-2/Covid-19" è RISERVATO al personale incaricato di somministrare il vaccino anti-Covid19 e di svolgere attività correlate alla somministrazione stessa (Medici, Farmacisti, Infermieri e infermieri pediatrici, Assistenti sanitari, Biologi, Fisioterapisti, Ostetriche/ci, Psicologi, Tecnici sanitari di laboratorio biomedico, Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, Odontoiatri. Personale amministrativo, Operatori di supporto (OSS) e Medici in specializzazione (del 1° e del 2° anno).
I numeri dell’obesità in Italia. Negli ultimi anni casi in aumento. Il 12 aprile l’Obesity Barometer Summit
(da Doctor33) La popolazione italiana è in sovrappeso, una condizione che coinvolge sia l'età infantile, sia quella adulta: si stima che un bambino italiano su quattro sia obeso o in sovrappeso (dati Istat 2018) e che lo sia ben il 46,1% degli adulti. E si tratta di numeri in crescita. Fra il 1991 e il 2018 si è registrato un incremento del 18% dell'eccesso di peso e del 60% dell'obesità, soprattutto a carico del sesso maschile; complessivamente si stima che l'incremento dell'eccesso di peso verificatosi negli ultimi trent'anni nella popolazione adulta italiana sia stato circa del 30%, di cui solo un terzo riconducibile all'invecchiamento della popolazione.
Questi numeri rappresentano un motivo di allarme per gli operatori sanitari e per le istituzioni che devono iniziare a considerare l'obesità un problema prioritario, non solo per le conseguenze negative di questa patologia sulla salute, ma anche per il suo impatto economico. È dunque venuto il momento di sensibilizzare su questa emergenza e individuare delle possibili soluzioni. Obiettivi che verranno perseguiti in occasione del 3rd Italian Obesity Barometer Summit previsto per il 12 aprile. Si calcola che in Europa i costi diretti (per ricoveri e terapie) determinati dall'obesità e dal sovrappeso nella popolazione adulta rendano ragione dell'8 per cento della spesa sanitaria, cui si aggiunge una cifra almeno doppia determinata dai costi indiretti, conseguenti alla perdita di vite umane, di produttività e dei guadagni correlati. Al di là degli aspetti economici, l'obesità si correla a una serie di problemi sanitari e sociali. Questa condizione è strettamente connessa a importanti comorbilità, quali il diabete, l'ipertensione, la dislipidemia, le malattie cardio e cerebrovascolari, i tumori e la disabilità, ma chiama anche in causa le diseguaglianze socioculturali e i comportamenti conseguenti. Il tutto è ulteriormente complicato dallo stigma legato a questa condizione e che determina il manifestarsi di comportamenti e atteggiamenti negativi nei confronti di un individuo unicamente a causa del suo peso eccessivo. Il fatto che lo stigma non risparmi neanche i sanitari rappresenta un ulteriore ostacolo a una corretta gestione dell'obesità, sia per l'atteggiamento dei sanitari nei confronti degli obesi, sia perché responsabile di un minor impegno da parte delle istituzioni.
A rendere ancor più complessa la gestione dell'obesità nel nostro Paese contribuiscono inoltre una serie di criticità che, anche grazie a iniziative come quella del summit previsto per il prossimo 12 aprile, si dovrebbe cercare di identificare e per le quali si dovrebbero individuare delle possibili soluzioni. I punti essenziali sono rappresentati dal fatto che l'obesità non è presente nella lista delle malattie croniche, che le prestazioni riguardanti l'obesità non sono inserite nei Lea e che non esiste una rete nazionale di cura per l'obesità, né un Piano nazionale sull'obesità.
Online la domanda per il possibile esonero contributivo
(da enpam.it) Un clic nell’area riservata degli iscritti all’Enpam potrebbe evitare di dover pagare i contributi previdenziali. È infatti online la domanda per individuare i possibili beneficiari dell’esonero dei contributi stabilito dalla legge di Bilancio 2021. Accogliendo le richieste degli enti di previdenza privati, lo Stato ha infatti deciso di venire incontro ai professionisti iscritti agli Ordini facendosi carico dell’esonero parziale dal versamento dei contributi “Siamo contenti di questo risultato, che rappresenta un segnale molto positivo di attenzione da parte del governo verso tutto il mondo del lavoro autonomo”, ha commentato Alberto Oliveti nella sua veste di presidente dell’Enpam e dell’Adepp, l’associazione delle Casse dei professionisti.
BENEFICIARI FATEVI AVANTI “Non essendo ancora uscite le norme attuative ci troviamo comunque in una situazione d’incertezza che il consiglio di amministrazione dell’Enpam ha affrontato anche deliberando un rinvio di 30 giorni dei contributi nelle more dell’auspicata attuazione dell’esonero”, ha aggiunto Oliveti. In attesa che i ministeri competenti, con un decreto attuativo, definiscano nel dettaglio i criteri e le modalità per poter essere esonerati dal pagamento, oltre che l’importo, la Fondazione si sta portando avanti con il lavoro. L’obiettivo – se le norme arriveranno in tempo – è quello di non spedire bollettini o di procedere ad addebiti sul conto corrente nei confronti dei medici e dei dentisti che avranno diritto di non pagare interamente o in parte i contributi. Per candidarsi tra i potenziali beneficiari è necessario compilare da subito il questionario online all’interno dell’area riservata del sito dell’Enpam. Per farlo è necessario selezionare dalla colonna di sinistra la voce Domande e dichiarazioni online e cliccare su Esonero contributivo. Chi compilerà il questionario dovrà anche dichiarare di essere consapevole che dovrà versare all’Enpam i contributi previdenziali se da eventuali verifiche fatte dalla Fondazione, o da altri soggetti, dovesse risultare che non ha i requisiti per chiedere l’esonero.
IDENTIKIT DEI BENEFICIARI La platea dei possibili beneficiari, secondo quanto stabilito dalla Legge di Bilancio 2021, è composta dai professionisti che nel 2019 hanno percepito un reddito complessivo di massimo 50mila euro. In aggiunta, bisogna dichiarare che si è subito nel 2020 un calo del fatturato o dei corrispettivi pari o superiore al 33 per cento rispetto a quelli del 2019. Potrebbero essere esonerati, ma la questione deve essere ancora chiarita, anche i pensionati presso l’Enpam o un altro Ente di previdenza obbligatorio che sono stati assunti per l’emergenza Covid-19. Tutte le informazioni sull’esonero dei contributi si trovano a https://www.enpam.it/comefareper/covid-19/richiesta-di-esonero-contributivo/
Ordini medici, ‘non solo furbetti del vaccino, politica ammetta responsabilità
(da Adnkronos Salute) - "Sicuramente ci sono i furbetti del vaccino che hanno 'saltato' la fila, scavalcato chi aveva più diritto a essere immunizzato. Quelli che si sono dichiarati volontari o si sono fatti passare per chi non erano. Ma il problema più grosso è politico: c'è stato un ministero della Salute che ha deciso un piano vaccinale. E poi c'è stato qualcuno che lo ha sovvertito interpretandolo liberamente. La responsabilità non può limitarsi ai furbetti". A dirlo, all'Adnkronos Salute, Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo), commentando i dati della Nucleo ispettivo regionale sanitario (Nirs) della Regione Puglia, secondo i quali tra tutti i vaccini fatti agli operatori sanitari 1 su 5 è andato a persone che non appartenevano alla categoria, "un dato non solo pugliese", dice Anelli.
"La politica si assuma la sua responsabilità ammettendo di aver interpretato diversamente il piano, anche pensando, probabilmente, di far bene", rincara Anelli che spiega: "ancora oggi ho segnalazioni di medici che non sono stati vaccinati, pur chiedendolo. Questo perché, in molti casi, c'è stato una libera interpretazione di chi amministra le Regioni. E' stato interpretato il 'socio sanitario', come abbiamo denunciato sin dall'inizio, come ospedale 'free Covid'. E' stato vaccinato così anche il personale amministrativo, prima che si completassero i medici e le altre categorie previste. Credo che sia stata una gravissima scorrettezza che ha messo in crisi l'intero impianto del piano vaccinale, al punto che chi aveva la priorità non è stato vaccinato. E ne parliamo ancora oggi". Infatti, "sono passati 4 mesi e ancora dobbiamo occuparci di quelli che dovevano essere vaccinati a gennaio, operatori sanitari, Rsa e ultraottantenni", conclude Anelli.
Covid-19: gli esperti dicono no alla profilassi anti-coagulante prima (e dopo) la vaccinazione
(da Univadis) “I benefici del vaccino Covid-19 Astra Zeneca superano i rischi nonostante un possibile collegamento con casi molto rari di trombi associati ad un livello basso di piastrine” si legge in una nota informativa dell’Agenzia italiana del Farmaco (AIFA) del 24 marzo 2021. Nonostante le caute rassicurazioni dell’AIFA, già presenti in un comunicato dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), la sospensione temporanea del vaccino Astra Zeneca ha lasciato uno strascico di incertezza riguardo la sicurezza della vaccinazione anti Covid-19, soprattutto per quanto riguarda proprio il farmaco anglo-svedese e il rischio di eventi trombotici. E questo ha portato, di conseguenza, molti pazienti a chiedere al proprio medico di essere sottoposti a una profilassi con terapie anti-trombotiche prima della vaccinazione e in alcuni casi a ricorrere addirittura al “fai da te”, con l’assunzione di aspirina o eparina a basso peso molecolare. “Un rischio di trombosi generico, in particolare di tromboembolismo venoso, è stato del tutto escluso. Sono stati segnalati alcuni rarissimi casi di trombosi in sedi inusuali, in particolare di trombosi venose cerebrali, in alcuni soggetti, prevalentemente di sesso femminile, vaccinati nelle due settimane precedenti, tuttavia non è ancora stato stabilito un nesso certo di causalità con il vaccino” spiega Paolo Gresele, Professore Ordinario di Medicina Interna all’Università di Perugia e presidente della Società Italiana per lo Studio dell'Emostasi e della Trombosi (SISET) che ci ha aiutati a comprendere meglio i reali rischi e le misure da adottare questo delicato momento della campagna vaccinale
Se il rimedio è peggiore del “male” Dare il via a una profilassi anti-trombotica prima o dopo la vaccinazione rischia di creare più danni che benefici, di essere appunto un “rimedio peggiore del male”, pur premettendo che in questo caso il “male” è la vaccinazione anti Covid-19, in realtà una spinta fondamentale verso l’uscita dalla pandemia. Per chiarire questo concetto e comprendere meglio il reale rischio legato alla vaccinazione può essere utile affidarsi ai pareri esperti della SISET, che sin dalle prime segnalazioni di casi di trombosi in sedi inusuali (in particolare trombosi venosa cerebrale) si sono adoprati per monitorare la situazione, accingendosi anche a istituire un registro nazionale dei casi di trombosi nei pazienti in precedenza vaccinati. “Qualora naturalmente non esistano indicazioni preesistenti a una profilassi anti-trombotica, una profilassi inappropriata può dar luogo a complicazioni che possono essere, in termini di frequenza, molto più comuni dei casi di trombosi sopra citati” afferma Gresele, che poi precisa: “I rischi di una profilassi ‘fai da te’ sono significativi, l’uso incontrollato senza un’indicazione precisa di eparina a basso peso molecolare potrebbe portare fino a 4.000 eventi emorragici per ogni milione di persone che effettuano profilassi”. In un comunicato pubblicato sul proprio sito web, SISET ribadisce la propria posizione nel dibattito sulla presunta attività pro-trombotica della vaccinazione, rafforzando la raccomandazione già espressa: no alla profilassi anti-trombotica (a meno che le terapie non siano già assunte per prescrizione medica precedente) e agli esami di laboratorio o strumentali per controllare un supposto rischio trombotico. Raccomandazioni valide sia per il pre- che per il post-vaccinazione. Come si deve comportare quindi un medico di medicina generale di fronte a un paziente che richiede una profilassi in vista della vaccinazione (o in seguito ad essa)? “Deve spiegare al paziente che al momento non esistono indicazioni in tal senso e che un uso ‘fai da te’ della profilassi potrebbe portare a complicazioni, anche gravi, che si potrebbero verificare con una frequenza assai maggiore di quella dei rari casi di trombosi cerebrale segnalati, e la cui associazione con la vaccinazione non è ancora provata” dice Gresele.
Consigli pratici Il fatto che il legame diretto tra vaccinazione ed eventi trombotici non sia stato dimostrato non significa che bisogna abbassare la guardia. Le autorità regolatorie nazionali e internazionali proseguono senza sosta il monitoraggio attento degli eventi avversi ed è importante che medici e pazienti segnalino eventuali sintomi suggestivi di problemi di coagulazione. “Si conferma la raccomandazione a prestare attenzione (come sempre e indipendentemente dalla pratica vaccinale) a sintomi evocativi di tromboembolismo quali edema o dolore agli arti, dolore toracico, difficoltà respiratoria, cefalea persistente, in particolare se associata a disturbi della visione o della parola o a disturbi motori. Bisogna inoltre prestare attenzione alla presenza di sanguinamento muco-cutaneo quale segno di possibile piastrinopenia” spiegano gli esperti SISET, che hanno preparato anche un documento con alcune indicazioni pratiche sulle vaccinazioni anti Covid-19 per pazienti con trombosi/trombofilia. Nato in seguito alle richieste dei pazienti sui possibili rischi della vaccinazione e sulla possibilità per loro di essere identificati come pazienti a rischio data la loro patologia, il documento si riferisce in particolare a tre categorie: 1) pazienti in trattamento anticoagulante orale e pazienti con malattie emorragiche gravi, 2) pazienti con pregressa trombosi e 3) pazienti con trombofilia asintomatici e pazienti con malattie emorragiche congenite meno gravi. Un ulteriore guida per orientarsi nel complesso scenario del rischio trombotico legato a Covid-19 e alla relativa vaccinazione.
Le donne sono più a rischio? La domanda sul rischio al femminile è sorta soprattutto in relazione al fatto che i casi sospetti si sono verificati proprio nella popolazione femminile e che molte donne fanno ricorso a terapie ormonali (contraccettive o sostitutive) che possono, così come la gravidanza stessa, modificare il rischio trombotico. Ebbene, anche in questo caso la risposta è “no”, se il quesito riguarda l’aumento del rischio di eventi trombotici associato al vaccino. Lo affermano in un Position Paper ad Interimdatato 22 marzo 2021 diverse società scientifiche italiane che si occupano in particolare della salute delle donne. Il documento è infatti firmato da Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO), Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI) e Associazione Ginecologi Universitari Italiani (AGUI) e condiviso con Società Italiana Menopausa (SIM), Società Italiana della Contraccezione (SIC) e Società Italiana Ginecologia Terza Ettà (SIGITE). La sostanza è chiara sin dal primo dei sette punti elencati nel relativo comunicato stampa: “non vi è nessun dato in letteratura che evidenzi un aumento del rischio trombotico nella popolazione sottoposta al vaccino anti Covid-19, ed in particolare Astra Zeneca, rispetto alla popolazione generale”. Entrando più nello specifico, il documento spiega anche che “non vi è nessuna controindicazione alla vaccinazione nelle donne che assumono estroprogestinici quale contraccezione ormonale o terapia ormonale sostitutiva”. Non serve inoltre, come ricordano gli esperti, eseguire indagini preliminari o attuare profilassi antitrombotica con aspirina a basso dosaggio o eparina a basso peso molecolare in seguito alla vaccinazione. Infine, la vaccinazione non è controindicata nelle donne ad aumentato rischio trombotico, anche se, durante la gravidanza deve essere effettuata una profilassi antitrombotica personalizzata.
Sospensione dalla mansione per i medici non vaccinati.
(da DottNet) Il nuovo dl Covid (https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2021/04/01/21G00056/sg ) prevede la sospensione dalla mansione per i sanitari che non si saranno vaccinati e anche il rischio di sospensione dello stipendio nel caso non sia possibile assegnare al lavoratore compiti alternativi. All'articolo 4 della bozza si legge infatti: "Decorsi i termini" previsti "l'azienda sanitaria locale competente accerta l'inosservanza dell'obbligo vaccinale e ne da' immediata comunicazione all'interessato, al datore di lavoro e all'Ordine professionale di appartenenza. L'adozione dell'atto di accertamento da parte dell'azienda sanitaria locale determina la sospensione dal diritto di svolgere prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali o comportano, in qualsiasi altra forma, il rischio di diffusione del contagio da SARS-CoV-2". L'Ordine professionale di appartenenza "comunica immediatamente la sospensione".
Ricevuta la comunicazione, "il datore di lavoro adibisce il lavoratore, ove possibile, a mansioni, anche inferiori, diverse" con "il trattamento corrispondente alle mansioni esercitate, e che, comunque, non implicano rischi di diffusione del contagio. Quando l'assegnazione a diverse mansioni non e' possibile, per il periodo di sospensione", "non e' dovuta la retribuzione, altro compenso o emolumento, comunque denominato". La sospensione "mantiene efficacia fino all'assolvimento dell'obbligo vaccinale o, in mancanza, fino al completamento del piano vaccinale nazionale e comunque non oltre il 31 dicembre 2021".
Dunque, il vaccino Covid sarà obbligatorio per tutti i sanitari. Nel testo si spiega poi come, in considerazione della situazione di emergenza epidemiologica, fino al completamento del piano vaccinale nazionale e comunque non oltre il 31 dicembre 2021, al fine di tutelare la salute pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza nell’erogazione delle prestazioni di cura e assistenza per tutti gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario che svolgono la loro attività nelle strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche e private, farmacie, parafarmacie e studi professionali è obbligatoria e gratuita la vaccinazione per la prevenzione dell’infezione da Sars-CoV-2. La vaccinazione costituisce requisito essenziale per l’idoneità all’esercizio della professione e per lo svolgimento delle prestazioni lavorative. Vengono previste ipotesi di esenzione, temporanea o definitiva, dall’obbligo di vaccinazione in relazione a specifiche condizioni cliniche appositamente certificate.
Per quanto riguarda le tutele legali, via libera anche allo scudo penale per i sanitari vaccinatori. Viene esclusa la responsabilità del personale sanitario per i delitti di omicidio colposo e lesioni personali colpose, conseguenti alla somministrazione di un vaccino anti Sars-Cov-2, in caso di osservanza delle regole cautelari relative all’attività di vaccinazione. Viene stabilito in particolare che la punibilità sia esclusa quando l’uso del vaccino sia conforme alle indicazioni contenute nel provvedimento di autorizzazione all’immissione in commercio emesso dalle competenti autorità, alle circolari e alle raccomandazioni fornite al personale addetto dalle autorità sanitarie nazionali. La norma avrà efficacia retroattiva.
Trasmissione elenchi per l’adempimento degli obblighi vaccinali ex art. 4 DL 44/2021. Scadenza 6 aprile
Ai fini dell’applicazione della norma in oggetto, si chiede di trasmettere, entro il 6 aprile p.v., gli elenchi previsti dalla norma richiamata esclusivamente con le modalità pubblicate nel portale Salute del sito web della Regione Emilia-Romagna all’indirizzo https://salute.regione.emilia-romagna.it/art4dl44 ed esclusivamente utilizzando i format ivi presenti.
Si precisa che i nominativi degli operatori di interesse sanitario (esclusivamente Operatori socio-sanitari, Assistenti di studio odontoiatrico, Massofisioterapisti) devono essere inviati esclusivamente da strutture sanitarie, sociosanitarie, socio-assistenziali, pubbliche o private, farmacie, parafarmacie e studi professionali.